30 agosto 2013

Sulla sedia sbagliata di Sara Rattaro [Frasi]

Esiste un gioco che tutti conoscono. Si mettono al centro di una stanza alcune sedie e quando la musica si ferma, si corre per occuparne una. Chi resta in piedi viene eliminato, gli altri restano seduti … Qualcuno sulla sedia sbagliata.
So benissimo come è fatto l'inferno. Non è come lo ha descritto Dante, non ha nulla a che vedere con tutto quello che abbiamo letto a scuola. L'inferno non ha né gironi né anelli, è non è neanche una discesa. E' solo una sensazione che ti pervade.
Dovrebbero esistere delle tabelle dettagliate sulle quali elencare tutto ciò che provoca dolore e fornire a fianco la quantità di tempo di sofferenza attribuita a quel male. Così uno si regola. 
Provate ad immaginare, 2 mesi per un rifiuto sentimentale e diciamo 4 per un tradimento, con l'aggiunta di qualche settimana a rappresentare le aggravanti, 6 mesi per un matrimonio fallito e più o meno un anno per un lutto, e così via anche per le sofferenze fisiche. Tre settimane per un arto rotto e non più di un mese per un'operazione non troppo invasiva ... 
In questo modo forse non sarebbe più necessario preoccuparsi troppo per le malattie gravi, perché alla fine si guarirebbe. 
Penso che se il DOLORE fosse quantificabile in modo oggettivo sarebbe più facile accettarlo come elemento della nostra vita.

29 agosto 2013

Il ballo di Irène Némirovsky [recensione]

Il ballo
di Irène Némirovsky

Edizione integrale 
Introduzione di Maria Nadotti 
Traduzione di Alessandra Di Lernia

Newton Compton Editore
Pagine 128
ISBN 978-88-541-5145-1  
Euro 0,99

Recensione: Capisci che i miei sono partiti per una vacanza "mordi e fuggi" quando io e V. al supermercato riempiamo il carrello di patatine, merendine, estathé e Coca Cola e infine una busta d'insalata per scrollarsi di dosso i rimorsi che ci vengono dopo che ci siamo riempite di schifezze. Vi starete chiedendo dove voglio andare a parare. Ve lo spiego subito. Ho girato svariate librerie per trovare questo libretto della Newton Compton. A Firenze l'hanno esaurito ovunque. Volevo leggere qualcosa di questa autrice, ma prima di comprare roba seria edita dalla Adelphi, avevo bisogno di un riscontro. E insomma, nell'insulso paesello anonimo dove vivo, proprio al supermercato numero due [il numero uno è sempre troppo pieno], l'ho visto e l'ho preso. Anche se continuo a trovare molto strano che cibo e letteratura possano essere venduti insieme nello stesso spazio.

Questo è un racconto breve [scritto tra il 1928 e il 1930]. Il tempo di lettura impiegato è di circa un'ora. Al centro di questa storia la famiglia Kampf - ebrei, di origini umili - che, grazie a un colpo di fortuna in borsa, da gente comune si trasforma in gente che conta. Decidono quindi di dare sfoggio della loro ricchezza acquisita organizzando un grande e fastoso ballo con la speranza di entrare a far parte della rosa dei ricchi riconosciuti. E' un'ottima opportunità anche per Antoinette, la figlia quattordicenne ... sarebbe stata l'occasione giusta per il suo ingresso in società e magari innamorarsi di un bel giovane. La madre però, la rimette subito al suo posto.
Questa ragazzina, questa mocciosa, andare al ballo, ma guardate un po' ... Aspetta un po', ti farò passare io tutte queste manie di grandezza, figlia cara... Ah! tu pensi che il tuo debutto in società sia l'anno prossimo? E chi sarebbe che ti ha messo in testa questa convinzione? Sappi, bella mia, che io comincio soltanto adesso a vivere, io, capito? E non ho alcuna intenzione di farmi intralciare da una ragazza da marito...
Ad Antoinette che desidera tanto parteciparvi, le viene negato il diritto di presenziare, allora si vendica distruggendo sia i suoi, che i loro sogni di gloria.
Era l'attimo, l'istante impercettibile in cui si incrociavano "sul cammino della vita": Una stava per spiccare il volo, l'altra per sprofondare nell'ombra. Ma non lo sapevano.
Parlare di questo brano senza cadere in moralismi falsi e inutili è un po' complicato, soprattutto per me, che ho sempre disprezzato un certo stile di vita. Il teatrino che certe persone montano per dare sfoggio della loro ricchezza sperando di intimorire e creare invidia negli altri spesso m'imbarazza e mi fa provare pena per loro. Non perchè io aspiri alla loro condizione, ma perchè non credo assolutamente che "ciò che hai è ciò che sei". Evito quindi di esprimere il mio pensiero al riguardo. Anche se ammetto che mi ha turbato.

Comunque Irène Nemirovsky dà vita a un ritratto truce e spietato del popolo ebreo [vi consiglio vivamente di non saltare la parte introduttiva di Maria Nadotti che con il suo saggio vi spiega alcuni aneddoti della biografia dell'autrice che ti aiutano a capire meglio le sue parole] inusuale per la visione che noi nel tempo ci siamo fatti di essi e per ultimo sottolinea il rapporto di rivalità tra madre-figlia: La prima è arrivista, cinica, vanesia, crudele; la seconda è un'adolescente che ha urgenza di esistere, di scoprire il mondo e le relazioni con gli altri, ma le viene impedito perché è vittima dell'egoismo della genitrice che la punisce e la mortifica relegandola al suo ruolo di bambina che deve continuare a giocare con i suoi giocattoli e nient'altro. Tra le due vi è una guerra psicologica vera e propria, a tratti snervante, a tratti comica, a tratti grottesca e senza esclusione di colpi, fino a quando una delle due non cede. La triste verità è che nessuno si salva.

Un libro amaro che parla di odio, pregiudizio, ipocrisia, ma anche di desideri, speranze, sogni. Vi consiglio di leggerlo perché fa riflettere.

Francesca

28 agosto 2013

Misery di Stephen King [Recensione & Frasi]

Le mie collaboratrici hanno una passione sfrenata per Stephen King. L'avete capito? Presumo di sì. Ecco a voi la recensione di "Misery" fatta da Alessandra:
Misery
di Stephen King

