28 settembre 2013

L'importo della ferita e altre storie di Pippo Russo [recensione]

L'importo della ferita e altre storie
di Pippo Russo

2013
Edizioni Clichy
Una suora gli era passata davanti con il suo piccolo passo cinese, bianca come i muri delle pareti'. Converrete che il riferimento a 'i muri delle pareti' è un'altra perla di valore assoluto. […] “'Presero posto una di fronte all'altra, fronteggiandosi'. Forse sta proprio in questo il bello di leggere i libri di Faletti: nel fatto che ti lascino senza fiato per via di strepitose insensatezze.
L'importo della ferita e altre storie” non è un romanzo. È una raccolta, un archivio degli errori letterari, dai più assurdi ai più banali sotto forma di chiacchierata. Un'analisi irriverente ma piena di raziocinio di alcuni dei cosiddetti "casi letterari" più venduti degli ultimi anni. Pur non scevro di errorucci [di disattenzione, si capisce] è un piccolo gioiellino di critica. L'autore è stato comunque onesto, ammettendo [umanamente] di non essere esente neppure lui da ciò, invitando chiunque a fargli notare qualsiasi sfondone riscontrabile nelle sue pagine.

Si parla dei Libri-panettonisti [Faletti, Volo, Moccia], per proseguire con i Narratori improvvisati [Pupo e Giuliano Sangiorgi] e i Premiati [Scurati e Piperno]: tutti presentati al pubblico per la loro freschezza e/o magniloquenza, astri nascenti della letteratura italiana, sulla base non tanto della qualità della scrittura ma della quantità delle copie vendute. Che - va chiarito - non sono affatto la stessa cosa: i primi sono “autori di libri di cassetta concepiti come fossero cinepanettoni”, i secondi “personaggi famosi che un bel giorno, poiché non avevano di meglio da fare, hanno deciso di scrivere un romanzo”. Nel terzo gruppo, invece, si stende un velo pietoso sulla "autorevolezza" di certi premi letterari e certe giurie. Mi sono piegata in due dal ridere. La maggior parte del godimento è derivata dall'abbattimento di autori tronfi e pieni di sé. Premetto che il caso ha voluto che io non abbia letto nessuno di quelli presi in analisi. C'è da dire però che l'accuratezza e il rigore con i quali sono stati “scansionati” lascia spazio a pochi dubbi. Non nego di essermi trovata in disaccordo qualche volta, soprattutto nei giudizi sulle trame e gli intrecci [che l'autore giudica spesso prolisse, noiose e con picchi bassissimi di originalità]: ammettiamolo, ormai c'è poco da inventare. Sono d'accordo invece nella convinzione che, nonostante l'idea banale, debbano essere lo stile e la creazione dei personaggi a essere allettanti e innovativi, al passo coi tempi, o quanto meno credibili. Giorgio Faletti è tra gli autori con i quali se la prende di più, sia per la sua soverchiante sgrammaticata scrittura sia per il suo piglio saccente con il quale l'ex attore comico difende i propri [indifendibili] romanzi. Ma è in buona compagnia. Parlando di Oscar Borrani, il detective uscito proprio dalla penna di Enzo Ghinazzi [Pupo], per esempio osserva che è: “un personaggio che meglio di qualsiasi altro elemento del libro racconta la raffinatezza di Pupo come narratore. Si tratta infatti d'una figura tagliata con la motosega e rifinita col napalm." […] Del resto “parafrasando Jessica Rabbitt, non è lui a essere un mentecatto ma piuttosto è l'autore che lo tratteggia così”. Per passare alla sensazione che lasciano i libri di Antonio Scurati, uno dei Premiati: “La sensazione d'aver fatto colazione a base di cemento a presa rapida, o d'indossare panni inzuppati in acqua di palude, o di star portando a spalla un caterpillar per tutto il percorso dell'Autosole”.

Gli va comunque riconosciuto l'enorme e massacrante lavoro svolto. A partire da quel "Importo di ferita": un'espressione messa in bocca da Faletti a uno dei suoi personaggi, decisamente priva di senso [come fa ad avere l'importo, una ferita?] e dal gusto incredibilmente anglosassone [con tanto di prova alla mano da parte di una valente traduttrice]. Nonostante, quindi, non abbia giudizi personali avulsi da quelli suggeritimi, non posso fare altro che confermare che, tra i nomi presi in esame, non si salva nessuno; tra errori di grammatica da seconda elementare, inglesismi e barocchismi inutili, luoghi che più comuni non si può e accozzaglie di parole che suonano solo vagamente italiane ma che con un'analisi accurata, sono incredibilmente senza senso. Al di là delle opinioni personali riguardo alle storie che possono essere più o meno gradite, ciò che risulta evidente è un totale abbandono da parte dell'editor delle relative case editrici. Il fatto che questi romanzi siano stati scritti da persone già famose e affermate in altri ambiti non deve permettere la chiusura di entrambi gli occhi davanti al loro lavoro. Se uno ha creduto di avere qualcosa da dire e ha deciso di metterlo per iscritto e pubblicarlo deve rispettare certe regole: che sono innanzitutto le regole dell'italiano, non ché del buon parlare [il che comporta anche il “ben pensare”, inteso come l'avere un buon filo logico e scaltrezza di mente]. Lo scrittore deve avere rispetto del lettore e di ciò che gli “mette in testa” e dovrebbe avere l'umiltà di porsi le domande “Ho davvero detto ciò che volevo dire? L'avrò fatto nel modo giusto? Che effetto avrà sulle persone che lo leggono?”. Come fa notare, essi sono responsabili della forma e dei contenuti che mettono in circolazione. È naturale, con queste premesse, che l'italiano si stia impoverendo e stia diventando una lingua sempre più anglofona e cialtrona.

Non mi piace fare la moralista, né scendere nel qualunquismo ma, dopo tutto quanto, ci sono moltissimi autori emergenti che, nonostante posseggano un discreto talento, se ne stanno a spasso a bussare a decine e decine di case editrici e concorsi che storcono il naso perché temono che magari quel tipo di romanzo non “tiri” abbastanza. Concludo girando una mia personale domanda al signor Russo: ora che ci ha detto quali sono i libri che reputa noiosissimi, può consigliarci quali trova interessantissimi?

Alessandra

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