5 dicembre 2017

Chopin non va alla guerra di Lorenzo Della Fonte [recensione]

CHOPIN NON VA ALLA GUERRA
di
Lorenzo Della Fonte 

Casa editrice: Elliot edizioni
Collana: Scatti
Pagine: 152
Prezzo: € 16,50
ISBN: 9788869934216

Alla guerra si affianca spesso il termine Patria. Si ama, si desidera morire nel luogo dove si è nati, perché a noi più caro, e si è disposti a morire per lei. La guerra è minacciosa, pericolosa, micidiale e gli uomini, giovani e troppo giovani, sono costretti ad abbandonare le proprie terre, a lasciare le persone care ed essere pronti a combattere. Di fronte allo scontro, da qualsiasi parte siano schierati, i "buoni" o i "cattivi, sono uguali, sono persone con una storia.
"Le mamme vivono in costante allarme. La paura si può leggere nei loro occhi spalancati, nel loro interrogarsi l'un l'altra con gli sguardi, con le mani, con le parole. A Colico o qui, le mamme sono tutte uguali. Se vedono un carabiniere avvicinarsi sentono l'odore della morte, e smettono di respirare finché quello è passato oltre, a dare l'annuncio a un'altra madre. Alle mamme della patria non interessa nulla, non può essere patria quella che ti toglie un ragazzo per farne un eroe".
Giovanni Bassan è il protagonista di Chopin non va alla guerra. Nella vita è un insegnante, ora un tenente, e nell'inverno del 1918 è trasferito presso il Forte Montecchio, un avamposto costruito per fronteggiare la possibile invasione dell'esercito austriaco proveniente dalla Svizzera, un posto silenzioso, quasi irreale, lontano dai luoghi dove la battaglia imperversa, per via di una malattia al cuore. Tra i soldati è Domenico, un trombettiere molto bravo, di origine meridionale, il ragazzo al quale si sente più affezionato; negli scontri ha perso parte della gamba sinistra, ma non l'amore per la musica, nella quale trova un modo per evadere dalla dura realtà. Con coinvolgimento e trasporto, suona di tutto, anche i pezzi del "nemico", perché di fronte alla musica non esistono nemici. È proprio lui a trasmettere a Giovanni la stessa passione, che gli permette di scoprire un nuovo modo di vedere il mondo che lo circonda.
Il tenente ottiene con facilità brevi licenze, vista la bassa pericolosità della zona in cui si trova, e spesso si reca a Dongo, paesino in riva al lago di Como, dove fa amicizia con Alberto, di professione panettiere. Proprio dalla sua casa, arriva la magia di un pianoforte, suonato da mani esperte, che lo incuriosisce: è Livia, la sorella di Mara, moglie dell'amico, l'artefice di quella melodia, una donna con un grande talento, che non esce mai di casa ed è nascosta dalla famiglia. Ogni attimo della giornata pensa a lei, al suo segreto e si chiede come mai un animo così elegante e dotato non si esibisca dinanzi a un pubblico che la ammiri. Quando il passato è rivelato e la verità appare così crudele e spietata, Bassan tenta, con l'amico Domenico, di regalarle un attimo di felicità.

