29 dicembre 2014

Gone Girl - L'amore bugiardo di David Fincher [recensione film]


GONE GIRL - L'AMORE BUGIARDO
di 
David Fincher

Con
Ben Affleck
Rosamund Pike
Missi Pyle
Sela Ward
Neil Patrick Harris
Scoot McNairy
Carrie Coon
Kim Dickens
Tyler Perry

Genere: Thriller
Durata: 145 min

Uscita nelle sale: 18 dicembre 2014

Nick scruta il cervello della donna che ha sposato e pensa che vorrebbe aprirlo, sezionarlo, per carpirne i pensieri più segreti:
"Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Immagino di aprirle il cranio perfetto e srotolarle il cervello in cerca di risposte alle domande principali di ogni matrimonio.
A cosa pensi?
Come ti senti?
Che cosa ci siamo fatti?".
Si sono conosciuti a una festa e da subito è scoccata la scintilla. Un amore travolgente, passionale, all'apparenza dei più riusciti. 
Dopo essersi sposati, affrontano le prime difficoltà legate alla crisi economica: Nick perde il lavoro ed è costretto a convivere con la nuova quotidianità segnata dalla disoccupazione. Ad aggravare la situazione, la malattia della madre, che porta la coppia a scegliere di lasciare New York per il Missouri. Qui si reinventano e costruiscono una nuova esistenza: lui apre un bar con la sorella Margot, mentre Amy si trasforma in una casalinga insoddisfatta e paranoica. Attraverso il suo diario, scopriamo i momenti belli e brutti del matrimonio, fin nei minimi dettagli. 
Il giorno del loro quinto anniversario, la donna scompare e i sospetti si concentrano sul marito, impacciato sotto i riflettori e poco affranto agli occhi morbosi di chi segue con apprensione la vicenda. Ebbene sì, la spettacolarizzazione dei sentimenti, delle azioni, dei dialoghi, è posta al centro da David Fincher, che rimescola più volte le carte in tavola, ribaltando l'indizio che allo spettatore pare risolutivo.


Due punti di vista: qual è la voce della verità? Amy è davvero la donna dolce, innamorata e indifesa, finita tra le braccia di uomo sadico capace di sbarazzarsi di lei?
E Nick è il marito fedele e in apprensione per la moglie, o nasconde qualcosa di poco convincente?
La duplice versione della storia è la componente più forte della pellicola, perché continuamente si insinua in chi osserva il dubbio. La vicenda porta a immedesimarsi nelle situazioni e ovviamente a schierarsi un po' con lui e un po' con lei: i numerosi colpi di scena rendono avvincente la visione di un film che dura più di due ore, senza mai stancare, grazie anche alle tematiche che sottendono la relazione dei due protagonisti. La parte mediatica si costruisce a regola d'arte è, a sua volta, si ridefinisce, prima mostrando il marito in apprensione per la perdita, poi amplificando ogni cedimento, sbaglio e comportamento fuori da un focus prestabilito, trasformando Nick nel vero centro di attenzione. I rapporti umani, i più intimi, sono catturati da televisione e giornali, sviscerati, distrutti e sfruttati a proprio vantaggio. Le nostre stesse certezze di spettatori sono continuamente annientate, fino a raggiungere l'apice con un finale che non ti aspetti, ma è una degna conclusione di "questo è un matrimonio, con i suoi alti e bassi, sino agli eccessi". A ogni azione corrisponde una reazione... lo impareranno presto i due protagonisti.
Una coppia presentata come idilliaca, che farà sospirare, storcere il naso, riflettere, stupire e, a tratti, anche sorridere.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di Gillian Flynn, che spero presto di poter leggere. Voi avete visto il film o letto il libro? Che cosa ne pensate?

Veronica

24 dicembre 2014

È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain [recensione]

È IL TUO GIORNO, BILLY LYNN!
di
BEN FOUNTAIN


Editore: minimum fax
Collana: Sotterranei 
Traduzione: Martina Testa 
Pagine: 398
ISBN: 9788875214890
Prezzo: € 17

Due punti di vista. Quello di chi la guerra l'ha vissuta ed è costretto a tornare al fronte. Quello di tutti gli altri, gli americani che osservano gli eventi in televisione e ne chiacchierano animatamente in situazioni quotidiane, senza sapere realmente che significa.
Billy Lynn è uno dei membri della Bravo, un ragazzo di appena diciannove anni, che scruta il mondo e si pone domande. Il tour della vittoria, lo ha portato in tante città, dove i soldati sono stati esibiti e accolti con onore, perché loro rappresentano l'America e combattono e uccidono per difenderla. Luoghi comuni? Tanti. Ma lasciano interdetti per quanto sono veri.
Nel giorno del Ringraziamento si concentra il libro, durante l'annuale partita di football. Qui si fa strada l'arrivismo più spinto di ricchi imprenditori, che cercano di spremere all'osso la fama dei giovani militari, per poi rispedirli nel mirino del conflitto iracheno, che è bene resti solo evocato nelle discussioni e fisicamente distante dalle proprie terre.
Billy affronta il tema della guerra con la sorella, che sa di essere in parte responsabile dell'arruolamento. Cerca di convincere il fratello che può scegliere una strada diversa, lontana dalla morte e dalla violenza. Tutto può essere diverso.
Disertare la missione per vivere una vita normale, fatta di scuola e ragazze? Eresia il solo pensiero. L'Iraq attende questi uomini e la speranza di sopravvivere è l'unica preoccupazione che deve occupare le loro menti.

Ben Fountain mette in luce la desolazione morale e culturale dell'America negli anni della presidenza di George W. Bush: l'ignoranza e la totale mancanza di consapevolezza su un argomento così delicato primeggiano in questa storia. Ogni cosa è solo spettacolarizzazione, dei sentimenti e delle vite di coloro che si sacrificano per la patria. Si assapora con il protagonista un innamoramento veloce e fugace, ristretto nei tempi dell'esistenza lontana dalla lotta armata, perché è in guerra che Billy dovrà tornare, ignaro del suo destino.

Profonda angoscia per una normalità sopravvalutata, per una guerra ritenuta necessaria e legittima da chi non la vive, se non attraverso immagini televisive. Il disagio che prova il protagonista, lo proviamo anche noi. Incontro dopo incontro, razionalizziamo con Billy l'ingiustizia a cui lui e i suoi compagni sono sottoposti, meri strumenti da combattimento da esibire a richiesta nei momenti importanti. L'orgoglio, i complimenti, il successo, non contano nulla, perché la guerra è reale, pericolosa e fa davvero paura. A cosa serve tutto questo, se ad attendere il soldato c'è solo morte e distruzione dell'anima? Se si scampa al peggio, se ne esce purtroppo cambiati e nulla potrà avere più il sentore di normalità.
«Secondo me nessuno sa bene cosa facciamo lì. Cioè, è strano. Sembra che gli iracheni ci odino veramente, sai? Nella nostra zona stiamo costruendo un paio di scuole, stiamo cercando di rimettere in funzione le fogne, gli portiamo ogni giorno autobotti di acqua potabile e abbiamo un programma di alimentazione per i bambini, eppure quelli vogliono solo ammazzarci. La nostra missione è aiutarli e migliorare le loro condizioni di vita, giusto? E quella è gente che sta nella merda, che vive letteralmente nella merda, il loro governo non ha fatto niente per aiutarli in tutti questi anni, però il nemico siamo noi, capisci? Quindi alla fine si riduce a una questione di pura sopravvivenza, direi. Ti chiudi nel tuo guscio, non pensi a ottenere nessun particolare risultato, vuoi solo arrivare a fine giornata senza che nessuno dei tuoi compagni sia morto. E a quel punto cominci a chiederti perché ci siamo andati, laggiù».
Veronica

