28 novembre 2014

La strada di casa di Giulia Giarola

Oggi ho deciso di dare spazio a una delle mie amiche virtuali di vecchia data. Ci tengo particolarmente perché oltre ad essere una delle prime persone conosciute in rete, ho seguito negli anni il percorso da semplice studentessa universitaria a donna che ha lottato con tutta la forza che aveva per crearsi il proprio spazio e conquistarsi. L'ho sempre spinta a continuare ma soprattutto a partecipare a dei concorsi, e le ho anche detto che quei concorsi li avrebbe vinti perché se era riuscita a coinvolgere me che con la poesia ha - da sempre - un rapporto di odio e amore, figuratevi gli altri. Il mondo della poesia è un mondo strano, con pochi "seguaci". Paragonarlo come se ci trovassimo alla stregua di una manciata di follower da conquistare è azzardato, ma la rete a volte ci permette di sconfinare verso confini che non hanno limiti e arrivare a chiunque, anche a chi non ti aspetti. Il blog Poet River è la sua vetrina virtuale, grazie a questa lei rende i versi che compone di tutti e per tutti. Credo nelle capacità che ha, continuo a crederci, ci crederò sempre. Ho chiesto a LEI, Giulia, di parlarmi di questa raccolta perché io non ne sarei stata abbastanza capace, non avrei saputo rendere l'idea della bellezza che le sue opere suscitano quando le leggi... Quindi è arrivato il momento di lasciarvi alle sue parole!

La strada di casa
di Giulia Giarola

Lo puoi acquistare su Amazon o su Createspace
[è disponibile sia in formato cartaceo che digitale]

Pubblicare un libro è come tirar fuori l'anima allo scoperto e darla in pasto al mondo. E se si tratta di una raccolta di poesie, allora non ci sono dubbi, è proprio il tuo cuore quello esposto agli occhi di tutti.Adesso sul tavolo operatorio ci sono io. Ho deciso di aprirmi per liberare le emozioni che colorano la mia vita. Dopo tre anni spesi a condividere le mie poesie sul web, eccomi qua: il 24 novembre 2014 è uscito su Amazon il mio primo libro "La strada di casa", una raccolta delle poesie più belle che ho scritto fino ad oggi
Perché mi sono auto-pubblicata? L'editoria tradizionale sta attraversando una profonda crisi e pochi rischiano per la poesia, un genere che "non vende". L'editoria a pagamento non la considero nemmeno. Così ho deciso di sfruttare il self-publishing, l'editoria del futuro. Crei, stampi e vendi il tuo libro online a costo zero e in tempi brevi. Tecnicismi a parte, sono qui grazie alla squisita ospitalità della Contorsionista di parole per parlarvi di questo mio libro. Vorrei farmi conoscere ma soprattutto dare una voce concreta alla poesia, che ha ritrovato un certo vigore grazie alla facilità di condivisione su internet. 
La strada di casa è un viaggio, un percorso che mi ha spinto a diventare una persona più matura, in grado di guardare in faccia la realtà affrontando con coraggio gli ostacoli della vita. Questo fatto è sottolineato anche dall'ordine cronologico delle poesie: mano a mano che si prosegue nella lettura si nota un cambio di registro, una scrittura che cresce e si sviluppa nel corso del tempo. 
Tra le pagine s'intrecciano due temi in particolare: il sogno e la casa. Dalle parole, infatti, emerge un messaggio: non smettere mai di sognare, nonostante tutto. Spesso la sofferenza accompagna i versi più sentiti, ma è quando le difficoltà incombono che il sogno diventa ancora più importante e che vale la pena lottare per cambiare. Pian piano comincia a farsi spazio il desiderio più grande: rinnovarsi, cercare il proprio posto nel mondo. Il bisogno impellente e incessante è quello di lasciare il nido materno per spiccare il volo. Non è così facile lasciare tutto senza voltarsi indietro, però ne vale la pena quando ci si scalda davanti al focolare di un luogo che si può finalmente chiamare casa. Amore, dolore, paura, felicità, nostalgia. Sentimenti che scalpitano e s'inseguono senza sosta. Tante sensazioni racchiuse in uno stile semplice, chiaro e immediato, frasi brevi per colpire al cuore. Un libro dedicato a quei lettori che, come me, hanno vissuto o stanno vivendo un momento difficile, un periodo di forti cambiamenti. Un libro carico di sincerità e speranza, nel quale non manca il romanticismo che fa parte del mio spirito. 

