31 ottobre 2014

L'analfabeta che sapeva contare di Jonas Jonasson [recensione]

L'analfabeta che sapeva contare
di Jonas Jonasson

tradotto da M. Podestà Heir bompiani editore
496 pagine
19 euro
ISBN: 9788845271441
uscito il 6 novembre 2013

Non cadere dentro alla banalità di classificare i libri in base alle circostanze o ai periodi è arduo. Non riesco a smettere di pensare che, se avessi aperto questa storia in una calda e assolatissima spiaggia, sotto a un ombrellone, con 40 gradi all'ombra... il tempo che ci avrei impiegato a finirlo sarebbe stato nettamente inferiore. I pericoli che possono nascondersi dentro alle pagine sono ben altri, come i refusi, o la noia, o gli aneddoti scontati, i luoghi comuni, le persone vuote. E siccome non sono abituata ad avere sul comodino lo stesso libro per più di una settimana... una, due, tre e forse anche più di quattro domande me le sono poste. Soprattutto dopo aver divorato "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve"... Non solo è un evento che non si è replicato, ma ho addirittura faticato ad arrivare all'ultima pagina, con un senso di sollievo addosso. 

Nombeko è una ragazza sudafricana [vittima del solito stereotipo di chi è nato nel tipico paese del terzo mondo] rimasta sola e costretta a svuotare latrine per riuscire a sopravvivere. All'improvviso diventa direttrice degli svuotatori di latrine, fino a ritrovarsi, dopo uno sfortunato incidente, nel ruolo di tuttofare/inserviente dentro a un "bunker" con fili di metro spinato intorno, guardie ai cancelli, 3 cinesi copiatrici di oche come uniche amiche e confidente personale dell'ingegnere costruttore di bombe atomiche più incapace che avesse mai conosciuto... Lei ha un dono speciale: Sa far di conto meglio di chiunque altro, un'autentico genio del calcolo insomma. La sua capacità di sopravvivenza e di fuga la portano poi in Svezia dove conosce Holger 1 e Holger 2. Figli di Hingmar, un sostenitore della repubblica da quando il re l'ha trattato in malomodo e come conseguenza a tale affronto inculca nei figli [ma in realtà ci riuscirà solo col primo] a lottare contro la monarchia. Se Holger 1, grazie al padre sostiene la sua lotta, è anche l'ennesimo incapace incontrato nel cammino della ragazza che insieme alla fidanzata Celestine cerca d'intralciare [in maniera abbastanza inconsapevole] i buoni propositi di liberarsi da un problema che oltre a mettere a rischio chi abita nei circa 58 km di distanza vicino a loro, li affligge per circa una ventina di anni.

Due storie che inizialmente procedono su binari paralleli fino a incontrarsi a un bivio dove i vagoni si attaccano e procedono spediti insieme. La questione è delicata perché nel mezzo c'è una bomba rinchiusa dentro a un camion che rischia di scoppiare e mettere in pericolo non solo i malcapitati che vi ruotano intorno, ma l'umanità intera. La costante della fuga è un aspetto che torna e dentro tale fuga infila nel mezzo re e regine, capi di stato, primi ministri, presidenti, sostenitori della pace, gente di spicco, i servizi segreti conditi dalla solita verve ironica distintiva dell'imprinting stilistico di Jonas Jonasson fino a risultare dopo un po' alquanto ripetitiva e dispersiva. Ovviamente ho sperato fino all'ultimo in un finale degno di nota. La mia fantasia è andata ben oltre a come sono andate realmente le cose e le aspettative sono rimaste in parte un po' deluse. Se una storia è bizzarra lo deve essere fino all'ultimo.

Da leggere se amate le letture d'intrattenimento, dettate da situazioni paradossali, condite da un filo d'ironia.

Francesca S.

29 ottobre 2014

In Book Veritas #1 [Rubrica]

Se c’è una cosa che ho imparato nella mia carriera di lettrice, è che i libri hanno dei poteri: possono far riavvicinare amiche che si erano allontanate, fanno nascere conversazioni spontanee tra sconosciuti, creano e consolidano legami. E, soprattutto, in ogni libro ho sempre trovato una frase, un insieme di frasi, interi paragrafi o intere pagine che mi hanno fatto riflettere su me stessa, sugli altri, su me stessa in rapporto con gli altri, sulle cose della vita, sui sentimenti e sulle emozioni, sui casi della vita e potrei andare avanti all’infinito a fare esempi di questo tipo, ma voi vi annoiereste e smettereste di leggere questo posto alle terza riga dell’elenco.
E non è il caso.
Non è il caso perché questa premessa è la presentazione di una nuova rubrica che ho deciso di aprire qui sul blog In book veritas, che non avrà una cadenza prestabilita ma verrà pubblicata ogni qual volta io troverò nel libro che sto leggendo una frase, un insieme di frasi, interi paragrafi o intere pagine che mi faranno riflettere. Oppure, se e quando mi tornerà in mente qualcosa letto tempo fa che però ha lasciato il segno.
Andiamo, quindi, senza indugi a cominciare!

