31 dicembre 2013

The Shining Girls di Lauren Beukes [recensione]

THE SHINING GIRLS
di
Lauren Beukes


Editore: Il Saggiatore
Traduzione: Seba Pezzani
Pagine: 464
ISBN: 9788842818335
Prezzo: € 16,50


Nel 1931, Harper Curtis scopre una villa abbandonata e isolata dalla città di Chicago. Una casa che lo attira a sé, lo chiama, per affidargli una missione: uccidere senza pietà delle ragazze, perché circondate da una luce particolare. L'abitazione gli permette di travalicare i confini del tempo, per portare a termine il suo compito: individua le prescelte quando ancora sono solo bambine e le uccide quando diventano adulte. 
Kirby Mazrachi sopravvive al suo carnefice, portandosi dietro le cicatrici di quel momento. Si fa assumere come stagista al Chicago Sun-Times, con l'intento di stare vicina al giornalista che ha seguito il suo caso, Dan Velasquez. Indaga, senza mai perdere la speranza, ma ogni nuovo tassello aggiunge nuove domande e interrogativi impossibili da disvelare con la sola razionalità.

La fiera di Roma mi ha fatto imbattere in questo libro, dalla copertina intrigante e assolutamente azzeccata, che rende l'idea di puzzle da completare per arrivare alla soluzione ardentemente cercata. 
L'autrice analizza con ricchezza di particolari i tre protagonisti principali. Harper, superbo e convinto di essere invincibile. Pone fine alla vita di alcune donne, senza la minima pietà; la sofferenza inflitta alle sue vittime è giustificata, queste anime devono smettere di brillare. Ossessionato dai loro nomi, agisce indisturbato, sicuro di potersi nascondere spezzando il continuum temporale. Kirby è scampata alla morte: un personaggio che assomiglia molto a Lizbeth Salander di Uomini che odiano le donne, cupa, rabbiosa e determinata nel voler scovare il suo assalitore per assicurarlo alla giustizia. Nessuno è mai davvero dalla sua parte, tranne Dan, giornalista sportivo: prova ad aiutarla a costruirsi un futuro, si affeziona e cerca di proteggerla dalle delusioni che riguardano la possibile risoluzione del caso.

I dialoghi sono brillanti, così come le descrizioni: in poche pagine vengono presentate le diverse ragazze scelte dalla Casa per essere sacrificate e si entra, da subito, in sintonia con loro. 
A tratti, la narrazione è un po' frammentata e bisogna tornare più volte su una stessa pagina, o scorrere all'indietro, per capire in quale anno si stanno svolgendo certi eventi. 
Nel complesso, la struttura narrativa conquista il lettore e il viaggio nel tempo è ogni volta un percorso per sottrarre al mondo la vita a una giovane donna.

Veronica

29 dicembre 2013

L'abbraccio perfetto di Kempes Astolfi [recensione]

L'abbraccio perfetto
di Kempes Astolfi

Casa Editrice: Prospettiva Editrice
228 pagine
ISBN: 978-88-7418-855-0
uscito a dicembre 2013

J è il classico genio chiuso in se stesso, numeri, pensieri e poche parole. Sa esprimersi solamente con la matematica e il mondo dei software. Quando la madre muore, il cordone ombelicale che li lega si spezza e lui finalmente si libera da quell'immobilità che lo costringe sia a non essere che a non agire. Ogni cosa dentro di lui cambia ancora di più, dopo aver incontrato per caso una ragazza in un bar e averci passato la serata insieme. L'attimo esatto in cui la invita in camera e si addormentano l'uno nelle braccia dell'altro con una naturalezza mai provata prima. E allora mi chiedo, può bastare un gesto a cambiare una vita intera? A scoprire una grande verità? A capire quello che conta veramente? A quanto pare sì... almeno per il protagonista.
Ripristino la fiducia, la voglia di credere in qualcosa di grande. Riparo la poesia che la gente dimentica di avere nel cuore. Aggiusto sentimenti come la vergogna, l’odio, lo stupore, l’orgoglio. Io fisso nella mente emozioni indelebili. Rimedio a confusione, crisi. Prima riparo tutto questo e poi regalo qualcosa che, chi mi incontra, non potrà dimenticare mai. In sostanza, regalo Speranza.
Regalare emozioni uniche e momentanee però, a un certo punto si ripercuote sulla sua stessa persona... Si ritrova con un blog dedicato a lui: l'uomo misterioso, che regala "l'abbraccio perfetto" per poi dileguarsi nel nulla, senza lasciare traccia. I media del mondo intero ne parlano. Le donne che hanno avuto la fortuna di incontrarlo lo cercano e fanno di tutto per scoprire chi è, cosa fa, perché. Una in particolare, l'arrivista Amanda Lisetti, giornalista alle prime armi, che oltre a lui, rincorre il successo sfrenato. Fino a quando le due cose si confondono e si fondono per arrivare a non sapere più nemmeno lei cosa vuole realmente, se l'amore o la carriera.