16 dicembre 2014

È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain [frasi]


È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain
Americani, dice fra sé e sé, contemplando la sala. Qui siamo tutti americani: è come rendersi improvvisamente conto di avere la lingua dentro la bocca, della comparsa di un tema che fino a un attimo prima non c'era. Ma sono diversi, questi americani qui. Sono i pezzi grossi. Si vestono bene, usano le pratiche di igiene più avanzate, conoscono a meraviglia il mondo degli investimenti complessi e hanno parecchia dimestichezza con i piaceri della vita: pranzi e cene da buongustai, vini pregiati, abilità nei giochi e negli sport, conoscenza di prima mano delle capitali europee. Se anche non sono impeccabilmente belli come le modelle e gli attori del cinema, possiedono senz'altro la vitalità e lo stile dei protagonisti, per dire, di uno spot del Viagra. L'incontro ravvicinato con la Bravo è solo uno della miriade di piaceri a loro disposizione, e questo pensiero fa provare a Billy un po' di risentimento. Non è tanto invidioso, quanto profondamente terrorizzato. Il terrore del ritorno in Iraq equivale alla povertà più nera, ed è così che si sente ora, povero, come un bambino cencioso senzatetto catapultato all'improvviso in mezzo ai milionari. La paura della morte è la favela dell'animo umano, esserne liberi è l'equivalente psicologico dell'ereditare cento milioni di dollari. Ecco cosa invidia davvero a questa gente, il lusso di considerare il terrorismo un argomento di conversazione, e in questo preciso momento si sente così sfigato che potrebbe scoppiare a piangere.

A breve, su questo spazio la recensione!

Veronica 

Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina [Recensione]

© Frencina
Nel paese di Tolintesàc 
di Cristiano Cavina

Marcos y Marcos
272 pagine
14.50 euro in brossura
ISBN 9788871682761   
uscito il 10 novembre 2005

Una delle cose di cui sono grata, sono mia mamma e mio papà perché mi hanno dato questa vita e questa esistenza meravigliose. Se 30 anni fa, due mesi dopo quel 26 marzo che mi ha visto nascere non fossero entrati in modo così netto e amorevole nella mia esistenza, adesso non so proprio dove sarei.
Ma per 24 anni c'è stato un filo che mi ha legato all'altra famiglia, oltre, ovviamente, la volontà di mia mamma e mio papà di non perdere i contatti con loro: mia nonna Angelina. Nonostante, crescendo, abbia progressivamente preso le distanze dagli altri, lei è sempre stata la ragione che mi faceva tornare vicino a loro e che, con le sue storie, mi ha fatto conoscere, in parte, la vita di quegli antenati di sangue che, diversamente, non avrei conosciuto e, probabilmente, non avrei voluto conoscere.

Proprio come fa Nonna Cristina con il piccolo Cristiano. Pazientemente e instancabilmente gli racconta la vita della rocambolesca famiglia che gli è toccata in sorte, a partire dalla seconda guerra mondiale, passando per le rivolte del '68, fino ai giorni della sua nascita.
Cristiano cresce accompagnato da tante storie e da tante persone, conosciute e non, che lo aspetto ogni giorno intorno a quella poltrona scricchiolante dove si accomoda la nonna, con una coperta sulle ginocchia, pronta a spiegare la vita e i suoi misteri al nipote.
E così il bimbo impara presto che tutti perdono qualcosa, dalla cosa più insignificante alla persona più importante, e che c'è poco da fare, perché così va la vita. Ma Cristina spiega anche che a mancare non è ciò che si perde, ma tutto quello che stava intorno a ciò che ora non c'è più quando c'era. Perché lei è così che si sente quando Giustì, il suo compagno, parte per la guerra e con lui scompaiono i calzini buttati ovunque, l'asciugamano perennemente sporco di terra, le scarpe inzaccherate che a loro volta sporcavano tutto il pavimento di casa. E poi il loro giocare a nascondino incamera da letto.
Ma c'è poco da fare, la vita deve andare avanti, soprattutto se hai un lavoro e un figlio piccolo da mantenere; così non resta che cercare qualcuno che badi al pupo e, se il nonno viene escluso, non resta che lo zio che se lo porta appresso nell'osteria e lo cresce con idee radicali. Ma tu sei monarchica convinta! E pazienza, prima o poi lo farai rinsavire questo giovanotto.
Però, anche il tempo passa e scorre via veloce, e se da un lato ti riporta l'amore scampato alla guerra, dall'altro ti ruba un figlio che ha deciso di crescere inseguendo i suoi ideali.
Però la vita ha questo di bello: per una cosa che ti toglie, te ne regala due e così ti ritrovi di nuovo madre di Nicolina e Maria, due sorelle agli antipodi. Le cresci, insegni loro cosa è bene e cosa è male, ti sacrifichi e fai voti a Dio, ma il destino è capriccioso e se la zia Bella trova un buon marito, Nicolina, a furia di campagnolare, trova un uomo che le fa concepire Cristiano e poi sparisce.
E questo bambino, venuto al mondo nonostante la busta contenete 80 euro consegnata alla madre poco tempo dopo aver rivelato di essere incinta, nasce e cresce insieme alle storie e alla saggezza popolare di una nonna stupenda.

Personalmente ho trovato meraviglioso questo libro, una favola moderna a volte divertente, altre triste che mi ha riportata indietro di qualche anno e mi ha fatto ripensare alla mia infanzia, alla mia amata nonna e alle storie che mi raccontava prima di andare a dormire.
Io credo che sia riduttivo limitarsi a leggere questa recensione, secondo me dovete semplicemente comprare questo libro, iniziare a leggerlo e lasciarvi portare nel paese di Tolintesàc accanto a questa moltitudine di persone straordinarie.

E a te, Cristiano Cavina, vorrei dire grazie, con tutto il cuore, perché nei giorni che ho letto il tuo romanzo ho avuto sempre vicino a me mia nonna Angelina, ed è stato bellissimo.
Grazie.

Francesca B.

13 dicembre 2014

In Book Veritas #2 [Rubrica]

Giovedì è stata una di quelle giornate che dovrebbero essere vietate dalla costituzione stessa. E' iniziata male alle 7.30 di mattina e ha continuato, peggiorando, fino alla sera, quando sono uscita dall'ufficio per andare a farmi i fatti miei (ma sono sicura che se fossi rimasta lì, sarebbe continuata immutata).
Ad ogni modo, quando sono tornata a casa, mi sono messa a letto ed ho proseguito la lettura de Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina e, dopo qualche pagina, mi sono imbattuta in un piccolo, stupendo capitolo:

© Frencina

"Tutti perdono qualcosa"
[...]
"E a certa gente" continuava, guardandomi negli occhi, "capita più spesso che ad altri".
Me lo spiegava con calma, in modo che mi si piantasse bene in testa, e capisse che non c'era niente di male in tutto questo.
C'era chi perdeva l'aereo, chi perdeva il treno e chi perdeva una sequenza interminabile di coincidenze con l'autobus.
Ma questo era niente.
[...]
Gli esseri umani perdono le cose.
Va così.
Perdono gli amici, i compagni di classe, le fidanzate.
Perdono persone che fino a un attimo prima sembravano insostituibili e quando non ci sono più, scoprono che si riesce a tirare avanti anche senza.

