26 giugno 2014

Recensione libro: Cuccette per signora di Anita Nair

Cuccette per signora
di Anita Nair

Tradotto da Francesca Diano

Guanda editore
336 pagine
10 euro
uscito il 23 febbraio 2012

Ci sono libri che a prescindere da chi siano stati scritti e dalla loro provenienza non hanno né tempo né confini tanto appaiono attuali nel raccontare certe storie. Anche chi è nato e cresciuto in luoghi dove si professa una cultura progressista, emancipata, aperta, libera da qualsiasi barriera mentale fa i conti con chi ha come stile di vita quello condizionato dalle proprie tradizioni e che reputiamo chiusura mentale. Come in India per esempio. Luogo all'apparenza mistico, che conosci solo per sentito dire attraverso la tv e mai per testimonianza diretta, con i suoi usi e costumi, a volte incomprensibili per chi professa e si batte ogni giorno per una parità spesso mascherata [e poi smascherata] da slogan sessisti. Ognuno ha le sue pecche e ambire ad un mondo in cui tutto si fonda in una cosa sola è un'utopia ma anche una speranza che in fondo bramiamo da sempre, o almeno da quando ci siamo resi conto che esistono delle diversità che ci separano.

Akhila arrivata alla soglia dei 45 anni, per la prima volta si ribella alla sua stessa vita: Prende un biglietto di sola andata per Kanyakumary cercando di lasciarsi alle spalle il passato di bambina cresciuta troppo in fretta che alla morte del padre si sacrifica per la famiglia prendendo di diritto il suo posto di lavoro, rinunciando quindi al desiderio di amare, sposarsi, avere dei figli e infine per occuparsi oltre che della madre anche di sistemare fratelli e sorelle. Decide di prendere questo treno perché sente che ne ha bisogno e lo prende perché oltre a non aver niente da perdere non può andare diversamente da come va. Lo fa carica di speranze e aspettative che si augura acquisiscano consistenza durante lo sferragliare del mezzo sulle rotaie in una cuccetta per sole donne [che al pari dei bambini e degli handicappati sono una sorta di "specie protetta"] e là dentro s'intersecano le storie di altre 5 donne [Prabha Devi, Janaki, Margaret, Sheela e Marikolanthu] di diversa estrazione sociale, età, esperienza e - come lei - un bagaglio pesante da portarsi dietro.

Un dialogo incessante che si divide fra i flashback dei ricordi passati della protagonista e quelli presenti, per poi passare ai racconti delle compagne di viaggio che si scontrano con una realtà amara vista sotto punti di vista diversi, ma con degli unici denominatori: le aspettative, l'essere delle ottime mogli, brave madri, ma soprattutto - quello che salta subito agli occhi è - il vuoto che ognuna si porta dentro con annesse le violenze psicologiche e fisiche subite. Dentro a tutto questo chiacchierare ti rendi conto che alla fine occidente e oriente non sono poi così diversi. Akhila vuole sentirsi libera di scegliere di non sposarsi, di vivere da sola, conoscere l'amore senza il vincolo della noia che poi s'insinua nei rapporti e non essere additata dalla gente perché è zitella ed è quindi disdicevole per l'onore di chi le sta intorno. In quanto tale inoltre non ha il diritto d'innamorarsi di uno più giovane, o di avere una casa per sé, di vivere alla giornata senza essere vittima dei pregiudizi di chi ha addirittura il suo stesso sangue quando in teoria a nessuno dovrebbe riguardare il motivo di certe scelte. I ruoli che devi rivestire con tanto di etichette che ti hanno stampato sopra sono la rovina del genere umano, perché oltre a renderci prigioniere non ci rende capaci di decidere lucidamente a cosa aspiriamo. In particolar modo se il tuo senso di responsabilità predomina di gran lunga su quello della spensieratezza, e siamo più condizionate dal "fai quello che devi" e non dal "fai quello che ti senti" a prescindere dal posto dove stai, dal quanto la società si dichiari evoluta, dalla famiglia e dal bisogno che ha di te. Mi rendo conto anche che poi diventa difficile spezzare quelle catene mentali che ti si sono avvolte intorno al corpo. Specialmente se arrivi ad un certo punto, dove ancora non hai gli anni di Akhila - la protagonista - ma neanche quelli di una ragazzina alle prime armi. Inoltre mi chiedo se uno deve avere una certa maturità che si somma a un'ulteriore consapevolezza con svariate occasioni perse per trovare le chiavi che ti liberino da tutti i lucchetti possibili. Per fortuna esiste il coraggio di ribellarsi e ti fa abbandonare quelle paure inutili, ti porta a quella consapevolezza che niente conta se non decidi tu di contare qualcosa.

Possiamo considerare questo, un libro di donne e per le donne e non un manifesto femminista [come è stato additato da qualcuno]... da leggere, divorare, interiorizzare, farlo proprio e capire qualcosa di più di quel che siamo: esseri meravigliosi che hanno bisogno di esistere principalmente per se stesse e non in funzione di un uomo per essere felici.

Francesca

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