In Chopin non va alla guerra, la musica diventa simbolo di coesione, con Domenico e Giovanni che si adoperano per costituire una banda e diffondere l'amore per i brani, indipendentemente da quale sia la provenienza geografica dei diversi compositori, e una vera cura contro la prepotenza dei superiori accecati dalla voglia di vincere e distruggere gli avversari, le brutte esperienze che hanno coinvolto Livia e la poca identificata patologia al cuore del tenente. Gli incontri e le avventure di Bassan al forte lo trasformano in un uomo diverso: affaticato per il sentimento di avversione legato alla guerra, si convince che in un clima così devastato, triste e abbattuto, ci sia ancora speranza per compiere qualcosa di buono per gli altri.
"Come saresti bella, notte stellata, se l'uomo non ti avesse violentata. Se la guerra non ti avesse portato le sue assurde macchinazioni di morte fino a questo calmo specchio d'acqua, che a tratti riflette l'effimera scia di una stella cadente".
Davanti alla bellezza della montagna, al chiasso di una piazza ghermita di bambini, alla calma del lago, tutto sembra non avere importanza, non avere senso. Le motivazioni che hanno portato a questo punto, a un conflitto armato di così vaste proporzioni, si perdono e resta solo inquietudine. Il protagonista lo percepisce dentro di sé, ogni volta che osserva il mondo, che osserva gli altri. Il suo è un viaggio difficile, disseminato di ostacoli, che lo portano a vacillare, ma mai a perdere la fiducia negli amici e nei buoni propositi, perché vale la pena cadere per poi rialzarsi ancora più forti.
L'autore Lorenzo Della Fonte tratteggia con profondità e delicatezza i personaggi e, con il suo racconto, dà voce al dramma della guerra e al desiderio di non lasciarsi sopraffare da essa, grazie al coraggio di costruire qualcosa di ancora più potente, capace di sconfiggerla.


Veronica

29 novembre 2017

I venerdì da Enrico's di Don Carpenter [recensione]

I VENERDÌ DA ENRICO'S 
di
DON CARPENTER
A cura di Jonathan Lethem

Casa editrice: Frassinelli
Traduzione: Stefano Bortolussi
Pagine: 368
Prezzo: € 20,00
ISBN 978888832078
"Ora l'unico problema che aveva era convincere Jaime a sposarlo. Aveva concluso di esserne innamorato una frazione di secondo dopo averla vista. Non esattamente amore a prima vista, quindi. Ma lei faceva la capricciosa; un minuto era pronta a passare il resto della vita con lui, quello dopo diceva di voler andare a vivere da sola. Era perfetta per lui. Era molto più bella di quanto lui potesse pretendere, ed era più intelligente, più spiritosa e molto più brava a scrivere di lui".
Avere un talento o pensare di averlo può essere un problema, soprattutto se le persone che ti circondano lo hanno più di te e raggiungono l'agognato successo che tu rincorri da tutta la vita.
I venerdì da Enrico's racconta di un gruppo di scrittori che cercano di concretizzare la propria ispirazione, scrivere il grande romanzo e trasformare l'arte in una carriera. 
Jamie e Charlie si innamorano, si sposano e hanno una figlia. Si trasferiscono nell'Oregon che lei odia profondamente. Per un po' accetta di dedicarsi alla famiglia, ma capisce che non le basta, ha bisogno di sentirsi impegnata con la scrittura, di avere un obiettivo, di mettere su carta qualcosa, qualsiasi cosa. Charlie ha vissuto la guerra e di questo parla il suo libro, o meglio, i fogli accatastati nello scatolone del suo ufficio, dove si chiude per ore, senza mai arrivare a un punto di svolta.
"Chi sa fare fa. Chi non sa fare, insegna". Proprio all'insegnamento si dedica nella nuova città, dove cerca di trasmettere agli altri le chiavi per creare un'opera importante.
Quando Jamie conclude il suo primo romanzo, Charlie avverte qualcosa che si rompe dentro di sé, un'onda dirompente che gli piomba addosso, lasciandolo a terra, svuotato di ogni emozione. Così scappa con un'altra donna e abbandona tutto per qualche tempo, incapace di accettare la fortuna editoriale che di lì a poco riguarderà sua moglie.
Le loro vite si incrociano con quelle di altri scrittori. Dick Dubonet autore di racconti, uno dei quali pubblicati su Playboy, cerca di ricalcare quell'unico risultato raccontando storie simili, fuori dalle sue corde, frenando la possibilità di spingersi oltre, per non incontrare il fallimento.
Stan Winger è un ladro di professione, scrittore a tempo perso, fino a quando non sfrutta le sue esperienze criminali per cimentarsi con il genere pulp; sarà poi la galera ha renderlo finalmente pronto per trasformare materiale grezzo in racconti ricchi di potenziale da suscitare non solo l'attenzione di editori, bensì il favore di Hollywood.

