29 dicembre 2014

Gone Girl - L'amore bugiardo di David Fincher [recensione film]


GONE GIRL - L'AMORE BUGIARDO
di 
David Fincher

Con
Ben Affleck
Rosamund Pike
Missi Pyle
Sela Ward
Neil Patrick Harris
Scoot McNairy
Carrie Coon
Kim Dickens
Tyler Perry

Genere: Thriller
Durata: 145 min

Uscita nelle sale: 18 dicembre 2014

Nick scruta il cervello della donna che ha sposato e pensa che vorrebbe aprirlo, sezionarlo, per carpirne i pensieri più segreti:
"Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Immagino di aprirle il cranio perfetto e srotolarle il cervello in cerca di risposte alle domande principali di ogni matrimonio.
A cosa pensi?
Come ti senti?
Che cosa ci siamo fatti?".
Si sono conosciuti a una festa e da subito è scoccata la scintilla. Un amore travolgente, passionale, all'apparenza dei più riusciti. 
Dopo essersi sposati, affrontano le prime difficoltà legate alla crisi economica: Nick perde il lavoro ed è costretto a convivere con la nuova quotidianità segnata dalla disoccupazione. Ad aggravare la situazione, la malattia della madre, che porta la coppia a scegliere di lasciare New York per il Missouri. Qui si reinventano e costruiscono una nuova esistenza: lui apre un bar con la sorella Margot, mentre Amy si trasforma in una casalinga insoddisfatta e paranoica. Attraverso il suo diario, scopriamo i momenti belli e brutti del matrimonio, fin nei minimi dettagli. 
Il giorno del loro quinto anniversario, la donna scompare e i sospetti si concentrano sul marito, impacciato sotto i riflettori e poco affranto agli occhi morbosi di chi segue con apprensione la vicenda. Ebbene sì, la spettacolarizzazione dei sentimenti, delle azioni, dei dialoghi, è posta al centro da David Fincher, che rimescola più volte le carte in tavola, ribaltando l'indizio che allo spettatore pare risolutivo.


Due punti di vista: qual è la voce della verità? Amy è davvero la donna dolce, innamorata e indifesa, finita tra le braccia di uomo sadico capace di sbarazzarsi di lei?
E Nick è il marito fedele e in apprensione per la moglie, o nasconde qualcosa di poco convincente?
La duplice versione della storia è la componente più forte della pellicola, perché continuamente si insinua in chi osserva il dubbio. La vicenda porta a immedesimarsi nelle situazioni e ovviamente a schierarsi un po' con lui e un po' con lei: i numerosi colpi di scena rendono avvincente la visione di un film che dura più di due ore, senza mai stancare, grazie anche alle tematiche che sottendono la relazione dei due protagonisti. La parte mediatica si costruisce a regola d'arte è, a sua volta, si ridefinisce, prima mostrando il marito in apprensione per la perdita, poi amplificando ogni cedimento, sbaglio e comportamento fuori da un focus prestabilito, trasformando Nick nel vero centro di attenzione. I rapporti umani, i più intimi, sono catturati da televisione e giornali, sviscerati, distrutti e sfruttati a proprio vantaggio. Le nostre stesse certezze di spettatori sono continuamente annientate, fino a raggiungere l'apice con un finale che non ti aspetti, ma è una degna conclusione di "questo è un matrimonio, con i suoi alti e bassi, sino agli eccessi". A ogni azione corrisponde una reazione... lo impareranno presto i due protagonisti.
Una coppia presentata come idilliaca, che farà sospirare, storcere il naso, riflettere, stupire e, a tratti, anche sorridere.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di Gillian Flynn, che spero presto di poter leggere. Voi avete visto il film o letto il libro? Che cosa ne pensate?