Sono sessanta pagine di pura vita, di fatica e sacrifici ma anche d'immensa gioia. E il formato è tascabile, per portare sempre con sé la voglia di riscoprirsi. 

24 novembre 2014

Senza di lei sono la metà di me stessa [Recensione]

© Frencina
Cassandra al matrimonio
di Dorothy Baker

tradotto da Stefano Tummolini
Fazi editore
274 pagine
16.50 euro paperback
ISBN 9788876254925  
uscito il 16 ottobre 2014

Quando avevo circa tredici o quattordici anni, non lo ricordo con precisione, conobbi una ragazza di qualche anno più grande di me che aveva un fratello gemello. Lui, nella vita, faceva il bagnino lì in Liguria, lei studiava non mi ricordo più cosa in Piemonte.
Un giorno mi raccontò che suo fratello aveva rischiato di annegare nel tentativo di salvare una persona che non sapeva nuotare e che si era spinta un po’ troppo al largo; lei era a Torino in quel momento, stava andando in università e si trovava in piazza San Carlo. Mi disse di aver provato un malessere esteso e fortissimo, tanto da doversi fermare e accasciarsi al suolo, quasi svenuta.
Rimasi al contempo affascinata e sconvolta da questo racconto, ma da allora mi porto dietro una certa curiosità per i gemelli, di cui mi attrae molto questa misteriosa connessione.
In anni più recenti ho conosciuto altri due fratelli gemelli: a loro non è mai capitato di rischiare la vita, però vi posso dire per certo che, quando uno stava male (che vuol semplicemente dire che aveva l’influenza), l’altro diventava molto scontroso e poco affabile come invece erano di solito.
Io sono nata figlia unica ed ho sempre patito un po' questa condizione, però, dopo aver letto questo romanzo, il primo e il secondo pensiero che mi sono frullati per la testa sono stati: "sono felice di non avere sorelle o fratelli gemelli e mi auguro vivamente di non avere gemelli quando metterò al mondo dei figli".

Cassandra al matrimonio è un titolo molto neutro, fuorviante (e, per una volta, possiamo dire che lo abbia voluto l’autrice stessa poiché l’originale è Cassandra at the Wedding) e questa scelta, secondo me, dipende dal fatto che nel 1962 questo romanzo era scomodo, potente e sovversivo.
Il lettore conosce Cassandra Edwards il giorno in cui si prepara a lasciare il suo alloggio di Berkeley per recarsi al ranch di famiglia in occasione del matrimonio della sorella gemella Judith. Un’occasione bellissima e quindi festa festa, gioia e allegria! E invece no, niente festa, niente gioia e niente allegria perché Cassandra non riesce a capire la scelta dei Jude. Com’è possibile che lei non si renda conto che non ha bisogno di John Thomas Finch per essere felice? Come fa a non capire che ha già accanto a sé la persona che la completa e che la rende felice e che questa persona ha i suoi stessi occhi, la stessa bocca, gli stessi capelli, lo stesso viso?
Sono questi i sentimenti che animano l’animo di questa gemella tormentata, innamorata e ossessionata dalla sorella che ha deciso di smetterla di vivere in un mondo piccolo e limitato, costituito solo da Cassandra, da una madre defunta qualche anno prima, da una nonna che ha paura delle falene e da un padre semi alcolizzato che vorrebbe essere nato nell’antica Grecia. Fino a che Judith riesce a resistere, il fragile equilibrio delle sorelle monozigote resta intatto, ma quando decide di lasciare Berkeley per trasferirsi a New York per studiare alla Juilliard le cose si incrinano, e raggiungono il punto di rottura definito quando decide di sposarsi.

È decisamente disturbante leggere queste 262 pagine di introspezione e pensieri malati, di una donna estremamente intelligente che decide di buttare via la sua vita per rimanere attaccata come una cozza alla gemella che, invece, ha capito che per vivere bisogna separarsi necessariamente in senso fisico. La grande differenza tra Cassandra e Judith è proprio questa: la seconda ha capito che si può essere sorelle pur essendo separate, mentre la prima pensa esattamente il contrario.
Ed è buffo pensare che la madre e il padre le abbiano cresciute, all’apparenza, come due persone distinte sgridando la nonna tutte le volte che le voleva vestite allo stesso modo.
Unica pecca, se proprio ne vogliamo trovare una, è il finale con la sua inversione di rotta troppo repentina e poco comprensibile. Forse qualche pagina in più poteva essere spesa per spiegare cos’è cambiato nella testa di Cassandra, perché così sembra tutto caduto dal cielo.
Ma forse, le persone disturbate agiscono molto spesso d’impulso, e quello che è un cambio repentino, a loro risulta essere un comportamento che arriva dopo profonde e infinite riflessioni.