Casa editrice: Sperling & Kupfer
Anno: 1991
Niente tv. Niente sospiri. Niente tintinnii di posate o stoviglie. No, se ne stava seduta di là in silenzio. Seduta a non sentirsi bene. Poi ci fu un suono. Era uno schiaffo. Uno schiaffo dannatamente vigoroso. E visto che lui era da questa parte di una porta chiusa a chiave e lei era in quell'altra stanza anche senza un grande talento deduttivo aveva schiaffeggiato se stessa.
Il famoso e consumato scrittore di romanzi rosa Paul Sheldon, stufo del suo personaggio più riuscito e amato [Misery appunto], finalmente mette la parola fine alle sue storie pronto invece a proporre al pubblico [e agli editori] il nuovo romanzo di stile completamente diverso, che crede sarà il suo migliore.
Peccato che, ebbro di soddisfazione personale e champagne, scelga una turbolenta notte per uscire a festeggiare a bordo della sua Camaro e perdersi nell'improvvisa tormenta di neve che lo sorprende tra le montagne. L'auto si capovolge e lui si sveglia a letto, dopo un tempo indefinito, con le gambe maciullate e stordito dalle medicine contro il dolore. Al suo capezzale c'è Annie Wilkes, la sua ammiratrice numero uno. Dopo i primi giorni di stordimento, però, comprende che egli non è un ospite ma un prigioniero in quella sconosciuta casa di montagna dove nessuno sembra passare neppure per caso. Annie è una donna squilibrata che, tra sbalzi d'umore profondi come abissi, brama tenerselo tutto per sé, il suo scrittore preferito; fino a che non scopre che ha appena ucciso il suo personaggio prediletto: Misery. Fuori di sé, lo costringerà tra mille soprusi fisici e psicologici, a letto, in una perenne astinenza da medicinali che lei stessa ha provocato e con la quale lo tiene in scacco, a bruciare l'unica copia del proprio nuovo [e quanto volgare!)] romanzo per scrivere il suo racconto più grande soltanto per lei: Il ritorno di Misery! Si svilupperà una guerra all'ultimo sangue tra lei e Paul, tra una donna gigantesca che sembra essere la pura Malvagità personificata e un invalido con le gambe frantumate che cerca di mantenere intatta la propria lucidità mentale e che si trova a scegliere tra la dignità e la sopravvivenza; una guerra fatta anche e soprattutto di vendetta psicologica: ma chi vincerà?
Gli avrebbe somministrato cinque pillole invece di due, oppure lo avrebbe soffocato con un cuscino. Forse lo avrebbe semplicemente finito con un colpo di arma da fuoco. […] Le pulsazioni delle gambe erano più insistenti. La prossima volta che avesse suonato l'orologio, sarebbe venuta, ma aveva quasi paura che gli leggesse i pensieri sulla faccia, come un nudo preambolo di una storia troppo macabra perché la si potesse scrivere. […] Appeso alla parete c'era un calendario. Vi si vedeva un ragazzino che scendeva per un pendio su una slitta. Secondo il calendario era febbraio ma, se i suoi calcoli erano esatti, dovevano essere i primi giorni di marzo. […] Quanti giorni ancora prima che il disgelo rivelasse la sua Camaro […] quanto tempo ancora prima che quel poliziotto si presentasse sulla soglia di casa sua o finché leggesse la notizia sul giornale? Sei settimane? Cinque? Le settimane che ancora mi restano da vivere, pensò Paul e cominciò a rabbrividire.
Avvincente, incalzante, profondo, puntuale, realistico. I romanzi di Stephen King si distinguono dagli altri per un uso parco del sangue a favore della paura, quella vera, infantile e primigena, che chiunque ha provato almeno una volta nella vita e che non è possibile dimenticare. La paura di “non potere”. Come molte altre volte si ritrovano alcuni dei cliché che sono propri di King: l'alter ego scrittore; il personaggio che è “immobile” a contrasto con le avversità improvvise che sono sempre “mobili”, per le quali è impreparato; le ambientazioni quasi sempre prettamente domestiche, fatte di case vissute come accampamenti; l'amato Maine.

Anche in Misery si incrocia la pazzia che non ha scopo, la pazzia che è solo pazzia e che per questa sua purezza è la più sottile e aggressiva; e persino un avvenimento improbabile per le sue casualità [la tormenta di neve, l'ubriachezza, lo scrittore che possiede l'unica copia del romanzo, la pazza eremita che lo adora, tutto in un'unica notte fatale] e per questo impensabile, diviene accettabile e plausibile. Peccato [peccatissimo] che un romanzo di un autore così importante [anche dal punto di vista economico] sia stato tradotto e redatto con così tanta incuria [non riesco a definirla altrimenti]. Si va da ripetizioni a errori di battitura, a virgolette che compaiono e scompaiono, a frasi che suonano molto poco italiane [soprattutto i tempi verbali] e molto anglofone.

A ogni modo è notevole la simpatia con cui sono stati tradotti i tanti eufemismi e le parole che King adora inventare per rendere più vivido, realistico e familiare il racconto. Io l'ho letto in italiano ma non dubito che in inglese sarebbe stato più scorrevole [data anche la particolare scrittura dell'Autore]. Questo è un vero libro di paura [e non dell'orrore] che consiglio di leggere. King è un autore prolifico ma credo che questo sia uno tra i suoi migliori romanzi, che ben miscela la realtà e l'improbabilità. Senza scordarsi del film, che rispetta molto la trama e i personaggi [se ne discosta abbastanza però da poter permettere di leggere il libro senza paura di svelamenti] ma che, come raramente avviene, non supera il romanzo.

Non è facile trovare un film che rispetti il libro originale e solo per questo merita d'esser visto. Se avete voglia, guardatelo, è molto ben fatto! Ma prima o dopo, la lettura del libro è consigliata!
Lì per lì pensò di essere in preda al delirio. Ciò che vedeva era troppo bizzarro per appartenere alla realtà. Annie tornò spingendo davanti a sé una griglia a carbonella. […] Se ne andò e lui restò a guardare stupidamente la griglia, quell'oggetto destinato alle verande estive e che adesso si trovava nella sua stanza a evocare immagini di idoli e sacrifici. E naturalmente un sacrificio era esattamente quanto lei aveva in animo: quando riapparve portava il manoscritto di 'Bolidi', unica copia esistente del suo lavoro di due anni. Nell'altra mano stringeva una scatoletta di fiammiferi di legno Diamond, quelli con la capocchia azzurra. […] Si era seduto. Come sempre, il felice sollievo dell'inizio, simile alla caduta in una voragine colma di luce accecante. Come sempre, la triste consapevolezza che non avrebbe scritto bene come avrebbe voluto scrivere. Come sempre, il terrore di non essere capace di arrivare fino alla fine, di lanciarsi a capofitto contro un muro bianco. Come sempre, la meravigliosa gioiosa eccitante sensazione della partenza per un viaggio. Guardò Annie Wilkes e disse distintamente ma non a voce alta: 'Annie, ti prego, non farmelo fare'. Inamovibile lei gli tese la scatola dei fiammiferi e rispose: 'Scegli tu'. Così lui bruciò il suo romanzo.
Alessandra 

26 agosto 2013

Blaze di Stephen King [recensione]

BLAZE 
di
Stephen King

Editore: Sperling & Kupfer
Traduzione: Tullio Dobner
Pagine: 364
ISBN: 9788860617620
Prezzo: € 9,90

