31 gennaio 2015

Noi di David Nicholls [recensione]

NOI
di
David Nicholls


Editore: Neri Pozza
Collana: Bloom
Traduzione: Massimon Ortelio
Pagine: 432
ISBN: 9788854508552
Prezzo: € 18,00


Douglas e Connie sono una coppia sposata da tanti anni, in grado di completarsi l'un l'altra per le loro diversità caratteriali. 
Poco prima dell'estate e del trasferimento del figlio Albie al college, la moglie confida al marito di volerlo lasciare. 
Questa scioccante notizia lo porta a riflettere sul passato e al loro primo incontro: lui chimico, ordinato, imbranato e prevedibile; lei artista, stravagante, trasgressiva e ribelle. Un'accoppiata improbabile. Insieme hanno affrontato la morte della prima figlia, si sono sostenuti e hanno superato momenti critici.
Tutta la famiglia ha organizzato per l'estate il Gran Tour, un viaggio in Europa, per festeggiare il diploma di Albie e passare una "ultima" vacanza. Nonostante la situazione, partono ugualmente: per Douglas, lo scopo dell'intero peregrinaggio sarà riconquistare la moglie e avvicinarsi al figlio, con il quale i rapporti sono da sempre tesi.
Parigi, Amsterdam e Firenze, tappe uniche dell'itinerario: i caratteri incompatibili e la scarsa capacità di venirsi incontro rovineranno ben presto il Gran Tour, portando Albie ad abbandonare i genitori e a continuare la vacanza con una vagabonda conosciuta per caso, alla ricerca di uno scopo nella vita. Douglas sceglie di non tornare a Londra con Connie e parte, con coraggio e speranza, alla ricerca del figlio, per tentare un ultimo disperato tentativo di salvare la famiglia, che sente irrimediabilmente di aver distrutto.
"Immaginate una lunga striscia di carta. Non è questa la forma del tempo, ovviamente. Il tempo non ha forma, essendo una dimensione, qualcosa che possiamo concepire solo come una direzione o un vettore. Ma per amor di metafora, poniamo che il tempo sia una lunga striscia di carta o meglio un rotolo di celluloide. Immaginate di tagliare il rotolo in due punti unendo le stremità per creare un anello. Il rotolo può essere lungo quanto volete, ma l'anello continuerà a girare per sempre su se stesso. Per me, il primo taglio è facile da individuare: suppergiù a metà del London Bridge, la notte che conobbi Connie Moore. Ma il secondo è più difficile e credo che sia così per tutti. L'infelicità ha margini assai più confusi e slabbrati della gioia. E tuttavia, ho già le forbici in mano...".
Il protagonista racconta la sua vita rivolgendosi direttamente a noi lettori, con un tono ironico, cercando di non prendersi troppo sul serio. Noi, con curiosità, lo ascoltiamo e ne leggiamo l'esistenza familiare, consapevoli di quanto sia difficile mantenere le nostre relazioni più intime senza mai intoppi. Douglas ha un carattere difficile che spesso si scontra con i più affini Connie e Albie, che sin dalla tenera età del figlio, sembrano quasi fare comunella contro un padre che non controlla le sue manie e trova con fatica un posto in questo amabile quadretto.
Essere un genitore non è un compito semplice e qui si assiste a una complessa relazione padre/figlio: da entrambi i punti di vista, si esternano gli stessi disagi, la convinzione di trovarsi di fronte a un muro insormontabile. Neanche passare del tempo insieme riesce a scalfire le pietre più dure.
La coppia Douglas e Connie è compromessa e il viaggio familiare manifesta i numerosi problemi: le diversità caratteriali, che li hanno uniti in passato, si acuiscono con il passare degli anni, senza lasciare grosse speranze a una possibile riappacificazione.