Dorothy Baker merita di essere conosciuta attraverso questo romanzo ed attraverso il resto delle sue opere (che spero la Fazi abbia deciso di portare in Italia per intero) perché è una scrittrice fenomenale, all’avanguardia per il suo periodo storico e decisamente moderna.

Francesca B.

19 novembre 2014

Viaggiando in compagnia di due classici senza tempo

 © Frencina
Viaggiare è bello, mi è sempre piaciuto. Che sia in aereo, in treno, su un pullman o in macchina, la sensazione che provo quando mi siedo sui sedili di uno di questi mezzi è bellissima. Ma, si sa, il viaggio è decisamente più bello se viene allietato dai giusti compagni. Per questo, quando due settimane fa sono andata in Germania per lavoro, oltre alla comitiva di persone che c’era con me sul pullman, a tenermi compagnia avevo il mio Hubby, John Steinbeck e J.D. Salinger.

Appena sono riuscita a riprendermi un pochino dalla levataccia delle 03.00, ho iniziato a leggere Pian della Tortilla ed è stato strano trovarmi in mezzo alla neve realmente ed essere in un’assolata e calda Monterey virtualmente.
Pian della Tortilla è un romanzo, ma potrebbe anche essere visto come una raccolta di racconti che ha come protagonisti una banda di amici paisanos sempre in cerca di un soldo per comprarsi del buon vino.
Tutto comincia con Danny che, tornato a Monterey, scopre di aver ereditato due case. Una di queste due decide di affittarla a Pilon che, però, comincia a pensare a quanto sia opprimente possedere un immobile perché uno inizia a pensare all’affitto che gli deve essere pagato, deve pensare a mantenerla in piedi, la casa, e le bevute con gli amici e le dormite nei fossi vanno a farsi friggere.
Questo per dirvi che tipo di mentalità hanno i protagonisti di questo romanzo.
A Pilon e Danny, poi, si aggiungono Pablo, Joe Portoghese il Grande, Gesù Maria e il Pirata con i suoi amici cani ed ognuno di essi porterà con sé la sua saggezza e le sue (dis)avventure.
Come dicevo, il romanzo è il racconto di tutta una serie di episodi correlati tra loro che trovano il loro apice nel finale, forse prevedibile e scontato, ma anche l’unico possibile. Per cui, volendo, lo potete leggere tutto d'un fiato, oppure centellinarlo poco per volta perché potreste essere portati ad abbandonalo, ad un certo punto, complici anche gli arcaismi usati da Vittorini, i suoi toscanismi (che c'entrano decisamente poco e, forse, sarebbero l'unica cosa da rivedere ed eliminare) e la traduzione ormai desueta. 

Finito Pian della Tortilla ho cominciato Il giovane Holden nella nuova traduzione di Matteo Colombo.
La prima volta che conobbi Holden, era l'estate tra la terza media e la pima ginnasio. Non avevo mai sentito parlare di lui né tanto meno di questo fantomatico J.D. Salinger e mi chiesi perché diavolo ci avessero dato come lettura propedeutica proprio questo romanzo. A distanza di anni un po' me lo chiedo ancora, perché penso che nessuno a tredici, quattordici anni sia in grado di capire e apprezzare quel meraviglioso problematico adolescente che è Holden Caulfield. Problematico ma estremamente profondo, di una sensibilità che non ti aspetti da un adolescente dedito all’alcool e che si fa sbattere fuori dall’ennesima scuola perché, c’è poco da fare, non gli piace nulla di ciò che fa e di ciò che lo circonda come gli ricorda acutamente ed amaramente la sorellina Phoebe.
Eppure, se ci pensa bene, c’è qualcosa che vuole fare:

 “[...] io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini, e in giro non c'è nessun altro - nessuno di grande, intendo - tranne me, che me ne sto fermo sull'orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo, nel senso che se loro si mettono a correre senza guardare dove vanno, io a un certo punto devo saltar fuori e acchiapparli. Non farei altro tutto il giorno. Sarei l'acchiappabambini del campo di segale. So che è da pazzi, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe fare davvero.”