Una trama intrigante. Un uomo che fa del motto "il bene genera bene" la sua filosofia di vita ma che gli torna addosso come un boomerang che lo centra in pieno rendendolo - all'apparenza - impotente. Il problema è che non siamo abituati ai gesti disinteressati, fatti col semplice scopo di regalare scorci di felicità inaspettati, e quando li scopriamo, poi non vogliamo più rinunciarci. Ed è vero che noi, di questo tipo di persone non ce ne vogliamo liberare, anche se il sentimento che proviamo è univoco.

L'aspetto che più fa riflettere è il credere che dietro a un'azione, ci sia sempre un'intenzione. Spesso è così... J stupisce per il suo disinteresse. Una storia dolce-amara sotto tanti punti di vista. Soprattutto per ciò che scatena se inizi a ragionare sui vari aspetti che ti legano agli altri, le relazioni sociali, quelle più circoscritte, quelle con gli sconosciuti e il significato ancora più profondo dell'amare e dell'essere amati.
A volte a risolvere il male che ci portiamo dentro, basta un solo abbraccio, l'abbraccio perfetto.

Francesca

25 dicembre 2013

Buon Natale duemilacredici

Vorrei poter mettere lo spirito del Natale all’interno di un barattolo e poterlo tirare fuori mese per mese, poco alla volta. 

[Harlan Miller]


22 dicembre 2013

La volontà di Dio di Marco Bettini [Frasi]

Queste diverse credenze, che riguardano miliardi di persone sulla terra, hanno in comune un'assoluta, radicata, sfiducia nella parola di Dio. Per diffonderla c'è bisogno prima di spiegarla, tradurla, interpretarla. D'altra parte Dio, pur essendo onnisciente, onnipotente e onnipresente, non si è ancora reso conto di essere un tantino troppo ermetico per farsi comprendere dal suo amato popolo, a cui si sforza ogni volta di indicare la via. Questo Dio misterioso, o Jahvè o Allah che sia, si propone ai fedeli come un tipo un po' zuccone, stolido, che fatica molto a spiegarsi e avrebbe bisogno di un consulente per la comunicazione.
- «Eeehhh. Mi hai demolito millenni di fede in una tirata sola» sorrise Migliori. 
- «Non ti vedo turbato, però.» 
- «Deve essere l'effetto che fa occuparsene troppo da vicino. Finisci per non crederci. Colpa tua.»
«Il risultato è questo: il Dio della Bibbia è feroce, vendicativo, impone piaghe e punizioni terribili a chi non crede in lui, distrugge con il fuoco Sodoma e Gomorra, abitate da empi e peccatori, permette a Mosè, il suo profeta, di sterminare gli ebrei che adorano il vitello d'oro. È un Dio iracondo, molto umano e sanguinario. Fulmina due sacerdoti, colpevoli di aver sostituito l'incenso da bruciare nel tabernacolo. Fa piovere quaglie sugli ebrei affamati nel deserto, ma siccome s'ingozzano per la fame, si scoccia e ne fa morire migliaia. Uccide Onan che si rifiuta di mettere incinta la cognata, colpevole di coito interrotto. Ordina a Mosè di mettere a morte un uomo che ha raccolto legna di sabato. Stabilisce la distruzione del popolo di Beniamino, producendo più di centomila morti. Spesso si prende la briga di specificare che i nemici degli ebrei devono essere trucidati insieme a alle loro donne, ai bambini e al bestiame. Il suo angelo, in un passo della Bibbia, ammazza centottantacinquemila persone. Stiamo parlando di un Dio incline alla distruzione di massa. Poi arriva Gesù, cioè un ebreo che reinterpreta le leggi ebraiche e cambia letteralmente i connotati di Dio. [...] Manda suo figlio a morire sulla croce per riscattare gli uomini dalle loro colpe e ci dona la sua parola d'amore, il Vangelo. Viene da chiedersi: è lo stesso Dio di prima? Ecco che in un colpo solo abbiamo trasformato il terribile Dio degli ebrei in un vecchio pazzo masochista che ha improvvisamente cambiato psichiatra e cure farmacologiche.»
«A forza di frequentarti diventerò un bestemmiatore incallito.» 
«Lascia perdere. Fatica inutile.»
Chi si oppone al pensiero dominante non è necessariamente un nemico, ma una persona con cui vale la pena confrontarsi...