 © Frencina

Ho deciso di iniziare con la citazione che mi ha spinta ad aprire questa rubrica, tratta da La porta di Magda Szabó:
"Ai tempi dell'università detestavo Schopenhauer, nel corso della vita, invece, mi sono resa conto che ha ragione quando sostiene che ogni legame sentimentale rappresenta una potenziale aggressione, da quante più persone ci lasciamo avvicinare tanto più numerosi sono i canali attraverso cui il pericolo può colpirci."
Non avevo mai pensato ai rapporti col prossimo in questi termini, però quando ho letto questa frase ne sono rimasta folgorata. Probabilmente, anzi, sicuramente, dipende molto dal fatto che in questo periodo sono particolarmente sensibile da questo punto di vista, però è tragicamente vero che più ci apriamo al prossimo, più creiamo legami con altre persone, più apriamo le porte al dolore e alla sofferenza.
Ovviamente, c’è anche il rovescio della medaglia: più persone ci stanno intorno, più amore e amicizia e buoni sentimenti entreranno nella nostra vita.

Il romanzo sottolinea solo l’aspetto doloroso e negativo dei rapporti con gli altri e pone l’accento su come, spesso, aprirsi ad una persona che consideriamo fidata, ha come contropartita che la stessa, ad un certo punto, ci giudichi e ci racconti bugie.
Nonostante, come dicevo prima, io sia particolarmente sensibile a questo argomento in quest'ultimo periodo, sono anche convinta che qualsiasi rapporto interpersonale instauriamo ci aiuti anche a crescere, ci migliori, ci insegni sempre qualcosa di cui dobbiamo fare tesoro per il futuro. In negativo e in positivo.

Francesca B.

25 ottobre 2014

L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami [recensione]

L'INCOLORE TAZAKI TSUKURU E I SUOI ANNI DI PELLEGRINAGGIO 
di
Haruki Murakami


Editore: Einaudi
Traduzione: Antonietta Pastore
Pagine: 264
ISBN: 9788806219772
Prezzo: € 20,00


I cinque, un gruppo di amici legati da una profonda amicizia sin dai tempi del liceo. Tre maschi e due femmine, Aka (Rosso), Ao (Blu), Shiro (Bianco), Kuro (Nero) e Tsukuru. Quest'ultimo, dopo essersi trasferito da Nagoya a Tokio per l'università, viene emarginato dagli altri senza una motivazione e questo episodio lo segna e lo distrugge:
"[...] non ho un'identità. Non ho nessuna caratteristica, sono incolore. Non ho nulla da offrire. Questo è il mio problema, da sempre. Da sempre mi sento poco più che un guscio vuoto. Come recipiente può darsi che abbia una forma soddisfacente, ma dentro non ho nulla che si possa veramente definire un contenuto".
Dopo aver superato un periodo buio, in cui medita addirittura il suicidio, comincia a riprendere il corso normale della propria esistenza. L'amicizia con un ragazzo conosciuto in piscina, lo rimette in qualche modo in sesto. Parlano, trascorrono del tempo libero insieme, ascoltano musica. 
Anche questo rapporto non ha lunga durata e dopo essersi affezionato, Tsukuru vede di nuovo fuggire via una persona a cui tiene.
L'insicurezza aleggia nel suo cuore e si convince di non essere in grado di mantenere una relazione importante, di essere lui la causa dei continui abbandoni. L'incontro con Sara, la donna che poi si accorgerà di amare, assume un ruolo centrale nel ripensare al momento in cui è stato eliminato da quel cerchio perfetto dell'amicizia.
Decide così di andare da ogni singolo membro del gruppo per chiarirsi e scoprire la vera causa di distruzione.

