30 giugno 2014

Cose Preziose di Stephen King [recensione]

COSE PREZIOSE
di
Stephen King


Editore: Sperlink & Kupfer
Collana: Pickwick
Traduzione: Tullio Dobner
Pagine: 770
ISBN: 9788860615862
Prezzo: € 11,90


Che cosa saremmo disposti a fare per ottenere l'oggetto dei nostri desideri?


Nella tranquilla cittadina di Castle Rock, pochi sono gli eventi degni di nota in grado di scombussolare il tran tran quotidiano. Un cartello incuriosisce la gente del posto, quello che annuncia la prossima apertura di un nuovo negozio:

APERTURA IMMINENTE!
COSE PREZIOSE
UN NEGOZIO CHE NON SI ERA MAI VISTO
«Non crederete ai vostri occhi!»

La giornata di inaugurazione vede sopraggiungere i primi clienti, i quali fanno conoscenza col proprietario, il signor Leland Gaunt, tipo sinistro e inquietante: la sua trattativa porta nelle mani degli acquirenti gli oggetti dei loro sogni, in grado di travalicare la realtà. Il prezzo da pagare è esattamente quanto il compratore può permettersi e una piccola "missione" affidatagli dal proprietario di questa affascinante bottega di chincaglierie, uno scherzo ai danni di un abitante di Castle Rock.
Il risultato è quello di mettere tutti contro tutti, incapaci di rendersi conto dell'imbroglio al quale il forestiero li ha posti di fronte: ogni burla degenera in situazioni di guerriglia urbana, con conseguenze irreparabili.

Uno splendido articolo, capace di risvegliare nell'anima di chi lo possiede un sentimento speciale, che il signor Gaunt descrive come orgoglio del possesso, sul quale si muove sicuro, per raggiungere il suo obiettivo. Lo sceriffo, Alan Pangborn, l'unico del paese a non aver incontrato il nuovo arrivato, indaga sul susseguirsi di crimini, da atti di vandalismo fino a omicidi efferati, che non riesce a spiegare razionalmente. Piano, piano, collega i pezzi di un puzzle sempre più illogico e individua l'unico colpevole del delirio cittadino.

Stephen King delinea i personaggi dell'immaginaria località in maniera impeccabile, soffermandosi nei singoli racconti che uniscono l'uomo al cimelio ottenuto, con tutti i tormenti interiori legati all'immaginarsi una separazione con l'oggetto del desiderio. Il Male è così reale, da radicarsi dentro tutti gli abitanti del posto, i quali diventano pedine controllate dalle illusioni e dagli inganni di un'entità spaventosa.
Un romanzo, dal ritmo crescente, che affronta il tema della fragilità umana: l'uomo è descritto come incapace di resistere alle lusinghe del Diavolo e vittima di una trasformazione profonda, che lo porta a diventare geloso, sospettoso e folle. Una grande forza di volontà è necessaria per ribaltare il destino oscuro, al quale ognuno sembra ormai condannato.

Oltre alla ricchezza della trama, una giusta dose di riflessione, per un libro che parla al cuore del lettore e ne tocca le corde giuste.

Veronica

29 giugno 2014

Recensione libro: La Cheyenne Bianca di Jim Fergus

La Cheyenne Bianca
Il diario di May Dodd, la donna che visse tra gli indiani
di Jim Fergus

Traduttore: Biavasco A. - Guani V.

Rizzoli editore
432 pagine
uscito nel 2001
FUORI CATALOGO

Questo libro uscito poco più di 10 anni fa è già sparito dalla circolazione: - Sul sito della Rizzoli è inesistente [Come se la sua paternità fosse stata rinnegata. Ve ne è traccia grazie a quella dicitura stampata in fondo alla copertina], su anobii ci sono solo 4 recensioni al riguardo ed è fuori catalogo in qualsiasi portale on line [Non fatevi venire voglia di leggerlo adesso, non lo troverete da nessuna parte]. Brutto segno? Probabilmente questa storia come tante altre storie non ha avuto il successo desiderato e quindi ne è stata cancellata ogni traccia. Fantastico il mondo dell'editoria... Niente di abbastanza remunerativo sopravvive al tempo. Premetto che a me non è piaciuto particolarmente. La mia osservazione è più la conferma di una consapevolezza che si consolida man mano che il tempo passa. Neanche le petizioni per far pubblicare serie interrotte all'improvviso e senza motivo riescono a smuovere la cortina di ferro che c'è intorno alle case editrici e irremovibili continuano a sfornare "best seller" che poi finiscono nel dimenticatoio.