Tanti aspiranti scrittori affollano i bar della zona di Portland nei primi anni Sessanta. Parlano spesso dei più famosi autori della Beat Generation, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, punto di riferimento culturale di quegli anni: sperano di poter essere come loro un giorno, conosciuti e apprezzati per il proprio talento. Le conversazioni si perdono in drink, marijuana e lunghe notti. La dura realtà li aspetta, ogni giorno, e la paura più grande è quella di rimanere anonimi, poveri e dimenticati troppo in fretta, mentre tutti gli altri oltrepassano il confine della notorietà. 
I personaggi inseguono un sogno, combattono le proprie paure per vederlo realizzato, si scontrano con sentimenti potenti, che fanno vacillare anche gli animi più determinati. Quanto si è disposti a sacrificare per raggiungere quel sogno? 

Nella postfazione Jonathan Lethem spiega il lavoro che ha permesso di completare l'opera postuma di Don Carpenter, morto suicida nel 1995, con il benestare della figlia Bonnie e il capo della North Point Press, Jack Shoemaker. Il manoscritto è stato interament ribattuto a macchina per poter entrare in simbiosi con l'autore e mettere così la parola fine.
Il risultato è una confessione corale di quello che hanno provato questi giovani autori tra gli anni '60 e '80, in un contesto culturale e sociale animato, in lotta con se stessi e il mondo circostante, con una vocazione e un biglietto di solo andata per il successo o per il fallimento.
Un romanzo intenso, coinvolgente, che parla di libri e di scrittura come metafora di vita, una vita in bilico tra professione e affetti, sia quando i desideri si concretizzano, sia quando l'ennesima sconfitta è dietro l'angolo. I sacrifici, le lunghe attese, le perdite sono i motivi che spingono i protagonisti a chiedersi se ne valga la pena o la dote che possiedono o credono di possedere sia solo un'incredibile maledizione che finirà per distruggerli.

Veronica

25 novembre 2017

Il direttore di notte di John Le Carré [recensione]

IL DIRETTORE DI NOTTE
di John Le Carré

Casa editrice: Mondadori
Collana: Oscar bestsellers
Pagine: 532
Prezzo: € 13,00
ISBN: 9788804413301

Il destino non si sceglie e neppure si cambia. Ci prova da anni Jonathan Pine, giovane ex militare in fuga dai propri fantasmi, che ha cercato sollievo nell'anonimo ruolo di direttore di notte in uno dei più lussuosi alberghi svizzeri. L'URSS si è appena sciolta e i rapporti internazionali, tra guerre, carestie e traffico d'armi, sono tesi e ambigui. Da tutto ciò, e da un matrimonio fallito per cui intende prendersi tutte le colpe, cerca di nascondersi questo direttore dai modi garbati e l'occhio attento, schivo e disponibile con i colleghi e con la sua altolocata clientela, che di lui si fida ciecamente. Come l'amata Madame Sophie, donna di Freddy Hamid, boss della malavita del Cairo, conosciuta durante il suo incarico proprio nell'albergo della famiglia Hamid. È attraverso di lei e le sue confidenze che viene a conoscenza dell' "uomo peggiore del mondo", Richard Onslow Roper, l'imprenditore inglese miliardario con il quale Freddy Hamid tratta armi e droga. Si amano pudicamente, si incontrano di nascosto, Jonathan le promette che la farà fuggire dal Cairo e dalla malavita per tornare nella sua amata Inghilterra. Ma quando Sophie viene improvvisamente trovata morta, Jonathan, schiacciato dai sensi di colpa per non averla protetta né dal compagno né dagli interessi d Roper, e col sospetto di rimanere invischiato suo malgrado in un'accusa di omicidio, non riesce a fare altro che fuggire tra le montagne.