Clayton Blaisdell Junior, detto Blaze, è un uomo alto più di due metri, con un corpo possente, un brutto solco sulla fronte e un passato segnato da violenze e soprusi. Trascorre gli anni dell'adolescenza alla Hetton House, dove conosce un amico vero, John Cheltzman, e riesce a superare indenne questi anni difficili.
Abbandonato l'orfanotrofio e scontato un periodo in prigione, comincia una nuova fase per il protagonista: la conoscenza di alcuni delinquenti della città di Boston, con i quali intraprende la strada dell'illegalità, fino all'incontro decisivo con George Rackley.
Blaze e George legano molto e mettono a segno un gran quantitativo di truffe ai danni del prossimo.
George progetta un colpo che potrà sistemarli per sempre: rapire il neonato di una delle famiglie più ricche in circolazione.
Blaze, convinto di poter riuscire a gestire la situazione, agisce: la mente dell'operazione non è fisicamente con lui, perché George resta ucciso tre mesi prima. Il protagonista è cosciente della sua assenza, ma continua a parlare con l'amico, il quale è sempre nella sua testa, pronto a dirgli cosa fare, come farla e a criticare quasi ogni sua mossa.
Il piano si attua una fredda notte di gennaio e il piccolo Joe viene sottratto ai suoi genitori. Blaze, sicuro di essersi mosso per il meglio, non si accorge delle innumerevoli tracce lasciate, che mettono la polizia sulla buona strada. Non è tutto: un legame particolare si crea tra il protagonista e il bambino, tanto da far pensare all'uomo di potersi tenere il piccolo.
«Guardò il bimbo e pensò, questa volta più consapevolmente, che era parecchio grazioso. Proprio un bel bambino. Nessuno avrebbe potuto negarlo. Sarebbe stato interessante vederlo crescere attraverso tutte le fasi di cui scriveva il dottore in Cura del neonato. Joe era ormai in procinto di cominciare a camminare carponi. Più di una volta da quando Blaze lo aveva portato nella baracca si era alzato su mani e ginocchia. Poi avrebbe compiuto i primi passi... e nel suo balbettio sarebbero cominciate a spuntare le prime parole... e allora... e allora... Allora lui avrebbe avuto qualcuno.» [p. 198]
Blaze è stato scritto tra la fine del 1972 e l'inizio del 1973, ma pubblicato nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Nell'introduzione, Stephen King racconta la storia della sua opera, fino alla riscoperta e alla decisione di stamparlo per il grande pubblico:
«Questo è un vecchio romanzo, ma credo di essermi sbagliato giudicandolo a suo tempo un cattivo romanzo». [p. XII]
La storia è incentrata sulla figura di Blaze: alcuni capitoli interrompono il focus della narrazione, per dedicare alcune pagine al passato del protagonista. I flashback raccontano i soprusi subiti e la scelta di intraprendere la via del crimine da parte di Clayton Blaisdell Junior.
Coinvolgenti i dialoghi con George, che potrebbe rappresentare la parte intelligente e razionale del protagonista, il quale parla con se stesso per non sentirsi solo e senza prospettive per il futuro.
Si affeziona alla vittima del rapimento, Joe, del quale riesce a prendersi cura: nonostante la voce dentro di sé consigli di agire diversamente, Blaze sceglie di mettere al primo posto il piccolo.
Al centro del romanzo, Stephen King pone la psicologia del protagonista e i suoi rapporti con altri personaggi: il padre, il direttore dell'orfanotrofio Legge, l'amico John Cheltzman, il compagno George e il piccolo Joe. Quest'ultimo permette alla parte migliore e sopita di Blaze di emergere con forza.
Il risultato complessivo è un altro libro che porta l'impronta del suo autore e trascinante soprattutto per il modo in cui è raccontata una storia dalla trama di fondo relativamente semplice.

Veronica

Revolver di Andrea Malabaila [recensione]

Revolver
di Andrea Malabaila

Casa Editrice: Booksalad
Isbn: 9788898067039
Pagine: 130
Formato: 14x21 cm
Prezzo: 13 Euro

RECENSIONE:  Voglio iniziare dicendo che questo è un romanzo decisamente rock. L'ho portato nell'unico weekend di mare che mi sono concessa. L'ho letto tutto d'un fiato sotto l'ombrellone.

Andrea, giovane scrittore, è ossessionato, da circa dieci anni, da una storia che non riesce a concludere: quella di Damon Kidd e della sua band, i Revolver. Damon il leader, infatti, sta per fare il concerto più importante della sua carriera, a Parigi ... e rappresenta a tutti gli effetti, la star consumata che ha riscosso ogni sorta di consenso possibile. Ma adesso la sua fama è arrivata a un bivio: - Affermarsi con un nuovo album o crollare definitivamente dall'olimpo che fino ad ora lo aveva sorretto.

Insomma, il classico personaggio che ha fatto del "Drugs, sex & Rock and Roll" un vero e proprio stile di vita. Siamo infatti abituati a vedere le rockstar sopra alle copertine patinate da milioni di tirature e noi comuni mortali li invidiamo, perchè siamo convinti che non si annoiano mai e per la loro esistenza così "perfetta", su yacht dove difficilmente saliremo, a bere champagne accanto a modelle schifosamente bionde, schifosamente belle e ai nostri occhi schifosamente fortunate, solo perchè madre natura non c'ha riservato la stessa gentilezza e loro hanno avuto un privilegio che a noi non è stato concesso.
Anche se questo fa parte del pacchetto dei pensieri considerati futili, continueremo in ogni caso a sentirci le migliori perchè non abbiamo ceduto alle avances di un bruto terribilmente affascinante [merito di photoshop?] che sniffa Coca e si fa di crack fino a mandarsi il cervello in pappa e ha una promiscuità che difficilmente accetteremo, perchè il nostro uomo rimane il nostro e non siamo disposte a dividerlo con una ressa di fan-atiche disposte a tutto pur d'infilarsi nel suo letto.

Adesso però, cerchiamo di cancellare dalla mente questa immagine e guardiamo oltre, perchè Damon sì, sarà pure il più amato dalle donne, potrà anche farsene centinaia, ed essere considerato un grande, ma ammettiamolo chiaramente ... Voi vorreste mai avere tutta questa ansia da prestazione pre-concerto? Vorreste mai svegliarvi di soprassalto per gli incubi notturni? Vorreste mai dover tirare fuori il vostro sorriso falso alla gente che più che te, ama il personaggio che rappresenti? Vorresti mai soffrire di stanchezza cronica a causa da tour in giro per il mondo con annessi e connessi? Vorresti mai non poter disporre del tuo tempo perchè il tuo manager decide anche quando devi andare in bagno? Vorresti mai guadagnare un sacco di soldi che non sai nemmeno come spendere perchè non non hai un istante libero e probabilmente hai già ciò che desideri? Io no, grazie!

Ma il punto è un altro, Damon vive esclusivamente nella mente di Andrea. Un romanzo dentro al romanzo. Realtà e finzione che si fondono [fino a confondersi] in una cosa sola. Due storie che scorrono parallele per poi riunirsi nella città più magica d'Europa, di fronte a un enorme palco, dove i protagonisti piano piano decidono le sorti l'uno dell'altro. Di Damon in primis, di Andrea poi ...   Volete sapere come va a finire? Non vi resta che leggerlo. Assolutamente Consigliato!
Si gira nel letto e nel torpore del risveglio mette a fuoco un dettaglio alla volta - chi è, dov'è, cosa ci fa lì, le lenzuola stropicciate, la sera prima. [...] Sono dubbioso: come incipit è il più grosso azzardo della mia carriera. Novanta manoscritti su cento che mi capita di leggere iniziano con il protagonista che si sveglia nel suo letto, si alza, e va a farsi un caffè. Di solito il protagonista ha avuto un incubo e il risveglio non è dei più dolci. Spesso la sua ragazza lo ha lasciato da poco. Molte volte si è appena laureato e non sa cosa fare della sua vita. Oppure si accorge che è arrivato a trent'anni, è una donna e vorrebbe un  figlio ma non ha nemmeno un fidanzato. Però, qualunque sia la sua storia, si alza e il primo pensiero - Dio solo ne sa il motivo - è il caffè.
Francesca 

23 agosto 2013

Tanti auguri "Contorsionista di Parole book Blog" +3!

