30 settembre 2014

CASA di Enrique Prochazka [recensione]


CASA
di
Enrique Prochazka


Editore: Atmosphere libri
Traduzione: Natalia Cancellieri
ISBN: 9788865640319
Prezzo formato digitale: € 6,99
"Qualcuno (molto più di lui) batté la testa cadendo contro il grosso piedistallo della lampada. Niente. (Andava bene così). Niente. Quindici anni prima, aveva ripreso conoscenza. Ora sorrideva nel ricordarlo: è sempre molto buffo non sapere dove sei, che giorno è, non poter dire con certezza se sei alto meno di un metro e mezzo o più di uno e ottanta, quanti anni hai, eccetera; ma doveva avergli fatto molto male allora, e del sangue quindici anni più vecchio di lui gli sgorgava da un'enorme ferita ne cuoio capelluto".
Con questo incipit, si entra in un'atmosfera confusa e allo stesso tempo affascinante, che vede come protagonista un uomo di nome Hal Durbeyfield. Un banale incidente domestico azzera la memoria degli ultimi quindici anni: non si riconosce e non ha familiarità con la Casa e gli individui che la abitano. Il maggiordomo, il figlio Aleister e la figlia Lily.
Incapace di identificarsi nell'immagine allo specchio, compie una scissione da se stesso: a tratti Hal, il protagonista, e a momenti un generico Qualcuno, lo spettatore di se stesso.
Scopre la morte della moglie Anna, successa in quel lasso di tempo offuscato della sua mente.
Riappropriandosi gradualmente degli spazi che lo circondano, inizia a immergersi negli interstizi della Casa da lui cripticamente progettata:
"Non poté non ammirare quel poco che vide della Casa: il trasparente gioco dei volumi, la sobrietà minimalista delle finiture, le cascate di luce che si dissolvevano nel tessuto rettilineo dei mattoni. Qualcuno aveva abbastanza soldi per pagare l'opera di un grande architetto: perché oltre che spettacolare, la Casa era molto bella. Forse troppo bella. Era chiaramente il manifesto di qualcosa... O forse di Qualcuno?".
Hal è un architetto rinomato per la sua professione: con la moglie hanno concepito la Casa, secondo uno stile da loro delineato Albismo. Dopo l'incontro con lo psicologo, maggior confidenza si insinua con la propria dimora, che comincia a esplorare scrupolosamente:
"[...] sapere chi sono implica scoprire perché ho progettato questa Casa".
Attraverso foto e ritagli di giornale emerge il passato e il protagonista percepisce un rapporto con i figli compromesso, soprattutto con Lily. All'inizio non la riconosce, arriva a dire di non aver mai avuto una figlia. Man, mano che la memoria affiora, particolari di un rapporto peccaminoso tra i due si fanno strada.

L'idea del parallelismo fra l'interno di una Casa e il labirinto della mente, catapulta il lettore in un universo criptico, tutto da svelare. Uno spazio strutturato che comunica ad Hal, in totale connessione con ciascun tassello della sua abitazione, alla quale è conferita un'anima misteriosa:
"La Casa era insieme legge e trasgressore, ciascuna parte con il desiderio di piegare l'altra grazie a lui e alla sua interconnessione. Era, insomma, un essere vanitoso e complesso che doveva essere capito e magari - con un po' di fortuna - amato".
Un breve romanzo di un autore peruviano, a me sconosciuto, che sfrutta la sua formazione filosofica e psicologica per costruire una storia enigmatica, che ruota attorno a una Casa frutto della mente di un brillante architetto. I segreti che lo riguardano sembrano sepolti da un banale incidente ma, i ricordi, con tutta la loro potenza, riaffiorano e lo costringono a fare i conti con il difficile rapporto con i membri della famiglia e, soprattutto, il suo io più profondo.
Scritto in maniera impeccabile, con un uso ricercato e azzeccato della parentesi, che conferisce ancor più enfasi al dualismo costante: Hal/Qualcuno, passato/presente, perdita/recupero della memoria.
Una scoperta sorprendente, una lettura introspettiva, che scava nella mente e che cattura il lettore in ogni singolo passaggio, spingendo a indagare e a scoprire i plurimi ragionamenti che hanno guidato la penna di Enrique Prochazka.