David Nicholls ha costruito con One Day una delle unioni più belle di tutti e ci ha distrutto l'anima quando ha separato Emma e Dexter. In Noi si cimenta ancora sul tema complesso e delicato dei rapporti umani e di quello che può significare l'abbandono: i personaggi sono descritti con precisione, i dialoghi brillanti e serrati, le elucubrazioni mentali di Douglas meravigliose.
Il viaggio diventa metafora di ricerca, ricerca di punti in comune, di comunicazione, di riappacificazione. Al centro, il distacco e la paura  di perdere le persone alle quali teniamo di più, per le nostre mancanze. Si sbaglia tutti, a volte ingenuamente, a volte convinti di non aver fatto niente di così grave: con il tempo, si accumula la tensione e quasi impossibile diventa rimediare agli errori. Anche se l'impegno è tanto, ormai è troppo tardi.

Veronica

26 gennaio 2015

La banda dei brocchi di Jonathan Coe [Frasi libro]

La banda dei brocchi
di Jonathan Coe

Feltrinelli Editore
Per quanto s'impegnasse Benjamin non ci capiva niente. [...] Già allora però non era più tanto convinto di quello che gli dicevano i suoi genitori, o i professori a scuola. Era il mondo, il mondo in quanto tale, che era fuori dalla sua portata, tutta quella costruzione assurdamente grande, complicata, casuale, incommensurabile, quella marea incessante di relazioni umane, politiche, culture, storie... Come sperare di riuscire a padroneggiare tutte quelle cose? Non era come la musica. La musica aveva sempre un senso, una logica. La musica che sentì quella sera era chiara, accessibile, piena di intelligenza e umorismo, malinconia ed energia, e speranza. Non avrebbe mai capito il mondo, ma avrebbe sempre amato quella musica. E allora l'ascoltò, sicuro che Dio era dalla sua parte, e si sentì a casa.
Serve a qualcosa scrivere delle storie? Me lo domando spesso. Mi domando se l'esperienza possa veramente essere distillata e ridotta a pochi momenti straordinari, forse sei o sette, che ci vengono concessi in una vita intera: e per di più ogni tentativo di scoprire un nesso tra di loro è futile.
È questo che significa l'amore, se vuoi. È una condizione in cui... in cui le persone si aiutano a vicenda a vedersi come sono davvero.
A volte mi sento come se fossi destinato a essere sempre dietro le quinte quando arriva una scena madre. Come se Dio mi avesse scelto come vittima di un cosmico tiro mancino, assegnandomi poco più di una comparsata nella mia stessa vita. Altre volte mi sento come se non avessi altro role che quello dello spettatore di storie di altra gente, e per di più fossi condannato a lasciare il mio posto sempre al momento cruciale, e andare in cucina a farmi una tazza di tè proprio quando arriva la resa dei conti.

22 gennaio 2015

Easter Parade di Richard Yates [recensione]

EASTER PARADE
di
Richard Yates

Editore: minimum fax
Collana: Minimum Classics
Traduzione: Andreina Lombardi Bom 
Pagine: 283
ISBN: 9788875211837
Prezzo: € 11,50


La saga familiare dei Grimes è narrata in prima persona da Emily, la sorella più piccola, acuta osservatrice, studiosa e assai poco considerata dai genitori; cresce facendo affidamento esclusivamente su se stessa, allo scopo di lasciarsi alle spalle la mediocrità delle proprie origini. Sarah, la primogenita, è la più carina, desiderosa di sposarsi e costruirsi un futuro rassicurante.
Dopo il divorzio dei genitori, restano entrambe con la madre Pookie, attenta alla forma, frivola e incline a ogni situazione che le permette di porsi in mostra. Raramente si soffermano a lungo nello stesso posto e, con difficoltà, apprezzano e si adattano alle città nelle quali si trasferiscono.
Sarah finisce con un buon partito, si crea una famiglia convenzionale, rinuncia al desiderio di scrivere e comincia a bere troppo. Emily, ormai donna emancipata, trova un impiego e instaura relazioni, puramente sessuali, o di rado più durature, con uomini sbagliati. Entrambe hanno vite distanti, pochissimi punti di incontro e non sanno niente l'una dell'altra. La morte del padre le rende consapevoli di questa separazione, soprattutto Emily realizza di non conoscere la figura paterna, di averla idealizzata in un modo lontanissimo dalla realtà. Altrettanto scioccante per lei, la scoperta dei maltrattamenti subiti dalla sorella per mano del marito tanto perbene, ai quali pone una debole resistenza. All'inizio tenta di aiutare Sarah, di farle capire che è meglio abbandonare una vita di violenze per cercare una qualche possibilità di felicità lontana da Tony; poi, il fastidio che potrebbe arrecare alla sua privacy la presenza costante e ingombrante di un'altra persona la spinge a convincerla di restare per tentare di salvare il matrimonio.
Neanche verso Pookie viene esternata una qualche forma di compassione: il suo corpo nudo e decadente è rinvenuto sul pavimento, immerso nella propria sporcizia; creduta in fin di vita, è trasferita in una struttura fatiscente, dove vi trascorre gli ultimi anni, lontana da quella finezza da lei tanto agognata e ricevendo pochissime visite da parte delle figlie.