Ecco cosa intendevo quando dicevo che Holden ha una sensibilità esagerata: chi mai penserebbe di voler fare quello che salva i bambini che giocano in un campo ai cui estremi c’è un precipizio pazzesco?
E di esempi come questo ce ne sono un'infinità nel libro: quando pensa di suicidarsi buttandosi dalla finestra ma poi ci ripensa perché l'idea che qualche estraneo veda il suo corpo spappolato sul marciapiede lo disturba; o quando descrive le sensazioni che gli suscita vedere una pozzanghera con l'arcobaleno creato dall'olio. E potrei andare ancora avanti nell'elenco, ma preferisco siate voi a scoprire il resto, leggendolo. 


Ho premesso di aver riletto ora questo romanzo nella nuova traduzione fatta da Colombo perché ritengo sia necessario porre l'accento su questa nuova trasposizione del libro. Spesso si sente la necessità di ritradurre i classici perché, una volta, si aveva la tendenza ad allontanarsi un po' troppo dall'originale. Qui ne abbiamo due, uno in una versione datata (che non so quanto sia lontano dall'originale) e l'altro in una più fresca e moderna (che lo ha riavvicinato al suo originale).
Se l'acchiappatore nella segale rinasce potente e attuale come mai tra queste pagine in cui sono state reinserite le frasi peculiari, la volgarità mai eccessiva ma presente che caratterizza ogni adolescente e che rende il nostro eroe attuale e moderno, ritengo sia più che giusto che i nostri paisanon si esprimano in modo desueto, quasi arcaico con il ritmo lento che caratterizza i paesi della siesta. E così deve essere, perché se Holden Caulfiel rappresenta i giovani adolescenti di oggi, il mondo di Danny & company è sparito quasi del tutto ed è giusto che continuino ad essere narrati come una volta.

Francesca B.

15 novembre 2014

Poesia: Sola, deserto sconfinato

SOLA, DESERTO SCONFINATO

Sola, come vivere
nella sabbia.
Sola, come un'isola
invisibile.
Sola, come un'oasi
nel deserto.
Tutto sembrerà
una scaglia d'oro.
L'acqua sarà un miracolo,
acqua di vita eterna.

Teresa B.

13 novembre 2014

Rosshalde di Hermann Hesse [recensione libro]

Rosshalde
di Hermann Hesse

Oscar Mondadori
uscito nel 1914

Custodire - senza saperlo - piccoli tesori nella libreria. Quella di fianco all'ingresso. Ci passi davanti ogni giorno, ma non ti soffermi mai abbastanza a cercare i libri che non hai letto. La sicurezza che qualcosa ti appartenga lascia sempre con sé la convinzione di avere abbastanza tempo. Per cosa non lo so. Il bello è che certe storie quando arrivano arrivano senza riuscire a prevedere l'onda d'urto che può invadere ogni senso, dentro e fuori. La mia edizione è talmente vecchia che il prezzo stampato dietro è in lire. Allora sorge spontaneo interrogarsi: - Di chi è? Madre, padre o sorella? Quando l'ha letto? Perché? Gli è piaciuto? Qual è stata l'occasione che l'ha spinto a comprarlo? La scuola? Il piacere? Il dovere?

Nell'introduzione di Enza Gini si narra che Hermann Hesse lo abbia scritto in un periodo particolare della sua vita:
è l'opera in cui osa esprimere con chiara lucidità ciò che in lui, in quegli anni, si faceva sentire solo come desiderio ancora oscuro o quantomeno respinto, vale a dire la necessità di un cambiamento radicale della propria vita privata.
La risposta è una crisi matrimoniale, o meglio l'incapacità di condurre tale vita matrimoniale nel senso più tradizionale e borghese del termine. Un romanzo che funge da liquidazione al problema. Così scrisse al padre in una sua lettera. Scavando ancora più a fondo, c'è l'inadeguatezza nel saper mandare avanti una relazione pur mantenendo integra la sua natura di artista. Un'autentica "biografia dell'anima" dove "persone e vicende, percorsi e tappe fondamentali svolgono un cammino d'identificazione verso il proprio io reinventati su un piano narrativo". 