La saggezza popolare recita "ti accorgi di quanto sono importanti una cosa o una persona, solo quando li hai persi", e già non gli si può dar torto; ma qui Cavina va oltre, ti fa notare che spesso sembra che la vita finisca quando vi esce una persona che è stata una parte importante di essa fino a mezzo millesimo di secondo prima. Eppure, basta che passi qualche tempo ancora, e ci si rende conto che l'esistenza prosegue benissimo anche senza quella persona o quella cosa che sono sparite da x tempo.
E' capitato ad ognuno di noi:

il primo fidanzato. Non mi innamorerò mia più così. Nessuno mi vorrà mai più così bene. Non rivivrò mai emozioni così belle e forti con nessuno. Resterò solo/a per sempre.
Poi passano due mesi e con essi si cancellano due delle precedenti frasi; poi passano altri due mesi e si cancellano le altre due e ci si rende conto che, alla fine, la vita è già andata avanti di quattro mesi e si è ancora su questa terra a tirare avanti non diversamente da prima.

L'amico/a del cuore. Come farò senza lui/lei? Non ci sarà nessun'altro mai che mi capirà come mi capiva lui/lei. Non potrò mai fidarmi di nessun'altro come mi fidavo di lui/lei.
Ecco, forse questa è la perdita che mi crea più problemi, che vivo in modo più doloroso, eppure, sono arrivata a 30 anni e sono ancora viva, con nuovi cari amici. Certo, guardandomi indietro provo tristezza per le amicizie perdute, però sono comunque andata avanti anche senza di loro.

Le persone care. Sono due quelle che mi hanno lasciato cicatrici indelebili che sembra ieri sia successo, ma, anche in questo caso, i giorni si susseguono uno dietro l'altro e diventano settimane che diventano mesi che diventano anni.

Perdere qualcuno o qualcosa è sempre brutto, è sempre più o meno doloroso, crea sempre una situazione nuova da affrontare e intorno a cui riadattare la nostra vita e il nostro modo di viverla. Eppure, ogni singola volta, riusciamo a fare questo cambiamento, ad adattarci e a rimodellare la nostra vita intorno alla nuova situazione, a rialzarci più o meno feriti e a tirare avanti.

Siamo proprio bravi, noi e la vita.

11 dicembre 2014

Nato col botto di Steve Martin [recensione]

Nato col botto
di
Steve Martin


Editore: Excelsior1881
Collana: Ars Vivendi
Traduzione: Tommaso Labranca
Pagine: 210
ISBN: 9788861581111
Prezzo: € 18,50


Chi non conosce Steve Martin, l'attore protagonista del famoso Il padre della sposa? In Nato col Botto, si delineano i primi passi nel mondo dello stand-up e dello spettacolo comico.
Da ragazzo lavora presso il magic shop di Disneyland, inizialmente vendendo guide; qui sviluppa una passione per i numeri di magia, impara a creare animali con i palloncini e comincia a suonare il banjo.
Il suo desiderio di lanciarsi nel mondo dello spettacolo si scontra con l'incomprensione del padre, incapace di realizzarsi nello stesso ambito. La relazione fra genitore e figlio è dall'autore sviscerata con amaro cinismo e raccontata, a tratti, come se non stesse realmente parlando della sua vita, bensì di quella di un altro. Senza appoggio e senza mai ricevere un complimento, nemmeno all'apice della carriera, Steve Martin cela tutta la sofferenza dell'incomunicabilità genitoriale.

La strada non appare subito in salita: l'impegno nel formulare un repertorio adatto ai primi ingaggi è un'operazione difficile. Le serate non sono favorevoli, il pubblico non lo capisce e non lo apprezza. Grazie alla conoscenza di personalità di spicco del varietà televisivo, le opportunità si amplificano. Da esecutore, si assiste a una trasformazione in autore. La stessa fiducia nelle proprie potenzialità si rafforza e la parte più sentimentale di Steve si fa da parte, tratteggiando i primi segni del più sfrontato arrivismo, come a dire che la ricchezza le persone le cambia inevitabilmente. Un comportamento non voluto, semplicemente la conseguenza di uno status sociale raggiunto. 
I seguaci della carriera cinematografica ricordano soprattutto le commedie più famose, in cui si evincono le ottime doti recitative: a primeggiare, espressività e fisicità.
Molti i film poco conosciuti che hanno aperto le porte a una carriera in salita: nel libro, molto spazio è dato a Lo Straccione, pellicola del 1979, classificata all'ottantanovesimo posto delle cento migliori commedie americane di tutti i tempi dall'American Film Institute.
Alcune scene sono sicuramente esilaranti; per coloro che non l'hanno mai visto, recuperatelo, e per chi non lo vede da tanto tanto, riguardatelo.


Un'opera che è sia un saggio sul mestiere del comico, con tutte le difficoltà per raggiungere la fama, e al tempo stesso un diario che ripercorre, in prima persona, gli eventi significativi della carriera precedente a quella cinematografica. Si fanno strada riflessioni e aneddoti precisi legati a incontri, fallimenti e successi.
Ogni dettaglio della vita di un uomo che cerca il proprio posto nel mondo, lottando contro le delusioni di chi in primis dovrebbe appoggiarlo incondizionatamente.
Un punto di vista nuovo su un attore conosciuto, versatile e di valore come Steve Martin.

Veronica

10 dicembre 2014

Dubliners 100 - Quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino [Recensione]

© Frencina
Dubliners 100
Quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino

tradotto da Aa. Vv.
curato da Thomas Morris, Mirko Zilahi de' Gyurgyokai
minimum fax
244 pagine
15.00 euro brossura
ISBN 9788875216160
uscito il 13 novembre 2014


Confrontarsi con un classico è sempre difficile: che ci si
avvicini come lettori, come traduttori, come revisori o innovatori si ha sempre e comunque un timore reverenziale non indifferente.
Io, personalmente, non ho mai letto per intero Dubliners di James Joyce. Dei quindici racconti che compongono la sua famosa raccolta, credo di averne letti quattro o cinque in lingua originale e due o tre in traduzione ai tempi del liceo. È quindi lecito che tutto ciò che mi ricordi quando penso a quegli scritti è l'aggettivo strani. Strani nel senso di particolari, tendenti all'indefinito, con un senso di sospensione che mi faceva sempre dire, una volta arrivata alla fine di uno di essi: "Ma, tutto qui? Davvero non mi racconti più nulla? Davvero ho così tanto da immaginarmi?"

Quando mi sono accostata a Dubliners 100 ho seriamente valutato la possibilità di leggere prima tutta la raccolta originale perché mi sembrava essenziale farlo, per capire meglio questo omaggio al grande scrittore. Poi, però, mi sono soffermata sul sottotitolo: quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino. Se è la nuova gente di Dublino che parla, mi sono detta, è giusto che sia un nuovo lettore ad accoglierla, qualcuno che non ricordi così bene il grande classico e valuti questa opera come una cosa a sé. 
E credo di aver fatto la scelta giusta.

I quindici racconti contenuti in questo libro riprendono dall'originale il titolo e inseriscono l'incipit in lingua del racconto di Joyce, poi ogni scrittore è stato lasciato libero di reinterpretare a modo suo la storia, inserendo un ricordo, rielaborando l'originale, stravolgendolo completamente, parlando di persone che vivono a Dublino o di altre che con l'Irlanda hanno in comune solo i parenti che sono rimasti nel vecchio continente mentre loro sono nel nuovo.
L'intento comune a tutti è stato non quello di copiare o raggiungere i livelli del maestro cui dovevano rendere omaggio, ma di dare una nuova veste ai dublinesi joyciani, di far fare loro un salto nel tempo di cento anni per popolare una Dublino diversa ma non troppo rispetto a quella che hanno vissuto nella loro prima vita.
E credo che molti di loro ci siano riusciti benissimo.
In essi ho spesso ritrovato quella sensazione di sospensione finale da "ma davvero non mi racconti più nulla?" che ricordo così vivida in Joyce; ho ritrovato le descrizioni vivide e pazzesche dell'irlandese che ti portano dentro la storia a vivere la scena che stai leggendo e ti impongono di non posare mai il libro; poi, certo, alcuni di questi racconti li ho trovati parecchio insipidi e poco coinvolgenti, altri discreti, altri mi hanno lasciata indifferente.
Ma anche questo fa parte del gioco.