21 dicembre 2013

A proposito di lei di Banana Yoshimoto [recensione]

A PROPOSITO DI LEI
di
Banana Yoshimoto

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Traduzione: Giorgio Amitrano
Pagine: 152
ISBN: 9788807030413 
Prezzo: € 12,00

Yumiko e Shōichi, cugini rispettivamente figli di due sorelle gemelle, si ritrovano dopo tanti anni; a separarli, un evento drammatico che ha coinvolto la loro famiglia. Lui dolce, sensibile, impegnato nel lavoro; lei tormentata dal passato, sempre in viaggio tra Italia e Giappone, non curante della stabilità, che sembra non appartenerle. Dal loro incontro si svilupperà un percorso a ritroso nei luoghi della memoria, per capire cosa sia successo alle madri e quale fosse realmente la loro personalità. Quella di Yumiko, immersa nella dimensione della magia, finisce per esserne assorbita, macchiandosi di atti atroci; quella di Shōichi pare un modello perfetto in tutto, ma nei ricordi di chi l'ha conosciuta è ben diversa dall'immagine idilliaca dei due protagonisti. 
I due cugini imparano a conoscere meglio se stessi, i loro cari e quest'avventura nel passato li porta inesorabilmente ad avvicinarsi:
"Anche senza parlare, capivo che cosa provava Shōichi, e credo che lui provasse lo stesso nei miei confronti. Il divano era stretto, e le nostre ginocchia si sfioravano. Mi rendevo conto persino, del fatto che quel leggero calore era di sostegno a entrambi. Nella straordinaria tranquillità di quell'edificio, protetta da vetri insonorizzati, le uniche cose vive erano il verde del giardino e quel calore. In quel momento, se fosse stato possibile, avremmo voluto restare così all'infinito. In quella posizione, con lo spirito di due bambini che stanno vicini. Restare così, come nei tempi felici, escludendo ogni altro pensiero".
Banana Yoshimoto costruisce la storia intorno a due personaggi, privi dello spessore che contraddistingue gli elementi portanti di ogni suo racconto. La figura di Yumiko è a tratti inconsistente: non percepisce amore da chi le sta intorno, ha bisogno di sentirsi necessaria per qualcuno e ricerca nel passato delle risposte. Shōichi è pedante, logorroico e sembra spesso perdere il contatto con la realtà delle cose, che così pesantemente li si parano davanti.
Soprattutto la prima parte mi ha convinta meno e ho letto con più fatica: nel finale, il colpo di scena dà un significato a tutto e si riesce a comprendere perché alcuni passaggi, nel corso dell'andamento narrativo, sono più deboli.
La semplicità nel descrivere alcuni aspetti quotidiani è sempre affascinante nei racconti di questa autrice e anche in A proposito di lei il suo tocco così delicato emerge tra le righe:
"Mangiai la cena di Shiōichi come se assaporassi la felicità. Che bello mangiare le cose cucinate di una persona a cui vuoi bene, pensai. Il sapore è completamente diverso dai piatti che cameriere o cuochi hanno preparato per lavoro.È un sapore che dice: Su, mangiamo insieme, nutriamo i nostri corpi degli stessi elementi, andiamo avanti".
Da leggere perché è Banana Yoshimoto: anche quando la storia pecca in qualche aspetto si viene comunque conquistati, soprattutto per la grande padronanza di linguaggio e di scrittura. Lo stile così personale e semplice, tutto rivolto alla sfera emozionale, mi spinge sempre a riflettere sull'esistenza umana e dall'esperienza di lettura non posso che uscirne arricchita.

Veronica

20 dicembre 2013

Ferdydurke di Witold Gombrowicz [recensione]

Ferdydurke
di Witold Gombrowicz

Tradotto da Vera Verdiani

Feltrinelli Editore
pagine 267
9 euro
ISBN 9788807812309
Uscito nel 2004
Non vedete che la vostra maturità esteriore è solo finzione e che tutto quello che potete esprimere non corrisponde alla vostra realtà intima? Finché fingerete di essere maturi, vivrete, in realtà, in un mondo molto diverso. Se non riuscite a unire strettamente questi due mondi, la cultura sarà per voi sempre uno strumento di inganno. [p. 248 - Introduzione all’edizione argentina]
l’immaturità è un concetto troppo drastico. Se tu stesso ti definisci immaturo… Non lo capisci che la condizione sine qua non della maturità sta nell’autoproclamarsi maturo? - p. 18
Quando riusciremo a comprendere che non siamo né possiamo essere autentici, che tutto quanto ci definisce (le nostre azioni, i pensieri o i sentimenti) non proviene direttamente da noi, ma non è che il prodotto dello scontro tra il nostro io e la realtà esteriore, allora forse la cultura diventerà meno pesante.
Prendo in mano Ferdydurke. Chi è Ferdydurke? La parola in sé in polacco non ha un significato, non è un personaggio, non è nessuno, o forse siamo tutti noi, che viviamo dentro la società e ne siamo condizionati sin dalla nascita, ne assumiamo le sembianze, talvolta ne fuggiamo e più spesso ci adattiamo ad essa. Ma quando prendo in mano Ferdydurke tutto questo non lo so ancora, e forse, anche adesso è nient’altro che un’impressione. L’andamento di lettura parte irregolare, faticosamente scorro le frasi avanti e indietro, si alternano domande costanti, e poi all’improvviso arrivano le risposte cercate, la fatica fatta viene premiata. Gli eventi, i personaggi, i luoghi sono permeati dal surreale e dall’oscuro, percepisco il buio onirico di Goya, vedo gli scenari delle pellicole di Murnau, poi i volti quelli ripresi da Buñuel, immagino facce così – falsamente – espressive.