Chi cerca in Murakami l'avventura, il colpo di scena, la trama infarcita di intrecci, resterà deluso. Haruki è profondo, uno che con le parole ti scuote e ti stuzzica, spinge a riflettere e a fare i conti con te stesso e i rapporti con l'altro.
Il protagonista è fragile e le sue debolezze ci sono offerte allo stesso tempo con delicatezza e durezza, perché Tsukuru siamo noi. Ci interroghiamo sul futuro, sui sogni che vogliamo realizzare, sulle amicizie che arricchiscono e sgretolano il nostro essere quando finiscono. E l'amore. L'amore è in tutto quello che respiriamo e viviamo ogni giorno e costruire una relazione dopo tante delusioni è dura e non sempre si ha voglia di rimettersi in gioco:
"È come costruire una stazione. Una cosa bella e di valore, che è stata importante anche per poco tempo, non sparisce nel nulla per un piccolo errore. Cominciamo col costruirla. la stazione, anche se non è perfetta. Se non ci fossero le stazioni, i treni non potrebbero fermarsi lì e non potremmo incontrare le persone a cui vogliamo bene. Se poi si scoprono dei difetti, si può sempre rimediare dopo. Prima di tutto costruisci la stazione, Una stazione speciale per lei, dove il treno desideri fermarsi, in cui trovare un rifugio, così anche senza uno scopo preciso. Cerca di immaginarla nella tua mente, quella stazione, di darle concretamente forma e colore. Poi incidi con un chiodo il tuo nome sulla base, e soffiaci la vita. Questa forza ce l'hai. Non hai attraversato a nuoto, da solo, il mare di notte?".
I sogni così vividi si intersecano con la realtà e l'autore adora mischiare i due universi, per confondere le certezze di questa storia, che apparirà ai più povera di contenuto. Ma il contenuto c'è eccome e con quest'ultimo romanzo Haruki Murakami dimostra di avere ancora così tanto da dire: per coloro che hanno letto testi precedenti, ritroveranno la schiettezza nelle descrizioni, la concentrazione per i personaggi, con i quali identificarsi, e momenti in cui immergersi in un'altra cultura, quella del Giappone, ammaliante, spirituale e vivida.
Un verbo, COSTRUIRE, allo stesso tempo significato del nome di Tsukuru e del suo lavoro: progetta stazioni, le rende sicure per tutti e questo tema è metafora di un percorso che non solo il protagonista, ma lo stesso autore compie nell'evoluzione di tutti i suoi scritti.
L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, altra piccola perla in grado di far provare emozioni forti nel descrivere semplicemente un momento di riconciliazione, come l'abbraccio sincero con un'amica perduta, sullo sfondo della Finlandia. Scena epica per un libro meraviglioso.

Veronica

24 ottobre 2014

L'incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio IKEA di Romain Puértolas [Recensione]

© Frencina
L'incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio IKEA
di Romain Puértolas

tradotto da M. Botto
Einaudi
215 pagine
16.00 euro rilegato
9.99 euro in ebook
ISBN: 9788806218690  
 uscito il 01 aprile 2014

Voi non avete mai pensato quanto sarebbe bello rimanere chiusi in un grande magazzino, in un museo, in una libreria dopo la chiusura e passarci la notte girovagando indisturbati? Io lo faccio ogni volta che mi ritrovo in un posto bello ma affollato; comincio ad immaginarmi lì dentro dopo la chiusura (ovviamente le telecamere di sicurezza si svamperebbero magicamente), mentre cammino indisturbata tra gli scaffali e nei negozi, mentre mi perdo tra le esposizioni e poi mi preparo qualcosa da mangiare in uno dei tanti ristoranti che affollano questi centri.

Tutto questo sbrodolamento iniziale per dirvi che, in questo romanzo, la storia comincia proprio con Ajatashatru Lavash Patel che si fa chiudere dentro un’Ikea parigina.
Ma perché un fachiro indiano ha questo desiderio incontrollabile di rimanere chiuso, di notte, in un’Ikea? Bella domanda! Leggete il libro e lo scoprirete (bella risposta)!
Battutacce dementi da venerdì pomeriggio a parte, il nostro mitico Aja, di professione fachiro in arte truffatore, ha deciso che vuole assolutamente comprare l’ultimo modello di letto di chiodi dell’Ikea, l’Akuminat. Ma c’è un problema non da poco: l’Ikea in India non c’è, perché quei furbacchioni di svedesi hanno posto la condizione per cui, ai piani alti della dirigenza, avrebbero dovuto esserci solo svedesi, nessun indiano. Capite che una condizione del genere è difficile da mandar giù: io ti faccio il favore di concederti uno spazio espositivo nella mia nazione e tu però non vuoi che ci sia uno di quella nazione a dirigere il tutto. Eh no, miei cari svedesi, così non si fa e quindi niente Ikea indiana.
Ahinoi (ma nemmeno troppo visto cosa ne consegue), questa presa di posizione ha gravato non poco sulla sorte del nostro eroe, costringendolo a prendere un aereo, direzione Île-de-France.

Il secondo problema non da poco è che Aja in tasca ha solo una banconota (falsa) da 100.00 € e quindi come fa a comprare il letto e a pernottare a Parigi visto che è costretto ad aspettare il giorno dopo causa esaurimento scorte di Akuminat? Semplicissimo: si ferma a dormire all’Ikea. Peccato però che quella stessa sera, il grande capo abbia deciso di cambiare una parte di esposizione e si ritrovi, con alcuni dipendenti, a girovagare di notte per il grande magazzino disturbando e spaventando il fachiro, che, preso dal panico, si infila in un armadio blu. È così che comincia l’incredibile viaggio che dà il titolo al romanzo e che porterà Aja a riflettere su se stesso, sulla sua vita, sulle sue truffe e sul resto del mondo. Un viaggio che si svolgerà fuori e dentro il protagonista che, passando di stato in stato e incontrando sulla sua strada personaggi magnifici e variegati, crescerà e si redimerà trasformandosi da fachiro di professione in arte truffatore a scrittore di professione in arte altruista.