Ora, so che non c'entra molto con questa recensione, ma appena ho chiuso il libro minimum fax, ho ripensato immediatamente ad un altri grande scrittore di racconti tanto caro a questa casa editrice: Raymond Carver. E subito dopo di lui mi sono venuti in mente Malamud, Zadoorian che ho letto di recente, Lypsite, Wallace, Saunders, Saroyan, Munro e potrei andare avanti nell'elenco
È la prima volta che leggo una raccolta di racconti scritta da qualcuno che non sia americano ed è stato un po' sconvolgente. Perché l'America ha trovato anni fa la sua identità e la porta avanti con fierezza da allora. Certo, molti dei protagonisti dei racconti degli autori sopra citati sono tormentati, ma questo tormento gli deriva da una ricerca di se stessi, del proprio io che è all'interno della nazione, non con la nazione.
Una consapevolezza, questa, che mi colpita all'improvviso e mi ha lasciato un po', come dire, spaesata, quasi a volermi suggerire che esistono altre realtà, oltre a quella che sta al di la dell'oceano...

Francesca B.

5 dicembre 2014

Satori di Don Winslow [recensione]

SATORI 
di 
Don Winslow


Editore: Bompiani
Collana: Tascabili
Traduzione: Alberto Cristofori
Pagine: 560
ISBN: 9788845269615
Prezzo: € 10,90
"Il satori era un concetto del buddismo zen, l'improvviso risveglio, la comprensione della vita come realmente è. Esso non giungeva come risultato della meditazione o del pensiero consapevole, ma poteva arrivare col sussurro del vento, lo scoppiettio di una fiamma, il cadere di una foglia".
Nikolaj Hel ha trascorso tre anni prigioniero degli americani, per i quali inizialmente lavorava come traduttore. Sottoposto a torture fisiche e mentali, viene riabilitato dalla CIA, che lo addestra per una missione segreta: una nuova identità, Michel Guibert, un periodo di addestramento presso una misteriosa francese, Solange, un incarico pericoloso che prevede l'uccisione dell'Alto Commissario sovietico Vorosenin a Pechino. Jurij Vorosenin è legato al passato della madre di Hel e la vendetta ha bisogno di compiersi per l'uomo. 
Si finge un imprenditore, giunto in Cina per vendere armi; nel percorso del protagonista sono molti i personaggi introdotti, i quali impediscono uno svolgimento lineare e senza intoppi del suo compito. 
La seconda parte della storia, conseguente al successo/fallimento dell'operazione, si apre con Michel Guibert alle prese con la fuga dagli americani, coloro che hanno promesso al giovane un futuro e un taglio netto dai suoi trascorsi come spia.

Il personaggio principale subisce una vera e propria evoluzione: nel corso degli eventi, la descrizione dei pensieri, delle azioni e dei dubbi è scrupolosa, alla maniera di Don Winslow, che entra in profondità, seziona e modella ogni tassello cruciale della storia. Hel ha un passato che influenza il suo presente e solo le persone e le situazioni che accompagnano il suo nuovo nome, lo spingono verso un cambiamento molto palpabile: da cinico e crepuscolare, ad avventato e passionale. L'amore per Solange è ciò che finirà per dettare ogni suo passo e sarà usato dai nemici come trappola mortale.

L'ambientazione non è la classica alla quale l'autore ha abituato: non più la California, con i suoi problemi di droga e mafia. Qui ci troviamo nel pieno della guerra di Corea, con figure politiche di spicco in attrito tra loro e immischiate in affari piuttosto loschi. I luoghi dell'azione si dipanano principalmente tra Cina e Vietnam, dove Nikolaj dovrà dare prova di essere un giocatore impeccabile, sempre capace di intercettare e rispondere alle mosse del nemico.

Un romanzo intricato, complesso, affascinante: per chi già conosce Winslow, sa quanto riesca ad essere coinvolgente nei suoi libri. Anche con Satori, prequel di Shibumi di Trevanian (William Whitaker), raggiunge il suo scopo, pur discostandosi dai suoi temi cardine. Devo ammettere che l'inserimento massiccio di personaggi, talvolta semplici comparse dai nomi orientali, è stato un grosso sforzo di memoria. Annotarsi qualche nome può essere una buona soluzione per evitare di tornare a cercare a ritroso l'apparizione di un nuovo (o forse già incontrato) elemento portante della narrazione.
Una commistione di generi, che rende difficile classificare nettamente un'opera così raffinata, che proprio per la sua varietà, è capace di emozionare costantemente.

Veronica

28 novembre 2014

La strada di casa di Giulia Giarola

Oggi ho deciso di dare spazio a una delle mie amiche virtuali di vecchia data. Ci tengo particolarmente perché oltre ad essere una delle prime persone conosciute in rete, ho seguito negli anni il percorso da semplice studentessa universitaria a donna che ha lottato con tutta la forza che aveva per crearsi il proprio spazio e conquistarsi. L'ho sempre spinta a continuare ma soprattutto a partecipare a dei concorsi, e le ho anche detto che quei concorsi li avrebbe vinti perché se era riuscita a coinvolgere me che con la poesia ha - da sempre - un rapporto di odio e amore, figuratevi gli altri. Il mondo della poesia è un mondo strano, con pochi "seguaci". Paragonarlo come se ci trovassimo alla stregua di una manciata di follower da conquistare è azzardato, ma la rete a volte ci permette di sconfinare verso confini che non hanno limiti e arrivare a chiunque, anche a chi non ti aspetti. Il blog Poet River è la sua vetrina virtuale, grazie a questa lei rende i versi che compone di tutti e per tutti. Credo nelle capacità che ha, continuo a crederci, ci crederò sempre. Ho chiesto a LEI, Giulia, di parlarmi di questa raccolta perché io non ne sarei stata abbastanza capace, non avrei saputo rendere l'idea della bellezza che le sue opere suscitano quando le leggi... Quindi è arrivato il momento di lasciarvi alle sue parole!

