28 febbraio 2014

Parte prima: Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe di Bruno Bettelheim [recensione]

Il mondo incantato.
Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe
di Bruno Bettelheim

Tradotto da Anna D'Andrea

Universale economica Feltrinelli editore [saggi]
312 pagine
8,50 euro
uscito nel 2000

Sono stata attratta qualche tempo fa da un libro non proprio di facile lettura, benché il titolo lasciasse immaginare tutt'altro. "Il mondo incantato" è un saggio non solo sulle fiabe più diffuse, ma sul perché la letteratura fiabesca - pur con certi compromessi - è senza dubbio formativa. Il mondo delle fate, degli orchi, delle fiabe in generale [da distinguere dalle favole, la cui morale è palesata alla fine del racconto attraverso frasi o ritornelli che a oggi sono divenuti persino modi di dire] è un mondo che mi ha sempre attratto moltissimo. Un amore infantile che non accenna a spegnersi neppure adesso e del quale ho un ricordo dolcissimo. Bruno Bettelheim mi ha chiarito perché io ne sia rimasta così colpita e perché ne abbia una memoria quasi soprannaturale. 

Il saggio è diviso in due parti: una in cui si fa una panoramica psicologica della fiaba e dei meccanismi di comprensione da parte del bambino [ovviamente totalmente diversi da quelli adulti]; un'altra in cui, alla luce di quel che è stato espresso in precedenza, si entra nel merito delle fiabe più famose ritrovandone le radici lontane e le molte varietà [anche prettamente italiane]. Per scoprire che le storie di Biancaneve, Cenerentola, La bella addormentata non sono esattamente così come Walt Disney le ha presentate al cinema [e come ormai sono presentate anche nei nuovi libri per l'infanzia]: originariamente Biancaneve è una trovatella che la matrigna arriva a odiare perché gelosa dell'affetto del marito. E non solo la mela è l'oggetto col quale la regina cattiva tenta di ucciderla, ma anche una cintura, che con un espediente le stringe troppo stretta fino a farla svenire, e un pettine avvelenato. Mentre Cenerentola con ogni probabilità non indossa alcuna scarpetta di cristallo ma raffinate babbucce di pelliccia e che le sorellastre, al momento di provarsi l'indumento, pur di poterci entrare si mutilano l'alluce e il tallone: il principe non se ne accorgerà finché alcuni uccellini non gli sussurreranno il malfatto. Ci sono fiabe che hanno origini di gran lunga più antiche di quelle occidentali, per esempio versioni di Cenerentola cinesi ed egiziane. 

I più grandi studiosi di fiabe furono i fratelli Grimm, germanisti e attenti filologi, che tuttavia non avrebbero potuto scavare con completezza in quel mondo senza l'italiano Giambattista Basile, che a metà del 1600 ne raccolse alcune delle più ricorrenti sulla nostra penisola, le cui caratteristiche sono indelebilmente entrate a far parte delle versioni dei Grimm. L'autore fa notare particolarmente il rischio che la manomissione di una fiaba comporta, soprattutto se arbitraria e non dettata dalla naturale evoluzione nelle varie epoche; e spinge il tasto dell'insegnamento che porta con sé: associando ai personaggi figure care o di cui il lettore - bambino - ha paura, impara a esorcizzare le proprie ansie. Ammonisce, poi, dalla lettura delle fiabe con occhio adulto perché ci sembrerebbe nient'altro che una sciocchezza piena di draghi e streghe priva di fondamento. 

La loro efficacia sta nel fatto che si “sono fatte da sole”, dapprima narrate oralmente, poi per iscritto ma sempre e solo per il piacere dei piccini. E quando una storia non soddisfaceva il narratore la modificava fino a che non si raggiungeva un compromesso apprezzabile. Esse fanno bene ai bambini perché sono fatte dai bambini stessi. Ma quando è un adulto a interferire imponendo le proprie visioni questo annacqua l'efficienza del racconto. Bettelheim ricorda che da piccoli si devono affrontare le cose per la prima volta in assoluto, per le quali le spiegazioni razionali degli adulti non hanno senso perché basate su informazioni che un egli ancora non possiede. Tuttavia è facile capire perché un adulto resti agghiacciato davanti alla brutalità di alcune di queste: nella versione italiana della Bella addormentata il principe capita per caso nel castello della principessa e, rapito dalla sua bellezza, giace con lei e se ne va; senza mai svegliarsi ella partorisce due bambini che, cercando di succhiarle il latte, mettono in bocca il dito col quale la madre si è punta ed estraggono la scheggia incantata. La bella si sveglia e si ritrova a crescere i figli del principe. Ovviamente poi lui tornerà da lei, minacciata dalla legittima - ma tiranna - moglie: la malvagia sarà uccisa ed essi vivranno felici e contenti.

TO BE CONTINUED...