Di questo libro, ne parli il venerdì sera, mentre vaghi per le vie di Firenze, dentro al traffico cittadino, con i fari che abbagliano e le macchine che passano accanto frenetiche, mentre nel silenzio della tua ti domandi e domandi quanto certe relazioni possano portarci a delle condanne emotive inimmaginabili. Oggi [in particolar modo] come ieri, ci manca quella voglia concreta di affrontare e affrontarsi. Secondo tale logica: - Posso odiare realmente Johann Veraguth? Pittore, famoso, apprezzato e stimato da chiunque per le sue opere, che ha costruito una residenza adiacente a Rosshalde per non vivere più insieme a Vera, ma accanto a Pierre, il piccolo della famiglia, perché Albert [il primogenito] ormai l'ha perso dalle sue grazie. Come se Lei, non fosse abbastanza all'altezza a mantenere solido un rapporto che si è incrinato quasi subito. Il fallimento, come ci racconta e ci tiene a specificare Veraguth, è di entrambe le parti in causa. C'è chi dai fallimenti però vuole scappare, chi li vuole affrontare, chi li tace con la speranza che il tempo risolva, chi si ribella... Da cosa dipende il malessere che nasce nei confronti di una persona che diciamo di amare tanto? Da noi? Dagli altri? Vera è una debole? A chi devo sentirmi vicina? A chi è incapace di provare sentimenti a lungo termine o a chi non sa domarsi nonostante abbia scelto di scegliere? Johann può decidere del destino di tutti perché il suo è qualcosa di troppo sacro per rinunciarvi?

La sensazione di frustrazione addosso, misto a impotenza, accompagna fino alla fine portando a riflettere sulle varie sfaccettature dei personaggi o all'animo umano in generale, nella sua dimensione più oscura e all'inadeguatezza nel gestire ciò che ci rende inquieti e ci spinge a distruggere ogni cosa che incontriamo nel nostro cammino. Il problema è che non trovi risposta a tali domande. Devi sbagliare da solo. Tornare sui tuoi passi. Gestire le tue imperfezioni. Fartene una ragione.

Francesca S.

11 novembre 2014

La sindrome di Hugh Grant di Daniele Cobianchi [recensione]

LA SINDROME DI HUGH GRANT 
di 
Daniele Cobianchi


Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Pagine: 180
ISBN: 9788804643555
Prezzo: € 15,00


Fuggire dalle responsabilità, da ogni situazione che richiede spirito di sacrificio e compromesso: questo, sicuramente, è anche il matrimonio. Sentire il mondo chiudersi e restringersi, sino a non lasciare più un filo d'aria, una serenità e tranquillità che, mano a mano, viene meno. Thomas capisce di dover troncare il fidanzamento con Marcella, la donna con la quale ha sempre pensato di trascorrere la vita.
Si butta a capofitto nel lavoro, nelle amicizie di vecchia data, in qualche flirt senza impegno, ma brancolando perennemente nell'ignoto e nel più assoluto disagio quotidiano,
In questa nuova fase da single, la sua sicurezza è data dalle mail mattiniere della ex, che assiduamente gli ricordano quello che ha distrutto. Nonostante Marcella non ci sia più, si mantiene una costante nelle riflessioni di Thomas, che comprende di amarla sempre, ma non di voler perdere se stesso.

Un uomo di quarant'anni che scappa dalle responsabilità, si guarda indietro e vede solo ciò che ha perso.
Il percorso che compie dopo il distacco è statico: qualcosa dovrà pure imparare l'essere umano dai propri errori e dalle proprie scelte. Thomas sembra proprio non aver appreso alcuna lezione. A un certo punto, quando perde il lavoro e i suoi amici, sfortunatissimi, vengono uno picchiato e derubato, l'altro investito, decide di partire per un viaggio. Il viaggio come metafora di... poco e niente. Il vero e più grande balzo in avanti, il protagonista lo ha dall'incontro (forse solo sognato) proprio con Hugh Grant, nella veste di miglior ascoltatore possibile; indossato l'abito dalle sfumature empatiche, ascolta comprende e consiglia, in un siparietto che più grottesco e ridicolo non si poteva:
«Ah, got it. Non volio parlare di trabaco. Può capitarti. Volio parlare di lei: tu amavi lei?».
«Sì, l'amavo e, probabilmente l'amo ancora. Ma la nostra storia era una grande tartare, e io solo il cappero».
«Oh, shit. Ma tu hai spiegato bene questa storia di cappero, o solo spaventato e scapato?».

