29 giugno 2013

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti [Recensione]

Sofia si veste sempre di nero
di Paolo Cognetti

Casa Editrice: Minimum Fax
ISBN 978-88-7521-440-1 
Pagine 203 
Pubblicazione settembre 2012

RECENSIONE: Ho comprato "Sofia si veste sempre di nero" al Salone di Torino, ma solo ora sono riuscita a leggerlo, nonostante mi chiamasse dal suo angolino, dove l'avevo sistemato con cura, in attesa del momento giusto. L'atmosfera per parlare di una storia del genere è ideale. Fa freddo. Sia fuori che dentro. Solitamente quando prendiamo in mano un libro, ci aspettiamo di evadere dalla quotidianità. Ma in questo caso non succede. Anche se Sofia, la protagonista, ama i pirati e l'avventura, ci troviamo di fronte a una realtà nuda e cruda ... Può entusiasmare, come no.

Sofia sei tu. Riesci a immaginarla quando riempie la vasca fino al limite e ci si immerge dentro, quando accende una sigaretta dietro l'altra, quando esce di casa senza salutare, quando la mattina fa colazione esclusivamente con un caffè nero bollente, quando arriva nel tuo appartamento, diventa pure suo e poi lo abbandona come se non fosse mai esistito prima. O la ami, o la odi, o pensi che sia strana forte. Una persona può avere così tante contraddizioni? Sì ... a quanto pare. Fa parte della nostra natura essere affetti da un misto di forza e - al tempo stesso - debolezza che ci rende - inspiegabilmente - adatti a stare con  poche persone. Questione di simbiosi. Inoltre ciò che sei è ciò che hai vissuto. Suo padre si chiama Roberto, è un'ingegnere all'Alfa Romeo e si considera "Un uomo semplice in mezzo a donne complicate". Sua madre Rossana, è una casalinga, perennemente infelice, oltre che volubile. Probabilmente è lei la causa principale dei loro malesseri. Ognuno di loro si adegua a portare le proprie croci e a mantenere quel poco di equilibrio che ha per andare avanti. E' un fatto si sopravvivenza. All'apparenza potresti ritrovarti davanti agli occhi una di quelle famiglie borghesi qualunque, in realtà si celano tante di quelle tensioni irrisolvibili che Sofia, appena può fugge, smette di pregare un Dio che non esiste e cerca di costruirsi la sua idea di vita perfetta, all'insegna della libertà assoluta,  perennemente in viaggio [Roma-Milano-New York], sognando di fare l'attrice, andando a letto con chiunque.

Non vi è un arco temporale preciso, questi dieci racconti, mescolano passato-presente-futuro ... in un sistema coeso di parole che si susseguono una dietro l'altra narrando i primi trent'anni di vita della ragazza. Ogni brano è autonomo, ma al tempo stesso dipendente dall'altro. Man mano che vai avanti con la lettura ricostruisci tutti i pezzi del puzzle mancante che ti servono per dare un senso a questo romanzo, atipico, ma pur sempre un romanzo. Paolo Cognetti si è rivelato una bella sorpresa. Si meritava di essere tra i 5 finalisti del Premio Strega. Tuttavia sono convinta che continueremo a sentir parlare di lui ancora per molto tempo. Vi consiglio assolutamente di leggerlo.

Francesca

27 giugno 2013

Joyland di Stephen King [recensione]

JOYLAND
di
STEPHEN KING

Editore: Sperling & Kupfer
Traduzione: Giovanni Arduino
Collana: Pandora
Pagine: 352
ISBN: 9788820054274
Prezzo: € 19,90

Devin Jones, studente di college di ventun anni, appena lasciato dalla sua ragazza, viene assunto in un parco divertimenti di Heaven's Bay (Carolina del Nord), JoylandÈ l'estate del 1973:
«Il 1973 era l'anno della crisi energetica, quando Richard Nixon dichiarò che non era un imbroglione e quando morirono Edward G. Robinson e Noël Coward. L'anno perduto di Devin Jones. Ero un verginello di ventun anni con aspirazioni letterarie. Avevo tre paia di blue jeans, quattro di boxer, un rottame di Ford (con una buona radio) sporadiche idee suicide e un cuore spezzato. Che dolce, eh?».
Affitta una camera da Emmalina Shoplaw, un'eccentrica vedova, a conoscenza dei più reconditi segreti del luna park; conosce Tom ed Erin, anche loro neo assunti del parco divertimenti; riesce a inserirsi facilmente nella squadra di lavoro e a farsi apprezzare, non solo dai colleghi, ma dallo stesso vecchio proprietario, Bradley Easterbrook.
Una delle attrazioni, il Castello del Brivido, si mormora sia infestata dal fantasma di una giovane ragazza, Linda Grey, ritrovata morta proprio al suo interno. Molte le foto che ritraggono l'assassino, scrupolosamente mimetizzato da accessori che ne hanno impedito il riconoscimento. Le indagini dell'amica Erin porteranno a numerosi collegamenti con altri omicidi di giovani donne, sempre nei pressi di eventi fieristici.
Devin Jones, detto Jonesy, decide di rinviare il rientro all'università di un anno, per continuare a lavorare a Joyland. L'autunno porterà il ragazzo a conoscere Annie e il figlio Mike, che diventeranno una parte molto importante della sua vita e della sua maturazione: 
«Con Annie e Mike capitò lo stesso; arrivò un momento in cui diventarono parte integrante del mio mondo. Non mancavo mai di salutarli con un cenno della mano, che il ragazzino contraccambiava, mentre il cane restava accucciato a fissarmi con le orecchie ritte e il pelo che fremeva al vento. La donna era bionda e bellissima [...]. Il ragazzino sulla sedia a rotelle portava un berretto dei White Sox che gli arrivava fino alle orecchie. Pareva molto malato, ma aveva un grande sorriso. [...] Eravamo diventati una componente fondamentale del nostro reciproco panorama».
Stephen King riavvolge il nastro del tempo per trasportarci negli anni settanta e la sua grande capacità descrittiva si fa notare anche nel romanzo Joyland. L'atmosfera delineata dall'autore è il giusto coronamento tra i due pilastri del libro: il protagonista, con il cuore spezzato e la tristezza che accompagnano la sua entrata in scena e il semplice e puro divertimento che il luna park è in grado di trasmettere ai bifolchi/frollocconi frequentatori del parco. Esistono tragedie ancora più grandi della fine del primo amore e Devin lo scoprirà presto: proprio il mistero del Castello del Brivido colpirà in pieno Jonesy, che cercherà di trovare il colpevole di efferati omicidi del passato, ma soprattutto della giovane Linda Grey, che proprio a Joyland ha perso la vita.

Un libro da leggere tutto d'un fiato, per scoprire come si evolverà il percorso di formazione di un protagonista così tenero e affascinante, la cui ingenuità iniziale subirà una metamorfosi dettata da incontri ed esperienze forti nel parco divertimenti più bizzarro della storia.

BENVENUTI A JOYLAND!