Alessandra

21 febbraio 2014

Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te di Albert Espinosa [recensione]

Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te
di Albert Espinosa

Salani editore
189 pagine
14,50 euro
ISBN 9788862564328
uscito nel 2011

 Marcos ha appena perso sua madre e ha deciso che la sua vita non sarebbe stata più la stessa senza la donna che le aveva insegnato l'insegnabile, quindi non dormirà più. Per questo ha intenzione di iniettarsi il farmaco - tanto in voga al momento - che lo farà stare sveglio per sempre. All'improvviso però riceve una telefonata dalla polizia. Hanno catturato un extraterrestre soprannominato lo straniero e doveva parlarci per chiarire le sue reali origini. Il ragazzo infatti ha un dono: è capace di percepire le emozioni e i segreti delle persone semplicemente guardandole negli occhi. Da quelli più felici a quelli più tristi. In una sequenza di 12 ricordi della durata di 14 secondi l'uno. Ma con lo straniero qualcosa non funziona. La situazione gli sfugge di mano, i suoi poteri non funzionano, e inoltre quella ragazza che ha visto dal balcone di casa sua chi è? perché ne è così inspiegabilmente attratto? Gli eventi successivi lo porteranno a compiere delle scelte importanti da cui non potrà più tornare indietro.

Ti ritrovi per caso davanti a questo libro dalla copertina accattivante e dal titolo così lungo che devi riprendere fiato tra una virgola e l'altra. Leggi il titolo e la tua mente si perde... Dove non lo sai. Hai solo una domanda che non riesci a levarti dalla testa: - Cos'è che saremmo potuti essere io e te se non fossimo stati io e te?

Un'inno al sonno? Una favola per adulti? Un flusso ininterrotto di pensieri privo di senso? Un elogio alla notte?

Come direbbe anche il protagonista, questa è una storia EPICA, apparentemente molto semplice, in particolar modo nel linguaggio usato - gli eventi si svolgono nell'arco temporale di una sola notte - ma intrisa di significati profondi. Se potessimo partorire tutti questi pensieri in così poco tempo non credo che vivremmo a lungo e in modo sano. In sostanza, più che la trama in sé ti catturano i dialoghi che rappresentano l'intero focus narrativo: - Sesso, amore, morte, danza...  Anche gli aspetti più futili hanno qualcosa da dirti, sempre. Ammettiamolo, è un libro assurdo, talmente assurdo da adorarlo, divorarlo, non separartene più fino al resto dei tuoi giorni. Può apparire un'affermazione controversa, lo so e anche se alla fine "quello che avremmo potuto essere io e te, se non fossimo stati io e te" è ir-rilevante ai fini della storia stessa e lo scopri solo alla fine, non puoi e non riesci a toglierti dal volto espressioni di meraviglia, stupore, tenerezza e disincanto, tanto disincanto.
Mia madre diceva che l'età vera è quella dello stomaco e della testa. Che le rughe sono solo il risultato delle preoccupazioni e della cattiva alimentazione. Ho sempre pensato che avesse ragione, e così ho cercato di preoccuparmi poco e di mangiare bene. 
ASSOLUTAMENTE CONSIGLIATO [e non vedo l'ora di leggere gli altri libri che ha scritto Albert Espinosa].

Francesca

18 febbraio 2014

Tutto quello che avremmo potuto essere io e te, se non fossimo stati io e te di Albert Espinosa [frasi]

Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se fossimo stati io e te 
di Albert Espinosa

Già da piccolo pensavo che il sonno ti allontana dal mondo, ti rende immune ai suoi assalti. Si può solo aggredire qualcuno che è sveglio, con gli occhi bene aperti. Quelli che, come me, spariscono mentre dormono, sono inoffensivi.
Mia madre diceva che l'età vera è quella dello stomaco e della testa. Che le rughe sono solo il risultato delle preoccupazioni e della cattiva alimentazione. Ho sempre pensato che avesse ragione, e così ho cercato di preoccuparmi poco e di mangiare bene. 
Scoppiai in lacrime. Bellissima, questa espressione. Non diciamo "scoppiai a mangiare" o "scoppiai a camminare". Si scoppia a piangere o a ridere. E credo che valga la pena ridursi in pezzi per quel genere di emozioni. 
Il tempo si riduce a un soffio, quando dormi, e questa cosa mi ha sempre sconvolto. Sempre se dormi bene, ovviamente. 
Sono bellissime le espressioni che appaiono sul nostro volto quando ci dedichiamo a ciò che amiamo.
Non si può mai sapere quello che si troverà dietro a una porta. E forse la vita è proprio questo: Un continuo abbassare maniglie. 
Mia madre sosteneva che gli SMS condensavano grandi verità  in pochissime parole. La gente faceva i salti mortali per esprimere ciò che sentiva senza dover spendere troppo. LA CONCISIONE EMOTIVA.