Gingio, il protagonista trentenne, vittima e poi artefice della sua stessa infantilizzazione, conduce il lettore attraverso un viaggio che descrive minuziosamente negli incontri, nei paesaggi rupestri, negli arredi borghesi. Le sembianze dei personaggi mutano al loro mutare, facce di gomma, maschere dell’intelletto. Pervade il caos tra le parole, nei pensieri; e poi si scorge invece una simmetria precisa tra capitoli e intermezzi. Seppure queste sfacciate e derisorie intromissioni possano sembrare una satira contro l’uno o l’altro aspetto della società, un attacco verso un particolare ceto o verso la cultura in generale, sia chiaro che non lo sono: la questione trattata è quella della “forma”.

Che cosa rappresenti questo libro è una riflessione che ognuno deve fare con se stesso, certo l’invito è quello di farci i conti, perché non si fugge a se stessi. Che cosa non è? Questo lo chiarisce l’autore nel corso delle digressioni, una spada tratta contro il fraintendimento di un testo scritto senza pause, senza risoluzione, senza una facile struttura logico/grammaticale; tenue tentativo per un’opera tuttavia passata nell’ombra e non compresa dai più. Le parole sono usate come spilli, lasciano attoniti, talvolta infastidiscono, ma sono quelle adatte e inerentemente espressive, le uniche possibili. 
Siamo tutti “cuculizzati”? Dobbiamo occupare un posto nel mondo? E i legami, nostra forza o necessità? Rispondere a queste e altre domande in modo personale è il lascito più prezioso da parte dell’autore, che dal canto suo ci permette di intuire la propria opinione non prima dell’ultima pagina. Trovare risoluzione ad esse, un altro viaggio.

Elisa

17 dicembre 2013

La vita non è in rima [per quello che ne so] di Luciano Ligabue

La vita non è in rima 
[per quello che ne so]
di Luciano Ligabue

pagine 192
14 euro
ISBN: 9788858108734
uscito nel 2013
La vita non è in rima vuol dire da un lato che i conti non sempre tornano. Dall’altro che, per fortuna, non siamo costretti a vivere secondo uno schema precostituito. E anche questo libro ha uno schema libero. Al centro c’è la scrittura di Ligabue, in tutte le sue forme. Si parte dalle parole – delle sue canzoni, dei suoi libri, dei suoi film – e si arriva a parlare del suo modo di vedere il mondo. La lingua e il dialetto, la famiglia e la politica, il dolore, la speranza, l’arte, il calcio, il sesso, l’amore, l’amicizia, la memoria, la felicità di riuscire a sentirsi – anche solo per un momento – «leggero, nel vestito migliore, nella testa un po’ di sole ed in bocca una canzone». Dentro la scrittura di Ligabue c’è una scelta delle parole che rappresenta un punto di vista sulla vita. Ma soprattutto c’è tanta musica, che trasforma e amplifica il senso di ogni parola. Perché per ogni cosa detta c’è sempre un motivo e quel motivo è spesso il modo in cui la canzone ci entra nelle vene, diventa parte di noi. Un libro pieno di spunti sorprendenti – di acume, di dolcezza, di ironia – che farà scoprire Luciano Ligabue a chi ancora non lo conosce bene, ma stupirà anche chi (come ognuno dei suoi tantissimi fan) pensa di sapere già tutto di lui.
Io sono felice e spaventato, come chiunque fa canzoni, di sapere che in realtà non ci sono regole per far la canzone giusta. Però quando hai fra le mani questa cosa, quando senti che fra le parole e la musica si sta creando quella giusta tensione… allora davvero la sua leggerezza, la sua impalpabilità, la sua inafferrabilità si trasformano in una specie di miracolo avvenuto.
La vita non è in rima perché la rima fa pensare alla poesia e la poesia vuole essere un po' l'essenza, il distillato nobile della vita, ma ne lascia fuori troppe parti.
Se è vero che il mondo là fuori è fatto di realtà, è altrettanto vero che la realtà è fatta in gran parte del nostro modo di vedere. Il fuori che vediamo è legato al nostro dentro.