Veronica

24 dicembre 2014

È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain [recensione]

È IL TUO GIORNO, BILLY LYNN!
di
BEN FOUNTAIN


Editore: minimum fax
Collana: Sotterranei 
Traduzione: Martina Testa 
Pagine: 398
ISBN: 9788875214890
Prezzo: € 17

Due punti di vista. Quello di chi la guerra l'ha vissuta ed è costretto a tornare al fronte. Quello di tutti gli altri, gli americani che osservano gli eventi in televisione e ne chiacchierano animatamente in situazioni quotidiane, senza sapere realmente che significa.
Billy Lynn è uno dei membri della Bravo, un ragazzo di appena diciannove anni, che scruta il mondo e si pone domande. Il tour della vittoria, lo ha portato in tante città, dove i soldati sono stati esibiti e accolti con onore, perché loro rappresentano l'America e combattono e uccidono per difenderla. Luoghi comuni? Tanti. Ma lasciano interdetti per quanto sono veri.
Nel giorno del Ringraziamento si concentra il libro, durante l'annuale partita di football. Qui si fa strada l'arrivismo più spinto di ricchi imprenditori, che cercano di spremere all'osso la fama dei giovani militari, per poi rispedirli nel mirino del conflitto iracheno, che è bene resti solo evocato nelle discussioni e fisicamente distante dalle proprie terre.
Billy affronta il tema della guerra con la sorella, che sa di essere in parte responsabile dell'arruolamento. Cerca di convincere il fratello che può scegliere una strada diversa, lontana dalla morte e dalla violenza. Tutto può essere diverso.
Disertare la missione per vivere una vita normale, fatta di scuola e ragazze? Eresia il solo pensiero. L'Iraq attende questi uomini e la speranza di sopravvivere è l'unica preoccupazione che deve occupare le loro menti.

Ben Fountain mette in luce la desolazione morale e culturale dell'America negli anni della presidenza di George W. Bush: l'ignoranza e la totale mancanza di consapevolezza su un argomento così delicato primeggiano in questa storia. Ogni cosa è solo spettacolarizzazione, dei sentimenti e delle vite di coloro che si sacrificano per la patria. Si assapora con il protagonista un innamoramento veloce e fugace, ristretto nei tempi dell'esistenza lontana dalla lotta armata, perché è in guerra che Billy dovrà tornare, ignaro del suo destino.

Profonda angoscia per una normalità sopravvalutata, per una guerra ritenuta necessaria e legittima da chi non la vive, se non attraverso immagini televisive. Il disagio che prova il protagonista, lo proviamo anche noi. Incontro dopo incontro, razionalizziamo con Billy l'ingiustizia a cui lui e i suoi compagni sono sottoposti, meri strumenti da combattimento da esibire a richiesta nei momenti importanti. L'orgoglio, i complimenti, il successo, non contano nulla, perché la guerra è reale, pericolosa e fa davvero paura. A cosa serve tutto questo, se ad attendere il soldato c'è solo morte e distruzione dell'anima? Se si scampa al peggio, se ne esce purtroppo cambiati e nulla potrà avere più il sentore di normalità.
«Secondo me nessuno sa bene cosa facciamo lì. Cioè, è strano. Sembra che gli iracheni ci odino veramente, sai? Nella nostra zona stiamo costruendo un paio di scuole, stiamo cercando di rimettere in funzione le fogne, gli portiamo ogni giorno autobotti di acqua potabile e abbiamo un programma di alimentazione per i bambini, eppure quelli vogliono solo ammazzarci. La nostra missione è aiutarli e migliorare le loro condizioni di vita, giusto? E quella è gente che sta nella merda, che vive letteralmente nella merda, il loro governo non ha fatto niente per aiutarli in tutti questi anni, però il nemico siamo noi, capisci? Quindi alla fine si riduce a una questione di pura sopravvivenza, direi. Ti chiudi nel tuo guscio, non pensi a ottenere nessun particolare risultato, vuoi solo arrivare a fine giornata senza che nessuno dei tuoi compagni sia morto. E a quel punto cominci a chiederti perché ci siamo andati, laggiù».
Veronica

16 dicembre 2014

È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain [frasi]