17 febbraio 2014

Gioventù Dorata di Kate Cambor [recensione]

GIOVENTÙ DORATA
Tre vite nella Francia della Belle Époque
di
Kate Cambor


Editore: Gran vía
Traduzione: Pamela Cologna
Pagine: 380
ISBN: 9788895492216
Prezzo: € 18,00
"Gli Hugo, i Daudet, gli Charcot - tre famiglie famose e prestigiose i cui destini stavano per passare nelle mani di una nuova generazione. Uniti dal fardello comune della fama e della reputazione delle loro famiglie, i tre giovani avrebbero affrontato l'amicizia, il corteggiamento, il matrimonio, i figli, il divorzio e infine la morte. Ai drammi domestici e alle afflizioni intime si aggiungevano le aspettative di grandezza professionale e personale - il prezzo da pagare per aver avuto la possibilità di crescere sotto le luci splendenti della fama nella Francia fin de siècle".
Il 14 aprile del 1874 iniziano a incontrarsi al Cafè Riche Alphonse Daudet, Gustave Flaubert, Edmond de Goncourt, Émile Zola e Ivan Turgenev, importanti personalità della letteratura del XIX secolo. Nel "Gruppo dei Cinque" non si esercita alcuna sottomissione: i compagni si rapportano in modo paritario e si confrontano su tutto ciò che concerne la propria professione e la società di quel periodo.
Kate Cambor, con un'opera che si pone a cavallo tra letteratura e saggio, ricorda le vite degli eredi dello splendore che ha caratterizzato la propria famiglia. 
Lèon, figlio di Alphonse Daudet, vive le vicende dell'affaire Dreyfus, aderisce fermamente a posizioni monarchiche e fonda con Charles Murras Action française, dove scrive articoli accorati e accesi contro le istituzione della Terza Repubblica. Jean-Baptiste Charcot, figlio del famoso neurologo e mentore di Sigmund Freud, Jean-Martin Charcot, ha seguito sia la carriera di medico che la sua passione verso il viaggio, guidando due spedizioni in Antartide. Léon e Jean-Baptiste sono stati rispettivamente il primo e il secondo marito di Jeanne Hugo, nipote dell'acclamato scrittore, dal cui cognome, e tutto ciò che ne deriva, non si separerà mai.
Tre personaggi non scelti a caso: i loro destini si ritrovano a essere, come visto, indissolubilmente legati. La loro esistenza sembra segnata dai propri predecessori, ma di fronte a noi sono descritti semplicemente dei giovani che si trovano a vivere in un contesto storico difficile e in pieno fermento:
"Probabilmente non sono mai esistite tre persone come Léon Daudet, Jean-Baptiste Charcot e Jeanne Hugo, che hanno saputo cogliere così bene le contraddizioni e la confusione insite nella loro generazione. Erano cresciuti in un'epoca in cui le carrozze trainate dai cavalli dominavano le strade di Parigi ed erano morti in anni che vedevano gli aerei alzarsi in volo".
Venti pagine di note, poste alla fine del testo per non appesantire la lettura, e una bibliografia molto ricca contribuiscono a creare una documentazione solida e un fascino autentico per l'ambientazione di quegli anni. L'autrice attraversa la linea del tempo e si sofferma su alcuni episodi fondamentali che hanno caratterizzato il periodo della Belle Époque, raccontandoli con gli occhi di tre giovani. Disorientamento, difficoltà, desiderio di agire e lasciare il segno, per non deludere le aspettative insite nel nome della propria famiglia, ma, al tempo stesso, potente il desiderio di separarsi da un fardello fin troppo pesante.
Sono stata catapultata nella Parigi a cavallo fra XIX e XX secolo, per ripercorrere da un punto di vista nuovo, un'epoca storica di cui tanto si è scritto e parlato. Pur conoscendo i principali fatti del periodo, ho vissuto un'esperienza inattesa, grazie alla sorprendente capacità narrativa della Cambor, alle prese con il suo primo libro, a mio avviso, pienamente riuscito.

Veronica  

16 febbraio 2014

Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza di Dacia Maraini [recensione]

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Chiara di Assisi.
Elogio della disobbedienza
di Dacia Maraini

Rizzoli editore
256 pagine
ISBN: 17067218
17,50 euro
uscito nel 2013

Cara scrittrice, mi chiamo Chiara. Inizia così la fitta corrispondenza [non sarà mai chiarito se vera o fittizia] tra Dacia Maraini e la sua giovane lettrice, un'adolescente in lotta col proprio corpo che la pone quasi con violenza dinnanzi al suo problema: non sa chi è. Questa Chiara, però, conosce il metodo per trovare la risposta: indagare sulla sua famosissima omonima, seguace di Francesco di Assisi e divenuta presto santa, la cui storia le riempie la testa di un piacevole tormento. Ed è proprio alla scrittrice che affida questo compito insistendo con dolce caparbietà e testardaggine, facendo germinare nel suo cuore il seme della curiosità nei confronti di questa umile badessa, per poi scomparire nel nulla.