May Dodd, una esponente della ricca borghesia, è stata rinchiusa per volontà dei genitori in un manicomio. Lei però è tutto meno che pazza... L'unico errore che commette è quello d'innamorarsi di un uomo che lavora per il padre quindi appartenente a un ceto inferiore, scapparci insieme, farci dei figli. La via d'uscita alla sua segregazione forzata gliela offre il governo degli Stati Uniti d'America: Se avesse aderito al progetto proposto dal capo Cheyenne - Piccolo Lupo - al Presidente, sarebbe stata libera. Il progetto sembra far parte di un piano di coesione e di pace fra la razza bianca e quella indiana: 1000 donne bianche in cambio di 1000 cavalli. May allora fa le valigie e parte con un gruppo di coraggiose come lei all'avventura. La ragazza annota e documenta questa esperienza in un quaderno. Quindi avrete capito che la forma adottata è quella di un diario dove vi affida le sue memorie con la speranza che un giorno qualcuno di caro le legga. In questi resoconti si alternano le avventure della razza evoluta accanto al popolo indigeno che vive alla giornata, pratica culti strani, inconcepibili, desueti, disumani che rende la permanenza al campo a volte inquietante e minacciosa, altre entusiasmante, magica, nomade. Alcune di loro mettono al mondo dei figli cheyenne ma poi le cose assumono una piega grottesca fino ad arrivare a un epilogo alquanto tragico.

Il mio problema più grande è stato il riuscire a classificarlo in qualche genere in particolare: "La Cheyenne Bianca" non è un diario, o un'autobiografia, o una storia d'amore, o un romanzo storico... è un miscuglio di tutto e di niente che non me l'ha fatto apprezzare fino in fondo, nonostante le prime 200 pagine le abbia lette in un solo giorno. Ogni cosa appare edulcorata e a tratti inverosimile, in particolar modo l'atteggiamento della protagonista nei confronti di tale esperienza. Dobbiamo tenere conto che è ambientata alla fine dell'800 dove la mentalità e l'odio verso la diversità in quel continente è fervido e vivo e cruento più che mai rispetto ad altri periodi. Jim Fergus ha voluto mettere troppa carne al fuoco creando a tratti noia a tratti smarrimento. Peccato, perché l'intenzione era buona, ma solo l'intenzione... la realizzazione nel concreto un po' meno riuscita.

Francesca

26 giugno 2014

Recensione libro: Cuccette per signora di Anita Nair

Cuccette per signora
di Anita Nair

Tradotto da Francesca Diano

Guanda editore
336 pagine
10 euro
uscito il 23 febbraio 2012

Ci sono libri che a prescindere da chi siano stati scritti e dalla loro provenienza non hanno né tempo né confini tanto appaiono attuali nel raccontare certe storie. Anche chi è nato e cresciuto in luoghi dove si professa una cultura progressista, emancipata, aperta, libera da qualsiasi barriera mentale fa i conti con chi ha come stile di vita quello condizionato dalle proprie tradizioni e che reputiamo chiusura mentale. Come in India per esempio. Luogo all'apparenza mistico, che conosci solo per sentito dire attraverso la tv e mai per testimonianza diretta, con i suoi usi e costumi, a volte incomprensibili per chi professa e si batte ogni giorno per una parità spesso mascherata [e poi smascherata] da slogan sessisti. Ognuno ha le sue pecche e ambire ad un mondo in cui tutto si fonda in una cosa sola è un'utopia ma anche una speranza che in fondo bramiamo da sempre, o almeno da quando ci siamo resi conto che esistono delle diversità che ci separano.

Akhila arrivata alla soglia dei 45 anni, per la prima volta si ribella alla sua stessa vita: Prende un biglietto di sola andata per Kanyakumary cercando di lasciarsi alle spalle il passato di bambina cresciuta troppo in fretta che alla morte del padre si sacrifica per la famiglia prendendo di diritto il suo posto di lavoro, rinunciando quindi al desiderio di amare, sposarsi, avere dei figli e infine per occuparsi oltre che della madre anche di sistemare fratelli e sorelle. Decide di prendere questo treno perché sente che ne ha bisogno e lo prende perché oltre a non aver niente da perdere non può andare diversamente da come va. Lo fa carica di speranze e aspettative che si augura acquisiscano consistenza durante lo sferragliare del mezzo sulle rotaie in una cuccetta per sole donne [che al pari dei bambini e degli handicappati sono una sorta di "specie protetta"] e là dentro s'intersecano le storie di altre 5 donne [Prabha Devi, Janaki, Margaret, Sheela e Marikolanthu] di diversa estrazione sociale, età, esperienza e - come lei - un bagaglio pesante da portarsi dietro.