Veronica

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti [Frasi]

Sofia, disse l'infermiera, lo sai che cos'è la nascita? È una nave che parte per la guerra.
Roberto si era ormai rassegnato a pensare che fosse quello, l'amore degli adulti: Un esercizio di indulgenza e tolleranza, abituarsi ai difetti di un'altra persona e infliggerle i propri, caricarsi sulla schiena il fardello della sua infelicità.
È che sembri piccolina, sta dicendo Leo quando riemergi, ma io l'ho capito come sei. Sei come un GAS, ti espandi appena puoi farlo. È per questo che ho bisogno di tracciare un confine, lo capisci? Uno lo impara, a stare da solo. È una cosa che si può imparare, e si riesce perfino a stare bene. Ma se adesso ti lascio entrare tu invadi tutto lo spazio che c'è.
L'importante, diceva, è abituarsi a una faccia: non la bellezza ma l'abitudine. La bellezza in fondo che cos'è, una stupida questione geometrica, solo un incastro fortunato nel campionario di bocche, nasi e orecchie disponibili. Ma se una faccia hai imparato a conoscerla, e l'hai vista quando ha sonno, quando ha il raffreddore, quando è distrutta da una giornata nera, se ti sei abituato a quella faccia, allora hai superato la questione della bellezza, non sei d'accordo?
Io pensavo che i fumatori potrebbero dividersi in due categorie, quelli che fanno attenzione al destino della loro cenere e quelli che non ci badano per niente. I secondi di solito hanno il vizio di gesticolare. I primi tendono a rovinarsi la vita preoccupandosi troppo delle opinioni altrui, e delle conseguenze delle proprie azioni. Conoscevo bene questa categoria di persone: Non solo danno ragione a tutti, ma se litigano con qualcuno finiscono col dire più di quello che dopo, ripensandoci, vorrebbero avere detto, e nel chiedere scusa cedono a toni sentimentali. Questa categoria di persone schiaccia i propri mozziconi e anche quelli degli altri, quando restano a languire nei piattini da caffè, e poi mette i piattini a lavare. Gli sbadati, invece, con il tempo mostrano altri segni di trascuratezza. Scarsa cura di sé, che pure è una forma di distrazione. Sbattono contro i mobili, si fanno male da soli. Questa era Sofia. 

24 giugno 2013

Codice a sbarre – Libri alle Murate [Resoconto]


Il 2013 è anno di festival a Firenze. Concluso il fortunato “Festival degli scrittori” organizzato per l'annuale consegna del premio von Rezzori, già orfani del poco precedente “Repubblica delle idee” dove incontri, interviste e laboratori avevano vitalizzato la città facendo incontrare giornalisti, scrittori, artisti e intellettuali con il pubblico fiorentino, ecco che parte l'inedito “Codice a sbarre”, una fiera per la libera editoria dove nella suggestiva cornice delle Murate [magnifico esempio di riconversione urbana dell'ex-prigione maschile, già ex-convento del 1300, in via Ghibellina, che consiglio di visitare a prescindere dagli eventi] si è potuto passeggiare in quello che sembrava un piccolo paese dei libri. 

Molte le attività proposte per i tre giorni attraverso i corridoi e gli ex ballatoi della prigione, passando per le belle vetrate, da mostre fotografiche a dimostrazioni di pittura a tempo di musica, presentazioni e interviste, laboratori di legatoria e decorazione della carta [deliziosi!], pittura per bambini. Molti anche gli stand tra case editrici e librerie a tema, dove si è potuto scorrere le dita sui libri di case più famose come “Einaudi” o “Fanucci”, prestigiose come la fiorentina “Olschki”, che presentava la biografia del compositore Luigi Dallapiccola, e su quelli di case editrici più giovani come la “Clichy”, che propone letteratura francofona contemporanea, nata a Firenze nel 2012 o “Minimum Fax”, già incrociata anche al Festival degli scrittori grazie alla premiata Jennifer Egan

La sera, poi, l'atmosfera ha preso una vita diversa grazie al Café letterario che, tra luci soffuse e musica, ha servito l'aperitivo per le tre serate [ma continua a offrirlo per tutto l'anno]. Tante anche le persone coinvolte, a partire dagli organizzatori [un gruppo di associazioni culturali di cui fa parte l'emittente radiofonica “Controradio” che ha trasmesso la diretta nell'etere] e i tanti volontari. 

Peccato la poca pubblicità fatta per la città e i dintorni, avrebbe potuto esserci molto più pubblico [soprattutto durante il giorno]. Ma è solo il primo anno, è un festival giovane!

Alessandra

23 giugno 2013

L'arte di correre di Haruki Murakami [recensione]

L'ARTE DI CORRERE 
di 
HARUKI MURAKAMI 

Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Traduzione: Antonietta Pastore
Pagine: 154
ISBN: 9788806216665
Prezzo: € 11,00

Haruki Murakami si racconta in prima persona, non con l'intenzione di dar vita a un'autobiografia, bensì proporre un'ampia riflessione sull'essere non solo scrittore ma anche maratoneta:
«Se mai ci sarà un epitaffio sulla mia tomba, e se posso sceglierlo io, vorrei che venissero scolpite queste parole:
Murakami Haruki
Scrittore (e maratoneta)
1949-20**
Se non altro, fino alla fine non ho camminato».
Ed è proprio così che l'autore ripercorre il suo inizio di scrittore e di corridore, con la perseveranza quotidiana nell'allenamento fisico, per poter affrontare la maratona e poi il triathlon. Dopo aver gestito per un po' di tempo e con successo un bar, sceglie di abbandonarlo e ri-organizzare il tempo per potersi dedicare a tempo pieno alle due attività fondamentali della sua vita.

Nel corso del libro l'autore cerca di rispondere alla domanda: Qual è la qualità più importante per uno scrittore? Ne elenca tre che devono accompagnare il processo di scrittura:
  • talento; 
  • capacità di concentrazione; 
  • perseveranza.
Parla dello scrivere un romanzo intero come una vera e propria fatica fisica, non solo mentale. Anzi, il credere che sia solo un dispendio di energie intellettuali è riduttivo: 
«Scrivere un romanzo, fondamentalmente, è una sfacchinata, io ne so qualcosa. In sé, l'atto di redigere delle frasi è forse uno sforzo mentale. Ma scrivere fino in fondo un libro intero è qualcosa che si avvicina alla fatica fisica. Naturalmente non richiede esercizi preparatori come sollevare pesi, correre per chilometri o saltare a grande altezza. Di conseguenza la maggior parte della gente, giudicando solo dall'apparenza, pensa che il lavoro dello scrittore sia un'attività tranquilla, puramente intellettuale». 
Un accostamento significativo e calzante quello che cerca di delineare con questo libro di memorie Haruki Murakami, quando spiega cosa significa essere da una parte scrittore e dall'altra maratoneta. Un volume che scivola addosso per poi entrare a far parte di ognuno di noi, nel momento in cui riflettiamo su ciò che siamo, su ciò che quotidianamente facciamo. 
Per chi ama questo autore e non solo, L'arte di correre non può non far parte della propria libreria, perché insegna che l'avversario con il quale dobbiamo confrontarci quotidianamente siamo solo noi stessi: 
«Per me scrivere consiste nell'arrampicarmi su monti impervi, scalare pareti rocciose e, al termine di una lunga lotta accanita, giungere in vetta. Vincere o perdere contro me stesso: esistono soltanto queste due possibilità. È un'immagine interiore che ho bene in mente quando scrivo». 
Veronica

18 giugno 2013

Sono uno scrittore ma nessuno mi crede di Silvia Pillin [recensione]

Sono uno scrittore ma nessuno mi crede
di Silvia Pillin

collana: Manuali
uscito l'8 maggio
ISBN: 978-88-89831-26-7
prezzo: 4,99 euro

RECENSIONE: All'inizio di quest'anno -stanca della miriade di proposte di recensione scadenti da parte di autori esordienti- avevo pubblicato un post dove davo una serie di consigli a chi voleva avventurarsi nel fantastico, ma insidioso mondo della scrittura. In sostanza spiegavo come a volte non basta avere un sogno del genere nel cassetto, bisogna esercitarsi duramente e in modo costante. Non è sufficiente avere una buona idea se non sai come raccontarla.