La scrittrice dunque si ritrova da sola a dover scavare nei miracoli [lei, atea] compiuti da una giovane nobildonna, in procinto di prendere marito che, alla stregua di fratello Francesco, ha abbandonato tutto ciò che possedeva per predicare al mondo la parola di Cristo. Cosa che non potrà fare perché donna: anzi, verrà mandata in convento dallo stesso Francesco, che lei adora, per formare le future sorelle. Per far questo Chiara rinuncerà a tutto, lottando anche lei col proprio corpo che considerava una proprietà non sua ma di Dio. Cercherà con ogni mezzo, anche doloroso, di distaccarsene. Farà voto di silenzio e si priverà di cose che a un occhio moderno paiono tra le più essenziali, alla ricerca della vita così come la madre di Cristo doveva averla vissuta.

I resoconti, le cronache del Medioevo, dipingono non solo la santità di sorella Chiara ma anche tutto ciò che le stava intorno: la società patriarcale, le ingiustizie e le punizioni date alle donne in quanto tali, un'istruzione simile a un lavaggio del cervello; insieme alle malattie, ai soprusi, alla povertà, alla fame. Maraini si interroga sui motivi che hanno mosso una ragazza così giovane [appena diciottenne] a seguire un personaggio già molto controverso nella sua epoca: fuggiva forse da un destino scritto da altri che non desiderava? Doveva sembrarle la scelta migliore rinchiudersi a pane e acqua [a volte nemmeno quelli] in un convento freddo, a pregare di notte e di giorno, dormire all'addiaccio sulla paglia o a terra, senza neppure delle scarpe?
Forse sì, poiché, nonostante le gravi limitazioni della vita monastica, era l'unica scelta che poteva compiere in totale libertà e autonomia. Seguendo Francesco e rinunciando anche a se stessa forse Chiara ha voluto affermare la propria libertà.

Un romanzo a metà strada tra un saggio storico e sociale, che solo a tratti parla strettamente di religione; il che forse aiuta a comprendere più a fondo una figura importante del Cristianesimo, soprattutto dal punto di vista umano. La storia di una donna che ha tenacemente, fortemente “voluto”.
Fino a che punto può arrivare il rifiuto della proprietà? E cosa si intende per proprietà? Le scarpe sono una proprietà necessaria? Il letto? Oppure ciascuna poteva sdraiarsi sul pagliericcio che preferiva nello spazio che preferiva? E un bicchiere, un libro? E se tutto era di tutti e si negava ogni possesso, anche il più piccolo, che ne era del corpo? Delle mani, delle braccia, dei pensieri, dei sogni, delle emozioni?
Alessandra 

14 febbraio 2014

In fuga di Alice Munro [recensione]

In fuga
di Alice Munro

Traduzione di Susanna Basso

Super ET , pp. 316 , 12 euro 
ISBN 9788806180737 
uscito il 24 gennaio 2006

Ti rendi conto dell'esistenza di certi autori in due casi in particolare: - Quando muoiono [e parlare di esistenza in un contesto del genere può apparire di cattivo gusto, me ne rendo conto] o quando vincono un premio letterario prestigioso. Ho scoperto Alice Munro quando ha ricevuto il Nobel per la letteratura nel 2013. Mi ha colpito per un semplice motivo, perché è una donna, e a quanto pare una donna con un carisma fuori dal comune. Oltre a essere una delle più importanti scrittrici canadesi della letteratura contemporanea, si è contraddistinta per le sue raccolte di racconti. Iniziare un suo libro, mi ha fatto scontrare con una verità sorprendente, cioè che a prescindere da quello che leggi, che sia un romanzo, dei racconti, un thriller, o qualsiasi altro genere, al centro di tutto c'è chi lo scrive e allora tali generi - quelli che tu credi di amare o odiare - alla fine scompaiono e resta solo la storia. È questa la sensazione che provi, e sul momento spiazza, perché ha il potere di coinvolgerti in qualcosa che neanche tu credevi ti piacesse.

La storia che più mi ha colpito è quella di Juliet a cui l'autrice dedica ben 3 degli 8 racconti. Juliet è una brillante studentessa di greco e latino a cui è stato appena assegnato un incarico, nonostante la sua giovane età. Ha sempre avuto una vita tranquilla: il padre è insegnante di scuola media e la madre è una persona strana, che si cuce i vestiti da sola, ma affascinante. Durante un viaggio per andare a trovare Eric, conosciuto casualmente in treno, riflette sul suo passato e si rende conto che c'è un modo diverso di sopravvivere rispetto a quello che già sa. Stravolge i suoi progetti innamorandosi e decidendo di restare con l'uomo che in una notte qualunque gli ha svelato i nomi delle stelle indicandogliele col dito. Nasce Penelope e per l'occasione torna nel suo paese d'origine a far vedere la bambina ai nonni... Lì acquisisce la consapevolezza che stare in quel posto, in quel momento è come ritrovarsi di fronte a uno straniero che incontri casualmente sui tuoi passi. Chi è non ti riguarda. Negli anni seguenti, abbandona gli studi classici, si dedica alla conduzione di un programma televisivo... Ogni cosa va come deve andare, ma la figlia - una volta cresciuta - scappa da lei, da ciò che la madre le ha insegnato, dal suo anticonformismo. Una ruota che gira, dove ti ritrovi continuamente al punto di partenza aggrappata a delle speranze che appaiono come condanne.