ENRIQUE PROCHAZKA
ha studiato Lettere e Scienze Umane, Antropologia, Architettura e Urbanistica. Filosofo, alpinista e fotografo, ha lavorato nell'ambito della gestione delle politiche dell'istruzione e dell'educazione alla cittadinanza, soprattutto nel settore pubblico. Oltre a Casa, ha pubblicato i libri di racconti Un único desierto e Cuarenta sílabas, catorce palabras, È anche autore di studi sul pensiero di Max Stirner e di saggi divulgativisu Wittgenstein e Hegel. Casa è stato nominato miglior romanzo dell'anno in Perù.


Veronica

21 settembre 2014

Grandi Speranze di Charles Dickens [recensione]

GRANDI SPERANZE
di
Charles Dickens


Editore: Garzanti
Traduzione: Marisa Sestito
Pagine: 544
ISBN: 9788811365358
Prezzo formato cartaceo: € 12,50


Confidare nel futuro, in un riscatto dalle origini umili e poco allettanti: questo è il desiderio di Pip, un orfano allevato dalla sorella e dal marito Joe.
La prima è una figura gretta e meschina, perché per lei la vita non ha riservato niente di diverso rispetto alla condizione modesta alla quale è sempre stata destinata; Joe è buono, forse un tantino ritardato, felice del proprio lavoro e della famiglia. 
L'infanzia del giovane è toccata da due eventi principali: l'incontro nella palude con un evaso, che aiuta prima della cattura, finendo poi per dimenticarsi di lui nell'età adulta; la conoscenza di Miss Havisham, una folle donna segnata da un passato di inganni d'amore, e da sua figlia adottiva  Estella, cresciuta con la ferma convinzione di dover far soffrire gli uomini e che mai darà a nessuno il suo cuore di ghiaccio.
La visita di Jaggers, avvocato importante, segna l'inizio della realizzazione delle grandi speranze, tanto attese da Pip: un benefattore misterioso ha deciso di scommettere sul ragazzo e di aiutarlo nella propria elevazione sociale, a cominciare dagli studi a Londra. Qui si trasferisce e diventa amico di Herbert, compagno e confidente, sempre presenti l'uno per l'altro. 
Da adulti, si rincontrano Estella e Pip, e quest'ultimo è convinto che il loro destino sia proprio stare insieme. Ad accreditare questo suo desiderio, la certezza di sapere chi sia la sua protettrice, Miss Havisham.
La scoperta della verità, lo costringerà a rivalutare la sua vita, a compiere scelte difficili e a scontrarsi con un'illusione tragica.

Al centro, il percorso di formazione di un bambino, condannato a un destino di ben poche prospettive. Gli incontri che dettano il percorso di crescita di Pip sembrano ribaltare la sua condizione, per accompagnarlo verso un destino più promettente. Finire come il cognato Joe è per il protagonista una paura da debellare: cosa c'è di male nell'essere un onesto fabbro, sgrammaticato nell'esprimersi e poco incline alle buone maniere dei signori? Niente, ma non è ciò che il ragazzo desidera, abbagliato da un'esistenza ricca, sfarzosa, immersa nella cultura e nei grandi affari di Londra. Puntare sulla sua educazione è il modo migliore per avvicinarsi alla donna dei suoi sogni: Estella. Quest'ultima deve fare i conti con la sua natura, che non ammette deviazioni: l'amore non le appartiene. Anche lei dovrà confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte e con la figura incombente di Miss Havisham. Tutti i personaggi del romanzo sono psicologicamente ben delineati e grande attenzione è riservata a ciascun percorso di maturazione. Si può cambiare il proprio destino? Se stessi? In qualche modo si prova a fare questo, ma sempre occorre ricordare che siamo estremamente connessi, gli uni agli altri. E l'intreccio è portante in Grandi Speranze, niente è lasciato al caso. La struttura narrativa è salda e rende credibili i legami fra tutti gli elementi, i quali influenzano radicalmente passato e futuro.

Attese, aspettative, ciò che caratterizza le nostre esistenze. Lottare e sfruttare le opportunità per trovare la strada e costruirsi un futuro in cui sentirsi realmente realizzati.
Charles Dickens dà voce a un bambino, che non sembra conoscere l'affetto vero, ma solo severità e violenza: fuggire per diventare un signore in una Londra che sembra offrire una molteplicità di opportunità.
Un classico meraviglioso, avvincente, serrato e sotto tanti aspetti così attuale. Si tifa per Pip e si piange con Pip, quando tutto non va come dovrebbe. Un finale che non è una vera conclusione e neanche un lieto fine, ma lascia aperte le porte a un nuovo avvenire incerto per il protagonista.

