10 dicembre 2014

Dubliners 100 - Quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino [Recensione]

© Frencina
Dubliners 100
Quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino

tradotto da Aa. Vv.
curato da Thomas Morris, Mirko Zilahi de' Gyurgyokai
minimum fax
244 pagine
15.00 euro brossura
ISBN 9788875216160
uscito il 13 novembre 2014


Confrontarsi con un classico è sempre difficile: che ci si
avvicini come lettori, come traduttori, come revisori o innovatori si ha sempre e comunque un timore reverenziale non indifferente.
Io, personalmente, non ho mai letto per intero Dubliners di James Joyce. Dei quindici racconti che compongono la sua famosa raccolta, credo di averne letti quattro o cinque in lingua originale e due o tre in traduzione ai tempi del liceo. È quindi lecito che tutto ciò che mi ricordi quando penso a quegli scritti è l'aggettivo strani. Strani nel senso di particolari, tendenti all'indefinito, con un senso di sospensione che mi faceva sempre dire, una volta arrivata alla fine di uno di essi: "Ma, tutto qui? Davvero non mi racconti più nulla? Davvero ho così tanto da immaginarmi?"

Quando mi sono accostata a Dubliners 100 ho seriamente valutato la possibilità di leggere prima tutta la raccolta originale perché mi sembrava essenziale farlo, per capire meglio questo omaggio al grande scrittore. Poi, però, mi sono soffermata sul sottotitolo: quindici voci d'Irlanda, la nuova gente di Dublino. Se è la nuova gente di Dublino che parla, mi sono detta, è giusto che sia un nuovo lettore ad accoglierla, qualcuno che non ricordi così bene il grande classico e valuti questa opera come una cosa a sé. 
E credo di aver fatto la scelta giusta.

I quindici racconti contenuti in questo libro riprendono dall'originale il titolo e inseriscono l'incipit in lingua del racconto di Joyce, poi ogni scrittore è stato lasciato libero di reinterpretare a modo suo la storia, inserendo un ricordo, rielaborando l'originale, stravolgendolo completamente, parlando di persone che vivono a Dublino o di altre che con l'Irlanda hanno in comune solo i parenti che sono rimasti nel vecchio continente mentre loro sono nel nuovo.
L'intento comune a tutti è stato non quello di copiare o raggiungere i livelli del maestro cui dovevano rendere omaggio, ma di dare una nuova veste ai dublinesi joyciani, di far fare loro un salto nel tempo di cento anni per popolare una Dublino diversa ma non troppo rispetto a quella che hanno vissuto nella loro prima vita.
E credo che molti di loro ci siano riusciti benissimo.
In essi ho spesso ritrovato quella sensazione di sospensione finale da "ma davvero non mi racconti più nulla?" che ricordo così vivida in Joyce; ho ritrovato le descrizioni vivide e pazzesche dell'irlandese che ti portano dentro la storia a vivere la scena che stai leggendo e ti impongono di non posare mai il libro; poi, certo, alcuni di questi racconti li ho trovati parecchio insipidi e poco coinvolgenti, altri discreti, altri mi hanno lasciata indifferente.
Ma anche questo fa parte del gioco.

Ora, so che non c'entra molto con questa recensione, ma appena ho chiuso il libro minimum fax, ho ripensato immediatamente ad un altri grande scrittore di racconti tanto caro a questa casa editrice: Raymond Carver. E subito dopo di lui mi sono venuti in mente Malamud, Zadoorian che ho letto di recente, Lypsite, Wallace, Saunders, Saroyan, Munro e potrei andare avanti nell'elenco
È la prima volta che leggo una raccolta di racconti scritta da qualcuno che non sia americano ed è stato un po' sconvolgente. Perché l'America ha trovato anni fa la sua identità e la porta avanti con fierezza da allora. Certo, molti dei protagonisti dei racconti degli autori sopra citati sono tormentati, ma questo tormento gli deriva da una ricerca di se stessi, del proprio io che è all'interno della nazione, non con la nazione.
Una consapevolezza, questa, che mi colpita all'improvviso e mi ha lasciato un po', come dire, spaesata, quasi a volermi suggerire che esistono altre realtà, oltre a quella che sta al di la dell'oceano...

Francesca B.

4 commenti:

  1. Questo libro mi interessa molto: da quando è uscito lo circuisco in libreria.
    Mi piace molto anche la tua recensione che mi convince sempre più ad acquistarlo.
    Di Joyce ho provato a leggere Ulisse. Avevo diciotto anni e per
    la mente poco nutrita di alta letteratura, risultò un'impresa a dir poco fallimentare.

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    1. Anche io sono stata attratta da subito da questo libro, un po' per la casa editrice, un po' per la copertina e, soprattutto, perché mi sembrava un buon modo per riavvicinarmi ad un autore come Joyce.
      Come dicevo nella recensione, di suo ho letto solo qualcuno dei racconti di "Gente di Dublino" e il suo "Ulisse" mi incuriosisce molto, ma mi impaurisce di più. Chissà che prima o poi...
      Francesca

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  2. Appperò, sembra proprio interessante. Me lo segno (ma quante volte l'avrò detta questa frase?!?).

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    1. E' davvero interessante ;)
      Quella frase è il mantra di ogni book addicted!
      Francesca

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