È il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain
Americani, dice fra sé e sé, contemplando la sala. Qui siamo tutti americani: è come rendersi improvvisamente conto di avere la lingua dentro la bocca, della comparsa di un tema che fino a un attimo prima non c'era. Ma sono diversi, questi americani qui. Sono i pezzi grossi. Si vestono bene, usano le pratiche di igiene più avanzate, conoscono a meraviglia il mondo degli investimenti complessi e hanno parecchia dimestichezza con i piaceri della vita: pranzi e cene da buongustai, vini pregiati, abilità nei giochi e negli sport, conoscenza di prima mano delle capitali europee. Se anche non sono impeccabilmente belli come le modelle e gli attori del cinema, possiedono senz'altro la vitalità e lo stile dei protagonisti, per dire, di uno spot del Viagra. L'incontro ravvicinato con la Bravo è solo uno della miriade di piaceri a loro disposizione, e questo pensiero fa provare a Billy un po' di risentimento. Non è tanto invidioso, quanto profondamente terrorizzato. Il terrore del ritorno in Iraq equivale alla povertà più nera, ed è così che si sente ora, povero, come un bambino cencioso senzatetto catapultato all'improvviso in mezzo ai milionari. La paura della morte è la favela dell'animo umano, esserne liberi è l'equivalente psicologico dell'ereditare cento milioni di dollari. Ecco cosa invidia davvero a questa gente, il lusso di considerare il terrorismo un argomento di conversazione, e in questo preciso momento si sente così sfigato che potrebbe scoppiare a piangere.

A breve, su questo spazio la recensione!

Veronica 

Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina [Recensione]

© Frencina
Nel paese di Tolintesàc 
di Cristiano Cavina

Marcos y Marcos
272 pagine
14.50 euro in brossura
ISBN 9788871682761   
uscito il 10 novembre 2005

Una delle cose di cui sono grata, sono mia mamma e mio papà perché mi hanno dato questa vita e questa esistenza meravigliose. Se 30 anni fa, due mesi dopo quel 26 marzo che mi ha visto nascere non fossero entrati in modo così netto e amorevole nella mia esistenza, adesso non so proprio dove sarei.
Ma per 24 anni c'è stato un filo che mi ha legato all'altra famiglia, oltre, ovviamente, la volontà di mia mamma e mio papà di non perdere i contatti con loro: mia nonna Angelina. Nonostante, crescendo, abbia progressivamente preso le distanze dagli altri, lei è sempre stata la ragione che mi faceva tornare vicino a loro e che, con le sue storie, mi ha fatto conoscere, in parte, la vita di quegli antenati di sangue che, diversamente, non avrei conosciuto e, probabilmente, non avrei voluto conoscere.

Proprio come fa Nonna Cristina con il piccolo Cristiano. Pazientemente e instancabilmente gli racconta la vita della rocambolesca famiglia che gli è toccata in sorte, a partire dalla seconda guerra mondiale, passando per le rivolte del '68, fino ai giorni della sua nascita.
Cristiano cresce accompagnato da tante storie e da tante persone, conosciute e non, che lo aspetto ogni giorno intorno a quella poltrona scricchiolante dove si accomoda la nonna, con una coperta sulle ginocchia, pronta a spiegare la vita e i suoi misteri al nipote.
E così il bimbo impara presto che tutti perdono qualcosa, dalla cosa più insignificante alla persona più importante, e che c'è poco da fare, perché così va la vita. Ma Cristina spiega anche che a mancare non è ciò che si perde, ma tutto quello che stava intorno a ciò che ora non c'è più quando c'era. Perché lei è così che si sente quando Giustì, il suo compagno, parte per la guerra e con lui scompaiono i calzini buttati ovunque, l'asciugamano perennemente sporco di terra, le scarpe inzaccherate che a loro volta sporcavano tutto il pavimento di casa. E poi il loro giocare a nascondino incamera da letto.
Ma c'è poco da fare, la vita deve andare avanti, soprattutto se hai un lavoro e un figlio piccolo da mantenere; così non resta che cercare qualcuno che badi al pupo e, se il nonno viene escluso, non resta che lo zio che se lo porta appresso nell'osteria e lo cresce con idee radicali. Ma tu sei monarchica convinta! E pazienza, prima o poi lo farai rinsavire questo giovanotto.
Però, anche il tempo passa e scorre via veloce, e se da un lato ti riporta l'amore scampato alla guerra, dall'altro ti ruba un figlio che ha deciso di crescere inseguendo i suoi ideali.
Però la vita ha questo di bello: per una cosa che ti toglie, te ne regala due e così ti ritrovi di nuovo madre di Nicolina e Maria, due sorelle agli antipodi. Le cresci, insegni loro cosa è bene e cosa è male, ti sacrifichi e fai voti a Dio, ma il destino è capriccioso e se la zia Bella trova un buon marito, Nicolina, a furia di campagnolare, trova un uomo che le fa concepire Cristiano e poi sparisce.
E questo bambino, venuto al mondo nonostante la busta contenete 80 euro consegnata alla madre poco tempo dopo aver rivelato di essere incinta, nasce e cresce insieme alle storie e alla saggezza popolare di una nonna stupenda.