La strada di casa
di Giulia Giarola

Lo puoi acquistare su Amazon o su Createspace
[è disponibile sia in formato cartaceo che digitale]

Pubblicare un libro è come tirar fuori l'anima allo scoperto e darla in pasto al mondo. E se si tratta di una raccolta di poesie, allora non ci sono dubbi, è proprio il tuo cuore quello esposto agli occhi di tutti.Adesso sul tavolo operatorio ci sono io. Ho deciso di aprirmi per liberare le emozioni che colorano la mia vita. Dopo tre anni spesi a condividere le mie poesie sul web, eccomi qua: il 24 novembre 2014 è uscito su Amazon il mio primo libro "La strada di casa", una raccolta delle poesie più belle che ho scritto fino ad oggi
Perché mi sono auto-pubblicata? L'editoria tradizionale sta attraversando una profonda crisi e pochi rischiano per la poesia, un genere che "non vende". L'editoria a pagamento non la considero nemmeno. Così ho deciso di sfruttare il self-publishing, l'editoria del futuro. Crei, stampi e vendi il tuo libro online a costo zero e in tempi brevi. Tecnicismi a parte, sono qui grazie alla squisita ospitalità della Contorsionista di parole per parlarvi di questo mio libro. Vorrei farmi conoscere ma soprattutto dare una voce concreta alla poesia, che ha ritrovato un certo vigore grazie alla facilità di condivisione su internet. 
La strada di casa è un viaggio, un percorso che mi ha spinto a diventare una persona più matura, in grado di guardare in faccia la realtà affrontando con coraggio gli ostacoli della vita. Questo fatto è sottolineato anche dall'ordine cronologico delle poesie: mano a mano che si prosegue nella lettura si nota un cambio di registro, una scrittura che cresce e si sviluppa nel corso del tempo. 
Tra le pagine s'intrecciano due temi in particolare: il sogno e la casa. Dalle parole, infatti, emerge un messaggio: non smettere mai di sognare, nonostante tutto. Spesso la sofferenza accompagna i versi più sentiti, ma è quando le difficoltà incombono che il sogno diventa ancora più importante e che vale la pena lottare per cambiare. Pian piano comincia a farsi spazio il desiderio più grande: rinnovarsi, cercare il proprio posto nel mondo. Il bisogno impellente e incessante è quello di lasciare il nido materno per spiccare il volo. Non è così facile lasciare tutto senza voltarsi indietro, però ne vale la pena quando ci si scalda davanti al focolare di un luogo che si può finalmente chiamare casa. Amore, dolore, paura, felicità, nostalgia. Sentimenti che scalpitano e s'inseguono senza sosta. Tante sensazioni racchiuse in uno stile semplice, chiaro e immediato, frasi brevi per colpire al cuore. Un libro dedicato a quei lettori che, come me, hanno vissuto o stanno vivendo un momento difficile, un periodo di forti cambiamenti. Un libro carico di sincerità e speranza, nel quale non manca il romanticismo che fa parte del mio spirito. 

Sono sessanta pagine di pura vita, di fatica e sacrifici ma anche d'immensa gioia. E il formato è tascabile, per portare sempre con sé la voglia di riscoprirsi. 

24 novembre 2014

Senza di lei sono la metà di me stessa [Recensione]

© Frencina
Cassandra al matrimonio
di Dorothy Baker

tradotto da Stefano Tummolini
Fazi editore
274 pagine
16.50 euro paperback
ISBN 9788876254925  
uscito il 16 ottobre 2014

Quando avevo circa tredici o quattordici anni, non lo ricordo con precisione, conobbi una ragazza di qualche anno più grande di me che aveva un fratello gemello. Lui, nella vita, faceva il bagnino lì in Liguria, lei studiava non mi ricordo più cosa in Piemonte.
Un giorno mi raccontò che suo fratello aveva rischiato di annegare nel tentativo di salvare una persona che non sapeva nuotare e che si era spinta un po’ troppo al largo; lei era a Torino in quel momento, stava andando in università e si trovava in piazza San Carlo. Mi disse di aver provato un malessere esteso e fortissimo, tanto da doversi fermare e accasciarsi al suolo, quasi svenuta.
Rimasi al contempo affascinata e sconvolta da questo racconto, ma da allora mi porto dietro una certa curiosità per i gemelli, di cui mi attrae molto questa misteriosa connessione.
In anni più recenti ho conosciuto altri due fratelli gemelli: a loro non è mai capitato di rischiare la vita, però vi posso dire per certo che, quando uno stava male (che vuol semplicemente dire che aveva l’influenza), l’altro diventava molto scontroso e poco affabile come invece erano di solito.
Io sono nata figlia unica ed ho sempre patito un po' questa condizione, però, dopo aver letto questo romanzo, il primo e il secondo pensiero che mi sono frullati per la testa sono stati: "sono felice di non avere sorelle o fratelli gemelli e mi auguro vivamente di non avere gemelli quando metterò al mondo dei figli".

Cassandra al matrimonio è un titolo molto neutro, fuorviante (e, per una volta, possiamo dire che lo abbia voluto l’autrice stessa poiché l’originale è Cassandra at the Wedding) e questa scelta, secondo me, dipende dal fatto che nel 1962 questo romanzo era scomodo, potente e sovversivo.
Il lettore conosce Cassandra Edwards il giorno in cui si prepara a lasciare il suo alloggio di Berkeley per recarsi al ranch di famiglia in occasione del matrimonio della sorella gemella Judith. Un’occasione bellissima e quindi festa festa, gioia e allegria! E invece no, niente festa, niente gioia e niente allegria perché Cassandra non riesce a capire la scelta dei Jude. Com’è possibile che lei non si renda conto che non ha bisogno di John Thomas Finch per essere felice? Come fa a non capire che ha già accanto a sé la persona che la completa e che la rende felice e che questa persona ha i suoi stessi occhi, la stessa bocca, gli stessi capelli, lo stesso viso?
Sono questi i sentimenti che animano l’animo di questa gemella tormentata, innamorata e ossessionata dalla sorella che ha deciso di smetterla di vivere in un mondo piccolo e limitato, costituito solo da Cassandra, da una madre defunta qualche anno prima, da una nonna che ha paura delle falene e da un padre semi alcolizzato che vorrebbe essere nato nell’antica Grecia. Fino a che Judith riesce a resistere, il fragile equilibrio delle sorelle monozigote resta intatto, ma quando decide di lasciare Berkeley per trasferirsi a New York per studiare alla Juilliard le cose si incrinano, e raggiungono il punto di rottura definito quando decide di sposarsi.

È decisamente disturbante leggere queste 262 pagine di introspezione e pensieri malati, di una donna estremamente intelligente che decide di buttare via la sua vita per rimanere attaccata come una cozza alla gemella che, invece, ha capito che per vivere bisogna separarsi necessariamente in senso fisico. La grande differenza tra Cassandra e Judith è proprio questa: la seconda ha capito che si può essere sorelle pur essendo separate, mentre la prima pensa esattamente il contrario.
Ed è buffo pensare che la madre e il padre le abbiano cresciute, all’apparenza, come due persone distinte sgridando la nonna tutte le volte che le voleva vestite allo stesso modo.
Unica pecca, se proprio ne vogliamo trovare una, è il finale con la sua inversione di rotta troppo repentina e poco comprensibile. Forse qualche pagina in più poteva essere spesa per spiegare cos’è cambiato nella testa di Cassandra, perché così sembra tutto caduto dal cielo.
Ma forse, le persone disturbate agiscono molto spesso d’impulso, e quello che è un cambio repentino, a loro risulta essere un comportamento che arriva dopo profonde e infinite riflessioni.

Dorothy Baker merita di essere conosciuta attraverso questo romanzo ed attraverso il resto delle sue opere (che spero la Fazi abbia deciso di portare in Italia per intero) perché è una scrittrice fenomenale, all’avanguardia per il suo periodo storico e decisamente moderna.

Francesca B.

19 novembre 2014

Viaggiando in compagnia di due classici senza tempo

 © Frencina
Viaggiare è bello, mi è sempre piaciuto. Che sia in aereo, in treno, su un pullman o in macchina, la sensazione che provo quando mi siedo sui sedili di uno di questi mezzi è bellissima. Ma, si sa, il viaggio è decisamente più bello se viene allietato dai giusti compagni. Per questo, quando due settimane fa sono andata in Germania per lavoro, oltre alla comitiva di persone che c’era con me sul pullman, a tenermi compagnia avevo il mio Hubby, John Steinbeck e J.D. Salinger.