Ed eccoci qua, per il terzo anno consecutivo a festeggiare il compleanno della Contorsionista di Parole Book Blog! 
Che meraviglia!

Sto fissando questa "pagina bianca" da più di mezz'ora [ultimamente ho il "bloggo dello scrittore"] per trovare il modo giusto e farvi capire quanto questo spazio, se continua a vivere dopo 3 anni, è anche grazie alla vostra presenza, alle parole e ai segni che lasciate. 

Le vostre impronte sono sacre, sia qui, che su twitter, che su Facebook, che su google+, che sul nuovo account di Tumblr ... 

Vogliamo dirvi semplicemente GRAZIE e augurare alla Contorsionista di Parole book blog di vivere ancora e per molto tempo.

Inoltre abbiamo in serbo per voi delle novità [comprare un dominio tutto nostro; allargare la squadra (anche se l'abbiamo già fatto, l'avete notata la presenza-collaborazione di Alessandra?); abolire la pubblicazione selvaggia dei comunicati stampa inutili, a meno che non siano rilevanti per noi, ovviamente; puntare sulla qualità delle recensioni; partecipare a tanti eventi letterari; offrire uno spazio maggiore agli scrittori emergenti e tanto altro ...] a partire da oggi pomeriggio. 

Non vi anticipo niente perchè è una sorpresa. 

Stay tuned [e tenete gli occhi sempre ben aperti]

19 agosto 2013

Ragazzo da parete di Stephen Chbosky [recensione]

RAGAZZO DA PARETE
di
Stephen Chbosky


Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Pandora
Traduzione: Chiara Brovelli
Pagine: 272
ISBN: 9788820053222
Prezzo: € 16,90


Charlie è un ragazzino di quindici anni, che affida i suoi ricordi e le sue emozioni a una serie di lettere indirizzate a un amico fittizio.
Segnato dal suicidio del suo unico amico delle medie Micheal e da un evento traumatico inconscio subito da bambino, tenta di partecipare alla vita sociale nella nuova scuola. Conosce due ragazzi più grandi, Sam e Patrick, i quali diventeranno "le persone che preferisce al mondo":
«Sotto le due pigne di libri, c'erano due biglietti che avevo scritto con la macchina regalatami da Sam. Dicevano che quelle erano copie delle mie opere favorite, e che desideravo che le avessero anche loro, perché erano le persone che preferivo al mondo». [p. 244]
Attento osservatore, dalla sensibilità spiccata e dalla lacrima incontrollabile, riesce a lasciare di sasso chi gli sta intorno. Mette al primo posto gli altri, si preoccupa e interviene per difendere le persone che ama. Non sempre riesce a farsi comprendere e apprezzare da chi poco lo conosce, ma coloro che ne hanno avuto la possibilità cercano di fargli capire quanto lui sia speciale:
«Charlie. Ti prego, non prenderla nel modo sbagliato. Non sto cercando di metterti a disagio. Desidero solo che tu sappia che sei molto speciale... e l'unico motivo per cui te lo sto dicendo è che non so se l'abbia mai fatto qualcun altro». [pp. 228-229]
Le lettere raccontano un intero anno della vita di Charlie: feste, risse, droghe, amore, sesso, amicizia, inadeguatezza, solitudine... Un epistolario a tratti commovente, perché trasmette autentica sincerità, in ogni piccolo gesto. Man mano che si prosegue nella lettura si riesce a inquadrare meglio il protagonista, così come la natura delle sue turbe emotive, che si rendono manifeste improvvisamente.
Come non appassionarsi a questo ragazzo solitario e incredibilmente fragile, al suo attaccamento agli unici amici che considera tutto e per cui farebbe di tutto? E sono proprio loro, gli amici, a permettergli di guarire la sua tristezza, a renderlo parte di un gruppo, a trattarlo come un ragazzo speciale.
Il romanzo è accompagnato da molteplici citazioni "libresche" e da una colonna sonora unica, che è un piacere ascoltare come sottofondo (fantastica Asleep degli Smiths).
L'autore fa riflettere e conduce il lettore nell'esistenza degli adolescenti, che tutti abbiamo vissuto, ma che in pochi ricordiamo davvero.
Alcuni episodi creano un'atmosfera davvero coinvolgente e permettono di delineare complessivamente le personalità dei personaggi, anche i meno presenti (Charlie offre aiuto alla sorella nel suo momento di maggior difficoltà; si descrivono così i tratti più profondi e meno superficiali di lei).

Un libro appassionante che si legge velocemente (vorresti quasi sapere come andrà avanti la vita di questo giovane protagonista dopo la partenza dei suoi amici per il college) e ti lascia dentro un'immensità di emozioni, tanto da farti sentire veramente infinito:
«Sam è montata sul cassone, con indosso solo il suo vestito da ballo. Ha detto a Patrick di ripartire, e lui ha sorriso. Immagino che per loro non fosse la prima volta. Comunque, lui ha schiacciato a tavoletta e, appena prima di imboccare la galleria, Sam si è alzata in piedi: il vento trasformava il suo abito in onde oceaniche. Quando siamo entrati nel tunnel, ogni suono è stato risucchiato dal vuoto: c'era solo una canzone che usciva da una cassetta dell'autoradio. Una canzone molto bella, intitolata "Landslide". All'uscita Sam ha lanciato un urlo di gioia: ed eccolo lì. Il centro della città. Edifici illuminati. Un panorama davanti al quale resti sempre meravigliato. Sam si è seduta e ha cominciato a ridere. Ha riso anche Patrick. E io ho fatto lo stesso. In quel momento, ti giuro, ci siamo sentiti infiniti». [pp. 48-49]
[Potete leggere anche la recensione del film Noi siamo infinito qui].

Veronica

16 agosto 2013

Port Mungo di Patrick McGrath [recensione]

PORT MUNGO
di
Patrick McGrath

Editore: Bompiani
Collana: Tascabili Bestseller
Traduzione: Alberto Cristofori
Pagine: 300
ISBN: 9788845257124
Prezzo: € 8,20