Veronica

Poesia: Dispersi

DISPERSI

Un intreccio
di capacità,
serve astuzia
e agilità.
Poi un petalo
sussurra la vita,
come un gabbiano
che indica la strada.

Teresa B.

20 settembre 2014

Storia di un corpo di Daniel Pennac [recensione libro]

Storia di un corpo
di Daniel Pennac

tradotto da Yasmina Melaouah

Feltrinelli editore
352 pagine
18 euro
Uscito ad ottobre 2012

"Storia di un corpo" è un diario e nasce con un intento preciso: - Narrare nel corso del tempo non la propria vita, ma la vita del proprio corpo. Nessuno ne è a conoscenza fino a quando il protagonista non muore. Lo lascia in eredità alla figlia Lison col desiderio che venga pubblicato. Un uomo normalissimo con un'esistenza normalissima. Da piccolo combatte la sua magrezza tirando pugni al sacco e il desiderio di avere muscoli perfetti, le spalle larghe e le proporzioni giuste, quelle che agli occhi degli altri ti fanno apparire forte. E poi l'adolescenza, con la sua esaltazione sessuale, i brufoli sul viso, i capelli unti e la forfora. L'amore per Mona, incontrata per caso. Il matrimonio. Il lavoro. I figli e i figli dei figli. I viaggi per il mondo. L'ansia, l'insonnia e i vuoti di memoria. La vecchiaia che arriva, l'energia che scema, la vescica che non compie il suo dovere. Vi è una sola costante: un corpo in costruzione perenne. La prospettiva di come esso reagisce agli eventi che lo attraversano inesorabili.

Quando ero piccola avevo un diario segreto. Era composto di tanti piccoli quaderni a quadretti l'uno attaccato all'altro con la colla, lo scotch e ricoperti da una copertina viola. Lo nascondevo sotto il materasso. Quando sono cresciuta l'ho riletto, ho strappato ogni singola pagina e l'ho buttato via. Un giorno, ho avuto l'occasione di parlare con uno psicologo e gli ho chiesto come mai quando rileggiamo qualcosa che abbiamo scritto tanto sentitamente dopo un po' di tempo sembra non riguardarci più. Lui mi ha risposto che i pensieri col tempo assumono forme diverse e vanno di pari passo all'evoluzione emotiva, caratteriale, esperenziale... Un diario inoltre oltre a rappresentare una storia personale, testimonia un'evoluzione interiore. A volte abbiamo bisogno di rileggerci per capirci e cambiare in meglio. Cambiare è una necessità. Può essere definità una questione di sopravvivenza.

La prima impressione che ho provato man mano che leggevo questo libro è stata la stessa di quando avevo tra le mani tale diario... Un malessere da pagina bianca che necessita di essere riempito di fragilità, complessi, debolezze. Uno scendere a patti con se stessi per trovare se stessi attraverso il lato peggiore, quello che preferiamo imprimere su carta per non urlarlo ad alta voce e rischiare di venire allo scoperto. Le nostre imperfezioni mascherate dalle parole. E le parole in tal caso fungono da valvola di sfogo. Devono liberarsi per non rimanere intrappolate nell'io più profondo. Ho provato ad immaginare quest'uomo al di là dei suoi confini fisici, di quei meccanismi che all'improvviso s'inceppano e necessitano di essere aggiustati... per avere una quadro diverso e cambiare l'idea che io mi sono fatta di lui. Ma non c'è dato saperlo realmente... qui è il corpo che parla e niente più. E il corpo è difettoso come lo siamo noi che coi difetti siamo capaci di farci amare o odiare. Il compromesso lo si raggiunge con dei patti, stilati anche con gli altri.