Sei in fuga? Da chi o da che cosa? Perché? Quali sono i motivi? A cosa ti serve? Mi hanno sempre fatto un po' ridere i discorsi "Vado via da te, da questa situazione, dai tuoi discorsi" con l'obiettivo di stare meglio. Ma meglio non si sta, soprattutto quando il motivo della nostra fuga, si ripresenta sotto forma di altre persone, stati d'animo e situazioni diverse e al tempo stesso simili. Si è alla ricerca continua dell'equilibrio perfetto e ci abbattiamo perché non riusciamo a trovarlo... in sostanza, il più delle volte, i carnefici non sono gli altri. Dovremmo cercare di capirlo. Ci sono dei meccanismi che la stessa mente umana non riesce a superare. Per questo i rapporti finiscono, ci stanchiamo degli altri, o non siamo capaci di restare soprattutto se non ci si sopporta più. L'avete mai notata la facilità con il quale si arriva a non sopportarsi?

Un'affascinante Alice Munro che ti porta a riflettere fino allo stremo su tutto questo, tanto che - attraverso i suoi personaggi, personaggi comuni, come noi - non puoi fare a meno di ritrovarti là dentro alle pagine e stare male e fuggire, per poi tornare, e fuggire di nuovo. E insomma io ve lo consiglio, per me è stata una bella scoperta, magari lo è anche per voi.

Francesca

11 febbraio 2014

Cronache marziane di Ray Bradbury [Recensione]

Cronache marziane
di Ray Bradbury

2009 
Oscar Mondadori 
“Avevano una casa a colonne di cristallo sul pianeta Marte ai margini di un mare vuoto, e ogni mattina si poteva vedere la signora K mangiare i frutti d'oro che crescevano sulle pareti di cristallo. [...] Quella mattina la signora K stava tra le colonne, porgendo l'orecchio alla calura del deserto sabbioso la quale, disciolta come cera giallastra, sembrava trascorrete sull'orizzonte lontano. Qualcosa stava per accadere.”
Il tipo marziano per tutti è grigio, ha un gran testone e il corpo esile, oppure è verde, ha occhietti simpatici e le antenne a trombetta; viaggia nello spazio su di un'astronave tondeggiante per fare amicizia, oppure per conquista spietata.

E se, invece, questi alieni avessero la pelle color dell'ambra, gli occhi “gialli come monete, le voci molli e armoniose” e fossero colti, dediti alla musica, all'arte, alla letteratura [marziane]? E se fantasticassero sugli abitanti della Terra, senza sospettare che essa pullula davvero di creature che costruiscono razzi e che presto sapranno come raggiungere il loro pianeta? 

Con linguaggio semplice ma fortemente evocativo, Cronache marziane narra dalla colonizzazione di Marte, di quel che accadrebbe se davvero il pianeta rosso fosse abitato da creature dall'intelligenza e le abitudini simili alle nostre. Lasciando trapelare, e neppure troppo velatamente, riferimenti a una delle più massicce colonizzazioni da parte dell'uomo occidentale: quella delle Americhe.
Il primo racconto, ambientato nell'anno terrestre 1999, si svolge proprio sul pianeta lontano e ci descrive la vita attraverso gli occhi di una moglie marziana. Gli altri a seguire ci porteranno fino al 2026, in una escalation di stupore, conquista, invidie [tutte terrestri]. I visitatori dallo spazio per una volta siamo proprio noi. Gli anni 2000 sono volutamente molto simili agli anni Quaranta e Cinquanta [periodo in cui è stato scritto], con uomini dal carattere deciso, quasi dei cowboy, mogli casalinghe, ragazzi e ragazze coi calzini bianchi che sognano lo spazio e i cosmonauti distesi a gambe incrociate sul letto. E manovalanza “negra” che scalpita per salire sui razzi [quasi delle diligenze] alla stregua dei bianchi e costruirsi così un'esistenza migliore.