Se si legge la biografia di Romain Puértolas, si scoprirà che, prima di diventare scrittore, si è battuto come attivista per i diritti degli immigrati ed ha lavorato come analista per la polizia di frontiera. Non stupisce quindi il messaggio nascosto tra le righe ed esplicitato nell’ultima pagina e un pezzo: la condizione disperata di queste persone che, allettate da un miraggio di vita migliore, spendono cifre esorbitanti che gli permetterebbero di vivere decorosamente nel loro paese, per imbarcarsi su navi che più che la vita promettono la morte.
Eppure questo romanzo non ha la pretesa di essere una denuncia sociale, non vuole fare la morale su questa piaga dei nostri giorni, vuole solo portare alla luce e rendere visibile a tutti questo problema e lo fa in tono neutro così che il romanzo possa essere apprezzato sia da chi la pensa come lui, sia da chi la pensa in modo diametralmente opposto. E inoltre, così facendo, ha creato un libro di facile lettura, per nulla saccente, supponente e petulante come spesso sono questi romanzi che trattano i problemi sociali e quotidiani.
Ditemi voi se non è astuto questo Puértolas!

Il mondo è un fazzoletto da taschino di seta indiana.

Buona lettura!
Francesca B.

18 ottobre 2014

L'uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman [Recensione libro]

L'uomo che metteva in ordine il mondo
di Fredrik Backman

Mondadori editore
324 pagine
18 euro
ISBN 9788804640677
Uscito il 9 settembre 2014

I vicini di casa spesso sono capaci di tirare fuori il peggio del peggio del peggio di noi stessi. Dopo l'ennesimo litigio - per chi deve pulire la scale o passa l'aspirapolvere durante le ore del cosiddetto silenzio [dalle 14:00 alle 16:00], il posto macchina improvvisato che sbarra il passaggio, la spazzatura lasciata all'ingresso da un incivile, il portone spalancato, le luci dell'androne accese troppo presto, gli schiamazzi notturni dei figli adolescenti - la prima cosa che pensiamo, mentre sbattiamo la porta è "la prossima... niente condominio, nessuno né sotto, né sopra, né accanto". Costante che ci rende delle persone orribili anche se sai che non andrai da nessuna parte a meno che tu non vinca chissà quale gioco. Ma se aveste davanti al vostro pianerottolo uno come Ove diventerebbe una necessità inderogabile!

Ove ha 59 anni. Si alza ogni mattina alle 6 per ispezionare il quartiere. Ce l'ha con tutti, soprattutto con chi parcheggia l'auto dove non deve, chi sbaglia la differenziata, con la tizia che va a giro con quel piccolo cagnaccio malefico che più che cane sembra un topo, con il gatto spelacchiato che gli fa la posta davanti la porta, con quegli stupidi trentenni colletti bianchi che da un giorno all'altro l'hanno lasciato a casa dal lavoro [e badate bene che lui dal lavoro non è mai mancato nemmeno un giorno], con chi non ha una saab, con chi non è in grado di aggiustare le cose, con quell'imbranato che non sa usare il rimorchio e gli ha distrutto la cassetta delle lettere, con quella donna incinta [moglie del cretino appena sopracitato], dai lineamenti orientali, la pancia enorme e gli occhi grandi e profondi accanto che lo osserva con tanto di prole petulante al seguito e manda a monte i suoi - sacrosanti - piani di farla finita.

Avete capito bene... ha proprio intenzione di farla finita. Perché oltre al resto ce l'ha anche col mondo che gli ha strappato senza un senso LEI che era il suo colore nel suo essere privo di colore. Incontrata - da giovane - dopo aver staccato dal lavoro notturno sul treno... sorridente, bella, corteggiatissima, mentre lui così silenzioso e senza nessuno su cui contare. Due opposti che si attraggono, si scelgono, si sposano, provano ad avere un figlio, si stanno accanto sempre e comunque. Dopo la sua morte Ove continua  a negare l'evidenza. L'unica soluzione possibile per trovare una via d'uscita - a un maniaco del controllo come lui - è disdire l'abbonamento  al suo quotidiano, pagare le bollette e togliere di mezzo le questioni irrisolte. Prepararsi alla morte e raggiungerla. Ma i suoi sacrosanti piani per una buona volta vanno a monte perché nonostante sia uno scorbutico petulante rompiscatole ossessionato dall'ordine "un vicino amaro come una medicina" è qualcuno di cui non puoi fare a meno.