E poi, ci avete pensato a quanto è misero il tempo che ci dedichiamo? A quanto siamo capaci di maltrattarci senza remore? A quanta importanza diamo all'esaltazione esteriore a discapito della salute? Siamo tutti un po' vittime di questi meccanismi, anche chi dice il contrario. Ho trovato questo libro un esperimento interessante, originale, che ci mette totalmente a nudo, sincero nelle sue paure, reale nelle sue ansie. Sapete adesso cosa avrei voglia di leggere? "Storia di un corpo" visto da una prospettiva femminile per scoprire se uomini e donne sono così uguali o così diversi tra loro.

Francesca

14 settembre 2014

Storia di un corpo di Daniel Pennac [Frasi libro]

Storia di un corpo
di Daniel Pennac
Feltrinelli Editore
352 pagine
18 euro
uscito nel 2012

Frasi:

a breve - su questo spazio - la recensione.

11 settembre 2014

Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer [recensione libro]

Molto forte, incredibilmente vicino
di Jonathan Safran Foer

Tradotto da Massimo Bocchiola

Guanda editore
384 pagine
prezzo di copertina 18,50 euro
uscito il 28 aprile 2005

Ricordate cosa stavate facendo l'11 settembre 2001? Il giorno in cui all'improvviso il mondo si è fermato sorpreso e soprattutto sospeso davanti alla televisione, con quelle immagini inquietanti davanti e lo sguardo vuoto? In quei momenti mi sono chiesta svariate volte se stessi guardando un film o se fosse tutto vero. A certe verità non ci credi mai, che ti piacciano o no. Se fosse stato un film, era surreale e di cattivo gusto. Le persone che si buttavano dai grattacieli sbracciandosi come se cercassero di afferrare l'aria, non erano comparse addestrate e sotto di loro non c'era nessun materasso ma solo cemento, pronto a schiacciarli in una strada senza ritorno. Credo che se volessimo descrivere il senso d'impotenza, avremmo potuto associarlo proprio a questa guerra combattuta a suon di sbracciate e la loro disperazione era così palpabile. L'impotenza - fra tutta la gamma di sentimenti possibili - è uno dei più difficili da spiegare e fra i più terribili da provare.

L'emblema di questa impotenza è Oskar Shell. A 9 anni è già una vittima privata del suo eroe più grande, il padre, morto proprio perché è nel posto sbagliato al momento sbagliato. Divorato anche lui dal fumo, dalla polvere, dalla carneficina umana che lui stesso ha provato a salvare. Come se l'essere umano avesse continuamente bisogno prima che di salvarsi, di salvare gli altri dalla bramosia rivoluzionaria del buon senso e sconfiggere quella combattuta da un fanatismo strano, subdolo, perverso, che stabilisce come vivere, perché vivere, se vivere. Riusciremo mai a uscirne o ci annienteremo piano piano fino a che non rimanga niente di noi?
Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nel portafogli, e i documenti negli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo in una società senza carta… papà sarebbe ancora vivo.
Oskar reagisce, combatte e prova a salvarsi dalle scarpe pesanti che indossa grazie all'immaginazione e all'incanto che c'è dentro alla sua testa di bambino, a colpi di fantasia, scrivendo lettere di ammirazione, candidature, offerte, inventando invenzioni utili per l'umanità e una missione impossibile da compiere: Scoprire che porta avrebbe aperto quella chiave nascosta dentro a una busta, con un nome scritto sopra col pennarello, trovata in un vaso nella camera dei suoi genitori. Prende l'elenco telefonico e comincia a cercare i Mrs & Mr Black di New York con l'intenzione di non risparmiare nessuno e avere il suo passato ancora - per una volta - vicino a sé. Parte così il suo viaggio verso la salvezza per le strade della città più affascinante e cosmopolita del mondo, alla ricerca del segreto su come smettere di sopravvivere e iniziare - finalmente - a esistere [nel senso più vero del termine]. Tutto attraverso il disincanto e l'ingenuità del protagonista che nonostante il senso di abbandono, non si lascia sconfiggere da quel mostro soprannominato tristezza. Alla fine sembra che ogni cosa - compresa l'irrequietezza - assuma una forma diversa, si dissolva dentro a quell'ultimo saluto  racchiuso dentro la segreteria lasciata parlare a vuoto e la possibilità sfumata per non essersi detti ADDIO, che agli addii non siamo mai realmente pronti.