Due artisti, Jack Rathbone e Vera Savage, s'incontrano e s'innamorano. Diciassette anni lui, trenta lei. Scappano insieme, per trasferirsi a Port Mungo, dove sviluppare e migliorare le proprie capacità artistiche. La vita selvaggia e la relazione complicata, che con gli anni non fa altro che peggiorare, intaccano l'anima di entrambi. Niente si acquieta, neanche con la nascita delle figlie Peg e Anna.
Jack sceglie la cittadina dei Caraibi per creare una corrente propria, il tropicalismo, che però non riesce ad avere concreta presa sul pubblico. Per Vera quel luogo, dove si sente letteralmente trascinata, è troppo stretto e incapace di ispirare opere importanti; si nasconde nella dissolutezza, fugge spesso per poi tornare sempre dal compagno, prova insoddisfazione costante, soprattutto per quanto riguarda il suo lavoro di pittrice.
Una relazione malsana, contaminata dalle ambizioni di entrambi, incapaci di raggiungere dei compromessi per la stabilità della coppia e poi della famiglia. La figlia maggiore, Peg, sarà la vittima di questo rapporto, che con difficoltà si riesce a definire amore:
"Chiacchiere falso-romantiche, come se vivere in sana concordia con un altro essere umano fosse inferiore al circolo vizioso di litigi e riconciliazioni, con il corollario di alcolici rovesciati, stoviglie rotte, lenzuola strappate, tele prese a calci, persone buttate fuori di notte, porte chiuse in faccia, interi condomini svegliati e, sì, anche violenza fisica, lacrime e urla. E qualche ora dopo, scuse singhiozzanti e sesso da mal di testa, oppure intemperanze notturne che finiscono in tragedia. Mi dissi che quello non era un sentimento amoroso, bensì la mancanza di un equilibrio emotivo: solo uno sciocco poteva pensare che fosse amore". [pp.159-160]
Il narratore della storia è la sorella di Jack, Gin Rathbone: il suo punto di vista esalta la figura del fratello e individua come unica responsabile delle maggiori tragedie familiari la compagna Vera. L'intera convinzione di uomo fragile che Gin si è costruita sin da bambina sull'amato fratello risponde a verità?:
"«Jack non è fragile,» latrò.
«Ha passato vent'anni a Port Mungo, a crescere le tue figlie, mentre tu te ne andavi in giro.» 
«È questo che ti ha detto?» 
«L'ho visto con i miei occhi.» [...]
«E io sospetto che tu sappia tutto questo, Gin» disse, «ma tu e lui avete il mito del Geniale Jack. Bé, il geniale Jack è una nullità. Mi ha trascinato laggiù perché non sopportava di vedermi trionfare qui. Era divorato dall'invidia, e sono convinta che trovasse assurdo che una donna potesse avere più talento di lui: mi voleva costretta in quella palude perché fossi invisibile. Perché pensi che volesse dei bambini? Per tenermi tranquilla, e ottenere le sue lezioni di pittura.»" [pp.272-273]
Fino alla fine, si mantengono la tensione alta e il mistero che avvolge la reale routine domestica di questa coppia di artisti. Il segreto sarà rivelato solo al termine, per aprire la porta a verità difficili da accettare.

Dopo la lettura di Follia, una storia che di nuovo mette al centro i temi già protagonisti dell'opera precedente di Patrick McGrath: amore complicato, quasi infetto oserei dire, dannoso per chi si avvicina; follia legata alla figura dell'artista, che non riesce mai a sentirsi all'altezza di chi gli sta intorno, o abbastanza talentuoso da essere ricordato; i figli, i quali crescono in solitudine, infelici e problematici, e, proprio loro finiscono per essere le vittime.
Un romanzo psicologico, che colpisce il lettore, fino ad accompagnarlo nei labirinti della mente di tutti i personaggi, tratteggiati a regola d'arte. Tante domande nascono, via via che la storia procede, per trovare risposte razionali: queste non ci sono. Niente sembra essere razionale. Solo l'istinto guida le azioni e le emozioni di ciascuno. L'unica che crede di essere concreta è Gin, la quale si aggrappa alle sue convinzioni fino a quando non si scontra con il reale stato delle cose.
Patrich McGrath dimostra di saperci fare con le parole, usandole per svelare al lettore le complesse logiche insite nell'animo di ogni personaggio. 
Da leggere tutto d'un fiato: alla fine si resta a bocca aperta e immersi in dubbi e riflessioni.

Direi non proprio una lettura di svago o da spiaggia, anche se la foto mi smentisce subito!

Veronica

12 agosto 2013

LOVECRAFT La casa stregata e altri racconti di Howard P. Lovecraft [Recensione & Frasi]

LOVECRAFT
La casa stregata e altri racconti
di Howard P. Lovecraft

Casa editrice: Grandi tascabili economici della Newton Compton
Anno: 2010
Prezzo: 7 euro

Non più vampiri, mostri, gatti neri e specchi ingannatori ai quali Stoker, Mary Shelly e Poe ci avevano abituato. Con Lovecraft la letteratura dell'orrore fa un balzo in avanti, diventando letteratura del fantastico. Il passo successivo sarà la piena fantascienza. È difficile riassumere le trame dei molti racconti e romanzi delle due raccolte ma tra essi si possono tracciare dei fili conduttori che sempre si ritrovano nei suoi scritti. E dunque leggiamo, con precisione cronachistica, di un'enorme creatura gelatinosa e maleodorante che spaventa gli abitanti di una indifesa cittadina americana, di orrende creature rettili che suggeriscono una loro antichissima supremazia sulla Terra, di una chiave d'argento che spalanca le porte dell'universo e sempre, al di sopra del tempo e dello spazio, gli aberranti esseri che professano il Culto di Chtulu, antico sacerdote cosmico che ha profetizzato un prossimo ritorno degli Antichi, razza superiore che tornerà a dominare dove ora domina l'uomo. Le credenze relative a questo Culto sono tutte raccolte all'interno dell'arcano libro chiamato “Necronomicon” redatto dall'arabo pazzo Abdul Alhazred, su cui Lovecraft tesse interi cicli di storie talmente avvincenti e originali che, all'epoca, molti lettori appassionati del genere fantastico si convinsero davvero della sua reale esistenza.

Perché [ri]leggerlo 

Certo, c'è da dire che tutto questo è talvolta narrato con una incipiente prolissità: nonostante l'edizione sia del 2010, non si può dimenticare che Lovecraft visse tra il 1890 e il 1937 nutrito, oltre che dalle passioni personali per l'astronomia, la chimica, i romanzi di Poe, Jules Verne e H. G. Welles, anche dalla poderosa biblioteca settecentesca dei nonni. Ma bisogna dargli più di un'opportunità e cercare di andare oltre lo stile a cui non siamo più abituati: chi si dice appassionato del genere fantascientifico non può non aver letto qualche racconto! È l'anello di congiunzione tra generi che sono a tutt'oggi ancora floridi. Inoltre, entrambi i volumi sono fortunatamente corredati di prefazioni che contribuiscono a comprendere meglio il contesto nel quale le storie sono state composte. A chi ama questo tipo di letteratura consiglio di rimediare l'assenza di queste letture. A chi non ama questo genere mi sento comunque di consigliare almeno una consultazione [magari di edizioni prestate e più datate], più per completezza letteraria che altro, essendo consapevole della sua estrema particolarità. 
Né le geometrie non euclidee, né la fisica quantistica bastano a dilatare certi cervelli, e quando si mischiano questi valori con il folklore e si tenta di scoprire uno strano retroterra di realtà multidimensionali […] difficilmente ci si può aspettare di essere totalmente liberi dalle tensioni mentali. […] La vita era diventata una cacofonia insistente e quasi insopportabile, a cui si aggiungeva un'impressione costante e terrificante di altri suoni, provenienti dalla soglia della percettibilità. 
Sulla terra, il 7 ottobre 1883, un ragazzo chiamato Randolph Carter stava uscendo dalla caverna del Serpente […] c'era poi anche un terzo Randolph Carter, nello sconosciuto e informe abisso cosmico che si stendeva oltre la soglia finale. C'erano dei Carter in paesaggi che appartenevano a ogni età conosciuta e ipotizzata della terra, e ai secoli più remoti che trascendevano la conoscenza, le ipotesi e la credibilità. […] Spore di vita eterna trasportate di mondo in mondo, di universo in universo, ma tutte uguali a lui. […] Di fronte a quella scoperta, Randolph Carter vorticò nelle spiredell'orrore supremo. 
L'inversione di tendenza è netta: mentre nella letteratura orrorifica classica la paura e il male provengono spesso dall'uomo [come nel “Cuore rivelatore” di Poe, dove l'udire spasmodico di un cuore sotto il pavimento conduce alla pazzia] ed è all'uomo che guardano, con Lovecraft la paura diventa terrore e si proietta nell'universo. Grazie alle nuove scoperte scientifiche, s'incontrano nuovi piani di realtà, geometrie sconosciute che si espandono in più di quattro dimensioni nelle quali “Non è morto ciò che può vivere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire”, pianeti e creature distanti anni luce che non hanno nessun interesse a procurare follia bensì a tornare a essere ciò che erano un tempo, a qualunque costo.