È un colpo al cuore e ai ricordi, dunque, quando mesi dopo e a chilometri di distanza dal Cairo, è proprio "L'uomo peggiore del mondo" a mettere piede nel suo albergo con gran dispiego di guardie del corpo, funzionari di dubbia utilità e consiglieri. Non lesina sulle mance, spende, prenota, affitta, è un amicone quest'uomo dai modi arroganti, sicuro di sé e del proprio potere, intorno al quale ruota la sua donna, giovane, bellissima e superficiale Jemima, detta Jed, che guarda il mondo da dietro gli occhiali da sole, agghindata di gioielli come un manichino da boutique.
È un ritorno indietro nel tempo, ma a differenza della prima volta, Jonathan decide di fare di più: proverà a rubargli preziose informazioni sui suoi traffici illeciti di armi. Lo deve alla sua Sophie. E forse lo deve anche a Jemima, che tanto gliela ricorda, prigioniera in una gabbia dorata. Il suo gesto non passa del tutto inosservato. Perché anche i servizi segreti britannici sono alla ricerca di Roper e di una prova definitiva per incastrarlo, e Jonathan sembra proprio fare al caso loro: è scaltro e osservatore, non ha niente e nessuno da perdere, è l'agente segreto perfetto per ingannare Roper. Lui accetta: dopotutto la vita che si è costruito non è genuina, non finché non avrà fatto i conti con la propri coscienza. Non immagina che, ancora una volta, i sentimenti rischieranno di metterlo in pericolo...

Mi sono avvicinata a John Le Carré spinta dalla curiosità dopo aver visto la miniserie The Night Manager tratta dal suo romanzo. Non avevo mai letto una storia di spionaggio e l'ho trovata sorprendentemente piacevole. Tanti personaggi, perlopiù legati alla burocrazia britannica e americana, che talvolta ingarbugliano un po' la storia: nessuno è pulito, tutti fanno il doppio o il triplo gioco in una partita a scacchi dove bianchi e neri si confondono. Ma sono i due personaggi principali, Jonathan e Roper, che trainano la complicata trama: due uomini completamente diversi ma ugualmente seduttivi, l'uno dal contegno tipicamente britannico, l'altro dalla suadente arroganza, che si corteggiano ognuno per i propri interessi.
C'è senso di giustizia senza misura, empatia, complicità nel direttore di notte che scappa dai sensi di colpa di una vita difficile, mentre c'è cattiveria pura, indifferenza, cupidigia viva nel cuore di Roper, che per il denaro venderebbe la propria famiglia, se mai le desse valore.
Due protagonisti costruiti molto bene, tridimensionali e umani, attuali. John Le Carré attinge dalla quotidianità e dai suoi trascorsi nei servizi segreti britannici per dipingere un sistema corrotto e impotente, votato al mantenimento di se stesso più che alla protezione della patria e narra con uno stile elegante che incalza, dai dialoghi e umorismo sottile molto british.

La serie televisiva che ha ricevuto diversi riconoscimenti è ugualmente rimarchevole: girata bene, recitata bene, con i due attori protagonisti al meglio e i comprimari calati nel ruolo. Mi aspettavo una specie di 007 e invece ogni trovata non è mai esagerata: niente telefonini che escono dalle scarpe o penne che sparano, ma parecchie intimidazioni, minacce di morte e di far saltare le poltrone. Molto fedele al romanzo e aggiornata quel che basta per renderla attuale: non siamo più in Sud America per trafficare armi e droga, ma ci spostiamo in Medio Oriente, mentre il capo dell'agenzia che tiene le redini dell'operazione da uomo che era nel libro diviene donna nella finzione televisiva. Del resto, il mondo va avanti.

Consiglio di recuperare entrambi!

Alessandra