9 maggio 2013

Educazione Siberiana di Nicolai Lilin [Qualche frase]

Educazione Siberiana di Nicolai Lilin 
"La picca, così viene chiamata la storica arma dei criminali siberiani, è un coltello a scatto con una lama lunga e sottile, ed è legato a molte usanze e cerimonie tradizionali della nostra comunità criminale.
Una picca non si può comprare o avere per propria volontà, si deve meritare". (p. 28)
"Nella nostra società era vietato giurare, era considerata una specie di debolezza, un'offesa verso se stessi, perché chi giura insinua che quel che sta dicendo non è vero. Ma tra ragazzi, parlando, tante volte i giuramenti scappavano, e si giurava sul proprio cappello. Non si doveva mai giurare sulla madre, sui genitori e i parenti in genere, su Dio e sui santi. Né sulla propria salute o ancor peggio sulla propria anima, perché veniva considerato come un «danneggiamento alla proprietà di Dio». Non restava che sfogarsi sul proprio cappello". (p. 40)
"- E lo sai perché Dio ha dato all'uomo una vita più lunga di quella degli animali? - No, non ci ho mai pensato... - Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli. L'uomo vive seguendo la ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un'altra per poterli capire, e una terza per cercare di vivere senza sbagliare". (p. 67)
"Nelle comunità criminali russe esiste una forte cultura del tatuaggio, e ognuno di essi ha un significato. Il tatuaggio è una specie di carta d'identità che serve per comunicare la propria posizione all'interno della società criminale: il tipo di «mestiere» criminale, informazioni varie sulla vita personale e sulle esperienze carcerarie". (p. 73)
"La tradizione del tatuaggio degli Urca siberiani ha un processo lungo quanto la vita di un criminale. Si cominciano a tatuare alcuni segni all'età di dodici anni, e solo dopo essere passati attraverso varie esperienze e periodi della vita queste cose si possono raccontare con i tatuaggi, codificati e nascosti in un quadro che negli anni diventa sempre più completo". (p. 74)
"Dentro il carcere minorile, infatti, per cercare di sopravvivere e stare tranquilli bisognava unirsi alle famiglie. Una famiglia era composta da un gruppo di persone che avevano delle caratteristiche in comune, spesso la nazionalità. Ogni famiglia aveva le sue regole interne, e i ragazzi le seguivano, cercando di semplificarsi la vita". (p. 217)

A breve la recensione!

Veronica

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