5 settembre 2013

Battle Royale di Koushun Takami [recensione]

Battle Royale
di Koushun Takami

Tradotto da T.Faraci

Casa Editrice: Mondadori
Piccola Biblioteca Mondadori
Pagine 663
ISBN-13 9788804586876
Uscito il 6 luglio del 2009

42 studenti giapponesi di terza media partono per la consueta gita scolastica. Ci sono tutti: il bello, il brutto, la timida, l'oca, l'antipatico, il buffone, lo sportivo, la secchiona, il musicista, il pericoloso... Si preannuncia un'uscita memorabile. E lo sarà. In un Giappone che si professa moderno ma lo è meno dell'anno nel quale è stato scritto [1999]. Un governo totalitario che regna facendo leva sulla paura, organizza ogni anno un incontro all'ultimo sangue tra ragazzini delle medie a scopi statistici e militari. I ragazzi vengono narcotizzati e deportati in un luogo sconosciuto dove saranno costretti a partecipare a un gioco mortale senza via di scampo dove uno soltanto ha la possibilità di sopravvivere a scapito di tutti gli altri. Tutto è permesso. E così persino i più indifesi dovranno fare appello a quello che si chiama istinto di sopravvivenza e non è mai detta l'ultima parola.

A chi non abbia dimestichezza con gli anime e più di altro con i manga, o non abbia mai letto nulla di autori nipponici contemporanei credo risulterebbe difficile apprezzare fino in fondo questo libro. Non basta conoscere le antiche tradizioni del Giappone per godersi questo romanzo che a volte è come un film, o un fumetto. È un'opera strana, che affonda le proprie giovani radici nella recentissima cultura nata e sviluppata da e con i tipici manga che non sono da considerarsi come fumetti uguali agli altri ma veri e propri mezzi di comunicazione e dibattito al pari dei quotidiani [anzi, è proprio grazie a questi che il paese spesso affronta le sue tematiche, anche morali, più calde]. Un libro che non può essere preso "per se stesso" e decontestualizzato. Nonostante il linguaggio sia infantile, colloquiale [i protagonisti non hanno più di quindici anni], ciò che risulta appesantire la forma è la narrazione che [pur essendo esterna tiene come punto di vista quello del protagonista nel tal capitolo] è fin troppo discorsiva, didascalica e oserei dire inutilmente ripetitiva: in certi casi credo non sia necessario scrivere "Tizio era sconvolto e disse: sono sconvolto". I personaggi, poi, più che da descrizioni fisiche, pensieri [espressi sempre in modo molto elementare ma, in effetti, sono tutti poco più che bambini], aspirazioni, attitudini, sono delineati essenzialmente dai loro gesti che purtroppo il più delle volte si riducono a scrollate di spalle, sospiri [quanto sospirano!] e occhiate [quanto si guardano l'un l'altro! Quando sono in più di due alla lunga può essere estenuante leggere "Tizio guardò Caio, e poi Caio guardò Tizio e insieme fissarono Sempronio e allora Tizio..."]. A volte è come leggere il copione di un balletto dove ogni mossa è rilevante.
Anche Shuya guardò nuovamente il corpo, ma la visuale era oscurata in parte dai banchi. Sì, era un cadavere. Non c'erano dubbi. Era difficile da comprendere, ma Yoshitocki era diventato un cadavere, il cadavere di qualcuno con cui aveva condiviso dieci anni di vita.
La storia sanguinosa è ugualmente da collegare con la profonda immobilità tradizionale che fa a pugni con la velocità tecnologica, economica e industriale della nazione. Le sue scuole, inoltre, sono estremamente diverse dalle nostre: ciò che accade al loro interno finisce per condizionare gli alunni per tutta la vita poiché la società è restrittiva e conservativa. I modi, le ritualità e le formalità quotidiane che irrigidiscono il modo di vivere sono spesso spezzate dagli scrittori, così come dai fumettisti [ma anche dalla gente comune, basti vedere quanti se ne vanno in giro con abiti da cartone animato o con i capelli dalle tinte innaturali] con espedienti estremamente sanguinolenti o comunque d'impatto, con personaggi e situazioni al limite dell'assurdo che nella vita vera non potrebbero mai venirsi a creare non solo per la loro straordinarietà ma, soprattutto, perché in Giappone mancano certe condizioni che ne permettano lo sviluppo. Si può dire che la violenza sia uno degli sbocchi che questa terra, sempre in bilico tra eccesso e rigore, ha per sfogare l'atavica immobilità.
In questo paese, un sistema nazionalsocialista governato da un'autorità esecutiva chiamata ‘il Dittatore’ (Shinji Mimura una volta disse, facendo una smorfia: ‘Questo è quello che si chiama fascismo vittorioso. In quale altra parte del mondo si trova una cosa così ripugnante?’) non c'era una religione di stato. La cosa più vicina a una religione era la fede nel sistema politico...
Mi sento di consigliare questo romanzo perché ricorda molto “1984” di Orwell e ne è, in qualche modo, la riscrittura [il governo totalitario, il Dittatore, il nemico esterno, la credulità incallita e ottusa]; ma non prima di avere letto qualunque altra cosa di un autore giapponese contemporaneo [se possono piacere, anche i manga]. Altrimenti la difficoltà dello stile rischia di sovrastare quella che è in fondo una storia di crescita, la descrizione violenta del momento in cui tutti abbiamo capito che il mondo là fuori ci è ostile.

Alessandra

3 commenti:

  1. Questo libro è in wishilist da una vita, chissà quando mi deciderò a leggerlo.
    Mi è molto piaciuta l'analisi che ne hai fatto, forse la più bella recensione di questo romanzo che io abbia letto.
    I giapponesi sono quasi sempre discorsivi e ripetitivi, a volte fa parte del loro fascino, altre no, ma rispecchiando la dimensione in cui vivono anche la forma ci avvicina al loro modo di pensare oltre che il contenuto. Poi può interessare o meno, lì dipende dal lettore :)

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    1. Ti ringrazio! E' vero, tendono a essere ripetitivi eppure penso che molto dipenda anche dalla traduzione... Se si riesce ad andare oltre la ripetitività secondo me questo libro merita d'essere letto, anche soltanto per inquadrare in che modo un autore giapponese intende il regime "totalitario", argomento letterario che non è nuovissimo ma che ci arriva spessissimo e maggiormente dagli ambienti anglosassoni... Quando lo leggi facci sapere come ti è sembrato!

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  2. Ho letto questo libro anni prima di Hunger Games; l'ho conosciuto mentre ero in Giappone (e qui non era ancora uscito).
    Proprio perché mi aveva molto colpita (ti giuro che a me non è sembrato ripetitivo), quando poi ho letto Hunger Games sono rimasta sconvolta dalla scopiazzatura evidente. Mi sembra assurdo che nessuno abbia accusato l'autrice di plagio!

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