Personalmente ho trovato meraviglioso questo libro, una favola moderna a volte divertente, altre triste che mi ha riportata indietro di qualche anno e mi ha fatto ripensare alla mia infanzia, alla mia amata nonna e alle storie che mi raccontava prima di andare a dormire.
Io credo che sia riduttivo limitarsi a leggere questa recensione, secondo me dovete semplicemente comprare questo libro, iniziare a leggerlo e lasciarvi portare nel paese di Tolintesàc accanto a questa moltitudine di persone straordinarie.

E a te, Cristiano Cavina, vorrei dire grazie, con tutto il cuore, perché nei giorni che ho letto il tuo romanzo ho avuto sempre vicino a me mia nonna Angelina, ed è stato bellissimo.
Grazie.

Francesca B.

13 dicembre 2014

In Book Veritas #2 [Rubrica]

Giovedì è stata una di quelle giornate che dovrebbero essere vietate dalla costituzione stessa. E' iniziata male alle 7.30 di mattina e ha continuato, peggiorando, fino alla sera, quando sono uscita dall'ufficio per andare a farmi i fatti miei (ma sono sicura che se fossi rimasta lì, sarebbe continuata immutata).
Ad ogni modo, quando sono tornata a casa, mi sono messa a letto ed ho proseguito la lettura de Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina e, dopo qualche pagina, mi sono imbattuta in un piccolo, stupendo capitolo:

© Frencina

"Tutti perdono qualcosa"
[...]
"E a certa gente" continuava, guardandomi negli occhi, "capita più spesso che ad altri".
Me lo spiegava con calma, in modo che mi si piantasse bene in testa, e capisse che non c'era niente di male in tutto questo.
C'era chi perdeva l'aereo, chi perdeva il treno e chi perdeva una sequenza interminabile di coincidenze con l'autobus.
Ma questo era niente.
[...]
Gli esseri umani perdono le cose.
Va così.
Perdono gli amici, i compagni di classe, le fidanzate.
Perdono persone che fino a un attimo prima sembravano insostituibili e quando non ci sono più, scoprono che si riesce a tirare avanti anche senza.

La saggezza popolare recita "ti accorgi di quanto sono importanti una cosa o una persona, solo quando li hai persi", e già non gli si può dar torto; ma qui Cavina va oltre, ti fa notare che spesso sembra che la vita finisca quando vi esce una persona che è stata una parte importante di essa fino a mezzo millesimo di secondo prima. Eppure, basta che passi qualche tempo ancora, e ci si rende conto che l'esistenza prosegue benissimo anche senza quella persona o quella cosa che sono sparite da x tempo.
E' capitato ad ognuno di noi:

il primo fidanzato. Non mi innamorerò mia più così. Nessuno mi vorrà mai più così bene. Non rivivrò mai emozioni così belle e forti con nessuno. Resterò solo/a per sempre.
Poi passano due mesi e con essi si cancellano due delle precedenti frasi; poi passano altri due mesi e si cancellano le altre due e ci si rende conto che, alla fine, la vita è già andata avanti di quattro mesi e si è ancora su questa terra a tirare avanti non diversamente da prima.