Un dialogo incessante che si divide fra i flashback dei ricordi passati della protagonista e quelli presenti, per poi passare ai racconti delle compagne di viaggio che si scontrano con una realtà amara vista sotto punti di vista diversi, ma con degli unici denominatori: le aspettative, l'essere delle ottime mogli, brave madri, ma soprattutto - quello che salta subito agli occhi è - il vuoto che ognuna si porta dentro con annesse le violenze psicologiche e fisiche subite. Dentro a tutto questo chiacchierare ti rendi conto che alla fine occidente e oriente non sono poi così diversi. Akhila vuole sentirsi libera di scegliere di non sposarsi, di vivere da sola, conoscere l'amore senza il vincolo della noia che poi s'insinua nei rapporti e non essere additata dalla gente perché è zitella ed è quindi disdicevole per l'onore di chi le sta intorno. In quanto tale inoltre non ha il diritto d'innamorarsi di uno più giovane, o di avere una casa per sé, di vivere alla giornata senza essere vittima dei pregiudizi di chi ha addirittura il suo stesso sangue quando in teoria a nessuno dovrebbe riguardare il motivo di certe scelte. I ruoli che devi rivestire con tanto di etichette che ti hanno stampato sopra sono la rovina del genere umano, perché oltre a renderci prigioniere non ci rende capaci di decidere lucidamente a cosa aspiriamo. In particolar modo se il tuo senso di responsabilità predomina di gran lunga su quello della spensieratezza, e siamo più condizionate dal "fai quello che devi" e non dal "fai quello che ti senti" a prescindere dal posto dove stai, dal quanto la società si dichiari evoluta, dalla famiglia e dal bisogno che ha di te. Mi rendo conto anche che poi diventa difficile spezzare quelle catene mentali che ti si sono avvolte intorno al corpo. Specialmente se arrivi ad un certo punto, dove ancora non hai gli anni di Akhila - la protagonista - ma neanche quelli di una ragazzina alle prime armi. Inoltre mi chiedo se uno deve avere una certa maturità che si somma a un'ulteriore consapevolezza con svariate occasioni perse per trovare le chiavi che ti liberino da tutti i lucchetti possibili. Per fortuna esiste il coraggio di ribellarsi e ti fa abbandonare quelle paure inutili, ti porta a quella consapevolezza che niente conta se non decidi tu di contare qualcosa.

Possiamo considerare questo, un libro di donne e per le donne e non un manifesto femminista [come è stato additato da qualcuno]... da leggere, divorare, interiorizzare, farlo proprio e capire qualcosa di più di quel che siamo: esseri meravigliosi che hanno bisogno di esistere principalmente per se stesse e non in funzione di un uomo per essere felici.

Francesca

23 giugno 2014

Cuccette per signora di Anita Nair [Frasi]

Cuccette per signora
di Anita Nair

Frasi:
Perché una donna dovrebbe vivere da sola? C'è sempre un uomo disposto a vivere con lei.
La verità, come la conosco io e la vivo io, è che una donna ha bisogno di un uomo, ma non per sentirsi completa. Lei si chiederà: ma che ne sa? Una donna sposata che parla del fatto di non aver bisogno di un uomo... Ed è proprio questo il motivo per cui le racconterò di Ebe e di me. E quando avrò finito, lei capirà perché dico che una donna non ha veramente bisogno di un uomo. Non è altro che un mito che gli uomini hanno tentato di trasformare in realtà.
L'amore è un liquido incolore e volatile. L'amore accende e brucia. L'amore non lascia residui - né fumo, né cenere. L'amore è un veleno nascosto, come lo spirito nel vino.
Tra i cinque elementi che stanno alla base della vita, io mi paragono all'acqua. Acqua che ammorbidisce. Acqua che sana. Acqua che dimentica. Acqua che accetta. Acqua che scorre senza posa. Acqua che anche distrugge. Perché la capacità di dissolvere e distruggere è parte dell'essenza dell'acqua quanto l'essere bagnata. Nel mondo della chimica l'acqua è un solvente universale. Influenzata dal carattere di tutto ciò che vi viene aggiunto. Ma il fatto che io sia semplice non significa che sia ovvia. 
Che cos'è l'amore, se non un bisogno travestito?
Akhila è quel tipo di donna. Fa quello che ci si aspetta da lei. Tutto il resto lo sogna. Perciò colleziona brandelli di speranza, come i bambini collezionano biglietti usati. La speranza, per lei, è intrappolata all'interno di desideri irrealizzati.