Tutti bevono continuamente, al fine di alleviare i pensieri, le colpe, la solitudine. Non esiste conforto nella propria famiglia, nessuno c'è per nessuno, i problemi degli altri non devono intaccare lo svolgimento sereno del vivere quotidiano. Sul personaggio di Emily, così affascinante e trascinante nel suo evolversi, l'autore si anima e concentra: subisce più di un mutamento agli occhi del lettore, che prova per lei sentimenti diversi, quali orgoglio, attrazione, immedesimazione, dispiacere, pietà. Al principio, appare una donna forte, alla ricerca della propria indipendenza e libertà. Col procedere della narrazione, diventa un concentrato di egoismo, così presa da se stessa e intenta ad accantonare ogni problema riguardante i suoi cari, per non intaccare la propria esistenza. Si troverà così costretta a fare i conti con quella solitudine, toccata prima alla madre e alla sorella: senza più lavoro, amici e relazioni sentimentali, sprofonderà in un abisso dei più neri, incapace di dare un senso al suo percorso di vita.

Richard Yates costruisce Easter Parade attorno a due figure femminili, le cui scelte diverse ne dettano comunque un percorso speculare, preludio di un lento declino contraddistinto da umiliazioni e fallimenti, atti a smascherare ogni illusione.
Il tema dell'incomunicabilità tra i personaggi è palpabile tra loro: anche quando si confidano all'altra, sembrano sempre non ascoltarsi veramente. I momenti di maggior apertura e sincerità si hanno in due dialoghi tra le sorelle: in uno parlano del padre, mentre nell'altro Sarah confessa le violenze del marito. Questo timido spiraglio non le avvicina, anzi tutto ritorna in una situazione di stallo come in partenza; il sollievo che segue la separazione con i propri cari si esterna nel corso della narrazione, soprattutto quando Emily saluta Sarah e Pookie dopo uno dei pochi incontri. 
L'incompiutezza è celata nella metafora della scrittura imperfetta: entrambe cominciano a redigere articoli, ispirate dalla passione del momento, ma non portano a termine nessuna delle loro "opere".

L'autore urla a gran voce che non c'è lieto fine per nessuno: la messa in scena del progressivo scontro con la dura realtà, porta alla luce il fallimento nel tentativo di trovare se stessi per raggiungere la soddisfazione personale e professionale. 
I personaggi sono sezionati e offerti al lettore così marcati per difetti e debolezze. Mi sono sentita catapultata dentro la storia, dentro a ogni singolo momento, nell'attesa della tragedia o del fallimento, consapevole che non avrei trovato una conclusione consolatoria, bensì la distruzione dei sogni, proprio perché in quanto sogni, mai potranno realizzarsi.