L'amico/a del cuore. Come farò senza lui/lei? Non ci sarà nessun'altro mai che mi capirà come mi capiva lui/lei. Non potrò mai fidarmi di nessun'altro come mi fidavo di lui/lei.
Ecco, forse questa è la perdita che mi crea più problemi, che vivo in modo più doloroso, eppure, sono arrivata a 30 anni e sono ancora viva, con nuovi cari amici. Certo, guardandomi indietro provo tristezza per le amicizie perdute, però sono comunque andata avanti anche senza di loro.

Le persone care. Sono due quelle che mi hanno lasciato cicatrici indelebili che sembra ieri sia successo, ma, anche in questo caso, i giorni si susseguono uno dietro l'altro e diventano settimane che diventano mesi che diventano anni.

Perdere qualcuno o qualcosa è sempre brutto, è sempre più o meno doloroso, crea sempre una situazione nuova da affrontare e intorno a cui riadattare la nostra vita e il nostro modo di viverla. Eppure, ogni singola volta, riusciamo a fare questo cambiamento, ad adattarci e a rimodellare la nostra vita intorno alla nuova situazione, a rialzarci più o meno feriti e a tirare avanti.

Siamo proprio bravi, noi e la vita.

11 dicembre 2014

Nato col botto di Steve Martin [recensione]

Nato col botto
di
Steve Martin


Editore: Excelsior1881
Collana: Ars Vivendi
Traduzione: Tommaso Labranca
Pagine: 210
ISBN: 9788861581111
Prezzo: € 18,50


Chi non conosce Steve Martin, l'attore protagonista del famoso Il padre della sposa? In Nato col Botto, si delineano i primi passi nel mondo dello stand-up e dello spettacolo comico.
Da ragazzo lavora presso il magic shop di Disneyland, inizialmente vendendo guide; qui sviluppa una passione per i numeri di magia, impara a creare animali con i palloncini e comincia a suonare il banjo.
Il suo desiderio di lanciarsi nel mondo dello spettacolo si scontra con l'incomprensione del padre, incapace di realizzarsi nello stesso ambito. La relazione fra genitore e figlio è dall'autore sviscerata con amaro cinismo e raccontata, a tratti, come se non stesse realmente parlando della sua vita, bensì di quella di un altro. Senza appoggio e senza mai ricevere un complimento, nemmeno all'apice della carriera, Steve Martin cela tutta la sofferenza dell'incomunicabilità genitoriale.

La strada non appare subito in salita: l'impegno nel formulare un repertorio adatto ai primi ingaggi è un'operazione difficile. Le serate non sono favorevoli, il pubblico non lo capisce e non lo apprezza. Grazie alla conoscenza di personalità di spicco del varietà televisivo, le opportunità si amplificano. Da esecutore, si assiste a una trasformazione in autore. La stessa fiducia nelle proprie potenzialità si rafforza e la parte più sentimentale di Steve si fa da parte, tratteggiando i primi segni del più sfrontato arrivismo, come a dire che la ricchezza le persone le cambia inevitabilmente. Un comportamento non voluto, semplicemente la conseguenza di uno status sociale raggiunto. 
I seguaci della carriera cinematografica ricordano soprattutto le commedie più famose, in cui si evincono le ottime doti recitative: a primeggiare, espressività e fisicità.
Molti i film poco conosciuti che hanno aperto le porte a una carriera in salita: nel libro, molto spazio è dato a Lo Straccione, pellicola del 1979, classificata all'ottantanovesimo posto delle cento migliori commedie americane di tutti i tempi dall'American Film Institute.
Alcune scene sono sicuramente esilaranti; per coloro che non l'hanno mai visto, recuperatelo, e per chi non lo vede da tanto tanto, riguardatelo.