22 giugno 2014

Tutto Cambia di Alessandro Prandini [recensione]

TUTTO CAMBIA
di
Alessandro Prandini


Editore: Edizioni Terra marique
Collana: Voci narranti
Pagine: 160
ISBN: 9788897712022
Prezzo: € 15,00


Romanzo d'esordio per Alessandro Prandini, in cui conosciamo il commissario Giorgio Scozia e la sua vice, Sara Fiorentino. Il caso che li vede impegnati è quello di Giulio Roversi, un professore di filosofia rinomato, il cui corpo viene ritrovato riverso sul pavimento del suo appartamento. In mano una pistola e una scena del crimine, che inizialmente fa pensare al suicidio.
L'amicizia di vecchia data che lega Scozia a Roversi, lo convince ad approfondire le dinamiche, sospettando qualcosa di molto più grande rispetto alle prime indagini. Soprattutto un incontro tra i due, avvenuto solo un mese prima, spinge a riconsiderare ogni particolare, complice la grande stima reciproca solidificatasi negli anni:
"Tu hai talento. Lo possiedi per tante cose. E questo ti rende un uomo dalla personalità complessa e interessante. Scrivi poesie. Suoni il pianoforte. Hai passione per la filosofia della matematica, e ti ho già detto che se tu avessi voluto avresti potuto con facilità seguire la carriera accademica. Poi però manchi di ambizione, di quel pizzico di cinismo che ti consentirebbe di raggiungere buoni risultati in ognuna di quelle attività".
Le persone vicine al professore sono sottoposte a un interrogatorio e il figlio Alberto, colui che ha scoperto il cadavere, sembra essere colpevole di aver inscenato il suicidio e ucciso il padre. Invischiato in debiti di gioco e minacciato dai creditori, confessa il crimine. 
Le indagini non si fermano e i nuovi indizi continuano a modificare il reale svolgimento di quella notte.

La struttura classica del giallo è intervallata da situazioni e dialoghi di vita privata dei personaggi, che incentivano una lettura fluida e coinvolgente. Il delitto centrale non lascia spazio, sino alla fine, alla soluzione del caso, continuando a mantenere alta l'attenzione e la curiosità del lettore.
Oltre a studiare i risvolti continui del crimine, i protagonisti compiono una vera e propria analisi circa le loro vite, scelte e azioni, mettendosi sempre in discussione.
Non solo un poliziesco, ma un testo solido da ogni punto di vista: Alessandro Prandini, di cui avevo già letto il secondo capitolo delle indagini del commissario Scozia [qui la recensione di Soglia Critica], si era fatto apprezzare per le ottime capacità di inventiva e scrittura.
Speriamo in un ritorno di questa coppia di agenti di Bologna, la cui alchimia e palpabile in ogni pagina.

Veronica

18 giugno 2014

Recensione libro: Le Vendicatrici [Eva] di Massimo Carlotto e Marco Videtta

Le vendicatrici [Eva]
di Massimo Carlotto e Marco Videtta

2013
Stile libero Big
pp. 192
ISBN 9788806212711

"Le vendicatrici [Eva]" è il secondo episodio di una serie composta da 4 libri scritti da Massimo Carlotto e Marco Videtta. Ognuno porta il nome di una donna: Ksenia, Eva, Sara e Luz. Genere Noir. Ho saltato il primo e sono passata direttamente al seguito. Lo so... Non si fa. Soprattutto perché potresti perderti il filo conduttore tra l'uno e l'altro. Me l'hanno regalato e non potevo di certo rifiutare. E insomma dicevo che queste sono soprattutto 4 amiche. La protagonista qui è Eva, ha una profumeria che gestisce con Luz e Ksenia, ed è sposata con Renzo. Anche se Renzo se n'è andato... Il suo uomo è sempre stato una testa calda, amante del gioco d'azzardo, eterno Peter pan, arrivista, inaffidabile. Chissà come mai, come se niente fosse si ripresenta a casa della moglie. Dopo aver passato la notte insieme, Eva esce a lavorare... ma viene accerchiata da un gruppo di "zingare" e una di queste - la bionda e bellissima quanto perfida Melody - le sfregia il volto dicendole di stare lontana dal suo uomo, che guarda caso è - ancora - suo marito. Quindi Ksenia e Luz contattano Sara per proteggere in primis l'uomo da quella combriccola di pazzi: La famiglia Mascherano, padroni della parte Sud di Roma, temuti da chiunque, dediti allo spaccio di droga, usura, violenza, sgarri di qualsiasi natura. I risvolti porteranno a un finale inaspettato, consolatorio, aperto.

Il noir [è una variante del poliziesco], ha origine americana, si distingue dagli altri generi per l'articolazione della trama: intrecci molto complicati, con venature psicologiche, i vari meccanismi vengono svelati un po' per volta di modo che il lettore si appassioni e magari immedesimi nel detective, ovvero il buono di turno nell'eterna lotta a favore del bene e contro il cattivo da smascherare e catturare. Il crimine in se passa in secondo piano rispetto allo sforzo mentale richiesto grazie alla raccolta d'informazioni fornite. Sono pochi gli autori italiani famosi e che si dilettano nel creare storie di questo tipo e nonostante ciò spesso le ambientano oltreoceano. Quindi si richiede una conoscenza approfondita dell'animo umano in tutta la sua essenza e dei luoghi di cui si parla, ma anche delle abitudini, dei modi di pensare e di vivere di essi.

