20 dicembre 2013

Ferdydurke di Witold Gombrowicz [recensione]

Ferdydurke
di Witold Gombrowicz

Tradotto da Vera Verdiani

Feltrinelli Editore
pagine 267
9 euro
ISBN 9788807812309
Uscito nel 2004
Non vedete che la vostra maturità esteriore è solo finzione e che tutto quello che potete esprimere non corrisponde alla vostra realtà intima? Finché fingerete di essere maturi, vivrete, in realtà, in un mondo molto diverso. Se non riuscite a unire strettamente questi due mondi, la cultura sarà per voi sempre uno strumento di inganno. [p. 248 - Introduzione all’edizione argentina]
l’immaturità è un concetto troppo drastico. Se tu stesso ti definisci immaturo… Non lo capisci che la condizione sine qua non della maturità sta nell’autoproclamarsi maturo? - p. 18
Quando riusciremo a comprendere che non siamo né possiamo essere autentici, che tutto quanto ci definisce (le nostre azioni, i pensieri o i sentimenti) non proviene direttamente da noi, ma non è che il prodotto dello scontro tra il nostro io e la realtà esteriore, allora forse la cultura diventerà meno pesante.
Prendo in mano Ferdydurke. Chi è Ferdydurke? La parola in sé in polacco non ha un significato, non è un personaggio, non è nessuno, o forse siamo tutti noi, che viviamo dentro la società e ne siamo condizionati sin dalla nascita, ne assumiamo le sembianze, talvolta ne fuggiamo e più spesso ci adattiamo ad essa. Ma quando prendo in mano Ferdydurke tutto questo non lo so ancora, e forse, anche adesso è nient’altro che un’impressione. L’andamento di lettura parte irregolare, faticosamente scorro le frasi avanti e indietro, si alternano domande costanti, e poi all’improvviso arrivano le risposte cercate, la fatica fatta viene premiata. Gli eventi, i personaggi, i luoghi sono permeati dal surreale e dall’oscuro, percepisco il buio onirico di Goya, vedo gli scenari delle pellicole di Murnau, poi i volti quelli ripresi da Buñuel, immagino facce così – falsamente – espressive.

Gingio, il protagonista trentenne, vittima e poi artefice della sua stessa infantilizzazione, conduce il lettore attraverso un viaggio che descrive minuziosamente negli incontri, nei paesaggi rupestri, negli arredi borghesi. Le sembianze dei personaggi mutano al loro mutare, facce di gomma, maschere dell’intelletto. Pervade il caos tra le parole, nei pensieri; e poi si scorge invece una simmetria precisa tra capitoli e intermezzi. Seppure queste sfacciate e derisorie intromissioni possano sembrare una satira contro l’uno o l’altro aspetto della società, un attacco verso un particolare ceto o verso la cultura in generale, sia chiaro che non lo sono: la questione trattata è quella della “forma”.

Che cosa rappresenti questo libro è una riflessione che ognuno deve fare con se stesso, certo l’invito è quello di farci i conti, perché non si fugge a se stessi. Che cosa non è? Questo lo chiarisce l’autore nel corso delle digressioni, una spada tratta contro il fraintendimento di un testo scritto senza pause, senza risoluzione, senza una facile struttura logico/grammaticale; tenue tentativo per un’opera tuttavia passata nell’ombra e non compresa dai più. Le parole sono usate come spilli, lasciano attoniti, talvolta infastidiscono, ma sono quelle adatte e inerentemente espressive, le uniche possibili. 
Siamo tutti “cuculizzati”? Dobbiamo occupare un posto nel mondo? E i legami, nostra forza o necessità? Rispondere a queste e altre domande in modo personale è il lascito più prezioso da parte dell’autore, che dal canto suo ci permette di intuire la propria opinione non prima dell’ultima pagina. Trovare risoluzione ad esse, un altro viaggio.

Elisa

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