12 dicembre 2013

Felici i felici di Yasmina Reza [recensione]

Felici i felici
di Yasmina Reza

Traduzione di Maurizia Balmelli
Adelphi
pp. 163
€ 18,00
ISBN 9788845928260 2013

Ho conosciuto Yasmina Reza grazie a “Carnage” di Roman Polanski, trasposizione cinematografica di “Il dio del massacro”, opera teatrale della Reza. Quando ho letto dell’uscita del suo nuovo romanzo ho pensato “Va letto, subito”. E in effetti “Felici i felici” è uno di quei libri che non vorresti finisse. Vorresti sapere che succede fra l’infermiera e il figlio della paziente. Vorresti leggere altre osservazioni pungenti, tipo “Se fossi la regina del mondo proibirei le canzoni d’amore”, o “Ho subito scoperto che le piacevano i Black Eyed Peas e Zaz, la cantante. Una cosa del genere di solito mi smonta subito”. Perché sono vere. 

Ogni capitolo porta il titolo di uno dei protagonisti, ed è il racconto, fatto in prima persona dallo stesso protagonista, di uno specifico episodio. Pian piano si svela l’intreccio delle vite, delle loro interconnessioni, a volte molto vicine, altre tangenziali; scopri come cambiano i punti di vista, vedi come cambiano le persone in diverse situazioni. E non puoi fare a meno di pensare che questa è la vita, la tua vita. Con al centro la grande confusione su quella strana invenzione che è la “coppia” (e, di conseguenza, la “famiglia”), spazio dove si nascondono uomini-donne/mostro. Questo fluire è reso perfettamente anche nella forma usata per scrivere i capitoli-racconti: è un continuum di lettere e segni di interpunzione, non c’è mai un a capo, proprio come è il pensiero, un flusso continuo, che non si ferma mai (prosegue anche di notte, con i sogni). Non c’è un diverso livello di pensieri, è tutto superficiale; al massimo cambiano le interconnessioni fra i diversi pensieri, la logica che li unisce, ma non c'è un pensiero più profondo di un altro. Cambia solo la nostra capacità di percepire le interconnessioni. 

Per esempio: Robert Toscano è al supermercato, sta litigando con la moglie. Il litigio è un capolavoro, come può esserlo solo fra due persone che si frequentano da molti anni: si feriscono, poi però provano a smorzare, ma lui non può cedere, smorzano di nuovo, poi ancora è lei che non vuole fargliela passare liscia. In questa teoria di discorsi diretti e sue considerazioni, Robert nota cose apparentemente incongrue. A un certo si accorge di pensare a una coppia di loro amici, gli Hutner. Si chiede il perché, gli sembra un po’ insensato. Eppure un nesso c’è: da qualche tempo gli Hutner hanno preso a chiamarsi “tesoro”, a dirsi “stasera tesoro facciamoci una buona cenetta”. E Robert constata che il litigio che sta avendo con sua moglie non è poi diverso dal dirsi “stasera tesoro facciamoci una buona cenetta”. 

Non è certo un libro consolante, al contrario, è ruvido, forse urticante. Ma di fronte al quale, a essere sinceri, non puoi dire “Non è vero”.

Vittorio

11 dicembre 2013

Carrie di Stephen King [recensione]

CARRIE
di 
Stephen King

Editore: Bompiani
Traduzione: Brunella Gasperini
Pagine: 174
ISBN: 9788845210006
Prezzo: € 7,90
Sappiamo che Carrie fu la vittima della mania religiosa di sua madre. Sappiamo che possedeva un potere telecinetico latente. Sappiamo che questo cosiddetto "talento", detto comunemente telecinesi, è in realtà ereditario, prodotto da un gene che, quando esiste, è di solito recessivo. Sospettiamo che la telecinesi possa essere di natura ghiandolare. Sappiamo che Carrie diede almeno una dimostrazione del suo potere da piccola, quando fu messa in una situazione di estrema tensione e senso di colpa. Sappiamo che un'altra situazione di estrema tensione e senso di colpa nacque dall'incidente nella sala docce. [...] E per finire, sappiamo che la Notte del Ballo sopravvenne una terza situazione di grande stress, che causò terribili avvenimenti che ora dobbiamo discutere».
Carrie è un'adolescente di diciassette anni, molto timida, chiusa, poco attraente e ignara degli aspetti più "elementari" della vita. A scuola è il classico capro espiatorio, vessato dai più popolari. Dopo la lezione di ginnastica, si ritrova con le compagne a fare la consueta doccia e, molto tardi rispetto alle sue coetanee, ha la prima mestruazione. Spaventata dalla situazione, viene sbeffeggiata e ridicolizzata dalle altre ragazze. Lei non dimenticherà mai l'imbarazzo provato in quel momento.
Sue Snell, sentendosi in colpa per aver attaccato Carrie ed essersi fatta trascinare dal gruppo di amiche, convince il suo ragazzo a invitarla al ballo, evento che sarà per tutti realmente indimenticabile.