Parliamo però di questo libro in particolar modo: si fa leggere con una velocità talmente impressionante che se da un lato può apparire come un aspetto positivo, dall'altro invece è negativo per due motivi, perché la dimentichi facilmente e perché non ha le caratteristiche strutturali narrative che dovrebbero contraddistinguerlo dal resto. Nonostante la curiosità nel voler conoscere la vita delle altre, la costruzione dei personaggi pur essendo interessante, non è così sviluppata come magari mi aspettavo. La cosiddetta solidarietà femminile millantata per esempio non l'ho percepita. In particolar modo in Sara che - nonostante il periodo difficile e quel malsano desiderio di morte [di cui non c'è dato sapere i motivi fino a quando non leggi il suo episodio immagino] - è la battagliera del gruppo, fa e risolve quasi tutto da sola - a prescindere dall'amicizia che la lega alle altre - senza dare troppe spiegazioni o soffermarsi sui pericoli annessi al suo modo di agire e alle implicazioni psicologiche che comporta o ti tengono col fiato sospeso fino all'ultimo. Soprattutto la mente di una donna, con le sue ansie da abbandono, crisi esistenziali, insicurezze, rabbia, paure, tradimenti è molto più complicata, enigmatica e difficile da interpretare di quel che si legge. Sembra di avere davanti agli occhi un abbozzo che aspetta ancora di essere perfezionato e revisionato. L'idea non è male ma non mi ha convinto e continuo a domandarmi cosa, perché e come mai.

Francesca

15 giugno 2014

Incontro nell'ambito del programma il Festival degli Scrittori: The Believer - Credere ai libri in tv, radio, blog e riviste

THE BELIEVER - CREDERE AI LIBRI IN TV, RADIO, BLOG E RIVISTE

Incontro con Vendela Vida (The Believer), Giorgio Van Straten (Nuovi Argomenti), Michele De Mieri (Radio 3, Farenheit), Pietro Galeotti (Rai, Che tempo che fa), Giorgio Vasta (Scrittore e blogger), coordinatore Fulvio Paloschia (La Repubblica).

Sulla terrazza di Palazzo Strozzi, si è tenuta una vivace discussione che ha portato al centro il tema della lettura e della recensione sui diversi mezzi di comunicazione: The Believer - Credere ai libri in tv, radio, blog e riviste. 
Vendela Vida racconta la nascita nel 2003 della rivista letteraria americana The Believer, con un seguito importante e un'estetica curata, quasi ricorda il fumetto: i protagonisti indiscussi sono i libri, tutti quelli che si meritano uno spazio nel magazine, non solo le ultime pubblicazioni. Fra gli obiettivi cardine, il reagire alla cultura dominante, creando una vera community di appassionati, e parlare di coloro che non riescono a trovare un posto per farsi conoscere, ma se lo meritano.
Con il programma Farenheit su Radio 3, Michele De Mieri sottolinea l'importanza di svincolarsi dalle mode del momento e far "sentire" semplicemente un testo valido, perché chi ascolta vuole essere sicuro di potersi fidare di un consiglio. Ed è vero, è rilevante il soggetto, anzi fondamentale, nel convincere l'utente ad acquistare un'opera in particolare, e ancora più difficile quando si ha a che fare con titoli sconosciuti al grande pubblico.
Pietro Galeotti appartiene alla squadra che guida un programma rinomato come Che tempo che fa. Con quale logica sono scelti i volumi dei quali dibattere? In questo caso, il mezzo è fondamentale, così come "l'intento di rendere spettacolare ciò che non lo sarà mai, la lettura". Sullo schermo non sempre si possono portare i testi che si amano e la popolarità la fa da padrona.
Con la rivista Nuovi Argomenti, comparsa per la prima volta nel 1953, Giorgio Van Straten, ridefinisce, secondo una logica italiana, le problematiche di mantenimento di un periodico cartaceo: una platea di interessati più limitata rispetto a scritti di lingua inglese e difficoltà di realizzazione. Come si riesce a restare fedeli per tutti questi anni e in tempi di crisi a un progetto di questa portata? Dando vita a un gruppo di lavoro che crede nello specifico nella letteratura ed è in grado di confrontarsi circa un lavoro così "minoritario".
Giorgio Vasta descrive il web come un luogo atto a farsi conoscere e che ha cambiato le basi del cartaceo, grazie alle molteplici potenzialità. Più strumenti che permettono di interfacciarsi con l'altro e allo stesso tempo per farsi notare: molti editori vanno a caccia di nuovi talenti, addentrandosi nei vari blog personali e collettivi.