Quelle regioni lontane tuttavia sono aspre e solo a tratti ospitali; questi extraterrestri, inoltre, hanno forme bizzarre, alle volte umanoidi, altre volte nebbiose o luminescenti: - con chi hanno davvero a che fare questi novelli coloni?
Ciascun racconto pone di fronte a più di un quesito: cosa spinge una persona a lasciare la propria casa; quale spirito muove non tanto la scoperta, quanto la colonizzazione? Fino a chiedersi il motivo per il quale Dio avrebbe voluto replicare su di un altro pianeta quel che agli occhi del fedele Cristiano è già perfetto, ossia l'essere umano.
Quando allora mi domanda se io credo nello spirito delle cose che sono state usate, io le rispondo che sì, ci credo. Sono tutte qui le cose che sono state usate. [... ] E noi non potremo mai usarle senza patire una sensazione di disagio. […] Per quanto profondamente noi si possa toccare Marte, non riusciremo mai a toccarlo veramente. E allora ci infurieremo contro di lui, e vuol sapere che cosa faremo, comandante? Lo strazieremo, gli strapperemo la pelle, lo cambieremo per adattarlo alle nostre esigenze.
Ray Bradbury cela dietro al romanzo di fantascienza un ritratto dei propri compatrioti, a tratti critico, a tratti affettuoso ma sempre senza puntare il dito.

Una cronaca d'altri tempi, ma non troppo.

Alessandra

9 febbraio 2014

In fuga di Alice Munro [Frasi]

Ti penso. É proprio il genere di cosa che la gente dice solo per consolare, o per il vago desiderio di tenere un altro sulla corda.
Taiga, pensò. Non sapeva, né le interessava scoprire, se quella fosse la parola giusta per ciò che stava osservando. Per certi aspetti si era forse fatta di sé l'idea di una giovane donna in un romanzo russo, immersa in uno scenario ignoto, terribile ed entusiasmante in cui i lupi passavano la notte a ululare e in cui avrebbe incontrato il proprio destino. Non le importava che quel destino - in un romanzo russo - avrebbe avuto buone probabilità di rivelarsi cupo o tragico, o tutte e due le cose.
Il cuore, con la sua lunga storia di significati. Strano pensare come ancora al tempo, non poi molti anni addietro, un semplice organo di carne e sangue fosse considerato tanto prezioso, sede dell'amore e del coraggio.
Il segreto della vita, aveva spiegato Harry a Lauren, era stare al mondo pieni di curiosità. Tenere gli occhi aperti e cogliere le occasioni, l'umanità, di tutte le persone che s'incontravano. Stare all'erta. Se un insegnamento poteva darle, era proprio quello.
Ormai era difficile dirlo, come sarebbero andate le cose. Era sfumato tutto in un solo giorno, in un paio di minuti, e non in un susseguirsi di crisi e tentativi, lotte, speranze e delusioni, nel modo lento e faticoso in cui di solito sfumano cose come quelle. Ma poi, se è vero che alla fine tutto si guasta, non è forse più facile sopportare che accada in fretta?
Per un mucchio di uomini la vita era solo un elenco di dove e di quando. Ma ce n'erano altri, più al passo coi tempi, che sciorinavano questi discorsi solo apparentemente spontanei, il cui succo era che la vita é in effetti una strada piena di buche, ma che le sventure sanno indicare la via verso esperienze migliori, che la lezione s'impara, e che senza dubbio ogni giorno ha in sé una promessa di gioia.
A breve, su questo spazio... La recensione!

7 febbraio 2014

Pleased to meet you di Massimo Cotto [recensione]