Stephen King costruisce un personaggio femminile debole all'apparenza, ma pronto a esplodere, forte del suo potere. La figura materna, che dovrebbe guidarla verso la maturazione, è completamente condizionata dalla religione: considera ogni pensiero e atto della vita di una donna come impuro e necessitante di espiazione. Il risultato è un personaggio spaventoso per le convinzioni che guidano le sue azioni ai danni della figlia, che finisce per essere in tutto e per tutto un'incompresa. Nei lettori scatta invece un sentimento di comprensione nei confronti di Carrie, anche se utilizza il suo dono per ottenere vendetta.
Il male si ritrova nella famiglia, nella scuola, nella società stessa e l'obiettivo dell'autore e proprio quello di farci riflettere sulla crudeltà che ognuno di noi può infliggere o subire, in un'età così difficile che tutti noi abbiamo o dobbiamo attraversare.

A gennaio 2014 esce il remake, diretto da Kimberly Peirce, del film del 1976 di Brian De Palma: per l'occasione, recuperate il romanzo, il quale ha segnato l'inizio della carriera di Stephen King nel 1974.



Veronica

Felici i felici di Yasmina Reza [frasi]

Felici i felici
di Yasmina Reza
Fin dall’infanzia mi costruisco delle rappresentazioni mentali del tempo. Vedo l’anno come un trapezio isoscele. L’inverno è in alto, una linea dritta e decisa. L’autunno e la primavera disegnano una specie di gonna. E l’estate è sempre stata un lungo terreno piano. Oggi ho l’impressione che gli angoli si siano spuntati, che la figura non sia più stabile. È indice di cosa? Non posso diventare una signora Compain. Parlerò seriamente con mio padre. Gli chiederò di ristabilire la geometria della mia vita.
Un ritiro nel mondo delle ombre si può accettare da un eroe letterario, non da un marito con cui si condivide la vita domestica.
Anders Breivik, il norvegese che ha ucciso sessantanove persone a fucilate e altre otto con una bomba, ha detto al tribunale di Oslo: “Di solito sono una persona molto simpatica”. Quando ho letto questa fase ho subito pensato a Darius Ardashir. Di solito, quando non è impegnato a distruggermi, Darius Ardashir è un tipo molto simpatico. A parte me, forse sua moglie e le donne che hanno avuto la sventura di volergli bene, nessuno sa che è un mostro.
Non so che combina Jeannette con quello strofinaccio invece di continuare a tostare il pane. Ne arrotola gli angoli e se li attorciglia intorno all’indice. Mi fa perdere la concentrazione. Non posso affrontare una discussione seria con mia moglie. Farsi capire è una cosa impossibile. Non esiste. Soprattutto fra marito e moglie, basta una frase per essere messi sotto accusa.
… Ma è la canzone a darmi sui nervi, sono contraria alle canzoni d’amore, dico. Più sono famose, più sono stupide. Se fossi la regina del mondo le proibirei.
Loula Moreno è curiosa e perspicace. Non ci ha messo niente ad accorgersi che mi interessava Géraldine, l’aiuto costumista, una brunetta con gli occhi chiari e una montagna di capelli. La prima impressione non è stata esaltante perché abbiamo parlato di musica e ho subito scoperto che le piacevano i Black Eyed Peas e Zaz, la cantante. Una cosa del genere di solito mi smonta subito.

9 dicembre 2013

La prima moglie di Daphne Du Maurier [recensione]

La prima moglie 
di Daphne Du Maurier 

Mondadori Editore (edizioni Medusa) 
1941

All'inizio fu Daphne Du Maurier. Poi venne Hitchcock, il grande regista inglese, che traspose in pellicola il suo romanzo. Oggi, le due versioni sono difficilmente separabili, grazie anche alle atmosfere da sogno inquieto che ci ha regalato il regista.