Alessandra

8 agosto 2013

THE DOME di Stephen King [recensione]

THE DOME
di
Stephen King


Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Pickwick
Traduzione: Tullio Dobner
Pagine: 1052
ISBN: 9788868360276
Prezzo: € 12,90


In una mattina d'autunno, la cittadina di Chester's Mill viene avvolta da una Cupola, le cui origini sono sconosciute. Invisibile, indistruttibile, inviolabile. L'isolamento dal resto del mondo colpisce i suoi abitanti, i quali finiscono per dividersi in due gruppi: i buoni, che cercano di affrontare razionalmente la situazione di emergenza; i cattivi, che approfittano delle circostanze, compiendo atti ignobili. 
Big Jim Rennie, secondo consigliere della città, cattivo per eccellenza, usa la paura e il panico delle persone a suo favore, emergendo come leader indiscusso: vuole essere il punto di riferimento della città, colui a cui tutti si rivolgono per trovare conforto; spera che la Cupola rimanga il più a lungo possibile, in modo da conquistarsi la fiducia dei sudditi.
Con la morte del capo della polizia Howard Duke Perkins, uomo integerrimo, le stesse forze dell'ordine vengono ridimensionate: a infarcire il dipartimento vengono scelti ragazzi giovani e forti della città, compreso Junior Rennie, figlio di Big Jim, facilmente manipolabili dallo stesso consigliere, che oltretutto ha in pugno il nuovo capo della polizia, Peter Randolph.
I militari che circondano la Cupola, incapaci di distruggerla e farla sparire, alimentano la sfiducia negli animi dei cittadini di Chester's Mill, che sentono di dover lottare per sopravvivere: le risorse sempre più scarse e l'aria che si fa, ora dopo ora, irrespirabile, trasformano lo spazio in un'arena. 
A opporsi a una situazione di caos totale: l'ex-militare ora cuoco Dale Barbara, la proprietaria del ristorante Rose Twitchell, la giornalista Julia Shumway, la moglie dello sceriffo Duke, Brenda Perkins, Romeo Burpee, titolare del Burpee's Department Store, la terza consigliera Andrea Grinnell, la reverenda Piper Libby, gli agenti Jackie Wettington e Linda Everett, gli assistenti medici Rusty Everett e Turston Marshall e alcuni ragazzi, Joe McClatchey, Norrie Calvert, Benny Drake. Non riusciranno a impedire sempre che il peggio delle persone si manifesti.

L'attenzione sulla psicologia dei personaggi, soprattutto i cattivi, nonché sulla loro trasformazione repentina che l'avvento della Cupola scatena, sono sicuramente le parti forti e migliori del libro di Stephen King.
La dovizia di particolari si concentra anche nella descrizione della città, coadiuvata dalla cartina all'inizio del libro, e per i singoli eventi, che si dipanano nell'arco di una settimana.
Non c'è redenzione per i personaggi cattivi, a cui King non risparmia una punizione esemplare, ma la ricerca del giusto finale è discutibile.
Da dove viene questo campo di forza, che la tecnologia umana non riesce ad affrontare? L'autore ne dà, a mio avviso, una spiegazione banale e troppo buonista. Il racconto dei bambini che si divertono a torturare le formiche è la metafora che racchiude l'essenza della Cupola, con un'analisi delle azioni cattive di cui un essere umano si può macchiare e con le quali prima o poi dovrà fare i conti:
«Provare rimorso per una cosa sbagliata era meglio che niente, ma nessuno rimorso a posteriori poteva espiare la colpa per aver provato gusto nel far del male, fosse bruciare formiche o ammazzare prigionieri».
In conclusione, direi che The Dome merita la lettura, fosse soltanto per la costruzione di personaggi con i quali si riesce a entrare pienamente in sintonia e per le dinamiche interne a uno spazio limitato, le cui risorse che si assottigliano passo dopo passo, scatenano un'inversione di tendenza nell'uomo, che, dimenticandosi dell'etica, finisce per arrivare a compiere azioni fra le più brutali, per affermare il potere e assicurarsi la sopravvivenza.

Su Rai2 sta andando in onda la serie tv tratta (liberamente/lontanamente ispirata) dal romanzo The Dome.
Io la sto seguendo e posso dire che non è male, se ci dimentichiamo completamente del libro, che ne rappresenta esclusivamente un'ispirazione.
A me dà l'idea di vivere due storie simili e allo stesso tempo diverse, che mi permettono di rimanere ancorata più a lungo alle avventure/disavventure della Cupola di Chester's Mill. Fateci un pensierino!






Veronica

Leggere a tavola non è maleducazione! Dove? A La piazza dei libri, a Firenze!

Chi ha detto che la letteratura è solo cibo per la mente? Niente di più sbagliato! Da adesso in poi, chi ama la birra e ama farlo leggendo può fare un colpo grosso ordinando la birra Càrma. 

Ieri, 6 agosto 2013, presso La piazza dei libri in piazza della Repubblica a Firenze, è stata presentata una gustosa novità: assieme allo scrittore pisano Marco Malvaldi, noto per la serie di romanzi per Sellerio che ruotano attorno al BarLume, c'era Vittorio Cotronei, socio del Birrificio Toscano Artigiano [BAT] di Montescudaio. Veniva presentata la nuova bevanda dell'azienda che ha voluto impacchettare la propria birra speciale, adatta anche ai piatti tipicamente toscani, in una bottiglia dalle dimensioni generose e dall'etichetta “firmata” ad arte, assieme a un piccolo raccontino a tema di Malvaldi. 

E come ha tenuto a sottolineare lo scrittore, essendo gli italiani tra i pochi in tutta l'Europa che "mangiano parlando di mangiare", perché dunque non parlare anche di ciò che è “allegato” al cibo? Non è il primo incontro promosso da La piazza dei libri, la libreria "mobile" che ha preso vita grazie alla volontà delle case editrici Mandragora e Clichy, che ha piantato la sua tenda bianca in una delle piazze più suggestive di Firenze e che rimarrà aperta fino al 15 settembre
Invito chi avesse occasione di passare da Firenze di farci un salto. Ben vengano altre iniziative di questo tipo, ci auguriamo che le città possano riempirsi tutto l'anno di luoghi d'incontro e scambio d'ogni genere. Ci auguriamo, però, che tutte le librerie e i cinema e tutti i canali attraverso i quali la cultura si diffonde non siano costrette a rendersi “ambulanti” contro la propria volontà. 