Un dialogo tra i partecipanti che ha trattato la recensione da tanti punti di vista, costruendo, via, via, interrogativi essenziali:
- quanto le diversità dei mezzi influiscono nel modo e nelle scelte dei testi protagonisti? 
- un articolo lungo e approfondito riesce ad arrivare al cuore del lettore, soprattutto se sono più alte le percentuali di coloro che riescono a finire un libro rispetto a una recensione intera?
- come il digitale ha spinto gli addetti ai lavori nel campo delle riviste letterarie a ripensare un progetto già consolidato?
- che cosa permette di creare fiducia in una chiave di lettura specifica per acquistare un autore pressoché sconosciuto?

Noi condividiamo la conclusione di Michele De Mieri, in questi tempi in cui a leggere con costanza siamo in pochi:

"Chi si occupa di libri è un privilegiato".

Veronica & Francesca

10 giugno 2014

Niente, più niente al mondo di Massimo Carlotto [recensione]

Niente, più niente al mondo di Massimo Carlotto

E/O edizioni
72 pagine
ISBN: 8876416358
7 euro
uscito nel 2004
Una donna, seduta su una poltrona di plastica acquistata in un discount, vestita con un abito cinese da 12,90 Euro, con una bottiglia di vermut ormai vuota in mano, parla da sola. Nelle sue parole sfilano le immagini di una vita perduta, una vita come tante. Anche lei è stata ragazza, con sogni ed entusiasmi. Ha sposato un operaio metalmeccanico nella Torino degli anni Settanta, ha avuto una figlia e ha sognato un futuro diverso. Poi la vita, o l’ingiustizia di questo nostro sistema, ha ucciso ogni speranza. Disoccupazione per il marito, servizio a ore per lei nelle case dei più fortunati, una figlia che non segue le sue aspirazioni di farla diventare una velina, una comparsa in TV, anche solo una prostituta, purché di lusso, fuori dalla miseria quotidiana, dal mondo dei perdenti. [edizionieo.it]
Escludendo la raccolta di racconti "Cocaina" insieme a Carofiglio e De Cataldo [e il più recente "Le vendicatrici" di cui vi parlerò nei prossimi giorni anticipandovi che no, non mi è piaciuto molto] volevo leggere qualcosa di questo autore da sempre. Qualcosa di più introspettivo. Che facesse il giusto rumore per scuotermi, farmi riflettere, tenermi col fiato sospeso per un tempo seppur limitato. "Niente, più niente al mondo" mi è stato prestato in una calda serata torinese, dopo che la sveglia era suonata alle 6 del mattino e le ore di camminate per gli stand del Salone del libro mi avevano messo KO. Questo piccolo libro di meno di 100 pagine lo divori... Un po' - appunto - per le poche pagine, un po' perché ti prende tanto da non volerlo mettere in stand by nemmeno se i tuoi bisogni fisiologici ti picchiettano distogliendo la tua concentrazione [immagine poco poetica, me ne rendo conto].

Un monologo incessante, a tratti nevrastenico di una donna che prima di essere donna è moglie [di Arturo] e prima ancora di essere moglie è madre [di "bambina mia", il nome non ha rilevanza] e infine è una che pulisce le case dei ricchi. La vita non va esattamente come ha programmato da giovane, il matrimonio è il suo chiodo fisso e la speranza di un futuro migliore il quid per staccarsi dal cordone ombelicale, ovvero per prendere il volo [da chi o da che cosa non l'ho mai capito]. Quando arrivi alla consapevolezza che a una certa età, con una figlia adolescente che non gliene frega niente dei genitori e un uomo che non ti ha svoltato né l'esistenza né la condizione sociale, l'unico sfogo per reagire è attaccarsi alla bottiglia di Vermouth. Niente è niente di fronte all'apocalisse mentale che si scatena dentro e non vede più una via d'uscita. La sua "piccola" non vuole diventare famosa [ma si accontenta di un lavoro onesto e dell'amore per un tunisino] invece di partecipare a "Uomini e donne", trovare uno come Costantino Vitagliano e essere la nuova Alessandra... sarebbe stato il cambiamento tanto ambito per tutti quanti. E chi se ne frega se a volte per farlo bisogna vendersi. Oggi va così, no? Magari domani va in un altro modo! Lei però è capricciosa, timida, riservata, scontrosa e deve essere punita per questo. Più della roba comprata al discount, dei mobili sottocosto, degli abiti dei cinesi e del resto... La reticenza alla rassegnazione come l'apoteosi del male, con i suoi deliri mentali annessi che comportano-tracciano il tragico epilogo, ovvero la giusta "vendetta" per i sacrifici che quando si è in famiglia ognuno deve fare con il suo bel fardello di responsabilità, compreso la sua bambina, ormai non più bambina, ma quasi adulta.