Appena sono riuscita a riprendermi un pochino dalla levataccia delle 03.00, ho iniziato a leggere Pian della Tortilla ed è stato strano trovarmi in mezzo alla neve realmente ed essere in un’assolata e calda Monterey virtualmente.
Pian della Tortilla è un romanzo, ma potrebbe anche essere visto come una raccolta di racconti che ha come protagonisti una banda di amici paisanos sempre in cerca di un soldo per comprarsi del buon vino.
Tutto comincia con Danny che, tornato a Monterey, scopre di aver ereditato due case. Una di queste due decide di affittarla a Pilon che, però, comincia a pensare a quanto sia opprimente possedere un immobile perché uno inizia a pensare all’affitto che gli deve essere pagato, deve pensare a mantenerla in piedi, la casa, e le bevute con gli amici e le dormite nei fossi vanno a farsi friggere.
Questo per dirvi che tipo di mentalità hanno i protagonisti di questo romanzo.
A Pilon e Danny, poi, si aggiungono Pablo, Joe Portoghese il Grande, Gesù Maria e il Pirata con i suoi amici cani ed ognuno di essi porterà con sé la sua saggezza e le sue (dis)avventure.
Come dicevo, il romanzo è il racconto di tutta una serie di episodi correlati tra loro che trovano il loro apice nel finale, forse prevedibile e scontato, ma anche l’unico possibile. Per cui, volendo, lo potete leggere tutto d'un fiato, oppure centellinarlo poco per volta perché potreste essere portati ad abbandonalo, ad un certo punto, complici anche gli arcaismi usati da Vittorini, i suoi toscanismi (che c'entrano decisamente poco e, forse, sarebbero l'unica cosa da rivedere ed eliminare) e la traduzione ormai desueta. 

Finito Pian della Tortilla ho cominciato Il giovane Holden nella nuova traduzione di Matteo Colombo.
La prima volta che conobbi Holden, era l'estate tra la terza media e la pima ginnasio. Non avevo mai sentito parlare di lui né tanto meno di questo fantomatico J.D. Salinger e mi chiesi perché diavolo ci avessero dato come lettura propedeutica proprio questo romanzo. A distanza di anni un po' me lo chiedo ancora, perché penso che nessuno a tredici, quattordici anni sia in grado di capire e apprezzare quel meraviglioso problematico adolescente che è Holden Caulfield. Problematico ma estremamente profondo, di una sensibilità che non ti aspetti da un adolescente dedito all’alcool e che si fa sbattere fuori dall’ennesima scuola perché, c’è poco da fare, non gli piace nulla di ciò che fa e di ciò che lo circonda come gli ricorda acutamente ed amaramente la sorellina Phoebe.
Eppure, se ci pensa bene, c’è qualcosa che vuole fare:

 “[...] io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in giro non c'è nessun altro - nessuno di grande, intendo - tranne me, che me ne sto fermo sull'orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo, nel senso che se loro si mettono a correre senza guardare dove vanno, io a un certo punto devo saltar fuori e acchiapparli. Non farei altro tutto il giorno. Sarei l'acchiappabambini del campo di segale. So che è da pazzi, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe fare davvero.”

Ecco cosa intendevo quando dicevo che Holden ha una sensibilità esagerata: chi mai penserebbe di voler fare quello che salva i bambini che giocano in un campo ai cui estremi c’è un precipizio pazzesco?
E di esempi come questo ce ne sono un'infinità nel libro: quando pensa di suicidarsi buttandosi dalla finestra ma poi ci ripensa perché l'idea che qualche estraneo veda il suo corpo spappolato sul marciapiede lo disturba; o quando descrive le sensazioni che gli suscita vedere una pozzanghera con l'arcobaleno creato dall'olio. E potrei andare ancora avanti nell'elenco, ma preferisco siate voi a scoprire il resto, leggendolo. 


Ho premesso di aver riletto ora questo romanzo nella nuova traduzione fatta da Colombo perché ritengo sia necessario porre l'accento su questa nuova trasposizione del libro. Spesso si sente la necessità di ritradurre i classici perché, una volta, si aveva la tendenza ad allontanarsi un po' troppo dall'originale. Qui ne abbiamo due, uno in una versione datata (che non so quanto sia lontano dall'originale) e l'altro in una più fresca e moderna (che lo ha riavvicinato al suo originale).
Se l'acchiappatore nella segale rinasce potente e attuale come mai tra queste pagine in cui sono state reinserite le frasi peculiari, la volgarità mai eccessiva ma presente che caratterizza ogni adolescente e che rende il nostro eroe attuale e moderno, ritengo sia più che giusto che i nostri paisanon si esprimano in modo desueto, quasi arcaico con il ritmo lento che caratterizza i paesi della siesta. E così deve essere, perché se Holden Caulfiel rappresenta i giovani adolescenti di oggi, il mondo di Danny & company è sparito quasi del tutto ed è giusto che continuino ad essere narrati come una volta.

Francesca B.

15 novembre 2014

Poesia: Sola, deserto sconfinato

SOLA, DESERTO SCONFINATO

Sola, come vivere
nella sabbia.
Sola, come un'isola
invisibile.
Sola, come un'oasi
nel deserto.
Tutto sembrerà
una scaglia d'oro.
L'acqua sarà un miracolo,
acqua di vita eterna.

Teresa B.

13 novembre 2014

Rosshalde di Hermann Hesse [recensione libro]

Rosshalde
di Hermann Hesse

Oscar Mondadori
uscito nel 1914

Custodire - senza saperlo - piccoli tesori nella libreria. Quella di fianco all'ingresso. Ci passi davanti ogni giorno, ma non ti soffermi mai abbastanza a cercare i libri che non hai letto. La sicurezza che qualcosa ti appartenga lascia sempre con sé la convinzione di avere abbastanza tempo. Per cosa non lo so. Il bello è che certe storie quando arrivano arrivano senza riuscire a prevedere l'onda d'urto che può invadere ogni senso, dentro e fuori. La mia edizione è talmente vecchia che il prezzo stampato dietro è in lire. Allora sorge spontaneo interrogarsi: - Di chi è? Madre, padre o sorella? Quando l'ha letto? Perché? Gli è piaciuto? Qual è stata l'occasione che l'ha spinto a comprarlo? La scuola? Il piacere? Il dovere?

Nell'introduzione di Enza Gini si narra che Hermann Hesse lo abbia scritto in un periodo particolare della sua vita:
è l'opera in cui osa esprimere con chiara lucidità ciò che in lui, in quegli anni, si faceva sentire solo come desiderio ancora oscuro o quantomeno respinto, vale a dire la necessità di un cambiamento radicale della propria vita privata.
La risposta è una crisi matrimoniale, o meglio l'incapacità di condurre tale vita matrimoniale nel senso più tradizionale e borghese del termine. Un romanzo che funge da liquidazione al problema. Così scrisse al padre in una sua lettera. Scavando ancora più a fondo, c'è l'inadeguatezza nel saper mandare avanti una relazione pur mantenendo integra la sua natura di artista. Un'autentica "biografia dell'anima" dove "persone e vicende, percorsi e tappe fondamentali svolgono un cammino d'identificazione verso il proprio io reinventati su un piano narrativo". 