Una storia divertente, che inizialmente fatica a carburare ma poi esplode in un incessante susseguirsi di ricordi, dialoghi, insulti ritrovandoti a sorridere mentre vai avanti fino a lasciarti un vago senso di tristezza alla fine perché per quanto il tipo sia un piantagrane rimane sempre uno disposto a prodigarsi, a modo suo, perché - anche - sua moglie l'avrebbe fatto. Le persone spesso sono per come si mostrano, nascondono dolori che ignoriamo, indossano maschere per proteggersi, sono custodi di segreti che non conosceremo mai, ma altre ancora hanno il potere di lasciarti un enorme vuoto dentro per la loro assenza che diventa così ingombrante e si cela in tutte quelle fissazioni che se li per lì trovavi ridicole, poi ne senti la mancanza. Ecco, Ove fa parte di questi.

ASSOLUTAMENTE CONSIGLIATO

Francesca S.

16 ottobre 2014

L'illusione della separatezza di Simon Van Booy [recensione]

©Frencina

L'illusione della separatezza di Simon Van Booy

tradotto da Ada Arduini
Neri Pozza
221 pagine
16.50 euro in brossura
8.99 euro in ebook
ISBN: 9788854507951 
 uscito il 10 luglio 2014

All'inizio della mia carriera di lettrice mi affidavo solo ed esclusivamente al caso e al mio intuito per scegliere i libri da leggere. Poi c'è stato il periodo in cui li sceglievo leggendo i giornali e il TuttoLibri e quello in cui lasciavo fossero gli altri a scegliere per me. Adesso, invece, sono tornata a lasciarmi guidare dall'istinto nella maggioranza dei casi e, devo dire, che con il tempo si è affinato e non mi delude quasi mai. 

E' stato proprio grazie a lui che questo piccolo capolavoro è arrivato tra le mie mani. La storia contenuta in queste pagine parla di alcune persone e delle loro esistenze, ma la particolarità del tutto è che ognuna di essere è legata a quella degli altri a causa di avvenimenti occasionali e lievi e fugaci incontri.

Tutto parte da John, giovane soldato statunitense che viene arruolato per andare a combattere i tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Quando il suo aereo viene abbattuto, in Francia, e lui è l'unico sopravvissuto, deve cercare il modo di sopravvivere per poter ritornare oltreoceano dalla sua amata Harriet. 

Durante questo periodo la sua vita sfiora quella di A. che noi conosciamo già nel primo capitolo come Hugo. Lui è un soldato tedesco che ha fatto brutte cose e che deve cercare di sopravvivere e poi convivere con il ricordo. Anche A. è in fuga dal nemico, l'esercito tedesco è stato sconfitto e deve cercare di non passare in incognito per evitare il linciaggio. Entra così in un mulino in fiamme e, insieme ai vestiti che gli permettono di cambiare identità, trova anche un bambino piccolo la cui madre è morta nell'incendio. Mosso dalla pietà e dalla voglia di non essere più solo, A. prende con sé il bambino ed inizia a vagabondare fino a che Parigi. Qui i due vengono coinvolti in uno scontro tra manifestanti e polizia e Hugo viene colpito alla testa da un colpo di pistola. Verrà portato in ospedale e si ritroverà a mendicare in un parco dove incontrerà di nuovo il piccolino che ha salvato, ma non lo riconoscerà più. 
Il bimbo, che poi verrà chiamato Martin, viene salvato da Anne-Lise che, scappando dalla polizia, si rifugia nella bottega di un fornaio affidando a lui questo bambinetto che, una volta cresciuto, troverà l’aereo di John e, da grande, trasferitosi in America con la famiglia, andrà a lavorare nella una casa di riposo dove Hugo andrà a morire. 

Ovviamente state pensando di tirarmi dietro i pomodori perché vi ho svelato quasi tutta la trama, ma aspettate un attimo e riponete la verdura, perché la cosa magnifica di questo libro sono le parole, la musicalità con cui tutto questo viene raccontato, il significato profondo che sta dietro ogni singola frase. Insomma, in questo romanzo la storia fa solo da contorno alle parole e alle frasi così delicate e bellissime che la compongono.

E poi questo strano titolo che si capisce solo alla fine: ci illudiamo solamente di vivere esistenze separate quando, in realtà, esse sono collegate tra loro in un modo o nell'altro. 

Fate come me, portate a casa questo romanzo e leggetelo in un pomeriggio. Ne uscirete arricchiti.


Francesca B.

12 ottobre 2014

Stagioni diverse di Stephen King [recensione]

STAGIONI DIVERSE
di
Stephen King


Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Pickwick
Traduzione: Bruno Amato, Paola Formenti, Maria Barbara Piccioli
Pagine: 608
ISBN: 9788868360740
Prezzo: € 11,90


Una raccolta di novelle che attraversano la ciclicità delle stagioni, con un tocco poetico e suggestivo, in cui vediamo muoversi i numerosi personaggi, tratteggiati con attenzione. Non vi sono esseri sovrannaturali ad animare le storie, ma individui in carne e ossa, che spaventano e lasciano emergere un'intera gamma di emozioni, e, fra queste, alcune sono davvero crudeli.