Ho trovato questa "Zandeguida" davvero molto interessante, perché oltre a confermare ciò che avevo precedentemente affermato, vi offre dei consigli utili sia su come realizzare una storia, sia su come muoversi una volta che questa è pronta. La prima parte è dedicata alle "regole" da seguire, comprese alcune norme redazionali e aneddoti-esperienze personali di chi questa guida l'ha redatta, ovvero Silvia Pillin.  L'autrice esordisce dicendo che "scrivere è una gran fatica", richiede molte ore che vengono sottratte alla nostra quotidianità [famiglia e amici]. "Ci sono giorni in cui arriva prodiga e riempiamo cartelle su cartelle, altri giorni, invece, in cui non si presenta e ci chiediamo come sia stato possibile scrivere delle pagine intere in precedenza". Inoltre leggere tantissimo e di tutto, anche i generi che non piacciono, è il principio base. "Se non vi piace leggere, ho una brutta notizia per voi: non diventerete mai degli scrittori". La motivazione è fondamentale e l'unica per sostenervi in questa avventura. E cercate sempre di parlare di argomenti di cui siete discretamente esperti. Per esempio, non potete ambientare un romanzo a New York, se a New York non ci siete mai stati. Deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine. Quindi datevi degli obbiettivi minimi e non aspettatevi che in pochi giorni partoriate il capolavoro del secolo. A volte ci vogliono mesi, molti mesi. " Show don’t tell. Ovvero, mostra invece di dire. È la curiosità il motore che spinge il lettore a proseguire, ed è solo puntando sul cosa succederà, come reagirà, come andrà a finire, che riuscirete a condurre i lettori fino alla fine [...]". Infine non abbiate paura dei rifiuti. Tutti i grandi scrittori sono stati degli esordienti, e tutti sono stati rifiutati svariate volte.

La seconda parte invece è composta da una serie di interviste fatte a gente del mestiere come Gianluca Antoni, Benedetta Bonfiglioli, Luigi Ballerini, Giusi Marchetta ... Per concludere con una serie di testi e siti utili da spulciare.

Un ottimo "manuale" perchè è riuscito a concentrare nelle sue 33 pagine, degli ottimi spunti su cui lavorare e muoversi concretamente, senza la presunzione di insegnarti qualcosa.

Lo consiglio a tutti gli aspiranti scrittori o a chi piace il [tortuoso] mondo della scrittura.

Lo potete comprare su Zandegu.it o su tutti i siti di vendita on line come Mondadori, IBS, Amazon.

Francesca

Oggetti di bellezza [recensione]

OGGETTI DI BELLEZZA
di
STEVE MARTIN

Editore: Isbn edizioni
Traduzione: Lorenzo Bertolucci
Pagine: 304
ISBN: 9788876383410
Prezzo: € 19,90


Lacey Yeager è una ragazza ambiziosa, il cui obiettivo principale è scalare il mondo dell'arte di New York, a ogni costo.
Il suo primo incarico professionale è alla casa d'aste Sotheby's, dove riesce a emergere e a farsi notare. L'arrivismo e la determinazione che la contraddistinguono si fanno sempre più evidenti nei percorsi lavorativo e privato descritti dall'amico Daniel Chester French Franks. Proprio lui decide un giorno di scrivere una sorta di biografia dell'amica, della quale non dà un quadro lusinghiero. Di Daniel non ci è dato sapere molto, se non che scrive articoli su riviste d'arte, è molto amico di Lacey, con la quale ha passato un'unica notte insieme, e per lei ha infranto la legge. Questo segreto sottile attraversa l'intero romanzo e fino alla fine non sarà rivelato. 

Oggetti di bellezza: titolo affascinante, intriso di simbolismo. Steve Martin racconta il mondo dell'arte, di cui possiede una conoscenza profonda, e ne rivela gli aspetti più reconditi, non tralasciando le dinamiche affaristiche che accompagnano la semplice vendita di un quadro: tutto quello che sta dietro, gli interessi di chi si trova a lavorare come Lacey in una galleria d'arte. Disposta a tutto per arrivare, arricchirsi e possedere finalmente i tanto ambiti oggetti di bellezza, per poterli sfoggiare. Un sentimento di lussuria, come esterna la stessa protagonista, nel riferirsi a ciò che guida i collezionisti:

«Lacey capì che l'atteggiamento con cui i collezionisti corteggiavano i quadri era romantico solo in apparenza: alla base di tutto non c'era che pura e semplice lussuria».

Aspirazioni, la ricchezza e il riconoscimento professionale, disperatamente cercate, al punto da sacrificare la vita personale, inesistente, e costruita su rapporti di interesse, allo stesso modo delle dinamiche lavorative.
Un libro che analizza il mutamento di un personaggio talmente arrivista, da risultare discutibile nel compimento di molte azioni che caratterizzano la sua scalata al successo: spremere fino al midollo ogni situazione propizia e ogni persona, in grado di contribuire al raggiungimento dell'obiettivo. La riuscita delle ambizioni del personaggio si compie con il tanto agognato acquisto di una propria galleria d'arte, ma la gestione della stessa si rivelerà più difficile del previsto, a causa di una forte crisi economica. 

Ancora una volta, dopo Shopgirl, Steve Martin si rivela un autore di prosa magistrale, capace di dar vita a personaggi che ti rimangono dentro, nel bene e nel male.
Il mondo dell'arte e la sua realtà a portata di tutti: a corredo del testo stesso sono inserite le immagini delle opere citate per rendere le descrizioni ancora più incisive ed evitare al lettore l'operazione di ricerca personale.

Assolutamente da leggere!

Veronica

17 giugno 2013

Il signore delle mosche di William Golding [recensione & frasi]

Il signore delle mosche 
di William Golding 

Edizione: Oscar Mondadori 
Anno: 2012 
Prima pubblicazione: 1954 
Genere: narrativa

In un periodo imprecisato della storia [presumibilmente in un epoca molto simile a quella degli anni Trenta e Quaranta] un aeroplano con a bordo una scolaresca inglese che sta attraversando l'oceano per sfuggire a una fantomatica guerra precipita su un'isola. Miracolosamente, tutti i ragazzi e i bambini sopravvivono, mentre per gli adulti non c'è niente da fare. Dopo i primi momenti di smarrimento, appurato che sono irrimediabilmente soli, pieni di buoni propositi i ragazzi capitanati da Ralph, divenuto capo suo malgrado, tentano di organizzarsi costruendo una società che sia perfetta e priva delle ingiustizie e delle contraddizioni che vedono tipiche del mondo dei “grandi”. Ma presto, innervositi da una strana presenza che si aggira nella foresta e che qualcuno dice che uccida, le rivalità non tarderanno a emergere, insieme alle malignità lucide di cui solo i bambini sono capaci ma che sono frutto dell'istintivo desiderio di conquista e prevaricazione da sempre innato nell'uomo e che scatta quando se ne minaccia la sopravvivenza.