Di questo libro, ne parli il venerdì sera, mentre vaghi per le vie di Firenze, dentro al traffico cittadino, con i fari che abbagliano e le macchine che passano accanto frenetiche, mentre nel silenzio della tua ti domandi e domandi quanto certe relazioni possano portarci a delle condanne emotive inimmaginabili. Oggi [in particolar modo] come ieri, ci manca quella voglia concreta di affrontare e affrontarsi. Secondo tale logica: - Posso odiare realmente Johann Veraguth? Pittore, famoso, apprezzato e stimato da chiunque per le sue opere, che ha costruito una residenza adiacente a Rosshalde per non vivere più insieme a Vera, ma accanto a Pierre, il piccolo della famiglia, perché Albert [il primogenito] ormai l'ha perso dalle sue grazie. Come se Lei, non fosse abbastanza all'altezza a mantenere solido un rapporto che si è incrinato quasi subito. Il fallimento, come ci racconta e ci tiene a specificare Veraguth, è di entrambe le parti in causa. C'è chi dai fallimenti però vuole scappare, chi li vuole affrontare, chi li tace con la speranza che il tempo risolva, chi si ribella... Da cosa dipende il malessere che nasce nei confronti di una persona che diciamo di amare tanto? Da noi? Dagli altri? Vera è una debole? A chi devo sentirmi vicina? A chi è incapace di provare sentimenti a lungo termine o a chi non sa domarsi nonostante abbia scelto di scegliere? Johann può decidere del destino di tutti perché il suo è qualcosa di troppo sacro per rinunciarvi?

La sensazione di frustrazione addosso, misto a impotenza, accompagna fino alla fine portando a riflettere sulle varie sfaccettature dei personaggi o all'animo umano in generale, nella sua dimensione più oscura e all'inadeguatezza nel gestire ciò che ci rende inquieti e ci spinge a distruggere ogni cosa che incontriamo nel nostro cammino. Il problema è che non trovi risposta a tali domande. Devi sbagliare da solo. Tornare sui tuoi passi. Gestire le tue imperfezioni. Fartene una ragione.

Francesca S.

11 novembre 2014

La sindrome di Hugh Grant di Daniele Cobianchi [recensione]

LA SINDROME DI HUGH GRANT 
di 
Daniele Cobianchi


Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Pagine: 180
ISBN: 9788804643555
Prezzo: € 15,00


Fuggire dalle responsabilità, da ogni situazione che richiede spirito di sacrificio e compromesso: questo, sicuramente, è anche il matrimonio. Sentire il mondo chiudersi e restringersi, sino a non lasciare più un filo d'aria, una serenità e tranquillità che, mano a mano, viene meno. Thomas capisce di dover troncare il fidanzamento con Marcella, la donna con la quale ha sempre pensato di trascorrere la vita.
Si butta a capofitto nel lavoro, nelle amicizie di vecchia data, in qualche flirt senza impegno, ma brancolando perennemente nell'ignoto e nel più assoluto disagio quotidiano,
In questa nuova fase da single, la sua sicurezza è data dalle mail mattiniere della ex, che assiduamente gli ricordano quello che ha distrutto. Nonostante Marcella non ci sia più, si mantiene una costante nelle riflessioni di Thomas, che comprende di amarla sempre, ma non di voler perdere se stesso.

Un uomo di quarant'anni che scappa dalle responsabilità, si guarda indietro e vede solo ciò che ha perso.
Il percorso che compie dopo il distacco è statico: qualcosa dovrà pure imparare l'essere umano dai propri errori e dalle proprie scelte. Thomas sembra proprio non aver appreso alcuna lezione. A un certo punto, quando perde il lavoro e i suoi amici, sfortunatissimi, vengono uno picchiato e derubato, l'altro investito, decide di partire per un viaggio. Il viaggio come metafora di... poco e niente. Il vero e più grande balzo in avanti, il protagonista lo ha dall'incontro (forse solo sognato) proprio con Hugh Grant, nella veste di miglior ascoltatore possibile; indossato l'abito dalle sfumature empatiche, ascolta comprende e consiglia, in un siparietto che più grottesco e ridicolo non si poteva:
«Ah, got it. Non volio parlare di trabaco. Può capitarti. Volio parlare di lei: tu amavi lei?».
«Sì, l'amavo e, probabilmente l'amo ancora. Ma la nostra storia era una grande tartare, e io solo il cappero».
«Oh, shit. Ma tu hai spiegato bene questa storia di cappero, o solo spaventato e scapato?».

Sto ancora cercando di immaginare Hugh Grant che dice CAPPERO, con accento inglese...

La scelta di copertina della casa editrice è azzardata, non in senso buono, e piuttosto inquietante: un ciuccio gigante su uno sfondo rosso. Già prima di sfogliare il libro, si ha chiara l'idea di cosa aspettarsi: un testo che affronta la sindrome di Peter Pan, la crisi dell'uomo quarantenne nella maniera più stereotipata possibile, tanto da farmi pensare costantemente al film di Muccino, L'ultimo Bacio con seguito annesso. Visto che il film l'ho detestato, poco altro ho da aggiungere sulla lettura di Daniele Cobianchi.

Veronica

5 novembre 2014

Il cavallo di ritorno di Peppe Lanzetta [recensione]

IL CAVALLO DI RITORNO
La prima indagine del commissario Peppenella
di
Peppe Lanzetta


Editore: Cento Autori
Pagine: 208
ISBN: 9788868720148
Prezzo: € 12,50
"Con cavallo di ritorno si definisce una pratica illegale, comunemente nota come estorsione, che prevede il pagamento di un riscatto da parte di chi ha subito un furto per riottenere ciò che è stato rubato".
Una gang, una famiglia, composta da tanti Diego. Ognuno di loro, una pedina, un figlio, alla mercè di un solo uomo, Don Salvatore. Sotto il suo controllo e operato, si compiono truffe, regolamenti di conti, rappresaglie, ai danni di uomini e donne. Il cavallo di ritorno è sì l'operazione più ingegnosa e truffaldina messa in atto in diversi angoli di Napoli: al bancone di ogni punto allestito per la pratica sono accolti i malcapitati, chiamati a pagare per riottenere ciò che è stato rubato, soprattutto automobili. Questo giro di affari si allarga e va a toccare i monumenti più importanti del luogo, fino ai morti, i cadaveri delle persone amate.
Il commissario Peppenella, un uomo burbero, triste, solitario e incapace di relazionarsi con la figlia, indaga su una serie di efferati delitti, che coinvolgono le stesse persone implicate nel raggiro del cavallo di ritorno. Gli omicidi sembrano parzialmente legati tra loro e le innumerevoli divergenze di azione rallentano la risoluzione del caso.

La protagonista del romanzo è indubbiamente Napoli, della quale è data un'immagine senza fronzoli, allarmante e molto, molto negativa. Lo stereotipo della città dall'imbroglio facile, povera, quasi irrecuperabile, è qui tutto fuorché uno stereotipo. Lo sfondo è dall'autore curato costantemente e sicuramente il punto di forza di questo poliziesco. L'indagine è posta, dal mio punto di vista, in secondo piano, tanto da farmi pensare in più punti: "Ma chi se ne frega dell'assassino!".
Ciò che ha davvero catturato la mia attenzione è stata Napoli, dominata dalla criminalità, assecondata dalla gente comune e non arginata dalle istituzioni.
Lo stesso commissario finisce per essere un personaggio marginale, a tratti insopportabile, per la sua inerzia nella vita, nel lavoro, nei rapporti con gli altri. Un uomo privo di carisma, pronto a lasciarsi soppraffare dagli eventi, con un piede in un baratro e l'altro su una montagna di cinismo. Vedovo, con una figlia complicata e intrattabile, con la quale non riesce mai ad averla vinta: le loro discussioni trasudano ansia e comprensione, verso un padre che cerca di replicare, di impartire una propria versione, senza mai scalfire il muro della ragazza.
Anche il poliziotto risulta adatto al contenuto del testo: una figura caratterialmente diversa avrebbe stonato, e anche in questo Peppe Lanzetta è stato coerente.