L'eterna primavera della speranza
Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank
Un narratore esterno, Red, allo stesso tempo partecipante attivo e testimone della vita penitenziaria, narra la vicenda di Andy Dufresne, giunto nel carcere di Shawshank, ingiustamente accusato dell'omicidio della moglie e dell'amante. L'ergastolo è la pena che dovrà scontare. 
Sostenere che la vita in carcere è dura sarebbe fin troppo tautologico: Stephen King s'impegna a sorprendere il lettore, che a tratti rimane disgustato e a momenti si immagina nelle difficoltà mentali che un'esistenza in un ambiente senza difese e senza fiducia può costringere l'uomo.
I più forti e crudeli dominano l'angusto spazio, rendendo ogni momento ancor più duro: il protagonista lotta con le unghie e con i denti, ma purtroppo spesso è costretto a subire le angherie dei compagni, sotto gli occhi di chi vigila ed è consapevole di cosa succede e non fa niente per impedirlo.
Silenzioso e scaltro, Andy, riuscirà a costruirsi la sua via d'uscita, lasciando davvero tutti a bocca aperta.

L'estate delle corruzione 
Un ragazzo sveglio
Il mio preferito. 
Che tipo di rapporto si instaura fra un criminale nazista e un giovane ragazzo? Dei più morbosi e catastrofici.
"Lui e il ragazzo erano esseri spregevoli, pensò, si nutrivano a vicenda... si mangiavano a vicenda. Se a lui, a volte, veniva l'acidità di stomaco per tutti gli strani racconti che gli narrava nei pomeriggi nella sua cucina, come poteva sentirsi il ragazzo? Riusciva a dormire? Forse no".
Todd Bowden riconosce per caso Kurt Dussandler, alias Arthur Denker, sull'autobus: si reca a casa sua, minaccia di denunciarlo e lo costringe a raccontare ogni nefandezza e atrocità dei campi di concentramento. Ogni singola confessione alimenta le fantasie dell'ascoltatore, che finisce per perdere i contatti con la realtà. Subisce una trasformazione dell'anima, che si corrompe e si riempie di odio: mente, ricatta e uccide.  
Da figlio amorevole, bravo a scuola, diventa un essere spregevole, accecato dalla violenza: la corruzione che Todd accoglie volontariamente, non sembra avere limiti e freni. Fin dove può spingersi la cattiveria umana?
La punizione è esemplare e non lo risparmia, nonostante lo sveglio giovanotto tenti in ogni modo di evitarla, senza abbandonare quella dissolutezza che ormai intacca ogni sua particella.

L'autunno dell'innocenza
Il corpo
Un gruppo di ragazzi, Gordon, Chris, Teddy e Vern, legati da un'amicizia profonda (le citazioni interne a questo racconto sono plurime: da IT a CUJO, l'autore strizza l'occhio al lettore e inserisce qualche rimando o allusione ad altri suoi famosi testi), ha l'occasione di diventare eroi.
Vern ascolta una conversazione del fratello, il quale ha scoperto con alcuni amici il cadavere di un bambino scomparso, Ray Brower, lungo i binari della ferrovia. Coinvolge gli amici a intraprendere l'avventura, allo stesso tempo metafora di un percorso di maturazione, alla ricerca del corpo.
Ognuno ha un rapporto difficile con la famiglia, sogni nel cassetto e momenti di felicità e autenticità solo con il gruppo di coetanei.
Questo legame puro e semplice si manterrà con l'età adulta? Crescere non annienta i problemi, ma li amplifica. Chris, realista fino al midollo, incoraggia Gordon (il narratore di questa terza novella) a non abbandonare i propri desideri e a lottare per diventare lo scrittore che si merita di essere. Tanto tutto è destinato a cambiare, non si può sperare che nulla si modifichi, perché le persone non si mantengono sempre le stesse. 

Una storia d'inverno
Il metodo di respirazione
A conclusione della raccolta si posiziona questo ultimo racconto: David viene introdotto dal suo capo in un club atipico, in cui si ascoltano e si condividono storie. Al centro de Il metodo di respirazione il rapporto profondo tra il medico McCarron e la sua paziente, Sandra Stansfield, incinta e senza marito, una condizione inappropriata nel 1935. Il dottore resta affascinato dalla donna, che accompagna nel percorso di gestazione e ascolta nei momenti difficili, in cui lei sente forte il bisogno di sfogarsi.
Il giorno del parto accade qualcosa di sconvolgente, che segna McCarron per sempre.