Che sia, questa, una bandiera dell'impegno di chi non si arrende al declino della cultura; ma che sia al contempo un campanello d'allarme [uno dei già tanti, ahimè] che desti l'attenzione di chi ancora non si è accorto della discesa che stiamo percorrendo e che insinui il dubbio in chi ancora è incerto: siamo sicuri di poter vivere senza la letteratura? Vorrei commentare citando l'intelligente comico toscano Roberto Benigni

"Se non fossero nati Marconi e Meucci, qualcun altro avrebbe inventato la radio e il telefono. Ma se non fossero nati Manzoni o Leopardi, nessuno avrebbe più scritto 'I promessi sposi' o 'L'infinito' ".

Alessandra

5 agosto 2013

Facebook in the rain di Paola Mastrocola [recensione]

Facebook in the rain
di Paola Mastrocola

Guanda Editore
Collana Prosa Contemporanea
Pag.132
Prezzo 10 euro
ISBN: 8860888050
In libreria dall'8 marzo 2012

RECENSIONE: Ho letto questo libro in poche ore. E' il tempo che ci vuole. Non perché io sia una divoratrice seriale e senza speranza,ci troviamo di fronte a qualcosa di relativamente breve. Possiamo definirlo un racconto lungo? Si. Evandra, la protagonista, è il ritratto della tipica donna di paese, che vive, non tanto per se stessa, ma per il marito, per la casa, per la figlia, e quindi non ha sogni, ambizioni, desideri particolari. A un certo punto però il marito muore e la sua unica occupazione è fare avanti e indietro, in maniera quasi ossessiva, da casa al cimitero, dal cimitero a casa, dove incontra, parla, gioca a carte e soprattutto, trova conforto nelle altre vedove. Il problema si pone quando non c'è il sole e le tocca rimanere chiusa nelle asfissianti quattro mura dove abita, da sola. "Ma io secondo te, cosa devo fare quando piove?" chiede alla sua amica Rosalena. "Potresti andare su Facebook!" le consiglia lei. Da questo momento in poi, tutto prende un'altra piega. Evandra si compra un portatile e grazie a un collega di lavoro di Rosalena, Baldo, impara a usarlo. La donna ci prende talmente tanto gusto da diventarne schiava.

Analizzando in maniera molto critica questo libro, voglio tralasciare le solite polemiche, su quanto e come facebook ha condizionato radicalmente la nostra quotidianità o il vivere le relazioni con gli altri o la facilità che alcuni hanno nel confondere la realtà con il virtuale e bla bla bla ... Ho trovato abbastanza snervante e grottesco il modo con il quale la protagonista si prende così terribilmente sul serio, in particolare quando cerca di compilare i campi relativi alle informazioni personali: Interessi, cosa ti piace, la foto profilo da inserire, le amicizie da accettare. Altri aspetti surreali, per una che scopre internet a 50 anni, sono l'uso di termini come "smanettare", e  la sua conseguente ingenuità, sorpresa, sprovvedutezza davvero poco credibili per un contesto del genere. E infine, non so se ho veramente capito il finale. Quando gli eventi iniziano a farsi interessanti, la conclusione arriva come una tazzina di caffè senza zucchero, lasciandomi di conseguenza, con l'amaro in bocca.

Attenzione però, non sto dicendo che la storia è scadente. E' scritta bene. E' semplice. Non ha fronzoli linguistici che appesantiscono la trama inutilmente. Tuttavia continuo a domandarmi cosa mi aspettassi. Nelle parole della Mastrocola vi è l'intenzione di costruire una sorta di atmosfera fiabesca ma condizionata da un moralismo che mi infastidisce profondamente, come nelle storielle di Esopo, solamente che - nel suddetto caso - celano insegnamenti  che non ti aspetti e non hai richiesto, tipo: - Hai visto, a stare troppo su Facebook, cosa ti succede? A 50 anni, per quanto possiamo vivere nel disincanto totale, sappiamo distinguere in maniera abbastanza chiara e consapevole, la differenza tra cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Quindi questa rappresentazione di uno dei grandi "mali" della società è oggettiva, giudicata a prescindere, abbastanza distante dalla realtà.
Evandra aveva capito. Facebook non esisteva. O meglio, era una specie di mondo parallelo, un fiume che ti scorre accanto, che tu senti ma non vedi. Forse i ciechi avevano questa stessa percezione delle cose, la loro però riferita al nostro mondo, quello dove tutti viviamo ma che a loro è vietato vedere. Le piaceva questa idea di un divieto, di una sorta di maledizione che chissà come e quando era scesa su Facebook e da sempre la governava, una specie di diktat supremo, tipo: Vi parlerete e vi vedrete per immagini finte, mai vi sarà dato di vedervi davvero, pena la vostra perdizione! Non era grave, bastava saperlo. E non fare l'errore, non trasgredire l'ordine, la Legge. Non disobbedire al Dio di Facebook, se no lui si sarebbe vendicato. Finalmente aveva capito. E aveva finalmente una vita piena, vera, completamente e soltanto in rete.
L'idea di fondo è buona, se forse l'avesse sviluppata per un pubblico un po' più piccolo, avrebbe avuto più consistenza e credibilità. Ideale da leggere sotto l'ombrellone.

Francesca

3 agosto 2013

Facebook in the rain di Paola Mastrocola [Frasi]

- Potresti andare su Facebook! Così le disse. Le venne spontaneo, dal cuore. Ritrovava i vecchi amici, i compagni delle elementari, conosceva qualcuno di nuovo, si raccontava ogni volta agli altri: le spiegò che il bello era proprio che su Facebook potevi reinventarti ogni volta, costruirti una vita nuova a ogni nuovo contatto. Questo soprattutto le piaceva: COSTRUIRSI! Diventare una persona diversa, ripartire da zero. [...] 
Un po' erano cose vere e un po' no, come la storia dello zio cattivo: Non aveva mai avuto zii cattivi. Ma il bello è che non era chiaro neanche più a lei stessa il vero e il falso. 
Era un gioco, ma era anche la vita. Come se le cose fossero vere solo perchè le scrivevi su Facebook, stavano lì per la prima volta, nascevano nella magica bacheca e quindi di lì in poi esistevano.
Il tardi o il presto sono cose che c'inventiamo noi, per stare male. Ma tu non devi crederci: Non c'è il tempo sbagliato o giusto, c'è solo il tempo che purtroppo passa.
Benvenuta nel mondo Facebook! [...] Era bellissimo, emozionante, esaltante. Uno si parlava... senza parlarsi! Scrivevi e sapevi che l'altro leggeva subito e rispondeva subito, così anche tu subito leggevi e subito ri-rispondevi. Era tutto un trionfo del subito. Subito qui e adesso. Una vita in diretta. Uno si sentiva subito meglio, subito... collegato. Mai più solo, senza fili. Si sentiva uno avvolto di fili, una centrale da cui si diramavano infiniti fili che andavano tutti verso le altre persone e le legavano a sé. Il mondo, di colpo, le sembrò una rete gigantesca, un insieme di corde e cordini che s'intrecciavano a migliaia, a milioni... Una rete, appunto! Ecco perchè si chiamava così... 
Evandra aveva capito. Facebook non esisteva. O meglio, era una specie di mondo parallelo, un fiume che ti scorre accanto, che tu senti ma non vedi. Forse i ciechi avevano questa stessa percezione delle cose, la loro però riferita al nostro mondo, quello dove tutti viviamo ma che a loro è vietato vedere. Le piaceva questa idea di un divieto, di una sorta di maledizione che chissà come e quando era scesa su Facebook e da sempre la governava, una specie di diktat supremo, tipo: Vi parlerete e vi vedrete per immagini finte, mai vi sarà dato di vedervi davvero, pena la vostra perdizione! Non era grave, bastava saperlo. E non fare l'errore, non trasgredire l'ordine, la Legge. Non disobbedire al Dio di Facebook, se no lui si sarebbe vendicato. Finalmente aveva capito. E aveva finalmente una vita piena, vera, completamente e soltanto in rete.