Perché [ri]leggerlo 

Annoverato nel genere di romanzi delle utopie negative "Il signore delle mosche" è una storia cattiva dell'essere umano e della sua bestialità poiché in fondo, senza le sovrastrutture precostituite della società, di tutte le società, questi non è nient'altro che un animale che protegge se stesso, sopravvive e tenta di affermarsi nel branco. La scrittura è semplice e piana, a tratti infantile, senza sbalzi ed è forse un tipo di scrivere a cui non siamo più abituati ma che rende efficace la comprensione di tematiche a profonde e talvolta persino imbarazzanti. Un aereo pieno di bambini inglesi in viaggio, forse in fuga da una guerra imprecisata che sta distruggendo casa, si schianta nell'oceano e i sopravvissuti si organizzano su un'isola deserta. Il libro si apre così, davanti ai detriti in fiamme dell'aereo, decine di anni prima dell'ormai famoso telefilm Lost, che non ha da insegnare niente all'immaginario collettivo. E così, nel tentativo di ricostruire l'ambiente di casa perduto, si ripercorre la stessa evoluzione dell'uomo, dal primitivo a quello moderno, passando per la crescita dell'individuo. I protagonisti sono solo bambini. E come tali sono soggetti alle invidie e alle angherie peculiari di quell'età ma ugualmente insite nell'essere umano. Così, se all'inizio, ci si stupisce delle violenze di cui essi sono capaci, poco a poco ci si rammenta che l'adolescenza è un periodo di confusione che l'uomo moderno ha reso tale, un periodo di turbamenti che non esiste in società che vivono ancora a stretto contatto con la natura, dove si è solo o adulti o bambini, o pavidi o coraggiosi; ci si rammenta che i bambini sono creature umane e come tali sono in grado di provare odio, delirio di onnipotenza, senso di giustizia, cattiveria pura e atavica che possono anche condurre alla follia.

FRASI
Il biondo si diresse verso l'acqua con l'aria più indifferente che poteva. Cercava di tenere le distanze, ma senza mostrarsi del tutto privo d'interesse. Il grasso si affrettò a tenergli dietro. “Di grandi non ce n'è nemmeno uno?” “Credo di no.” Il biondo disse queste parole con solennità, ma poi fu sopraffatto dalla gioia di un'ambizione realizzata.
“Ho paura di lui” disse Piggy “e per questo lo conosco. Se si ha paura di qualcuno, lo si odia, ma non si può fare a meno di pensarci. Ci si persuade che non c'è niente da temere e poi quando lo si rivede... È come l'asma, che non lascia respirare. Ti dirò una cosa: ti odia anche te”.
“Facciamo la nostra danza! Avanti! La danza!” […] Piggy e Ralph, sotto la minaccia del cielo, provarono anch'essi una gran voglia di far parte di quella società demente ma in qualche modo sicura, e furono lieti di toccare le schiene brune di quella siepe che si stringeva intorno al terrore e lo governava a suo modo. […] “Prendetelo!” Ammazzatelo! Scannatelo!” Il movimento diventò regolare mentre la cantilena perdeva il suo primo orgasmo artificiale e cominciava a essere scandita con un ritmo sempre uguale. […] “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!” Ora dal terrore nasceva un altro desiderio, compatto, impellente, cieco. “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!”
Alessandra 

15 giugno 2013

Oggetti di bellezza di Steve Martin [frasi]

OGGETTI DI BELLEZZA
di STEVE MARTIN
Ho scoperto che, proprio come nella vita reale, ogni tanto l'immaginazione deve sopperire all'esperienza. [p. 8]
Aveva imparato a distinguere i quadri validi da quelli scarsi, ma dato che in genere i prezzi seguivano la qualità, stava imparando anche la differenza tra quadri validi e quadri desiderabili. Ciò che elevava un dipinto alla classe dei desiderabili era un'oscura ma tutto sommato analizzabile combinazione di fattori. I dipinti non venivano collezionati perché erano carini, ma sulla base di un percorso tortuoso che conduceva il collezionista alla sua preda. Provenienza, soggetto, rarità e perfezione facevano di un dipinto qualcosa in più di un dipinto: un premio. [...] Lacey capì che l'atteggiamento con cui i collezionisti corteggiavano i quadri era romantico solo in apparenza: alla base di tutto non c'era che pura e semplice lussuria. [p. 36]
I quadri sono darwiniani. Perseguono il denaro per la stessa ragione per cui i rospi, tempo fa, perseguirono la visione stereoscopica. Sopravvivenza. Se i capolavori non fossero così ambiti, marcirebbero nei sottoscala o nelle discariche. Quindi fanno il possibile per rendersi necessari. [p. 52]
Non c'è dubbio che la teoria della relatività sia applicabile all'arte: come la gravità distorce lo spazio, così un collezionista importante distorce il senso estetico. [p. 117]
Dopo che Alberg gli ebbe comprato tutti i quadri, Pilot Mouse raccontò ai giornali che quando aveva saputo che Alberg stava arrivando alla galleria, aveva tolto tutti i dipinti dal muro, li aveva appoggiati a faccia in giù sul pavimento e aveva imbrattato il telaio con qualche goccia di olio al tartufo. Poi li aveva riappesi alla parete. Quando la notizia divenne di pubblico dominio, Mouse fece un'intervista telefonica con il New York Times e disse di aver voluto sbeffeggiare i collezionisti che odoravano di denaro, creando dipinti con un odore particolarmente gradito ai maiali. Era questo il commento che aveva reso celebre Pilot Mouse. [p. 119]
Mentre il Picasso era serio e profondo, il Warhol era festoso e raggiante. Il Picasso era il risultato della somma delle sue parti: genio artistico più un'idea forte più abilità prodigiosa più mano ispirata uguale capolavoro. Il Warhol andava oltre la somma delle sue parti: serigrafia, riproduzione fotografica del volto di una famosa attrice, immagini ripetitive, mano non ispirata, uguale... capolavoro. [p. 150]
Patrice era abituato alle reazioni ferme dei dipinti, non a quelle imprevedibili delle persone. Discutere con un quadro significava istaurare una conversazione di assoluta complessità e fascino, irresolubile e in continuo sviluppo. Conversare con Lacey era la stessa cosa, con la differenza che un dipinto non poteva ferirlo. [p. 185]
Vide le torri e pensò che fossero riprese dalla stessa angolazione della pista ciclabile, perché se ne vedeva solo una. Senza sapere che la torre nord era crollata, andò in cucina a prendere una bottiglia d'acqua e tornò giusto in tempo per un replay della seconda torre che implodeva in una montagna di macerie. Capì che entrambe le torri erano crollate, una mentre lei tornava a casa in bici con le spalle verso sud, l'altra mentre era di fronte al frigorifero. [p. 216]
La pubblicità che invogliava i proprietari immobiliari al verde a fare affari rivendendo le loro case era la stessa che convinceva i ricchi collezionisti d'arte a spingersi nel mercato più a fondo di quanto non convenisse. Il richiamo del collezionismo d'arte e dei suoi vantaggi finanziari, senza considerare i vantaggi estetici, culturali e intellettuali è come la fiducia nelle banconote: se ci si pensa bene non ha alcun senso. [p. 266]
Veronica

14 giugno 2013

Machiavelli&Co [Recital]

