1 marzo 2014

Parte seconda: Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe di Bruno Bettelheim [recensione]

Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe 
di Bruno Bettelheim 

Tradotto da Anna D'Andrea 
 Universale economica Feltrinelli editore [saggi] 
 312 pagine 
 8,50 euro 
 uscito nel 2000

Dentro la fiaba da “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim 

A proposito di Cenerentola, Bruno Bettelheim nel suo “Il mondo incantato”, ci svela che la versione universalmente riconosciuta ha origini anche prettamente italiane. Giambattista Basile tra il 1634 e il 1636 raccolse molte fiabe in voga nella sua epoca e tra queste vi troviamo “La gatta cenerentola”: in essa, la ragazza odia profondamente la nuova moglie del padre e dunque, in combutta con la propria istitutrice uccide la matrigna. Quando, in seguito, l'istitutrice viene presa come nuova moglie, Cenerentola è spinta a stare in mezzo alla cenere: la donna ha paura di lei e di quel che è capace di fare. Da qui in poi la storia è piuttosto simile a quella tedesca, ma Bettelheim sottolinea il profondo cambiamento apportato dai fratelli Grimm che, in un certo modo, insistono sulla sfortuna di Cenerentola quando è chiaro che ella stessa è l'artefice della propria condizione. Tuttavia sembra che questa sia una tra le più antiche storie mai narrate. 

L'attenzione verso il piede, la cui origine è da ricercarsi nella tradizione orientale e nella fattispecie cinese dove si attribuisce una forte carica sessuale al piede femminile, è un connotato che si è perso nelle versioni occidentali. Così come la reiterazione di certi elementi per tre volte [animali magici, prove da superare, desideri da esprimere come in Il pescatore e il genio]: un numero che tradizionalmente ha un profondo simbolismo sia pagano sia cristiano, simboleggiando al tempo stesso sia la Trinità sia il sesso [anche nella Bibbia il peccato si perpetra attraverso Adamo, Eva e il serpente]. I colori e gli elementi che descrivono Biancaneve sono tre - bianco, rosso, nero - e il sangue che versa la regina sulla neve quando spera d'avere una figlia è un'espulsione di sangue [mestruazioni], necessaria per il concepimento. Sono tutti argomenti scomodi che vengono affrontati attraverso simboli, con lo scopo di far familiarizzare il bambino e non esserne spaventato quando li dovrà fronteggiare. Per non parlare di complessi di Edipo più o meno latenti, che seppure spaventevoli e contro natura - se lasciati a se stessi - le fiabe insegnano a domare: quasi tutte infatti parlano del conflitto tra figli e genitori e delle paure inconsce del bambino di non essere amato [l'eroe o l'eroina viene abbandonato/a all'inizio della fiaba o messo in condizioni di incertezza]. Il lieto fine è ancor più gratificante con queste premesse. 

Leggendo il saggio si scoprono dettagli, anche di noi stessi, ai quali non si era mai pensato. In Hansel e Gretel la strega [come tutte le figure femminili] rappresenta la madre: il fatto che essi ne divorino la casa e che essa stessa voglia divorarli si riferisce all'attaccamento fisico tra le madri e i figli, che può degenerare in ossessione [e i bambini che cucinano la strega nel forno fa riferimento al desiderio atroce del bambino di avere la meglio sul genitore malvagio]. In Cappuccetto Rosso viene mostrata invece l'ambiguità dell'uomo che può presentarsi come un lupo o come un amico - il cacciatore - e s'insegna che per difendersi dalla sua bramosia - anche sessuale - è necessario affrontarla, col rischio di esserne inghiottiti. La differenza è che nelle fiabe [che sono adatte indiscriminatamente a maschi e femmine] la risoluzione positiva allenta la pressione e l'ansia, tranquillizzandolo per la propria futura buona riuscita. “C'è un diffuso rifiuto a permettere al bambino di sapere che gran parte degli inconvenienti della vita sono dovuti alla nostra stessa natura” analizza Bettelheim “ma i bambini sanno che loro stessi non sono buoni [come invece vogliamo che credano] e spesso, anche quando lo sono, preferirebbero non esserlo. Ciò contraddice quanto viene loro detto dai genitori e quindi rende il bambino un mostro ai suoi stessi occhi”.

Le versioni edulcorate che il cinema ha prodotto negli anni hanno svilito e impoverito questo tipo di letteratura formativa, con l'idea sempre più diffusa che per proteggere un bambino dalle brutture del mondo sia necessario nascondergliele, quando imparare ad affrontarle e a non averne paura è quel che fanno le fiabe. L'elemento puramente fantastico e irreale è da qualche tempo stato sostituito da personaggi e contesti al contrario realistici, registra lo psicologo, con la convinzione che storie che rappresentino la realtà aiutino di più il bambino ad affrontarla; ma, ci spiega poi, è molto più efficace elaborare la paura attraverso un simbolo irreale [una strega, il drago, la matrigna] anche se appare impressionante e sanguinolento poiché la sua mente registra comunque la lezione e si sente rinfrancato quando chiude il libro, perché sa bene che i draghi, così come le streghe, non esistono.

Alessandra

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