2 agosto 2013

Guardami di Jennifer Egan [Recensione]

Guardami
di Jennifer Egan

Casa editrice: Minimux Fax 
Anno: 2001 
Pag: 557 
Prezzo: 18 Euro

Charlotte, una modella per pubblicità, già troppo "matura" per il proprio lavoro, reduce da un incidente quasi mortale che l'ha resa completamente irriconoscibile decide di ritirarsi dalle scene; almeno fino a che la chirurgia plastica alla quale si è sottoposta non le avrà permesso di recuperare la sua identità, con l'intento di un prossimo ritorno che lei immagina trionfale. Peccato che, dopo i lunghissimi mesi di penosa riabilitazione, si renda conto che, una volta tornata in quello che lei crede il suo naturale habitat nessuno la riconosce. Per rendersi conto che nessuno, neppure i suoi amici, l'ha mai conosciuta se non per quel viso che ora non c'è più. Ci si immerge così nello sgomento di chi ha perso tutto senza sapere davvero cosa fosse questo "tutto", uno sgomento che annienta ma che, incredibilmente, non può che strappare un sorriso per la sua tremenda ironia. Come recuperare la propria coscienza e la propria vita, se le due cose non combaciano necessariamente?

Charlotte, l' adolescente sua omonima che disperatamente cerca, non solo di capire chi è, ma di affermare la propria identità all'interno di una cittadina che mastica luoghi comuni solo per non ricevere sorprese, decide spiazzando tutta la famiglia di cambiare scuola e andare a studiare con lo zio Moose, chiacchierato insegnante di storia e fratello prediletto della madre, sfidando quelle che sono ritrosie e ostacoli che non riesce a comprendere. Il tutto circondato da campi di granturco, autostrade cotte dal sole e periferie di una città reduce di un passato quasi glorioso per un soffio, mai più ripetuto, sulle cui ceneri è ancora adagiata.

Sono queste le macro cornici che sorreggono l'intera trama; che è veramente una trama, e cioè un'accurata tessitura di fili più o meno lunghi, più o meno sottili ma tutti ugualmente solidi e rilevanti senza eccezioni; d'altronde non esistono persone [e dunque personaggi] più o meno importanti in assoluto ma solo persone che incontriamo più o meno volte, con le quali entriamo o no in sintonia, che incidono molto o poco, e che incideranno molto o poco in altre misure per la vita di altre persone. Si incontra così un giovane insegnante di matematica, comparso dal nulla e che fa di tutto per non lasciar trapelare nulla di sé ma si adopera per essere inghiottito dalle spietate mandibole americane; un investigatore disilluso in cerca di un PR misteriosamente scomparso dalla scena di New York che si metterà in contatto con la “nuova” Charlotte costringendola di fronte a quella vita piena di luci e cocktail che l'ha rinnegata e che lei cerca di dimenticare senza in realtà volerlo davvero, incapace di trovare un compromesso tra queste sue due esistenze. In un mondo che diventa ogni giorno più spersonalizzato, meno disposto a tollerare le individualità degli altri e lo spazio, persino, che essi occupano, l'attenta lettura della Egan ci dà conforto perché ci ricorda che non siamo da soli a provare sentimenti talvolta feroci, o moti interiori talmente semplici da essere disarmanti e che rimangono senza spiegazione, o la cui verità può ferirci a morte. Attraverso vicende particolari si ragiona "in generale" senza mai cadere nell'ovvio, o meglio, cadendo sempre nel "condiviso", la grande risorsa dell'autrice che riesce a raccontare attingendo a esperienze che, nelle forme più diverse, tutti abbiamo affrontato. E così le vite di ogni personaggio si sfiorano inconsapevolmente senza sapere quanto e in che modo esse hanno inciso, e incidono, le une sulle altre.

Tutto questo attraverso un linguaggio semplice e incisivo, mai ricercato o pesante ma efficace, tagliente e beffardo talvolta [frutto del lungo lavoro da parte dell'Autrice, durato circa sei anni] e credibile anche quando si entra nei pensieri di un'adolescente di provincia.

Alessandra

1 agosto 2013

Guardami di Jennifer Egan [Frasi]

Avrei mentito, naturalmente. Mentivo molto, e a ragione: per proteggere la verità. Per salvaguardarla, come se indossassi gemme finte per non farmi rubare quelle vere, o per non sminuire il valore facendone un uso eccessivo. Conservavo gelosamente la verità che possedevo, perché le informazioni non erano cose. Erano incolori, inodori, prive di forma, e dunque indistruttibili. Non c'era verso di ritirarle o invalidarle, impossibile arrestarne la proliferazione. Raccontare a qualcuno un segreto era come infilare del plutonio in un busta di plastica da freezer: l'informazione sarebbe inevitabilmente sopravvissuta all'amicizia o all'amore o alla sfiducia cui la si era affidata. E a quel punto era come averla svelata.
Abby Reece dice che lei è californiano’, disse la donna. ‘Ma dall'accento sembra straniero’. Mentalmente, Michael West le imprecò contro. Aveva un accento leggerissimo, se evitava le parole di cui non era pratico. Presto sarebbe scomparso del tutto. Certo, non aveva ancora sviluppato una voce tutta sua: il modo di formulare le frasi e di pronunciare le parole era copiato dalla tv e dalla gente che aveva intorno. La sua grammatica era prudente, ben studiata. Ma alla fine sarebbe venuta fuori anche una voce. Era sempre così. ‘Ho vissuto all'estero per tanti anni’, disse. […] Ovviamente, una scappatoia di questo genere sarebbe stata inutile in qualunque altra parte del mondo: le persone si identificavano a vicenda in base al dialetto, alla famiglia, all'accento. Ma in America, c'era sempre qualche altro posto.
Segui i tuoi desideri’, le disse, con una forza che sorprese perfino lui. Senz'altro sarebbe bastata come risposta, qualunque fosse la domanda: era il credo dell'innocenza, della cecità – della felicità infantile priva di dolore. Moose voleva quel tipo di felicità per Charlotte. Per lasciarla libera, voleva quello. Per abbandonarla ai piaceri ciechi e docili della vita normale, una vita che ormai riusciva a immaginare a malapena, e meno che mai a ricordare. ‘Sei giovane’, disse.‘Vai a divertirti! Prenditi il piacere ovunque lo trovi’. ‘Ma se la gente mi si rivolta contro?’, disse lei, ferma accanto a lui sotto gli alberi.‘Se ridono di me?