Un'opera che è sia un saggio sul mestiere del comico, con tutte le difficoltà per raggiungere la fama, e al tempo stesso un diario che ripercorre, in prima persona, gli eventi significativi della carriera precedente a quella cinematografica. Si fanno strada riflessioni e aneddoti precisi legati a incontri, fallimenti e successi.
Ogni dettaglio della vita di un uomo che cerca il proprio posto nel mondo, lottando contro le delusioni di chi in primis dovrebbe appoggiarlo incondizionatamente.
Un punto di vista nuovo su un attore conosciuto, versatile e di valore come Steve Martin.

Veronica

10 dicembre 2014

Dubliners 100 - Quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino [Recensione]

© Frencina
Dubliners 100
Quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino

tradotto da Aa. Vv.
curato da Thomas Morris, Mirko Zilahi de' Gyurgyokai
minimum fax
244 pagine
15.00 euro brossura
ISBN 9788875216160
uscito il 13 novembre 2014


Confrontarsi con un classico è sempre difficile: che ci si
avvicini come lettori, come traduttori, come revisori o innovatori si ha sempre e comunque un timore reverenziale non indifferente.
Io, personalmente, non ho mai letto per intero Dubliners di James Joyce. Dei quindici racconti che compongono la sua famosa raccolta, credo di averne letti quattro o cinque in lingua originale e due o tre in traduzione ai tempi del liceo. È quindi lecito che tutto ciò che mi ricordi quando penso a quegli scritti è l'aggettivo strani. Strani nel senso di particolari, tendenti all'indefinito, con un senso di sospensione che mi faceva sempre dire, una volta arrivata alla fine di uno di essi: "Ma, tutto qui? Davvero non mi racconti più nulla? Davvero ho così tanto da immaginarmi?"

Quando mi sono accostata a Dubliners 100 ho seriamente valutato la possibilità di leggere prima tutta la raccolta originale perché mi sembrava essenziale farlo, per capire meglio questo omaggio al grande scrittore. Poi, però, mi sono soffermata sul sottotitolo: quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino. Se è la nuova gente di Dublino che parla, mi sono detta, è giusto che sia un nuovo lettore ad accoglierla, qualcuno che non ricordi così bene il grande classico e valuti questa opera come una cosa a sé. 
E credo di aver fatto la scelta giusta.

I quindici racconti contenuti in questo libro riprendono dall'originale il titolo e inseriscono l'incipit in lingua del racconto di Joyce, poi ogni scrittore è stato lasciato libero di reinterpretare a modo suo la storia, inserendo un ricordo, rielaborando l'originale, stravolgendolo completamente, parlando di persone che vivono a Dublino o di altre che con l'Irlanda hanno in comune solo i parenti che sono rimasti nel vecchio continente mentre loro sono nel nuovo.
L'intento comune a tutti è stato non quello di copiare o raggiungere i livelli del maestro cui dovevano rendere omaggio, ma di dare una nuova veste ai dublinesi joyciani, di far fare loro un salto nel tempo di cento anni per popolare una Dublino diversa ma non troppo rispetto a quella che hanno vissuto nella loro prima vita.
E credo che molti di loro ci siano riusciti benissimo.
In essi ho spesso ritrovato quella sensazione di sospensione finale da "ma davvero non mi racconti più nulla?" che ricordo così vivida in Joyce; ho ritrovato le descrizioni vivide e pazzesche dell'irlandese che ti portano dentro la storia a vivere la scena che stai leggendo e ti impongono di non posare mai il libro; poi, certo, alcuni di questi racconti li ho trovati parecchio insipidi e poco coinvolgenti, altri discreti, altri mi hanno lasciata indifferente.
Ma anche questo fa parte del gioco.