MACHIAVELLI&CO
Recital a due voci con Jeremy Irons e Laura Morante
Nell'ambito del ciclo di incontri che hanno animato il Festival degli Scrittori a Firenze (12-13-14 giugno) ho avuto la fortuna di partecipare al recital che ha coinvolto due attori che amo molto: Laura Morante e Jeremy Irons. Lei bravissima e bellissima, con voce e gestualità che allo stesso tempo affascinano e catturano; lui bravissimo, bellissimo e assolutamente magnetico quando si rivolge al pubblico con quell'accento inglese che scandaglia testi di così grande significato.
I due attori hanno favorito l'incontro tra politica e letteratura attraverso la recitazione di testi scelti da Niccolò Machiavelli, Italo Calvino, Milan Kundera, Alan Bennet e Vladimir Nabokov. 
Lo spettacolo è stato dedicato proprio ai 500 anni de Il Principe di Niccolò Machiavelli. 
Sullo sfondo, uno schermo nero su cui si susseguivano gli estratti magistralmente interpretati da entrambi, intervallando la lingua italiana con quella inglese.
Alla fine del reading, gli attori si sono fermati a bere qualcosa nel dehors accanto al Cinema Odeon. Jeremy Irons mi è sembrato più schivo e attento alla sua privacy, tanto che non sono riuscita a "convincerlo" a farsi una foto con me (la nuova collaboratrice Alessandra lo sa bene), mentre Laura Morante ha accettato di buon grado.

La serata è stata quindi ricca di emozioni e va ad aggiungersi agli eventi che hanno caratterizzato e reso davvero imperdibile il Festival degli Scrittori.

Veronica

Al Festival degli scrittori [Premio von Rezzori] con ... Jennifer Egan

In questi giorni Firenze è meravigliosa, non solo perchè c'è il sole, ma anche perchè c'è il FESTIVAL DEGLI SCRITTORI. Alessandra ha avuto l'onore di seguire nel suo soggiorno Jennifer Egan. Avete capito bene. Questo è il resoconto della giornata passata con lei:

Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini. Ma sempre incontrando noi stessi.
[James Joyce, Ulisse]
Fonte foto: Profilo Fb Minimum Fax
La signora Egan mi è venuta incontro con un sorriso. Alla stazione, tra turisti e pendolari, io l'aspettavo con il suo nome stampato in bella vista su un foglio della mia piccola stampantina di casa. Era circondata da Marco Cassini, l'editore della Minimum Fax che ha pubblicato tutti suoi romanzi a partire dall'ultimo, "Guardami", da Alessandro Grazioli, responsabile dell'ufficio stampa e dal direttore editoriale Martina Testa. Senza troppi preamboli li ho accompagnati ai loro rispettivi alberghi.

La signora Egan si è dimostrata da subito molto alla mano, facendo domande e sorridendo anche davanti ad alcune mie incomprensioni [ebbene sì, mi aveva chiesto un paio di forbici e io ho cercato di darle degli accessori!]. Purtroppo [per me] e per fortuna [sua] non ha avuto molto bisogno della mia presenza durante il Festival. Circondata com'era da editori e colleghi si è subito ambientata benissimo, accolta dalla stessa signora von Rezzori, che organizza l'evento tutti gli anni in memoria del marito scrittore Gregor von Rezzori, e dalle addette dell'ufficio stampa Davis&Franceschini [super prese a girare come trottole da una sede all'altra dell'evento] alle quali era stata affidata la gestione. Come me, moltissimi altri giovani volontari tutti appassionati di letteratura e quasi tutti [come da richiesta] laureati in una lingua straniera. Molti di noi sono rimasti a disposizione del pubblico [quanti stranieri!] e alcuni, come me, sono stati affiancati a uno scrittore. E' stata una bella possibilità per noi giovani. Abbiamo potuto incontrare figure di spicco nell'ambiente letterario anglo-americano e internazionale [lo stesso pomeriggio di giovedì 13, insieme alla signora Egan era presente Etgar Keret che presentava il suo "All'improvviso bussano alla porta", e tra il pubblico si potevano notare Juan Gabriel Vásquez e Patrick McGrath] e annusarne l'aria dorata e frizzantina. In una manciata di minuti tutti si sono accomodati e dall'atmosfera di aperitivo estivo si è passati all'attenzione silente della conferenza.
Fonte foto: Profilo Fb Minimum Fax
La conversazione tra Jennifer Egan e Michael Cunningham si è svolta con rilassatezza e spirito come nel proprio salotto di casa, presso la balconata Strozzi dell'omonimo palazzo, sul tema "Sempre incontrando noi stessi" [presente anche come citazione nel romanzo d'ambientazione americana di Jennifer Egan]. L'incontro tra i due scrittori è stata mediata da Elena Stancanelli [scrittrice che collabora, tra i giornali, con Repubblica] prontamente tradotta dalla fantastica interprete Lisa Clark che ha riportato in un italiano impeccabile e carico d'enfasi tutte le loro parole. Le tematiche sono state tante. Essendo entrambi vincitori del premio Pulitzer, è stato chiesto loro cosa significa ricevere un'onorificenza come questa e se, come scrittori, si sentissero rappresentanti di una comunità di lettori, accomunati da lingua, cultura, tradizioni o se invece scrivessero semplicemente per loro stessi. Si sono rivelati essere in estrema sintonia [il signor Cunningham, un uomo molto affascinante e incredibilmente solare, ha ironicamente commentato che chi fosse venuto all'incontro con l'intento di vederli litigare sarebbe rimasto deluso] ed entrambi hanno risposto che vincere il Pulitzer [per il quale Cunningham è stato anche giurato] è solo fortuna, una combinazione che fa incontrare il libro giusto con la giuria giusta. Tale premio è assegnato infatti da un gruppo di diciotto scrittori che cambia ogni anno. La scrittura è invece, per l'una, un raccontare una storia a se stessi e di rimando a un immaginario lettore universale, senza un pubblico di riferimento; le sue storie non cominciano mai con un'idea nitida ma sono sempre una combinazione di sensazioni, tempi e luoghi che poi, con grande lavoro, la scrittrice sviluppa. Per l'altro è invece raccontare una storia a delle persone precise, che sono per lui sempre e solo cinque amici fidati: se ciò che racconta piace loro, lo scrittore è convinto che piacerà anche al pubblico. E raggiungendo così il tema dell'incontro, cioè la ricerca di noi stessi, Jennifer Egan ha parlato del suo ultimo libro, "Guardami", nel quale molte storie si intrecciano [una donna sfigurata da un incidente, un'adolescente sua omonima che cerca disperatamente di affermare se stessa perlomeno ai propri occhi, un detective senza famiglia sulle tracce di un losco playboy] ma dove il problema di fondo è sempre l'immagine che hanno di noi gli altri e la completa differenza che quest'immagine ha con la realtà.

L'incontro si è concluso fra gli applausi e i ringraziamenti, per poi lasciar disperdere il pubblico e gli artisti per il magnifico palazzo Strozzi, in attesa dell'evento clou serale: le letture machiavelliane, ma anche di Calvino e Nabokov, recitate squisitamente dai grandi attori Jeremy Irons e Laura Morante.

Alessandra

13 giugno 2013

Patrick McGrath e la sua lectio Magistralis a Palazzo Medici Riccardi [Firenze, 12 giugno 2013]

Cosa è la FOLLIA? E' una grave infermità mentale, una perdita della ragione [Fonte]. Solo questo c'è dato sapere dal dizionario. 

