5 luglio 2014

Recensione libro: Il Verificazionista di Donald Antrim

Il verificazionista
di Donald Antrim

tradotto da Matteo Colombo

Minimum Fax editore
168 pagine
9 euro
ISBN 978-88-7521-515-6 
Uscito a settembre del 2013
Mangiamo pancake per fuggire la solitudine, eppure nel giro di qualche istante ci ritroviamo a non desiderare altro che la libertà anche solo dal pensiero dei pancake. Nulla ci può impedire, dopo aver mangiato pancake, di provare il più terribile dei pentimenti. Dopo aver mangiato pancake, la nostra grande missione nella vita diventa ripudiare i pancake e tutto ciò che con essi viene servito, il bacon e lo sciroppo e le salsicce e il caffè e le confetture e le marmellate. Tali cose tuttavia scompaiono, se paragonate ai pancake stessi. E' il pancake - i pancake, i pancake! - che non impariamo mai a rispettare. Ci ripromettiamo di pensarci meglio, la prossima volta, prima di ordinare pancake di qualsiasi dimensione o in qualsiasi quantità. Mai più cederemo alla tentazione del grano saraceno o della panna o delle frittelle ai mirtilli. E invece non impariamo mai; poi passano i giorni, due o tre settimane, quindi un mese e dimentichiamo tanto i pancake quanto il dominio che esercitano su di noi. Finiamo per averne di nuovo bisogno. Volta dopo volta, torniamo ai pancake strisciando.
Esistono storie che hanno lo strano potere di essere talmente "disturbanti" sia mentalmente che fisicamente che fatichi tanto ad arrivare all'ultima pagina [in questi giorni ho pensato molto ai diritti del lettore di Pennac. Ma come non riesco a leggere due libri alla volta, neanche riesco ad abbandonarli senza il pensiero che forse mi sarebbe piaciuto]: Periodi lunghi; flussi di pensiero estenuanti; pillole di vita snocciolate a intermittenza; virgole; corsivi; dialoghi; e paranoie. Non a caso il protagonista di tale vicenda si chiama Tom, è uno psicologo che lavora all'istituto di igiene mentale Krakower e in una sera d'aprile si ritrova a pasteggiare con i suoi colleghi alla Pancake House & Bar, sull’Eureka Drive. A un certo punto, mentre tutti stanno mangiando, afferra una manciata di fette di pane all'uvetta e cannella con l'obiettivo di lanciarlo [proprio come si fa quando si è bambini, siamo al ristorante e ci stiamo annoiando] ma viene immobilizzato dall'abbraccio del terapista dottor Bernahrdt di modo che eviti una guerra di molliche a discapito dei commensali. Da questo momento inizia la sua personale proiezione extracorporea che consiste nel volare sul soffitto del ristorante beffandosi oltre che di se stesso anche degli altri: Jane, sua moglie, che vuole un bambino da lui mentre in realtà vorrebbe essere lui il solo bambino da accudire; Rebecca la cameriera giovane, bella, piena di sogni e speranze ma lavora in una topaia dove i pancake vengono cotti in un forno insieme agli scarafaggi; Maria collega nonché ex fiamma col quale - da giovane - si rinchiudeva in uno stanzino a... [lasciamo perdere]; i possibili intrecci amorosi velati dagli inconsapevoli gesti della gente seduta l'una accanto all'altra...

Donald Antrim in un'intervista ha spiegato che il suo intento "non è mai stato quello di fare satira né sugli analisti, né tanto meno sugli analizzati". Il verificazionista altro non è che un ritratto della contraddittorietà della psiche umana con annesse le sue pratiche, i rapporti interpersonali e le proiezioni della realtà che l'individuo si costruisce e non reggono ai tentativi di "verificabilità".

In effetti la causa della gran parte del nostro male di vivere è dato dalla capacità di credere alle fantasticherie barra aspettative che siamo capaci di costruire sugli altri. I film che ci facciamo insomma... Quelli che ti portano a immaginare un ipotetico soggetto X che dice A, ma per noi è B, se ci aggiungi i gesti del corpo - i segnali non verbali - si trasforma in C. Ogni tua certezza quindi crolla trasformando il rapporto che hai con lui in un punto di non ritorno. Solo ripensandoci in maniera più razionale ti rendi conto che probabilmente il soggetto X non ha detto B ma A, che quel gesto C magari è il frutto di qualcosa che sfugge alla nostra logica ma tu non hai fatto altro che INTERPRETARE le informazioni come meglio potevi cioè codificando il messaggio in maniera univoca [la tua visione del mondo, dicesi soggettività] senza alcuna possibilità di mediazione.

In sostanza il messaggio di fondo è che "Dovremmo essere meno psicologi con gli altri e pretendere che gli altri ti psicanalizzino il meno possibile, accettare le persone per quello che sono e non in base a quello che vorremmo siano".

Francesca

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