16 novembre 2013

L'alba si portò via la notte di Laura Orsolini [recensione]

L'ALBA SI PORTÒ VIA LA NOTTE
di
LAURA ORSOLINI

Casa editrice: La memoria del mondo
Anno di pubblicazione: 2013

Siamo a Gallarate, nel 1927. Dopo la morte del padre, Teresa e la sua famiglia, composta da madre, tre sorelle più piccole e un fratellino, devono affrontare l'ingente carico di debiti con i quali l'uomo li ha lasciati e così, molto presto, Teresa, seguita a ruota dalle sorelle, si adopera per trovare un impiego. Con molto impegno diventa parrucchiera e apre un negozio tutto suo. Il lavoro va a gonfie vele, ma la famiglia è numerosa e i debiti sembrano non avere fine. Poi avviene l'incredibile, l'opportunità che non si deve lasciar passare e che taluni aspettano anche per tutta la vita: Livia, una facoltosa cliente di Teresa che sta per trasferirsi in Somalia, da non molto diventata colonia italiana sotto il Fascismo, le propone di diventare la sua parrucchiera personale; laggiù potrà trovare molte altre clienti tra le annoiate mogli dei militari di stanza a Mogadiscio. Dopo molteplici titubanze, la donna accetta: partirà per l'Africa. E con questa scelta le si apriranno le porte su una vita che in Italia non avrebbe potuto neppure sognare. Attraverso parole e lettere che ella scrive alla famiglia ripercorriamo un periodo tristissimo della storia dell'Italia e del mondo, quello della Seconda Guerra Mondiale, attraverso gli occhi distaccati (ma non troppo) di un'italiana, il cui cuore è irrimediabilmente diviso tra la propria terra natìa, dilaniata da fame e bombe, abbandonata per necessità, e quella calda e accogliente che l'ha presa con sé come figlia.

Scrivere a proposito di questo racconto mi è difficile. Ho trovato la vicenda narrata piena di delicatezza. Il lavoro di ricerca dell'autrice è evidente, così come la passione e la partecipazione che l'hanno coinvolta e che è riuscita a trasmettere al lettore. La distanza da casa, l'ansia per i propri cari, l'incertezza di un futuro in una terra straniera piena di volti sconosciuti e "neri".
Forse sono di parte: i periodi storici bellico e prebellico mi hanno sempre interessato moltissimo, sia per la carica emotiva suscitata dai racconti dei nonni, sia per la ferocia incredibile di cui si è letto e studiato a scuola. I personaggi sono ben quadrati, la storia non perde il ritmo; pregevole, secondo me, l'inserimento del dialetto gallaratese, mai fuori tono nonostante l'ambientazione africana, così come la raccolta fotografica che mostra i veri protagonisti. Tutto è in armonia.

Con queste premesse è un peccato dover notare una certa disattenzione nella redazione e nella revisione del testo, che diventa quasi inaccettabile data la brevità del libro. Si va da errori di punteggiatura, dovuti perlopiù a distrazione, ad articoli e preposizioni che spariscono, a un grassetto che compare a metà di una parola, a nomi di persona che cambiano da una pagina a un'altra. Fino a errori storici che sarebbero meno evidenti se non si trattasse di un romanzo frutto di documentazione: per esempio citare la regina Elisabetta d'Inghilterra (se ne parla al presente, dunque, presumibilmente, ci si riferisce a Elisabetta II), negli anni Trenta, quando Elisabetta II è salita al trono nel 1952.
Alcuni inglesismi appaiono un po' troppo moderni (shock, feeling) per una donna che ha vissuto gli anni del secondo conflitto mondiale e che racconta in prima persona (il Fascismo aveva proibito l'uso di parole straniere; a molti oggetti d'uso comune fu cambiata la denominazione). A questo riguardo, l'autrice è stata disponibilissima e ha assicurato che molte di queste sviste sono state corrette nella seconda edizione: una notizia che mi ha fatto molto piacere, essendo il libro meritevole di attenzione.
Ho esordito asserendo la difficoltà trovata nello scrivere a proposito di questa chicca (mi sento di definirla così), che mi è sembrata lasciata in balìa dell'approssimazione. La notizia della seconda edizione riscatta la partenza.

Alessandra

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