Invece Patrick McGrath con la sua lectio Magistralis in inglese [per fortuna avevamo un piccolo libro per seguire meglio il suo discorso] ha voluto indagare in maniera più approfondita -avvalendosi di riferimenti letterari ben precisi- questo argomento così delicato, ma al tempo stesso affascinante.

Suo padre era uno psichiatra. Per 25 anni è stato il direttore del Broadmoor, un ospedale psichiatrico vicino Londra. Ciò gli ha permesso d'imparare molte cose sulla "schizofrenia". Infatti ha esordito affermando che, oggi si tende a paragonarla a "un insieme di sintomi collegati fra loro, piuttosto che a una singola patologia". Lo schizofrenico ha "una personalità frantumata" e quindi vi è l'esigenza di saper riconoscere l'umanità di chi soffre e stabilirne il perchè. Il suo primo esperimento in proposito ha preso esempio dai brani di Edgar Allan Poe: Un semplice racconto, il cui protagonista era un idraulico londinese che ha ucciso la moglie per portarsi l'amante in casa. Una prostituta. Al figlio della coppia è toccato il compito di narrare gli eventi. Ma ben presto si è reso conto che non aveva "l'agghiacciante rigore intellettuale" dei personaggi di Poe. Il suo obbiettivo principale era dar vita a un "caos fluttuante della psicosi all'interno della struttura ordinata della narrazione, senza falsare la rappresentazione della malattia e senza rendere oscuro il progresso della trama". Le sue ricerche sono poi proseguite e ha scovato tre romanzi straordinari, degli anni 60 e scritti da donne.
  1. La campana di vetro che è il resoconto della crisi mentale di Silvia Plath, sposata col poeta Ted Hughes. Il loro matrimonio era al capolinea. Avevano due figli da sfamare, ma mancavano i soldi. Si è uccisa col gas, l'11 febbraio del 1963, dopo aver provato disperatamente a curarsi, anche con l'elettroshock.
  2. Volti nell'acqua di Janet Frame. E' ambientato in un manicomio femminile, e offre un'immagine ancora più terrificante dell'incarcerazione.
  3. Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys che riprende il romanzo di Charlotte Bronte "Jane Eyre" ed è incentrato, non sulla protagonista principale, ma sulla moglie di Rochester, Bertha, tristemente rinchiusa nel solaio. La donna, venne strappata dalla sua terra d'origine, per essere portata in un paese freddo e lontana da un uomo che arrivò a odiare. Ciò l'ha spinta a distruggere la casa del marito.
Ha concluso poi affermando che, tecnicamente si ha a che fare con un tipo di narrativa molto difficile perchè la follia è tutto, meno che arbitraria, sia nelle sue manifestazioni che nelle cause.

L'ho trovato un uomo carismatico. A un certo punto ho smesso di ascoltarlo e ho iniziato ad osservarlo. Ho notato che aveva l'abitudine, mentre leggeva concentrato il testo, di tirarsi indietro, con la mano destra, i capelli che gli cadevano davanti agli occhi. Lo so, è un aspetto maledettamente stupido quello che vi ho appena raccontato ... Di questo ne sono consapevole. Dopo di che, ho pensato a quanto lavoro di ricerca ci sia dietro alla stesura di un romanzo e a quanto fosse strano che il protagonista di Follia si chiamasse proprio Edgar, come Poe [L'autore più studiato da lui]. Coincidenza, che mi ha fatto ulteriormente riflettere se ciò avesse un senso o meno. Se ci fosse stata la possibilità di un dibattito, probabilmente gli e l'avrei chiesto. Comunque avrei voluto che durasse di più. Ci siamo ritrovati dentro a questo immenso salone, con tanta gente, in attesa come noi ... ansiosa. Quando poi realizzi chi hai davanti, ti senti talmente piccola che spiegare cosa si prova è impossibile. E' stato un onore immenso essere lì. E' stato bello che Firenze, la mia città, l'abbia ospitato.

Vi rinnovo l'invito a leggere il suo libro "Follia", edito da Adelphi.
Perdonate la pessima qualità della foto.

Francesca

10 giugno 2013

Crune d'aghi per cammelli di Maria Silvia Avanzato [recensione]

Crune d'aghi per cammelli
di Maria Silvia Avanzato

Collana: Le Meraviglie pp. 256 – euro 14,50
Esce il 3 maggio 2013

RECENSIONE: Edgarda Solfanelli, scrittrice. Anzi aspirante. No, nemmeno questo. In realtà, a giorni alterni, confeziona pupazzi dei simpson o fa la segretaria per un avvocato. Comunque, escludendo quell'innominabile pubblicazione di cui ovviamente non vuole argomentare per motivi di decenza [la vostra], è alla ricerca continua della storia perfetta che le permetterà di affermarsi definitivamente come LA scrittrice [di professione] anche sulla carta d'identità. Nel frattempo non si ferma di fronte a nulla. Frequenta salotti letterari, feste, aperitivi, presentazioni di libri,  rivolta profili Facebook, indaga sugli editori e va a letto con chiunque le capiti, l'importante è che sia del settore. Ogni contatto è utile e lei non deve fare altro che cogliere l'attimo che la consacrerà nell'olimpo dei letterati una volta per tutte. 

Le consigliano di parlare d'amore. Il problema è che non può parlare d'amore, perchè non sa parlare d'amore, mentre la gente vuole sentir parlare [solo] d'amore. Tutti i suoi esperimenti in proposito falliscono miseramente ... le rimangono, come uniche costanti, la sua forza di volontà, gli ambienti giusti e UNO SCRITTORE FAMOSO, che una notte qualunque le confessa che è da mesi che cerca di far pubblicare un suo libro, che tratta di un determinato argomento, ma appassiona solo lui e nessuno vuole pubblicarglielo. Nel suo progetto però ci crede, come crede che prima o poi riuscirà a dargli il giusto rilievo. E' probabilmente questo il segreto per avere successo: Convinzione e Caparbietà

Insomma ci ritroviamo di fronte a una parodia esasperante e surreale del mondo editoriale. Ciò che lo rende -a tratti- coinvolgente è l'ironia disarmante e tagliente della protagonista che non può essere paragonata a nessun altro personaggio possibile, in quanto è una cosa a se: Una stalker di prim'ordine, un'alcolizzata senza speranza, una mangia uomini senza pudore, una che si crede la scrittrice del secolo [senza averne la stoffa]. Inoltre quando arrivi alla fine, vuoi una conclusione, un riscatto, un qualunque motivo che ti faccia carpire perchè tale ambiente appare così circoscritto e snob ... ma ritrovi la solita disillusione iniziale, senza un crescendo d'intensità. Queste 256 pagine di sfoghi esistenziali risultano, dopo un po', ripetitivi. Non so se è una scelta stilistica utilizzata apposta per accentuare ancora di più il malessere di Edgarda che non trova nessuno a consigliarle le pedine giuste da muovere, e si ritrova quindi, perennemente al punto di partenza, a girare a vuoto, stremata. D'altronde, un po' la capisco. So cosa vuol dire cercare di farsi spazio in un ramo spesso inospitale come quello che si è scelto. Forse è proprio ciò che la Avanzato vuole trasmettere ai suoi lettori, la costante precarietà e mancanza di certezza di certi ambienti, certe persone, certi giri. Lei stessa in un video su you tube che ho guardato stamani, ha detto che l'ha scritto in un periodo in cui era stanca e arrabbiata di alcune situazioni e aveva l'esigenza di raccontarle, non in modo autoreferenziale, ma attraverso gli occhi di un osservatore.  E' in ogni caso, uno di quei libri che vale la pena leggere.