Sto ancora cercando di immaginare Hugh Grant che dice CAPPERO, con accento inglese...

La scelta di copertina della casa editrice è azzardata, non in senso buono, e piuttosto inquietante: un ciuccio gigante su uno sfondo rosso. Già prima di sfogliare il libro, si ha chiara l'idea di cosa aspettarsi: un testo che affronta la sindrome di Peter Pan, la crisi dell'uomo quarantenne nella maniera più stereotipata possibile, tanto da farmi pensare costantemente al film di Muccino, L'ultimo Bacio con seguito annesso. Visto che il film l'ho detestato, poco altro ho da aggiungere sulla lettura di Daniele Cobianchi.

Veronica

5 novembre 2014

Il cavallo di ritorno di Peppe Lanzetta [recensione]

IL CAVALLO DI RITORNO
La prima indagine del commissario Peppenella
di
Peppe Lanzetta


Editore: Cento Autori
Pagine: 208
ISBN: 9788868720148
Prezzo: € 12,50
"Con cavallo di ritorno si definisce una pratica illegale, comunemente nota come estorsione, che prevede il pagamento di un riscatto da parte di chi ha subito un furto per riottenere ciò che è stato rubato".
Una gang, una famiglia, composta da tanti Diego. Ognuno di loro, una pedina, un figlio, alla mercè di un solo uomo, Don Salvatore. Sotto il suo controllo e operato, si compiono truffe, regolamenti di conti, rappresaglie, ai danni di uomini e donne. Il cavallo di ritorno è sì l'operazione più ingegnosa e truffaldina messa in atto in diversi angoli di Napoli: al bancone di ogni punto allestito per la pratica sono accolti i malcapitati, chiamati a pagare per riottenere ciò che è stato rubato, soprattutto automobili. Questo giro di affari si allarga e va a toccare i monumenti più importanti del luogo, fino ai morti, i cadaveri delle persone amate.
Il commissario Peppenella, un uomo burbero, triste, solitario e incapace di relazionarsi con la figlia, indaga su una serie di efferati delitti, che coinvolgono le stesse persone implicate nel raggiro del cavallo di ritorno. Gli omicidi sembrano parzialmente legati tra loro e le innumerevoli divergenze di azione rallentano la risoluzione del caso.

La protagonista del romanzo è indubbiamente Napoli, della quale è data un'immagine senza fronzoli, allarmante e molto, molto negativa. Lo stereotipo della città dall'imbroglio facile, povera, quasi irrecuperabile, è qui tutto fuorché uno stereotipo. Lo sfondo è dall'autore curato costantemente e sicuramente il punto di forza di questo poliziesco. L'indagine è posta, dal mio punto di vista, in secondo piano, tanto da farmi pensare in più punti: "Ma chi se ne frega dell'assassino!".
Ciò che ha davvero catturato la mia attenzione è stata Napoli, dominata dalla criminalità, assecondata dalla gente comune e non arginata dalle istituzioni.
Lo stesso commissario finisce per essere un personaggio marginale, a tratti insopportabile, per la sua inerzia nella vita, nel lavoro, nei rapporti con gli altri. Un uomo privo di carisma, pronto a lasciarsi soppraffare dagli eventi, con un piede in un baratro e l'altro su una montagna di cinismo. Vedovo, con una figlia complicata e intrattabile, con la quale non riesce mai ad averla vinta: le loro discussioni trasudano ansia e comprensione, verso un padre che cerca di replicare, di impartire una propria versione, senza mai scalfire il muro della ragazza.
Anche il poliziotto risulta adatto al contenuto del testo: una figura caratterialmente diversa avrebbe stonato, e anche in questo Peppe Lanzetta è stato coerente.

Il cavallo di ritorno mi ha colpito positivamente, con una storia attenta e reale, ben scritta e costruita. Nei dialoghi vi è una vera e propria commistione tra uso gergale e dialetto, che contribuisce alla veridicità dello sviluppo espositivo.
Forse l'elemento meno "importante" di tutta l'architettura narrativa è proprio l'assassino.
Chiuso il libro, si seppellisce qualsiasi impulso nel visitare Napoli, per paura di incappare in situazioni raccapriccianti. Questo è ciò che resta preponderante a fine lettura.

Veronica

Poesia: Penna

PENNA

Le sue parole
si infrangono sui libri,
come il dolce
crepuscolo d'autunno.
Argento vivo fra le tue mani
di fata...

Teresa B.