La protagonista di questo noir angoscioso è una discreta e giovane dama di compagnia di un'americana ricca e snob; durante una delle lunghe e noiose vacanze della padrona - alle quali la ragazza, suo malgrado, ormai si è abituata - incontrano il signor de Winter, maturo proprietario terriero che ha di recente perduto la moglie. Egli è spiccio ma non privo di cortesia e presto la ragazza ne rimane infatuata. I sentimenti sono reciproci e, in preda dell'entusiasmo, i due si sposano e fanno rientro alla tenuta di Maxim [questo il suo nome]. Lei è umile e modesta, non abituata alla ricchezza, ma tutto sembra comunque perfetto, non fosse per la signora Danvers, la vecchia governante e un tempo dama di compagnia della defunta moglie di Maxim: la beneamata Rebecca di cui tutti vorrebbero parlare ma di cui nessuno può dir nulla.
In cima allo scalone c'era una figura nera ad aspettarmi; gli occhi infossati mi guardavano intensamente, dal bianco viso di teschio. [...] Io ero sola con la signora Danvers. Immobile, le mani giunte, senza abbandonarmi con gli occhi ella attese che io salissi gli ultimi gradini dell'ampia scalea.
Il passato difficilmente svanisce dalle quattro mura, dove tutto ricorda la prima moglie. E nonostante gli sforzi, il rapporto col marito si incrina: le fantasie della giovane si alimentano coi silenzi e gli echi della casa, suggerendo la sua insistente presenza ovunque, un fantasma personale che induce all'insanità mentale. Perché Maxim non vuole rivelare in che modo è scomparsa, diventando ogni giorno più intrattabile; e come mai la signora Danvers la odia così tanto da volerla mettere contro allo stesso marito dato che la donna ormai è morta? E su tutto impera Manderley, l'enorme tenuta familiare dei de Winter, col suo bosco primitivo e selvaggiamente fiorito e con quell'enorme scogliera che scende a picco sul mare in burrasca, dritto dalle finestre di casa. La ragazza è sola, contro un fantasma.
Riflettevo che non ero la prima a sprofondarmi in quella poltrona: altri c'era stato prima di me, che per certo aveva lasciato l'impronta della sua persona sui cuscini, sul bracciuolo, là dove avevo posto la mano. Un'altra aveva versato il caffè dalla medesima caffettiera d'argento, aveva recato la tazza alle labbra, s'era curvata sul cane, così come facevo io. Inconsciamente rabbrividii, come se qualcuno avesse aperto la porta dietro di me e una ventata fosse entrata nella stanza. Io sedevo nella poltrona di Rebecca, mi appoggiavo ai cuscini di Rebecca. E il cane che era venuto ad appoggiarmi la testa in grembo così aveva fatto per una vecchia abitudine, e perché ricordava che in passato ella soleva dargli lo zucchero.
Ho adorato il film di Hitchcock “Rebecca la prima moglie” e ancor di più il libro, ricco di molte sfumature in più e di tormenti intimi [come sovente è], che parte come un romanzo rosa e si evolve nel noir e nel giallo. La Du Maurier è stata una grande giallista e scrittrice “inquietante” e i suoi libri sono stati scelti molte volte dallo stesso regista per trasformarli in film. Il linguaggio non è moderno, ma quello pacato degli anni Quaranta, e se devo consigliarne la lettura la consiglio nelle edizioni più vecchie, per non perdere il sapore elegante della scrittura originaria.

Alessandra

5 dicembre 2013

Arancia Meccanica di Anthony Burgess [recensione]

Arancia Meccanica
di Anthony Burgess

ET Einaudi
pp. 240
€ 12,00
ISBN 9788806173562
2012

In un presente futuristico ma molto, molto simile all'Inghilterra degli anni Sessanta [e nello specifico Londra] la cosiddetta società civile è al collasso, martoriata da una cultura sempre più povera e priva di interessi: tutto è grigio e umido, il lavoro è nient'altro che fatica e la vita un circolo che appare vizioso. Le bande urbane la fanno da padrone e diffuse delinquenze di ogni tipo riempiono le strade. In tutto questo sguazzano Alex e la sua ghenga, dediti a droghe e abusi ottusi e fini a se stessi. Ma è un malvivente atipico, colto e amante di Shakespeare e Beethoven: il suo linguaggio è ampiamente superiore alla media, così come le sue doti di capogruppo. Purtroppo Alex si annoia: le angherie che perpetra non sono per attirare l'attenzione. A lui piace quel che ha scelto di fare. Nonostante i tentativi di correzione, viene incarcerato per l'ennesimo orrendo crimine; in galera, forte della sua intelligenza, riesce a entrare nel programma di riabilitazione sperimentale che gli permetterebbe di uscire prima del previsto. Gli esami somigliano più a un lavaggio del cervello e quando esce dopo aver patito le pene dell'Inferno, incravattato e pulito, della correzione c'è solo l'apparenza. Purtroppo questo non lo immagina. Contro ogni aspettativa si butta nel mondo che nel frattempo è andato avanti, il suo vecchio sé però, non se n'è mai andato.