Una prosa ricca di stile: Passato, futuro e presente si condensano in un'unica voce, che prima è introspettiva, parla in prima persona, poi diventa corale e a più voci, scarabocchia pagine, sbaglia le parole con quella vaga consapevolezza che tutto rimane, anche il dolore, ma non finisce lì, si deposita dentro ma trova poi il modo per uscirne. Una storia triste che lascia un gran vuoto, una nostalgia densa e rumorosa. Un libro che sconvolge e coinvolge in ogni riga, senza vuoti d'aria, tutto decolla e poi crolla nella tua mente. Una delle storie più belle - nel senso banale del termine - mai lette prima. C'è che poi quando lo chiudi non sei più la stessa.
Non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità.
Francesca

7 settembre 2014

Poesia: Follia

FOLLIA

Follia,
che si innalza,
colpisce i più veri,
trafigge i sinceri,
tenta i più cari,
gli amici leali.

Teresa B.

3 settembre 2014

Sognavo di essere Bukowski di Gino Armuzzi [recensione]


SOGNAVO DI ESSERE BUKOWSKI
di 
Gino Armuzzi


Editore: La case books
Pagine: 122
ISBN: 97888868700546
Prezzo formato digitale: € 3,99


L'editore La Case Books pubblica la versione digitale dell'ormai irraggiungibile romanzo scritto nel 1994 da Gino Armuzzi.
Al centro, la metamorfosi, in chiave ironica, di un ragazzo di buona famiglia, universitario alla Bocconi, che cambia completamente vita e abitudini dopo aver letto Bukowski, autore che suscita immediato fascino e gli fa desiderare di poter essere in futuro scrittore.
Una linea di demarcazione viene oltrepassata, per raggiungere quella cultura alternativa fino a questo momento sconosciuta. I vent'anni sono l'età in cui tutto si può: con i suoi picchi di incoscienza, Marino si lancia in sperimentazioni ed esperienze di ogni sorta, che finiscono per avere risvolti tragicomici:
"Volevo vivere come Miller, morire come Mishima e uccidere come Burgoughs. E sognavo di essere Bukowski, buttato qua e là tra i bordelli di Los Angeles, con un bicchiere di whisky in mano e una troia accanto".
L'ambientazione è quella della Milano anni '80, tra feste, bevute e incontri raccapriccianti. In ogni breve capitolo, il giovane bocconiano entra in contatto con una versione estrema della vita, come i grandi della beat generation, da lui osannati in questa nuova fase. Sbattuto fuori casa e rinnegato dalla famiglia, conosce Alex, una guida perfetta per portarlo alla perdizione più assoluta.

La ricerca di se stessi, la confusione in un'età in cui tutto ti influenza e tutto vorresti sperimentare collima col chiasso del mondo e l'assenza di punti di riferimento. Questa un po' l'analisi "seria" di un libro che serio non lo è mai. Che cosa aspettarsi da Sognavo di essere Bukowski?
A mio avviso, non un'opera memorabile, direi quasi la versione trash del per me davvero cult Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, più introspettivo, veritiero e attento. Sembra quasi che l'intento cardine di Armuzzi sia annullare con uno stile così sopra le righe (che finisce per prendere il sopravvento sul contenuto, da ricercare faticosamente) il potenziale che l'opera avrebbe potuto raggiungere. Di fronte a noi, una de-maturazione del protagonista, che invece di accrescere il suo spirito e trovare la sua strada grazie ai libri, compie un percorso opposto, controcorrente e fuori dalle regole. Un urlo contro le imposizioni e contro tutto ciò che ci si aspetta da un giovane di buona famiglia, con una formazione già definita.
Non sono riuscita a essere coinvolta o sorpresa in positivo dalle situazioni architettate dall'autore, sulle quali si accanisce con un'inventiva disturbante (l'amico che picchia "la vecchia" petulante, in realtà Coco Chanel; il travestimento per scampare al militare).
La scintilla non è proprio scoccata con questa storia, che non è arrivata a soddisfare le aspettative così declamate in giro per la rete. 
La vita esagerata del protagonista potrà comunque far breccia in coloro che amano questo tipo di scrittura, infarcita di stereotipi, citazioni letterarie e cinematografiche, fino a raggiungere livelli di non sense sfrenati.
La versione attuale pecca purtroppo di poca cura nella forma: diversi gli errori di battitura fastidiosi, che toccano l'apice nella descrizione dei fatti che dall'io narrante passano magicamente alla terza persona.

Veronica