PLEASED TO MEET YOU
di 
Massimo Cotto

Editore: Vololibero edizioni
Pagine: 190
ISBN: 9788897637158
Prezzo: € 18,00


Tutte le mattine, nel tragitto che mi separa dall'ufficio, ascolto Buongiorno Doctor Feelgood, il programma che va in onda su Virgin Radio (peccato che lunedì sarà sostituito). 
Durante la trasmissione della settimana scorsa hanno presentato l'ultimo libro di Massimo Cotto, un uomo che, con la sua voce, ti racconta i retroscena delle star del rock. Questi episodi li ha trasformati in un libro, Pleased to meet you: pagine in cui scorrono i suoi ricordi dettati da incontri con personalità non solo della musica, ma anche del cinema e della letteratura. Vere e proprie chicche che permettono anche a noi di avvicinarci ai nostri idoli. Per me, Chris Martin in prima posizione:
"Pensa al dramma di chi desidera fortemente una cosa e incontra fin dall'inizio mille ostacoli, magari già in famiglia. Certo, la voglia di superarli e di dimostrare a tutti che si sono sbagliati potrebbe anche aiutarlo, essergli da sprone. Ma avrà la vita rovinata fino al successo e forse anche dopo. Perché il successo è una bella donna che non rimane giovane in eterno. E soprattutto ti tradisce molte volte. Se sei fortunato, te ne rendi conto e puoi agire di conseguenza. Facendo qualcosa per tenerla a te, rimettendola in riga o rimettendo in riga te; se sei più disattento o troppo pieno di te, andrà a letto con tutti e lo verrai a sapere troppo tardi, quando ti avrà già lasciato".
L'incontro con l'artista modifica l'immagine iniziale che ne abbiamo: dentro di noi lo percepiamo come il personaggio che continua a interpretare, ma qualcosa cambia. Massimo Cotto lo dice chiaramente:
"Ti puoi sforzare quanto vuoi di rimanere obiettivo e oggettivo e di non confondere la persona con il personaggio, hai un bel ripeterti che quello che devi giudicare è il prodotto e non il produttore e che Pablo Picasso e Charlie Chaplin erano padri e mariti terribili ma rimangono sempre Pablo Picasso e Charlie Chaplin. Sai che è così, ma sai anche che conoscere l'artista ti condizionerà, magari inconsciamente".
Diverse interviste rivelano una sincerità profonda e mettono in luce le debolezze dell'animo umano. Alcuni cercano di rimanere ancorati all'apparenza che il proprio ruolo impone, mentre altri sono semplicemente se stessi e si staccano dal personaggio:
"Bere mi rendeva felice, il pensiero di smettere mi angosciava. Sembrava che la bottiglia fosse la cosa più attraente del mondo. Sì, anche più di una donna. Senza una donna potevo stare, almeno per qualche giorno, ma senza la bottiglia no. Il problema di chi beve è che non vuole ammettere di essere un alcolizzato. Quando te ne rendi conto, cioè quando lo ammetti, sei già molto avanti. Un altro problema dell'alcolismo è che muoiono di più per la bottiglia che per l'ago, ma bere è socialmente accettabile, almeno entro certi limiti, mentre farsi non lo è per niente. [...] Questo rende più complicato smettere, perché hai l'alibi sempre pronto: tutti bevono, in fondo. È una questione di quantità" (Eric Clapton).
Pleased to meet you non è solo il resoconto di una vita ricca di incontri sorprendenti, eccitanti; siamo di fronte a parole che spronano a inseguire i nostri sogni per realizzarli, come altri prima di noi. Non si nasce artisti, la strada da percorrere è tortuosa, difficile e molto spesso priva del supporto primario più importante, quello della famiglia.
Un libro che contiene tutti noi e lancia a ciascuno un messaggio diverso, che ti entra dentro, per essere per sempre custodito. Questa la citazione che ho scelto, o forse mi ha scelto, e deciso di prendere con me, perché mi ha suscitato un'infinità di emozioni: 
"L'artista abita altre latitudini, ma al tempo stesso è capace di interpretare e descrivere il mondo normale, facendosi non portavoce ma guida, capofila. Un pittore, uno scrittore, un cantante, trasforma in arte i sentimenti comuni. Arthur Miller, nella prefazione a Morte di un commesso viaggiatore, nel 1952, scriveva che il compito dell'artista è far sentire meno sola la gente. Un'opera d'arte si può dire davvero riuscita quando agisce su due livelli: quando fa credere a una persona che l'autore si rivolge solo a lei, ma al tempo stesso che quel sentimento è universale, che è sufficiente guardarsi intorno per notare che altre persone condividono le medesime cose. Oggi viviamo in un mondo che ti fa sentire solo, umiliato, alienato, isolato. L'artista può e deve convincerti che altre persone si sentono come te e che l'arte, nel nostro caso la musica, può essere il tramite e, al tempo stesso, la fuga. [...]" (Radiohead).

L'autore trasmette passione ed è quello che arriva al lettore e che ricerca quando si immerge nel mondo di Pleased to meet you. Questo libro mi ci voleva proprio!

Veronica

6 febbraio 2014

La bella e la Bestia: Film, origini storia, curiosità

Il 27 febbraio esce al cinema il remake de "La bella e la Bestia" di Christophe Gans, che vede come protagonisti Léa Seydoux e Vincent Cassel. Una favola senza tempo. Portata al successo grazie al capolavoro d'animazione realizzato dalla Disney. Uno dei primi cartoni visti. Ricordo ancora l'emozione, la felicità, le sensazioni provate. Amo questa storia da sempre. Per questo non vedo l'ora di andare a vedere il film.