Qual è il filo rosso che unisce queste quattro opere?
Al centro sicuramente la vita, rappresentata come un ciclo di cambiamento (le stagioni), dettato da incontri e storie che non lasciano indifferenti, ma che influenzano la metamorfosi interiore. Un percorso di crescita che si amplifica nella relazione con l'altro e non sempre modifica in meglio: a volte, un incontro ti distrugge. Altro elemento portante di Stagioni Diverse è il meta-racconto, la storia nella storia: aspettarsi semplici novelle? No, ma testi complessi, dai molti significati, che ti spingono a riflettere e ti coinvolgono nel profondo. I personaggi non sono delineati superficialmente, ma analizzati magistralmente, come solo il miglior King riesce a fare.
Devo aggiungere altro? Io non credo... A voi, buona lettura!

Veronica

8 ottobre 2014

L'uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman [Frasi libro]

L'uomo che metteva in ordine il mondo
di Fredrik Backman

Frasi:
La morte è una cosa curiosa. Viviamo tutta la vita come se non esistesse, ma il più delle volte è una delle ragioni in assoluto più importanti per vivere. Alcuni di noi ne diventano consapevoli così in fretta che vivono più intensamente, più ostinatamente, e in maniera più furiosa. Altri necessitano della sua costante presenza per sentirsi vivi. Altri ancora finiscono per accomodarsi nella sua sala d'attesa molto tempo prima che lei abbia annunciato il suo arrivo. La temiamo, eppure la gran parte di noi teme soprattutto l'eventualità che colpisca qualcun'altro, qualcuno a cui vogliamo bene. Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. E che ci lasci soli. La gente aveva sempre detto che Ove era "inacidito". Ma Ove non era affatto inacidito, cazzarola. Semplicemente, non era uno che andava in giro ridendo in continuazione. Bisognava essere trattati come criminali solo per questo? Ove non credeva. Ma qualcosa si rompe, in un uomo, quando seppellisce l'unica persona che lo abbia mai capito. Non c'è tempo che guarisca quel genere di ferite. Il tempo è una cosa curiosa. La maggior parte di noi vive con lo sguardo sempre rivolto in avanti. Giorni, settimane, anni. A un certo punto, tuttavia, ci si rende conto di avere raggiunto l'età in cui c'è da guardare più indietro che avanti. E quando non si ha più molto tempo davanti a sé, bisogna trovare altre cose per cui vivere. I ricordi, magari. I pomeriggi al sole, mano nella mano con chi si ama. Il profumo delle aiuole fiorite. Le domeniche al bar. I nipoti, forse: con loro, c'è modo di vivere per il futuro di qualcun altro. Non era che Ove aveva smesso di vivere [...]. Semplicemente, aveva smesso di guardare avanti.
Il dolore è una cosa curiosa.

A breve su questo spazio , la recensione!

7 ottobre 2014

Recensione libro: Il bambino segreto di Camilla Lackberg

Il bambino segreto
di Camilla Lackberg

tradotto da Laura Cangemi 
Marsilio editori
528 pagine
19 euro
ISBN: 978-88-317-1560-7
 uscito l'8 maggio del 2013

"Il bambino segreto" è il quinto capitolo di una serie di ben 8 libri. Gli ultimi 3 non sono ancora usciti in Italia.

È fine estate quando Fjillbacka - una tranquilla cittadina della costa occidentale della Svezia, distante 150 km da Oslo - rimane coinvolta e sconvolta dall'omicidio di uno dei suoi abitanti: Erik Frankel, collezionista, professore ed esperto della seconda guerra mondiale, viene trovato morto nella sua casa, da due ragazzini entrati abusivamente. Erica Falck, dopo la nascita di Maya, grazie all'aiuto del marito Patrick, vicecommissario di polizia, in congedo per paternità, è pronta a rimettersi al lavoro e a scrivere il suo nuovo libro. La giornalista però non riesce a smettere di pensare al contenuto del baule trovato in soffitta ed appartenuto a sua madre Elsy. Questo custodisce una piccola vestaglia da neonato insanguinata, i suoi diari di ragazzina e soprattutto una medaglia dell'epoca nazista. Quella che ha portato - poco tempo prima - ad esaminare allo studioso ormai scomparso. Una storia ricca di personaggi che ruotano intorno alla risoluzione di un caso dai risvolti drammatici. Ognuno legato da un filo invisibile che non riesce a essere reciso nonostante la vita li abbia allontanati.

L'aspetto interessante è l'uso di due dimensioni temporali diverse che alternano i vari capitoli: Al presente vengono narrate le vicende in essere atte a risolvere il caso; Al passato invece - attraverso i diari di Elsy - vengono narrate le vicende di gioventù di alcuni sospettati dell'omicidio. In un'epoca a ridosso della guerra più devastante degli ultimi tempi dove ognuno, a modo suo, ha lottato contro i nazisti e il nazismo imperante. La loro unica colpa è quella di custodire un segreto che alla resa dei conti si rivela cruciale per trovare il colpevole. E il colpevole è colui che non ti aspetti.