Il parlare in prima persona inoltre accentua ancora di più tale malessere, pazzia, voglia di riscatto... perché la società c'insegna molte cose, e fra queste a non essere dei perdenti. Non essere dei perdenti significa possedere una bella casa, arrivare dignitosamente a fine mese senza preoccuparsi delle bollette da pagare, avere quella dose di fortuna che ci spetta [come per esempio vincere al lotto o al gratta e vinci o a quello che vi pare], guadagnare bene, viaggiare, levarsi i vizi e che il ciclo si ripeta con la prole. E quando non succede? Provate a immaginarlo voi. Un bello spaccato dei giorni nostri. Molto più reale di quanto crediamo. Il fallimento che oggi molti vivono e a cui si ribellano... nel peggiore dei modi, seminando vittime.

Assolutamente Consigliato

Francesca 

8 giugno 2014

A volte ritorno di John Niven [recensione]

A volte ritorno
di John Niven

Traduzione di Marco Rossari

Casa editrice Einaudi
390 pagine
19 euro
ISBN 9788806209223

Dopo una vacanza di 7 giorni, iniziata intorno al 1600, cioè 5 secoli terreni fa [si sa il tempo in paradiso è dilatato] e terminata ai giorni nostri, Dio irrompe nel suo ufficio con il suo cappello di paglia e la camicia a quadri ancora addosso più rilassato che mai. Se non fosse per la miriade di faldoni lasciati sulla scrivania riguardo alla situazione catastrofica esplosa durante la sua assenza: stermini di massa, 2 guerre mondiali, preti che molestano bambini, il pianeta ridotto a spazzatura... L'onnipotente - che adora andare a pesca, bere roba forte, spararsi cannoni e godersi la vita al massimo - dopo aver ascoltato e visto l'inimmaginabile, oltre a essere depresso è anche molto incazzato [non giriamoci tanto intorno con le parole]: - Cosa fare quindi? Di distruggere il pianeta non se ne parla... soprattutto per la fatica fatta nel crearlo e le poche cose buone come la musica e i videogames. Decide però che a salvare l'umanità ci avrebbe pensato quel disadattato di suo figlio Gesù che a 33 anni è l'ora che si prenda le sue responsabilità. Il ragazzo a malincuore deve: - smettere di schitarrare con Jimi [Hendrix], sfarsi, bere birra come se non esistesse un domani, partecipare a feste di ogni tipo, andare con le donne che più lo aggradano e immolarsi per una giusta causa. Non si tratta di compiere miracoli ma di riportare l'umanità smarrita sulla retta via. E lui a suo modo ci prova: decide di partecipare a un talent show musicale e s'impegna per diffondere al massimo e in maniera decisamente rock il sacrosanto verbo annunciato dal Padre santissimo, FATE I BRAVI!

Ogni fervido credente si scaglierebbe su questo libro. Griderebbe allo scandalo. Accuserebbe l'autore di blasfemia pura. Ne sono sicura. Provate a parlare di religione in maniera così poco cristiana e così tanto sboccata e irriverente che ogni bigotto di questo mondo se avesse davanti agli occhi un'edizione cartacea di "A volte ritorno" lo brucerebbe [che poi i libri non si bruciano è fuori discussione]. Sono due gli argomenti con i quali è difficile confrontarsi con gli altri e si rischia sempre di cadere in falsi moralismi: - La religione e la politica. Eppure, con la mia nonchalance di persona che vive in una realtà ben definita da sempre, ammetto di aver letto tale storia con un ghigno di approvazione lungo quasi 400 pagine e senza sentirsi in colpa. Perché? Perché questo beffarsi di tale realtà, in realtà ha l'intenzione di trasmettere un messaggio molto più profondo di quello che si legge tra le righe: Ognuno di noi ha bisogno di avere fede anche nel momento stesso in cui siamo contrari a quello che la società ci impone come giusto. Ciò che ci rovina è quando entra in atto un meccanismo contorto come il fanatismo che il credere in qualcuno - qualunque esso sia - comporta. E per fanatismo intendo quello che mentalmente ci costringe ogni giorno a interrogarci su cosa è giusto e cosa è sbagliato [a prescindere da ciò che noi riteniamo giusto o sbagliato] a punirci, o mortificarci, o a non riuscire ad assaporare la vita per quello che è. Probabilmente dipende dalla coscienza e dal rispetto che abbiamo in primis per noi stessi e poi per gli altri, coloro con i quali ci relazioniamo ogni santo giorno, sia perché siamo costretti sia perché ci hanno costretto.