Il linguaggio è il primo ostacolo di un romanzo come questo, nonché l'unico ausilio per non rimanere sopraffatti dall'orrore compiuto dai protagonisti. Ho avuto la fortuna di leggere la traduzione di Floriana Bossi e, benché sia una traduzione del tutto particolare, mi sento di suggerire questa al confronto con altre anche più recenti. Come nella serie del commissario Montalbano, tutto è raccontato in un peculiare dialetto senza il quale non si può comprendere il testo. Superato questo, si troverà l'autodistruzione dei giovani che non sentono d'avere uno scopo [così oggi come quelli degli anni Sessanta in cui è stato scritto il libro], le promesse e i palliativi della stessa società che ha contribuito a che lo scopo mancasse, e la questione ancora senza una risposta chiara: è meglio essere buoni per induzione, o è preferibile essere malvagi per scelta?

Guardare il film di Kubrick, pur essendo soprprendentemente molto fedele al testo sia nelle vicende sia nei dialoghi, non è assolutamente come leggere il libro e in questo caso lo è ancora di più che in altri. La violenza per immagini è scevra di ogni ragionamento altrimenti necessario per comprendere fino in fondo il perché delle scelte di Alex. Man mano che la lettura prosegue, nonostante il protagonista sia un balordo che si potrebbe facilmente bollare come sadico, ci si ritrova dalla sua parte. È un ragazzo come gli altri, in fondo: è simpatico. Si può essere simpatici e al tempo stesso malvagi fin nelle viscere? 

A voi il giudizio. Con la preghiera: non abbandonatelo dopo le sole prime dieci pagine.
"− Allora che si fa, eh? C'ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d'inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com'erano questi sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c'era ancora una legge contro l'aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio di altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po' di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia."
Alessandra

3 dicembre 2013

Stoner di John Williams [recensione]

Stoner
di John Williams

Fazi Editore
334 pagine
isbn: 978-88-6411-236-7
17,50 euro
uscito il 24 febbraio 2012

Non so perché ho aspettato così tanto per leggerlo. Forse è vero che ogni storia ha il suo momento. E quand'è che lo capisci? In questi ultimi due anni, escludendo alcune rare eccezioni, non sono stata io a scegliere i libri, sono loro che hanno scelto me. Stoner è stata una lettura lenta, una di quelle che assapori piano piano, gustando ogni parola... a volte dolce, a volte amara. 

William Stoner è un umile figlio di contadini. Terminate le scuole superiori, il padre decide che deve andare all'università a studiare agraria. Galeotta è la lezione di letteratura inglese, che lo fa innamorare dei libri. Senza dire nulla ai suoi, cambia indirizzo di studi. Da qui, la sua esistenza prosegue in maniera ordinaria, senza picchi emotivi eclatanti. Diventa professore, si sposa, ha una figlia. La pacatezza del protagonista - scordatevi le solite scene epiche o i drammi teatrali - lo mostra in tutta la sua noiosa normalità.

Lo sforzo maggiore delle persone che ti stanno vicino, è quello di passare il tempo a spiegarti com'è che si vive: - ribellati alle ingiustizie, non ti far mai sopraffare dallo sconforto, reagisci, insegui i tuoi sogni, rispetta gli altri, persevera, lotta, ama, prenditi sempre quello che ti spetta, ridi, corri... E tu - visto che loro si sono presi la briga di insegnartelo - fai del tuo meglio per non deluderli e per non deluderti. Quindi trovarti di fronte a un personaggio simile scatena reazioni contrastanti perché fa della diplomazia la sua filosofia, anche nelle situazioni di estrema difficoltà o impotenza. Come se niente e nessuno lo riguardasse mai veramente a fondo. Tale aspetto viaggia sui binari della coerenza fino alla fine dei suoi giorni. Se da un lato ciò lo fa apparire come un perdente, dall'altro pensi che abbia trovato la fonte segreta della felicità eterna. Molto facile salire, scendere, e poi salire e di nuovo scendere... proprio come quando sei sulle montagne russe e ti hanno costretto a montarci sopra. E - non so voi ma - io odio le montagne russe, sia se parliamo della giostra vera e propria, sia se la usiamo come metafora. Ho reso bene l'idea? Ecco, il protagonista non è niente di tutto ciò. Ve lo sareste mai aspettato?

Questa storia la ami proprio per quello che ti suscita dentro. Affascinante  l'ambientazione posta a cavallo delle due guerre mondiali, della quotidianità che si respira in un tipico college inglese, dell'amore per la letteratura... che ricorda vagamente la passione che si respira nel film "L'attimo fuggente", disarmante il finale.
Aprì il libro, e mentre lo faceva il libro smise di essere il suo. [...] Le dita si allentarono e il libro che tenevano si mosse piano piano e poi rapidamente lungo il corpo immobile, cadendo infine nel silenzio della stanza.
Assolutamente consigliato.

Francesca