5 dicembre 2013

Arancia Meccanica di Anthony Burgess [recensione]

Arancia Meccanica
di Anthony Burgess

ET Einaudi
pp. 240
€ 12,00
ISBN 9788806173562
2012

In un presente futuristico ma molto, molto simile all'Inghilterra degli anni Sessanta [e nello specifico Londra] la cosiddetta società civile è al collasso, martoriata da una cultura sempre più povera e priva di interessi: tutto è grigio e umido, il lavoro è nient'altro che fatica e la vita un circolo che appare vizioso. Le bande urbane la fanno da padrone e diffuse delinquenze di ogni tipo riempiono le strade. In tutto questo sguazzano Alex e la sua ghenga, dediti a droghe e abusi ottusi e fini a se stessi. Ma è un malvivente atipico, colto e amante di Shakespeare e Beethoven: il suo linguaggio è ampiamente superiore alla media, così come le sue doti di capogruppo. Purtroppo Alex si annoia: le angherie che perpetra non sono per attirare l'attenzione. A lui piace quel che ha scelto di fare. Nonostante i tentativi di correzione, viene incarcerato per l'ennesimo orrendo crimine; in galera, forte della sua intelligenza, riesce a entrare nel programma di riabilitazione sperimentale che gli permetterebbe di uscire prima del previsto. Gli esami somigliano più a un lavaggio del cervello e quando esce dopo aver patito le pene dell'Inferno, incravattato e pulito, della correzione c'è solo l'apparenza. Purtroppo questo non lo immagina. Contro ogni aspettativa si butta nel mondo che nel frattempo è andato avanti, il suo vecchio sé però, non se n'è mai andato.

Il linguaggio è il primo ostacolo di un romanzo come questo, nonché l'unico ausilio per non rimanere sopraffatti dall'orrore compiuto dai protagonisti. Ho avuto la fortuna di leggere la traduzione di Floriana Bossi e, benché sia una traduzione del tutto particolare, mi sento di suggerire questa al confronto con altre anche più recenti. Come nella serie del commissario Montalbano, tutto è raccontato in un peculiare dialetto senza il quale non si può comprendere il testo. Superato questo, si troverà l'autodistruzione dei giovani che non sentono d'avere uno scopo [così oggi come quelli degli anni Sessanta in cui è stato scritto il libro], le promesse e i palliativi della stessa società che ha contribuito a che lo scopo mancasse, e la questione ancora senza una risposta chiara: è meglio essere buoni per induzione, o è preferibile essere malvagi per scelta?

Guardare il film di Kubrick, pur essendo soprprendentemente molto fedele al testo sia nelle vicende sia nei dialoghi, non è assolutamente come leggere il libro e in questo caso lo è ancora di più che in altri. La violenza per immagini è scevra di ogni ragionamento altrimenti necessario per comprendere fino in fondo il perché delle scelte di Alex. Man mano che la lettura prosegue, nonostante il protagonista sia un balordo che si potrebbe facilmente bollare come sadico, ci si ritrova dalla sua parte. È un ragazzo come gli altri, in fondo: è simpatico. Si può essere simpatici e al tempo stesso malvagi fin nelle viscere? 

A voi il giudizio. Con la preghiera: non abbandonatelo dopo le sole prime dieci pagine.
"− Allora che si fa, eh? C'ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d'inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com'erano questi sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c'era ancora una legge contro l'aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio di altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po' di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia."
Alessandra

2 commenti:

  1. L'ho letto qualche anno fa, un buon libro davvero ma non tra quelli che metto nella mia top ten

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    1. È un romanzo strano, è vero... L'autore stesso venne invitato molte volte a spiegarne il significato (sia del libro che del seguente film di Kubrick). Sono stata colpita dal linguaggio caratteristico, oltre che dalla storia che è a metà strada tra una specie (non proprio) di fantascienza e la denuncia sociale... Ma io sono di parte, perché ci ho scritto la tesi di laurea... ;b

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