"A volte ritorno" è cinico, irriverente, derisorio, ci mostra un Dio figo e un Gesù ancora più figo e molto stile Kurt Cobain, ma senza la voglia di suicidarsi di Kurt Cobain. Storia che sarebbe potuta cadere nel conformismo ideologico più totale e invece no, ha uno stile narrativo che non rischia neanche per un minuto di apparire banale o scontato, con una voglia incredibile di trattenersi dal ridere ma senza riuscirci e un finale decisamente col botto. Credo fermamente che con un Dio così saremmo tutti un po' cristiani e forse anche cristiani migliori!

Francesca

4 giugno 2014

Maleficient di Robert Stromberg [al cinema dal 28 maggio] #recensionefilm

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La favola de "La bella addormentata nel bosco" narra di Re Stefano e la regina Leah, che dopo anni senza riuscire ad avere figli, finalmente arriva Aurora. Tra gli ospiti accorsi a omaggiarla ci sono tre fate buone: Flora, Fauna e Serena. La prima regala alla principessa la bellezza, la successiva il canto, ma, proprio quando arriva il turno dell'ultima, appare Malefica, una strega malvagia, che, dopo aver scoperto di non essere stata volutamente invitata, maledice la bambina: Al compimento del suo sedicesimo compleanno, si sarebbe punta il dito con il fuso di un arcolaio e sarebbe morta. La fata prova con tutta se stessa a indebolire la maledizione e fa in modo che, invece di morire, cada in un sonno profondo dal quale può essere svegliata solo col bacio del vero amore. Nel frattempo il Re fa bruciare gli arcolai del regno e affida la figlia alle 3 fate che la crescono in una casa sperduta nel bosco, nascosta da tutti... Anni dopo, il giorno prima del suo sedicesimo compleanno, la bella contadinella viene mandata nel bosco dalle donne a raccogliere bacche, in modo da organizzarle una festa. Proprio in questo contesto conosce il principe Filippo, del quale si innamora perdutamente... e Malefica scopre dove si trova la ragazza. E poi - dopo svariate peripezie - lei,  oltre a venire a conoscenza della verità, si punge con l'arcolaio. Ma... Lieto fine. Amen.
Sono un po' troppo grande per queste cose. Me ne rendo conto. Tra l'altro io non sono cresciuta a pane e favole e il "e vissero per sempre felici e contenti" non l'ho mai digerito. Avevo una zia che mi raccontava le novelle di Boccaccio [una in particolare] e quindi come posso apparire adesso una persona credibile a parlarvene? Soprattutto se la nuova produzione Disney ha vaghi contorni fantasy. E tu e il fantasy non andate molto d'accordo. Provate solo per un attimo a prendere questa storia [uscita per la prima volta in versione cartoon nel 1959, i miei avevano 1 anno] raccontata dal punto di vista della strega vestita dai panni della splendida Angelina Jolie e ammiratela in tutta la sua maestosità, con due belle corna in testa [alte 30 cm, studiate appositamente per non pesare troppo], gli zigomi sporgenti pompati col silicone, lo sguardo con vaghe sfumature ambra e le sue imponenti ali che la portano ovunque lei voglia. Amerete il suo modo di fare così saccente, provocatorio, a tratti bonario, a tratti malefico, come il nome che porta e rimarrete privi di senso, estasiati, meravigliati, incantati da tutta questa bellezza e cattiveria dettata da un amore perso, mai ritrovato, se non in Aurora, piccola "bestiolina" vittima degli eventi, ma simbolo del "vero amore", l'unica in grado di rimarginare ogni cicatrice.
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E la Brughiera - l'invalicabile regno - appare meno pericoloso nella sua imponenza... Dove dentro ci vivono creature fatate, alberi parlanti, mostriciattoli strani e farfalle che volano libere fra il verde degli alberi e protette dai rovi che l'affascinante strega ha eretto per proteggerlo dal Re che in passato ha tanto amato... Ma lo sappiamo tutti che quando cresciamo il mondo umano ci prende e ci attira più di ogni altra bellezza possibile. E anche se in origine - come ci ha narrato Perrault nel 1697 e in seguito i fratelli Grimm nel 1812 - Malefica non era la stessa Malefica, tanto da non sembrare credibile in questa versione, tutto scivola in secondo piano, anche la lotta eterna fra il male e il bene dei due mondi. Le dinamiche zuccherose e nauseanti sono perdonabili di fronte al messaggio di fondo che questo film vuole trasmettere. Diverso dall'originale, ma pur sempre un messaggio è... Quale? Chi è il buono e chi è il cattivo? Io vi consiglio di andarlo a vedere!
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[PS se leggete le varie recensioni in rete non ne troverete di entusiaste - ho letto cose che voi umani - ma se andate a vederlo con il giusto spirito:  è un film pensato per un pubblico di bambini/ragazzi, vi piacerà. Io per esempio l'ho adorato!]

Francesca