6 giugno 2013

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald [recensione & frasi]

Diamo il benvenuto a una nuova collaboratrice. Lei si chiama Alessandra e abbiamo frequentato lo stesso corso di "Redattore Editoriale". Quando le ho chiesto se le andava ogni tanto di scrivere per me, ha accettato subito con grande entusiasmo. Ecco a voi, la sua prima recensione su questo spazio.

Il grande Gatsby 
di Francis Scott Fitzgerald 

Editore: Newton 
Anno: 2011 
Prima pubblicazione: 1925 
Genere: narrativa

RECENSIONE: Jay Gatsby è un gentiluomo, è danaroso e posato, pieno di fascino, il perfetto padrone di casa che, nei fasti sfrenati degli Stati Uniti degli anni Venti, di anno in anno intrattiene i "nuovi ricchi" di Long Island con feste smisurate e alcoliche. Egli tuttavia non si concede mai; ha molti amici influenti che non si fanno mai vedere, offre la propria casa per serate spettacolari [alle quali “la gente non è invitata – ci va e basta”] ma non vi partecipa mai: le osserva compiaciuto dall'alto della scalinata della sua elegantissima casa come un padrone osserva i propri braccianti nel pieno della produzione. Nick Carraway è l'osservatore, forse fin troppo imparziale, di questo impero del lusso: un giovane broker trasferitosi nella casa di fianco a quella [“colossale” la descrive] del misterioso Gatsby. Ogni venerdì cinque casse di arance e limoni - osserva - arrivavano da New York; ogni lunedì quelle stesse arance e limoni lasciavano il retro di casa in una piramide di bucce senza polpa. Entrato in contatto con la fauna al limite del grottesco ospitata pressoché ogni sera, rimarrà sconvolto dall'inaspettata rivelazione di quell'unico e corroborante motivo che spinge Gatsby a quelle roboanti serate: la speranza di rivedere almeno una volta Daisy, il suo più grande amore che vive al di là della baia in una sorta di prigione dorata e che, non troppo casualmente, è la cugina di Nick. Ma adesso Daisy è sposata e, benché infelice, per lei e Gatsby il passato non si può rivivere. O forse sì?

Perché [ri]leggerlo

La scrittura di Fitzgerald è difficile, piena di sbalzi e dialoghi all'apparenza vacui e senza scopo. Questa edizione, sfortunatamente, non è aiutata da una traduzione che a volte appare un po' meccanica ed è un peccato. È un romanzo che non può essere privato del suo contesto, né interpretato attraverso letture che tentino di renderlo più moderno o assoluto. È il ritratto di un epoca ormai passata, un ritratto tuttavia capace ancora di fare riflettere: sulla solitudine che le persone scelgono in autonomia e per il solo rispetto di ciò che ci si aspetta da loro; riflettere sui contrasti di una società che permette tutto [sbronze, adulteri, assassini] ma che, se non si possiede un limpido passato, non perdona. Scritto in prima persona dal punto di vista di Nick Carraway, il racconto non è perfettamente lineare, anzi, gioca spesso d'anticipo lanciando al lettore un appiglio da seguire nelle pagine future, ricordando all'improvviso che ciò che stiamo leggendo è solo un'impressione parziale, il punto di vista di un giovane incantato dall'allegria frizzante [che tuttavia nasconde un vuoto profondissimo e quasi assoluto] della borghesia annoiata dal troppo avere e dal troppo fare, che riempie l'aria di chiacchiericci insensati con il solo scopo di non pensare alla propria infelicità che appare come irrisolvibile; solo parte della verità che Gatsby ha lasciato a Nick, che resta l'unico vero amico che l'uomo abbia mai avuto.
“Perché le candele?”, protestò Daisy, aggrottando le ciglia. […] “Tra due settimane ci sarà il giorno più lungo dell'anno.” Ci guardò raggiante. “Non vi capita mai di aspettare il giorno più lungo dell'anno e poi non accorgervene? Io lo aspetto sempre e poi non me ne accorgo.”
Le luci si fanno più luminose mentre la terra s'allontana barcollando dal sole e, adesso l'orchestra sta suonando musica gialla da cocktail, e il coro delle voci si fa di un tono più alto. Il riso si fa più facile di minuto in minuto, spillato con prodigalità, lasciato in mancia a ogni parola spiritosa. I gruppi si trasformano più rapidamente, si allargano con nuovi arrivi, si dissolvono e si formano nell'attimo di un respiro; ci sono già ragazze sicure di sé che gironzolano ondeggiando di qua e di là tra altre rigide e ferme, diventano per un dinamico gioioso momento il centro di un gruppo, e poi, eccitate per il trionfo, scivolano via fra un mare di visi e voci e colori mutevoli sotto la luce sempre cangiante.
In una pausa dello spasso l'uomo mi guardò e sorrise. […] Parlammo per qualche momento di alcuni piccoli villaggi umidi e grigi della Francia. Evidentemente abitava lì vicino, perché mi disse che aveva comprato un idrovolante e che lo voleva provare il mattino dopo. [...] “Si sta divertendo?”, chiese. “Molto di più”. Mi voltai di nuovo verso la mia conoscenza. “È una festa insolita per me. Non ho neanche visto il padrone di casa. Io vivo là...”, feci un cenno con la mano all'invisibile siepe lontana, “e questo Gatsby mi ha mandato l'autista con un invito”. Per un momento mi guardò come se non capisse. “Sono io Gatsby”, disse d'un tratto.
Alessandra 

1 commento:

  1. A me ha fatto riflettere anche su quanto a volte riempiamo la vita di illusioni... per quanto il libro non abbia uno stile semplice, io a distanza di 2 anni ancora lo ricordo come un libro dal sottotesto ricco che solo una rilettura porterebbe in superficie...e mi viene subito voglia di riprenderlo in mano...

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