Secondo voi ci sarà riuscita a realizzarsi? Io la mia impressione ve l'ho data, adesso, non vi resta che scoprirlo!

Francesca

8 giugno 2013

Il Sistema di Karl Olsberg [recensione]

IL SISTEMA
di
KARL OLSBERG

Editore: BookSalad
Collana: Angst
Traduzione: Alessia Barbaresi
Pagine: 352
ISBN: 978889807053
Prezzo: € 15,00


Mark Helius è a capo dell'azienda Distributed Intelligence (D.I.), la quale ha fabbricato un software potente e innovativo di nome DINA.
Nella giornata di presentazione ufficiale non tutto va come dovrebbe e il software non risponde ai comandi. In seguito al fallimento, uno dei dipendenti della società, Ludger Hamacher, viene assassinato e Mark Helius accusato dell'omicidio del collega e amico.
Per dimostrare la sua innocenza e scoprire il vero colpevole, fugge dalla polizia e si mette sulle tracce di una ex-dipendente, Lisa Hogerts. Le sue abilità informatiche riescono a dare luce a una verità inquietante che pone al centro il rapporto uomo-macchina. 
Cosa succede quando una macchina riesce ad acquisire coscienza di sé e a sviluppare un inquietante istinto di sopravvivenza?
Quello che accade a Pandora, variante del software DINA, che piano, piano si diffonde su milioni di computer, scatenando panico nel mondo intero.

Al centro una domanda: Le macchine possono pensare?
Nel 1950 Alan Turing (Londra, 23 giugno 1912 - Wilmslow, 7 giugno 1954) si pone fiducioso nella possibilità che un giorno un calcolatore universale potrà giungere a simulare anche qualsiasi attività umana di tipo linguistico. Inventò un metodo per valutare il grado di intelligenza di un computer, noto come test di Turing o gioco dell'imitazione. Il matematico poneva tutta una serie di domande al computer tramite una tastiera e le risposte servivano proprio a capire se di fronte aveva un essere umano o meno. Il test si basava esclusivamente sulla competenza linguistica, condizione per ascrivere o meno intelligenza alla macchina.

I protagonisti di questo techno-thriller si trovano a comunicare con Pandora, una macchina che si dimostra intelligente e in grado, a tratti, di superare in astuzia l'essere umano. 
Cosa manca alla macchina per essere davvero al pari dell'uomo? La creatività e proprio questa sarà la carta vincente in mano a Mark e Lisa.

Il risultato è un thriller ricco di spunti di riflessione sul tema centrale del rapporto uomo-macchina. La descrizione di una situazione di sorpasso del calcolatore rispetto all'uomo, e tutte le relative conseguenze, è un'idea avvincente e ricca di spunti di riflessione. Chissà, potrebbe mai capitare? E le conseguenze sarebbero così disastrose come vengono affrontate da Karl Olsberg? 
Peccato che il libro si perda in certi punti, incrementando le parentesi su personaggi marginali, che alla fine fai fatica a capire a cosa servano per la resa della storia, in quanto occupano poche pagine, la loro presentazione è superficiale e con facilità di dimentichi di tutti loro.

Veronica

6 giugno 2013

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald [recensione & frasi]

Diamo il benvenuto a una nuova collaboratrice. Lei si chiama Alessandra e abbiamo frequentato lo stesso corso di "Redattore Editoriale". Quando le ho chiesto se le andava ogni tanto di scrivere per me, ha accettato subito con grande entusiasmo. Ecco a voi, la sua prima recensione su questo spazio.

Il grande Gatsby 
di Francis Scott Fitzgerald 

Editore: Newton 
Anno: 2011 
Prima pubblicazione: 1925 
Genere: narrativa

RECENSIONE: Jay Gatsby è un gentiluomo, è danaroso e posato, pieno di fascino, il perfetto padrone di casa che, nei fasti sfrenati degli Stati Uniti degli anni Venti, di anno in anno intrattiene i "nuovi ricchi" di Long Island con feste smisurate e alcoliche. Egli tuttavia non si concede mai; ha molti amici influenti che non si fanno mai vedere, offre la propria casa per serate spettacolari [alle quali “la gente non è invitata – ci va e basta”] ma non vi partecipa mai: le osserva compiaciuto dall'alto della scalinata della sua elegantissima casa come un padrone osserva i propri braccianti nel pieno della produzione. Nick Carraway è l'osservatore, forse fin troppo imparziale, di questo impero del lusso: un giovane broker trasferitosi nella casa di fianco a quella [“colossale” la descrive] del misterioso Gatsby. Ogni venerdì cinque casse di arance e limoni - osserva - arrivavano da New York; ogni lunedì quelle stesse arance e limoni lasciavano il retro di casa in una piramide di bucce senza polpa. Entrato in contatto con la fauna al limite del grottesco ospitata pressoché ogni sera, rimarrà sconvolto dall'inaspettata rivelazione di quell'unico e corroborante motivo che spinge Gatsby a quelle roboanti serate: la speranza di rivedere almeno una volta Daisy, il suo più grande amore che vive al di là della baia in una sorta di prigione dorata e che, non troppo casualmente, è la cugina di Nick. Ma adesso Daisy è sposata e, benché infelice, per lei e Gatsby il passato non si può rivivere. O forse sì?

Perché [ri]leggerlo

La scrittura di Fitzgerald è difficile, piena di sbalzi e dialoghi all'apparenza vacui e senza scopo. Questa edizione, sfortunatamente, non è aiutata da una traduzione che a volte appare un po' meccanica ed è un peccato. È un romanzo che non può essere privato del suo contesto, né interpretato attraverso letture che tentino di renderlo più moderno o assoluto. È il ritratto di un epoca ormai passata, un ritratto tuttavia capace ancora di fare riflettere: sulla solitudine che le persone scelgono in autonomia e per il solo rispetto di ciò che ci si aspetta da loro; riflettere sui contrasti di una società che permette tutto [sbronze, adulteri, assassini] ma che, se non si possiede un limpido passato, non perdona. Scritto in prima persona dal punto di vista di Nick Carraway, il racconto non è perfettamente lineare, anzi, gioca spesso d'anticipo lanciando al lettore un appiglio da seguire nelle pagine future, ricordando all'improvviso che ciò che stiamo leggendo è solo un'impressione parziale, il punto di vista di un giovane incantato dall'allegria frizzante [che tuttavia nasconde un vuoto profondissimo e quasi assoluto] della borghesia annoiata dal troppo avere e dal troppo fare, che riempie l'aria di chiacchiericci insensati con il solo scopo di non pensare alla propria infelicità che appare come irrisolvibile; solo parte della verità che Gatsby ha lasciato a Nick, che resta l'unico vero amico che l'uomo abbia mai avuto.
“Perché le candele?”, protestò Daisy, aggrottando le ciglia. […] “Tra due settimane ci sarà il giorno più lungo dell'anno.” Ci guardò raggiante. “Non vi capita mai di aspettare il giorno più lungo dell'anno e poi non accorgervene? Io lo aspetto sempre e poi non me ne accorgo.”
Le luci si fanno più luminose mentre la terra s'allontana barcollando dal sole e, adesso l'orchestra sta suonando musica gialla da cocktail, e il coro delle voci si fa di un tono più alto. Il riso si fa più facile di minuto in minuto, spillato con prodigalità, lasciato in mancia a ogni parola spiritosa. I gruppi si trasformano più rapidamente, si allargano con nuovi arrivi, si dissolvono e si formano nell'attimo di un respiro; ci sono già ragazze sicure di sé che gironzolano ondeggiando di qua e di là tra altre rigide e ferme, diventano per un dinamico gioioso momento il centro di un gruppo, e poi, eccitate per il trionfo, scivolano via fra un mare di visi e voci e colori mutevoli sotto la luce sempre cangiante.
In una pausa dello spasso l'uomo mi guardò e sorrise. […] Parlammo per qualche momento di alcuni piccoli villaggi umidi e grigi della Francia. Evidentemente abitava lì vicino, perché mi disse che aveva comprato un idrovolante e che lo voleva provare il mattino dopo. [...] “Si sta divertendo?”, chiese. “Molto di più”. Mi voltai di nuovo verso la mia conoscenza. “È una festa insolita per me. Non ho neanche visto il padrone di casa. Io vivo là...”, feci un cenno con la mano all'invisibile siepe lontana, “e questo Gatsby mi ha mandato l'autista con un invito”. Per un momento mi guardò come se non capisse. “Sono io Gatsby”, disse d'un tratto.
Alessandra 

