11 novembre 2014

La sindrome di Hugh Grant di Daniele Cobianchi [recensione]

LA SINDROME DI HUGH GRANT 
di 
Daniele Cobianchi


Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Pagine: 180
ISBN: 9788804643555
Prezzo: € 15,00


Fuggire dalle responsabilità, da ogni situazione che richiede spirito di sacrificio e compromesso: questo, sicuramente, è anche il matrimonio. Sentire il mondo chiudersi e restringersi, sino a non lasciare più un filo d'aria, una serenità e tranquillità che, mano a mano, viene meno. Thomas capisce di dover troncare il fidanzamento con Marcella, la donna con la quale ha sempre pensato di trascorrere la vita.
Si butta a capofitto nel lavoro, nelle amicizie di vecchia data, in qualche flirt senza impegno, ma brancolando perennemente nell'ignoto e nel più assoluto disagio quotidiano,
In questa nuova fase da single, la sua sicurezza è data dalle mail mattiniere della ex, che assiduamente gli ricordano quello che ha distrutto. Nonostante Marcella non ci sia più, si mantiene una costante nelle riflessioni di Thomas, che comprende di amarla sempre, ma non di voler perdere se stesso.

Un uomo di quarant'anni che scappa dalle responsabilità, si guarda indietro e vede solo ciò che ha perso.
Il percorso che compie dopo il distacco è statico: qualcosa dovrà pure imparare l'essere umano dai propri errori e dalle proprie scelte. Thomas sembra proprio non aver appreso alcuna lezione. A un certo punto, quando perde il lavoro e i suoi amici, sfortunatissimi, vengono uno picchiato e derubato, l'altro investito, decide di partire per un viaggio. Il viaggio come metafora di... poco e niente. Il vero e più grande balzo in avanti, il protagonista lo ha dall'incontro (forse solo sognato) proprio con Hugh Grant, nella veste di miglior ascoltatore possibile; indossato l'abito dalle sfumature empatiche, ascolta comprende e consiglia, in un siparietto che più grottesco e ridicolo non si poteva:
«Ah, got it. Non volio parlare di trabaco. Può capitarti. Volio parlare di lei: tu amavi lei?».
«Sì, l'amavo e, probabilmente l'amo ancora. Ma la nostra storia era una grande tartare, e io solo il cappero».
«Oh, shit. Ma tu hai spiegato bene questa storia di cappero, o solo spaventato e scapato?».

Sto ancora cercando di immaginare Hugh Grant che dice CAPPERO, con accento inglese...

La scelta di copertina della casa editrice è azzardata, non in senso buono, e piuttosto inquietante: un ciuccio gigante su uno sfondo rosso. Già prima di sfogliare il libro, si ha chiara l'idea di cosa aspettarsi: un testo che affronta la sindrome di Peter Pan, la crisi dell'uomo quarantenne nella maniera più stereotipata possibile, tanto da farmi pensare costantemente al film di Muccino, L'ultimo Bacio con seguito annesso. Visto che il film l'ho detestato, poco altro ho da aggiungere sulla lettura di Daniele Cobianchi.

Veronica

4 commenti:

  1. Confesso che il titolo mi aveva incuriosito ma il paragone della tartare è così brutto che il mio cuore già debole non potrebbe proprio reggere. Mi terrò a notevole distanza da questo libro, poi è già deprimente essere circondati da questi eterni Peter Pan, almeno evitiamo brutti libri a riguardo :)

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    1. Anche io ero rimasta affascinata dal titolo, forse per la presenza di Hugh Grant! Non ho riscontrato note positive nel libro, per quanto Thomas possa avere una parvenza di realtà, è un personaggio che ho profondamente detestato, sia nel lavoro, sia nei rapporti interpersonali, che nel momento in cui sceglie di fare il ribelle e intraprende un viaggio inutile. Una libro proprio trascurabile!

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  2. Cara Veronica, un Thomas lo conosco nella vita reale e ti assicuro che è esattamente come viene descritto nel libro, purtroppo. Una storia di vita che sicuramente, per quanto stereotipata, ha qualcosa da insegnare.
    Paola

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  3. Ciao Paola, immagino l'effetto dell'incontro con il Peter Pan nella vita vera. Da non ripetersi!
    Sicuramente, ogni libro ha un impatto diverso in ognuno di noi e ben venga il poterne discutere insieme in questo spazio. Purtroppo la storia non mi ha colpita positivamente.
    A presto!

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