Il cavallo di ritorno mi ha colpito positivamente, con una storia attenta e reale, ben scritta e costruita. Nei dialoghi vi è una vera e propria commistione tra uso gergale e dialetto, che contribuisce alla veridicità dello sviluppo espositivo.
Forse l'elemento meno "importante" di tutta l'architettura narrativa è proprio l'assassino.
Chiuso il libro, si seppellisce qualsiasi impulso nel visitare Napoli, per paura di incappare in situazioni raccapriccianti. Questo è ciò che resta preponderante a fine lettura.

Veronica

Poesia: Penna

PENNA

Le sue parole
si infrangono sui libri,
come il dolce
crepuscolo d'autunno.
Argento vivo fra le tue mani
di fata...

Teresa B.

31 ottobre 2014

L'analfabeta che sapeva contare di Jonas Jonasson [recensione]

L'analfabeta che sapeva contare
di Jonas Jonasson

tradotto da M. Podestà Heir bompiani editore
496 pagine
19 euro
ISBN: 9788845271441
uscito il 6 novembre 2013

Non cadere dentro alla banalità di classificare i libri in base alle circostanze o ai periodi è arduo. Non riesco a smettere di pensare che, se avessi aperto questa storia in una calda e assolatissima spiaggia, sotto a un ombrellone, con 40 gradi all'ombra... il tempo che ci avrei impiegato a finirlo sarebbe stato nettamente inferiore. I pericoli che possono nascondersi dentro alle pagine sono ben altri, come i refusi, o la noia, o gli aneddoti scontati, i luoghi comuni, le persone vuote. E siccome non sono abituata ad avere sul comodino lo stesso libro per più di una settimana... una, due, tre e forse anche più di quattro domande me le sono poste. Soprattutto dopo aver divorato "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve"... Non solo è un evento che non si è replicato, ma ho addirittura faticato ad arrivare all'ultima pagina, con un senso di sollievo addosso. 

Nombeko è una ragazza sudafricana [vittima del solito stereotipo di chi è nato nel tipico paese del terzo mondo] rimasta sola e costretta a svuotare latrine per riuscire a sopravvivere. All'improvviso diventa direttrice degli svuotatori di latrine, fino a ritrovarsi, dopo uno sfortunato incidente, nel ruolo di tuttofare/inserviente dentro a un "bunker" con fili di metro spinato intorno, guardie ai cancelli, 3 cinesi copiatrici di oche come uniche amiche e confidente personale dell'ingegnere costruttore di bombe atomiche più incapace che avesse mai conosciuto... Lei ha un dono speciale: Sa far di conto meglio di chiunque altro, un'autentico genio del calcolo insomma. La sua capacità di sopravvivenza e di fuga la portano poi in Svezia dove conosce Holger 1 e Holger 2. Figli di Hingmar, un sostenitore della repubblica da quando il re l'ha trattato in malomodo e come conseguenza a tale affronto inculca nei figli [ma in realtà ci riuscirà solo col primo] a lottare contro la monarchia. Se Holger 1, grazie al padre sostiene la sua lotta, è anche l'ennesimo incapace incontrato nel cammino della ragazza che insieme alla fidanzata Celestine cerca d'intralciare [in maniera abbastanza inconsapevole] i buoni propositi di liberarsi da un problema che oltre a mettere a rischio chi abita nei circa 58 km di distanza vicino a loro, li affligge per circa una ventina di anni.

Due storie che inizialmente procedono su binari paralleli fino a incontrarsi a un bivio dove i vagoni si attaccano e procedono spediti insieme. La questione è delicata perché nel mezzo c'è una bomba rinchiusa dentro a un camion che rischia di scoppiare e mettere in pericolo non solo i malcapitati che vi ruotano intorno, ma l'umanità intera. La costante della fuga è un aspetto che torna e dentro tale fuga infila nel mezzo re e regine, capi di stato, primi ministri, presidenti, sostenitori della pace, gente di spicco, i servizi segreti conditi dalla solita verve ironica distintiva dell'imprinting stilistico di Jonas Jonasson fino a risultare dopo un po' alquanto ripetitiva e dispersiva. Ovviamente ho sperato fino all'ultimo in un finale degno di nota. La mia fantasia è andata ben oltre a come sono andate realmente le cose e le aspettative sono rimaste in parte un po' deluse. Se una storia è bizzarra lo deve essere fino all'ultimo.

Da leggere se amate le letture d'intrattenimento, dettate da situazioni paradossali, condite da un filo d'ironia.

Francesca S.

29 ottobre 2014

In Book Veritas #1 [Rubrica]

Se c’è una cosa che ho imparato nella mia carriera di lettrice, è che i libri hanno dei poteri: possono far riavvicinare amiche che si erano allontanate, fanno nascere conversazioni spontanee tra sconosciuti, creano e consolidano legami. E, soprattutto, in ogni libro ho sempre trovato una frase, un insieme di frasi, interi paragrafi o intere pagine che mi hanno fatto riflettere su me stessa, sugli altri, su me stessa in rapporto con gli altri, sulle cose della vita, sui sentimenti e sulle emozioni, sui casi della vita e potrei andare avanti all’infinito a fare esempi di questo tipo, ma voi vi annoiereste e smettereste di leggere questo posto alle terza riga dell’elenco.
E non è il caso.
Non è il caso perché questa premessa è la presentazione di una nuova rubrica che ho deciso di aprire qui sul blog In book veritas, che non avrà una cadenza prestabilita ma verrà pubblicata ogni qual volta io troverò nel libro che sto leggendo una frase, un insieme di frasi, interi paragrafi o intere pagine che mi faranno riflettere. Oppure, se e quando mi tornerà in mente qualcosa letto tempo fa che però ha lasciato il segno.
Andiamo, quindi, senza indugi a cominciare!

 © Frencina

Ho deciso di iniziare con la citazione che mi ha spinta ad aprire questa rubrica, tratta da La porta di Magda Szabó:
"Ai tempi dell'università detestavo Schopenhauer, nel corso della vita, invece, mi sono resa conto che ha ragione quando sostiene che ogni legame sentimentale rappresenta una potenziale aggressione, da quante più persone ci lasciamo avvicinare tanto più numerosi sono i canali attraverso cui il pericolo può colpirci."
Non avevo mai pensato ai rapporti col prossimo in questi termini, però quando ho letto questa frase ne sono rimasta folgorata. Probabilmente, anzi, sicuramente, dipende molto dal fatto che in questo periodo sono particolarmente sensibile da questo punto di vista, però è tragicamente vero che più ci apriamo al prossimo, più creiamo legami con altre persone, più apriamo le porte al dolore e alla sofferenza.
Ovviamente, c’è anche il rovescio della medaglia: più persone ci stanno intorno, più amore e amicizia e buoni sentimenti entreranno nella nostra vita.

Il romanzo sottolinea solo l’aspetto doloroso e negativo dei rapporti con gli altri e pone l’accento su come, spesso, aprirsi ad una persona che consideriamo fidata, ha come contropartita che la stessa, ad un certo punto, ci giudichi e ci racconti bugie.
Nonostante, come dicevo prima, io sia particolarmente sensibile a questo argomento in quest'ultimo periodo, sono anche convinta che qualsiasi rapporto interpersonale instauriamo ci aiuti anche a crescere, ci migliori, ci insegni sempre qualcosa di cui dobbiamo fare tesoro per il futuro. In negativo e in positivo.

Francesca B.