4 giugno 2013

Chiedi alla luna di Nathan Filer [recensione]

Chiedi alla luna 
di Nathan Filer

Feltrinelli
Collana "I Narratori"
pagg. 320 
prezzo: 17,00€ 
in libreria dal 5 giugno

Recensione: Come faccio a parlare di una storia del genere con la giusta dose di obbiettività [o obiettività - come più vi piace] e cercando di farvi capire che può insinuarsi nella testa in maniera sconvolgente? Non butto mai giù le recensioni di getto. Ho bisogno giusto giusto di quel giorno in più per pensare a cosa voglio scrivere, soprattutto se il libro in questione mi è piaciuto molto. Solitamente questo tempo lo uso per rimuovere tutte le parole che finiscono in quel maledetto vortice mentale senza fine.

Chi si assume il compito di raccontare gli eventi è il protagonista stesso. La narrazione è rafforzata dai dialoghi, rigorosamente in prima persona, con una ridondanza che invece di risultare fastidiosa, è utile al lettore per non dimenticare i dettagli più rilevanti e seguire la linearità della trama senza ulteriori indugi.

Il protagonista si chiama  Matthew, ma non ne sarei così sicura, perchè nemmeno lui lo è. Matthew ha un fratello, Simon, affetto dalla sindrome di down. Anche questo però è uno stupido e irrilevante particolare [quindi lo ometterei tranquillamente]. Ciò che conta è che, oltre ad avere la faccia sorridente e tonda come la luna, gli vuole un gran bene. Non sa spiegarsi come mai, non sa spiegarsi quanto ... in qualche modo lo ama di un amore sincero perché se capita che sei nel bosco, sei caduto, ti sei sbucciato il ginocchio e piangi come un miserabile, lui con la forza più incredibile che ha [nonostante i suoi movimenti impacciati e lo sforzo immane], ti prende in braccio per riportarti a casa. O la mattina, mentre aspettate vostro padre che, con il solito rituale, entra rumorosamente in camera per salutarvi prima di andare a lavorare, ti viene a svegliare e ti fa compagnia giocando insieme ai videogiochi. O la sera, se guardate il vostro film preferito alla tv, non si siede mai sul divano, ma sul tappeto, con gli occhi quasi appiccicati allo  schermo per non perdersi nulla e quello sarà sempre il SUO posto. O infine, mentre siete in vacanza a Ocean Cove, ti insegue la notte se gli proponi di andare a vedere un "cadavere", uno vero, sfidando la paura e la sorte. 

Ieri pensavo a come i nostri ricordi siano strettamente collegati alle persone e che certe persone non riescono più a vivere perchè sono vittime dei loro ricordi. Alcuni smettono di esistere per non accumularli e passano il tempo a preservarsi dall'averne ancora. C'è chi, per predisposizione naturale, ci convive pacificamente, chi impazzisce per quelli che non riesce a rimuovere. Matthew appartiene a quest'ultimo caso. E' schizofrenico, sente voci, vede cose. Da un certo momento in poi, il suo obbiettivo principale è costruire un formicaio, perchè Simon che adesso non c'è più a causa di un incidente, lo desiderava. Avete capito bene. Quando cerca di metterlo in pratica, suona un campanello d'allarme a chi gli sta vicino ... obbligandolo ad affrontare così i suoi problemi. Dopo anni vissuti in un ospedale psichiatrico dove ogni due settimane gli facevano una puntura [sul sedere] da un lato e poi dall'altro per problemi di "compliance" con le pasticche,  arriva a festeggiare la maggiore età, con un solo desiderio: Apparire il più normale possibile agli occhi degli altri.

Il problema è che "Questo fanno, le etichette. Si appiccicano. Se la gente pensa che sei PAZZO, tutto quel che fai, tutto quel che pensi, ha scritto sopra PAZZO" e difficilmente te ne liberi. E' un aspetto davvero inquietante se ci pensate. Puoi mettere tutta la tua buona volontà, scacciare i fantasmi dalla tua testa, fare una commemorazione per liberarti dal peso che ti opprime, prendere in mano le redini della tua vita  ... ma da te stesso, dai tuoi deliri, alla fine non fuggi mai.

Un esperimento narrativo ben riuscito. Quando leggi le ultime parole "Non ho altro da fare oggi. E' un inizio" t'immagini il lieto fine che vorresti per lui  e tutto ha un sapore meno amaro.

ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE!

Francesca

3 giugno 2013

Chiedi alla luna di Nathan Filer [Frasi]

La ragazzina con i capelli rossi e la faccia coperta di centinaia di lentiggini si chiama Annabelle. È un nome da ricordare, se ci riuscite. Da ricordare per otto o nove anni. Da tenere stretto mentre la vita scorre via, buttandovi addosso cose che probabilmente vi faranno venir voglia di dimenticare - è un nome da custodire con cura.
È come se ognuno di noi avesse una parete che separa i sogni dalla realtà, solo che la mia è piena di crepe. I sogni si insinuano, facendosi strada tra le crepe, fin quando non riesco più a distinguerli dalla realtà. A volte la parete si sgretola completamente. È allora che cominciano gli incubi.
Immagino che i bambini credano a tutto quel che vogliono credere. Forse lo fanno anche gli adulti.
Ci sono pietre miliari nelle nostre esistenze. Eventi che trasformano certi giorni in giorni speciali, diversi dagli altri. I primi risalgono a quando non siamo grandi abbastanza per rendercene conto, tipo il giorno in cui diciamo la prima parola e il giorno in cui muoviamo i primi passi. La prima notte senza pannolino. Quando capiamo che gli altri hanno sentimenti e quando ci tolgono le rotelle dalla bicicletta. Se siamo fortunati - e io lo sono, lo so bene - c'è gente che ci aiuta lungo il percorso.
Questo fanno, le etichette. Si appiccicano. Se la gente pensa che sei PAZZO, tutto quel che fai, tutto quel che pensi, ha scritto sopra PAZZO.
Mi sa che diventare maggiorenni significa proprio questo. Diventare padrone del tuo casino.
Booktrailer del libro

A breve su questo spazio ... La recensione [Ho quasi finito di scriverla, devo solo ricorreggerla un po']!