Ma quali sono le sue origini? Com'è nata? Chi l'ha scritta? Ve lo siete mai chiesti?
Ha circolato per secoli in tutta Europa, sia in forma orale che scritta e noi ovviamente la conosciamo grazie ai vari adattamenti cinematografici realizzati. Svariati esperti hanno notato delle somiglianze tra questa fiaba e le storie classiche della Grecia antica, come Amore e Psiche, Edipo o L'Asino d'oro di Apuleio. La prima versione scritta che sviluppa il racconto così come lo conosciamo oggi fu pubblicata nel 1740 dalla scrittrice francese Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve e faceva parte di una serie di racconti narrati da una anziana signora durante un lungo viaggio per mare. Villeneuve scrisse fiabe basate sul folclore europeo, per intrattenere amici e conoscenti nei balli e nei salotti. L'aristocratica francese Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, emigrata in Inghilterra nel 1745, dove iniziò a lavorare come insegnante e scrittrice di libri sull'educazione e la morale, avendo letto la sua novella, la abbreviò in larga misura e la pubblicò nel 1756 dove prese gli elementi chiave dell'originale, omise molte scene delle origini o delle famiglie dei protagonisti e modificò la scena della trasformazione della bestia, che in realtà avveniva dopo la notte di nozze. Molti dettagli scabrosi o sovversivi furono soppressi. La sua versione, dunque, fu considerata la più caratteristica, al punto tale che, già soltanto un anno dopo, nel 1757, fu tradotta in inglese. [wikipedia]
Ma torniamo al film:
- il regista ha dato vita a una favola condizionata da una visione personale. Può darsi quindi che troveremo qualche incongruenza rispetto alla trama originale
- è stato girato tra la Francia e la Germania. Ambientato nel 1720 e narra della storia d'amore, dove una figlia in esilio si sacrifica alla Bestia per salvare suo padre.
- Verrà presentato in anteprima mondiale al Festival di Berlino. Arriverà in Italia il 27 febbraio.
- L'aspetto di Vincent Cassel - che interpreta la Bestia - è stato modificato grazie alla tecnica del motion capture, ma l'intero film è stato realizzato grazie a tecniche decisamente all'avanguardia
- Léa Seydoux che invece veste i panni di Belle è diventata famosa per aver fatto parte del cast di "Midnight in Paris" e "La vita di Adele".

FILMTRAILER:


Siete curiosi? Io sì... Molto! Non ci resta che aspettare...

4 febbraio 2014

L'inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender [recensione]

L'inconfondibile tristezza della torta al limone
di Aimee Bender

tradotto da Damiano Abeni, Moira Egan

Editore: Minimum Fax
ISBN: 9788875213626
332 pagine
16,50 euro

La strana sensazione che ti assale quando finisci questo libro è inspiegabile: ti domandi in modo esasperante se sei riuscita ad afferrare realmente il messaggio che l'autrice voleva trasmettere, e lo fai ritornando di continuo sulle parole che l'inchiostro ha impresso su carta, ma questo gran marasma mentale non è rivelatore, ti lascia tanti, anzi troppi punti interrogativi.

Inoltre, in un periodo dove i programmi di cucina spopolano, non esiste niente di più curioso di un titolo e di una storia come questa. Siamo tutti alla ricerca della ricetta perfetta, no? Io ritengo di non averla ancora realizzata. Ma mettetevi nei panni della protagonista, anche solo per un secondo... Come reagiresti se improvvisamente riuscissi a sentire - mentre mangi - gli stati d'animo delle persone che quel piatto l'hanno cucinato?

Rose infatti il giorno del suo compleanno, mentre assaggia una fetta di torta al limone fatta dalla madre per lei, scopre di avere tale capacità e sente l'angoscia, i sensi di colpa, l'inquietudine, la tristezza. Ne rimane talmente spiazzata da non essere capace di arrivare così in profondità e dentro l'animo umano della donna che l'ha messa al mondo. Ci avete mai fatto caso che da bambini, dai tuoi genitori ti aspetti che siano invincibili, sereni, equilibrati e senza problemi? Non importa la natura del loro malessere, da cosa nasce, i motivi, non ti riguarda. Lei ha un amante, Lui - il padre - è troppo preso del suo lavoro e suo fratello, suo fratello Joseph è come la nebbia, quella che si forma la mattina, fitta fitta, densa di umidità... se provi a passarci nel mezzo, non si lascia catturare. Da adulto invece acquisisci la consapevolezza che ognuno si porta sempre la propria croce dietro e la sofferenza non ha rumore, è silenziosa. Ciò ti  spinge anche a cercare di restare al di fuori dal dolore altrui, a prescindere da chi sia e dal legame che vi lega e a costruire con una cura quasi maniacale e ai limiti dell'assurdità una corazza talmente impenetrabile, che anche se arrivasse uno come George, il migliore amico di Joseph, non riuscirebbe con nessuna arma possibile, annessa quella della comprensione, a distruggerla. Partecipare alle sue nozze è più tollerabile che arrenderti a te stessa, a lui, al mondo. E infine la tua sopravvivenza è salva grazie al cibo delle macchinette, che hanno il sapore freddo e inconsistente della fabbrica, ma soprattutto, ciò che conta è che è privo di qualunque sentimento umano.

Fuggire dalle emozioni. Evitare con ogni mezzo di affrontarle. Scrollarsi di dosso ogni sorta d'insofferenza. Anche se ciò comporta l'essere incapaci di amarsi e di amare in una sorta di realismo magico. Una fiaba che però non ha il lieto fine... perché da quello che provi, non fuggi - quasi - mai, piuttosto preferisci abituartici e fare finta di nulla, nonostante la condizione, nonostante la volontà, nonostante tutto. E ciò lascia un sapore amaro.

Francesca