La lentezza iniziale con cui devi fare i conti [caratteristica del filone letterario scandinavo] non tipica dei thriller/polizieschi dove l'azione la fa padrona, destabilizza, ma poi proseguendo con la lettura riesce a coinvolgerti come se fossi dentro a un meccanismo nuovo ma ben oliato. Camilla Lackberg non solo ha creato un modo diverso di raccontare indagando sui vari problemi distintivi della società attuale come l'omosessualità, o il ruolo delle donne nel lavoro e nella famiglia, o le famiglie allargate, dimostrando quanto siamo ancora relegati a una certa mentalità che non riusciamo a superare, ma ha avuto anche e in particolar modo la capacità di dar vita a una riflessione in un genere dentro al genere che non dobbiamo mai sottovalutare quando siamo alle prese con un libro. Sicuramente andrò avanti a leggere questa serie.

ASSOLUTAMENTE CONSIGLIATO

Francesca

2 ottobre 2014

Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela

Lungo cammino verso la libertà
di Nelson Mandela

Tradotto da Adriana Bottini, Ester Dornetti, Marco Papi

Feltrinelli editore
608 pagine
14 euro
Uscito nel 2013

Conoscere a fondo un premio nobel per la pace come Nelson Mandela è stata una bella esperienza. Sapere che al mondo c'è stato qualcuno che si sia battuto con così tanta costanza, determinazione e addirittura col carcere per sconfiggere il razzismo, la povertà, le disuguaglianze a favore del popolo sudafricano... L'unica cosa che pensi, una volta finita questa biografia, è che Tu non hai nemmeno provato a rendere il mondo un posto migliore perché eri troppo concentrata a rendere il TUO di mondo un posto migliore, senza mai riuscirci realmente. Siamo sempre così concentrati su noi stessi invece che sugli altri. Piuttosto neghiamo l'evidenza o ce la facciamo bastare. C'è la speranza... Ma non ho mai conosciuto nessuno che a forza di sperare abbia ottenuto quello che desiderava. Molte volte ho come l'impressione che noi "popolo evoluto" non abbiamo ancora capito il vero senso del vivere, mentre - in qualche angolo sperduto - ci sono persone che lottano, si sacrificano, muoiono per la propria patria. Lo fanno non solo per se stessi, ma anche per i propri figli o per le generazioni future. Tutto il mondo è paese... Peccato che questo mondo però continui a rimanere ancorato ai pregiudizi, alla violenza, alla guerra, al classismo e al potere più becero senza che ci sia qualcuno pronto a ribellarsi. La base sul quale si poggia è il menefreghismo. Il risultato è che i giovani come noi hanno quella rabbia repressa tipica di coloro a cui hanno dato tutto ma non gli hanno insegnato a guadagnarselo e quindi continuano a pretenderlo. Mentre gli altri, quelli che si definiscono al di sopra di noi, sono troppo spaesati e ancorati al vecchio per darci la forza di cambiare. Loro sono la generazione nata in un periodo favorevole. Ogni tanto mi chiedo se tale sopravvivenza basata sull'IO prima o poi si sfalderà e se non lo farà, quanto durerà. Siamo vittime di un movimento continuo... e tale movimento va assecondato. La resistenza al cambiamento è il nostro più grande nemico. In una società che in questo momento non è né emancipata, né democratica, né paritaria. Questa insomma è un'opera di acquisizione della coscienza... La storia di un uomo che nonostante abbia dovuto sacrificarsi non ha mai perso il coraggio di lottare per quello in cui credeva.

Ecco a voi un passo significativo e probabilmente il più esplicativo per capire il senso di quest'opera che vi consiglio di leggere:
Non sono nato con la sete di libertà. Sono nato libero, libero in ogni senso che potessi conoscere. [...] Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un'illusione, che la vera libertà mi era già stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete. Dapprima, quando ero studente, desideravo la libertà per me solo, l'effimera libertà di stare fuori la notte, di leggere ciò che mi piaceva, di andare dove volevo. Più tardi a Johannesburg, quand'ero un giovane che cominciava a camminare sulle sue gambe, desideravo le fondamentali e onorevoli libertà di realizzare il mio potenziale, di guadagnarmi da vivere, di sposarmi e di avere una famiglia, la libertà di non essere ostacolato nelle mie legittime attività. Ma poi lentamente ho capito che non solo non ero libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. E' stato allora che sono entrato nell'African National Congress [...] La libertà è una sola: Le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti, e le catene del mio popolo erano anche le mie. [...] Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l'oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell'odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L'oppressore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanità. [...] La verità è che non siamo ancora liberi: Abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. [...] Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo per qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: Il mio lungo cammino non è ancora alla fine.
Francesca