Ora, so che non c'entra molto con questa recensione, ma appena ho chiuso il libro minimum fax, ho ripensato immediatamente ad un altri grande scrittore di racconti tanto caro a questa casa editrice: Raymond Carver. E subito dopo di lui mi sono venuti in mente Malamud, Zadoorian che ho letto di recente, Lypsite, Wallace, Saunders, Saroyan, Munro e potrei andare avanti nell'elenco
È la prima volta che leggo una raccolta di racconti scritta da qualcuno che non sia americano ed è stato un po' sconvolgente. Perché l'America ha trovato anni fa la sua identità e la porta avanti con fierezza da allora. Certo, molti dei protagonisti dei racconti degli autori sopra citati sono tormentati, ma questo tormento gli deriva da una ricerca di se stessi, del proprio io che è all'interno della nazione, non con la nazione.
Una consapevolezza, questa, che mi colpita all'improvviso e mi ha lasciato un po', come dire, spaesata, quasi a volermi suggerire che esistono altre realtà, oltre a quella che sta al di la dell'oceano...

Francesca B.

5 dicembre 2014

Satori di Don Winslow [recensione]

SATORI 
di 
Don Winslow


Editore: Bompiani
Collana: Tascabili
Traduzione: Alberto Cristofori
Pagine: 560
ISBN: 9788845269615
Prezzo: € 10,90
"Il satori era un concetto del buddismo zen, l'improvviso risveglio, la comprensione della vita come realmente è. Esso non giungeva come risultato della meditazione o del pensiero consapevole, ma poteva arrivare col sussurro del vento, lo scoppiettio di una fiamma, il cadere di una foglia".
Nikolaj Hel ha trascorso tre anni prigioniero degli americani, per i quali inizialmente lavorava come traduttore. Sottoposto a torture fisiche e mentali, viene riabilitato dalla CIA, che lo addestra per una missione segreta: una nuova identità, Michel Guibert, un periodo di addestramento presso una misteriosa francese, Solange, un incarico pericoloso che prevede l'uccisione dell'Alto Commissario sovietico Vorosenin a Pechino. Jurij Vorosenin è legato al passato della madre di Hel e la vendetta ha bisogno di compiersi per l'uomo. 
Si finge un imprenditore, giunto in Cina per vendere armi; nel percorso del protagonista sono molti i personaggi introdotti, i quali impediscono uno svolgimento lineare e senza intoppi del suo compito. 
La seconda parte della storia, conseguente al successo/fallimento dell'operazione, si apre con Michel Guibert alle prese con la fuga dagli americani, coloro che hanno promesso al giovane un futuro e un taglio netto dai suoi trascorsi come spia.

Il personaggio principale subisce una vera e propria evoluzione: nel corso degli eventi, la descrizione dei pensieri, delle azioni e dei dubbi è scrupolosa, alla maniera di Don Winslow, che entra in profondità, seziona e modella ogni tassello cruciale della storia. Hel ha un passato che influenza il suo presente e solo le persone e le situazioni che accompagnano il suo nuovo nome, lo spingono verso un cambiamento molto palpabile: da cinico e crepuscolare, ad avventato e passionale. L'amore per Solange è ciò che finirà per dettare ogni suo passo e sarà usato dai nemici come trappola mortale.

L'ambientazione non è la classica alla quale l'autore ha abituato: non più la California, con i suoi problemi di droga e mafia. Qui ci troviamo nel pieno della guerra di Corea, con figure politiche di spicco in attrito tra loro e immischiate in affari piuttosto loschi. I luoghi dell'azione si dipanano principalmente tra Cina e Vietnam, dove Nikolaj dovrà dare prova di essere un giocatore impeccabile, sempre capace di intercettare e rispondere alle mosse del nemico.

Un romanzo intricato, complesso, affascinante: per chi già conosce Winslow, sa quanto riesca ad essere coinvolgente nei suoi libri. Anche con Satori, prequel di Shibumi di Trevanian (William Whitaker), raggiunge il suo scopo, pur discostandosi dai suoi temi cardine. Devo ammettere che l'inserimento massiccio di personaggi, talvolta semplici comparse dai nomi orientali, è stato un grosso sforzo di memoria. Annotarsi qualche nome può essere una buona soluzione per evitare di tornare a cercare a ritroso l'apparizione di un nuovo (o forse già incontrato) elemento portante della narrazione.
Una commistione di generi, che rende difficile classificare nettamente un'opera così raffinata, che proprio per la sua varietà, è capace di emozionare costantemente.

Veronica