Veronica

19 gennaio 2015

Easter Parade di Richard Yates [frasi]


EASTER PARADE
di
 Richard Yates
  • "Né l'una né l'altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto vita felice; e a ripensarci si aveva sempre l'impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori".
  • "La scuola era il centro della sua vita. Prima di andare al Bernard non aveva mai sentito adoperare il vocabolo intellettuale come sostantivo, e ne rimase colpita. Era un sostantivo coraggioso, un sostantivo orgoglioso, un sostantivo che evocava una consacrazione perpetua ad argomenti elevati e un freddo disprezzo per le banalità. Un'intellettuale poteva anche perdere la verginità con un soldato nel parco, ma poteva imparare a ricordarlo con un distacco ironico e divertito. Un'intellettuale poteva anche avere una madre che lasciava vedere le mutande quando si ubriacava, ma non permetteva che la cosa le desse fastidio. E poteva anche darsi che Emily Grimes non fosse ancora un'intellettuale, ma se prendeva una quantità di appunti anche alle lezioni più monotone, e se ne stava ogni sera a leggere finché gli occhi non le dolevano, era solo questione di tempo prima che lo diventasse". 
  • "«Ho capito», rispose lei. E quando avrebbe imparato a smetterla di dire «ho capito» a proposito di cose che non capiva affatto?".
  • "«La vuoi sapere una cosa, Emily? Odio il tuo corpo. Oh, lo amo anche, presumo, o almeno Dio sa se ci provo, ma allo stesso tempo lo odio. Odio quello che mi ha fatto passare l'anno scorso... quello che mi sta facendo passare adesso. Odio le tue tettine sensibili. Odio il tuo culo e i tuoi fianchi, il modo in cui si muovono e si girano; odio le tue cosce, il modo in cui si allargano. Odio la tua vita e il tuo ventre e la tua montagnetta pelosa e il tuo clitoride e tutta la tua fica scivolosa. Domani ripeteò quest'affermazione al dottor Goldman, parola per parola, e lui mi chiederà perché l'ho detto, e io risponderò: "Perché dovevo dirlo"»".
  • "Uno di quei giorni, tornando in ufficio dopo pranzo, vide un volto di donna tirato e petulante - un volto di cui chiunque avrebbe detto che stava invecchiando senza grazia - e rimase scioccata quando si accorse che era lei stessa, colta di sorpresa nel riflesso di una vetrina".
  • "Per un anno provò una sofferenza squisita - vicinissima al piacere - nell'affrontare il mondo come se non le importasse nulla".


A breve, su questo spazio la recensione!

Veronica

17 gennaio 2015

Revolutionary Road di Richard Yates [recensione]

REVOLUTIONARY ROAD
di
Richard Yates


Editore: minimum fax
Collana: I Quindici 
Traduzione: Adriana Dell'Orto 
Pagine: 457
ISBN: 9788875212025
Prezzo: € 12,50

Sullo sfondo dell'America degli anni '50, si racconta la storia dei Wheeler: April e Frank sin dal primo incontro sono convinti di aver trovato qualcosa di meraviglioso, una persona in grado di completare l'altra. Desiderano vivere in grande, non essere considerate persone mediocri e circondarsi di gente interessante.  Le aspettative e i sogni sono tanti e non sempre collimano tra loro. In seguito al matrimonio, si trasferiscono in una villetta fuori città, nel quartiere di Revolutionary Road. Il primo figlio arriva presto e così il secondo: la famiglia che si allarga è vista come un impedimento alla realizzazione personale e professionale. La dura realtà incombe come una doccia gelata sulle loro vite. April sente la frustrazione e l'insoddisfazione crescere nella quotidianità; proprio lei spinge il marito a essere ambizioso, a credere che la loro esistenza possa subire un'inversione di qualità. Perché non trasferirsi a Parigi, dove anche lei può contribuire al mantenimento della famiglia, invece di essere solo e sempre una casalinga accondiscendente al proprio compagno?
Frank, fortemente influenzato da una figura paterna ostile, che lo ha convinto di essere poco propositivo e capace, accetta un lavoro in una grande azienda che non lo appassiona semplicemente per sistemarsi e percepisce costantemente la repulsione e l'ostilità nei gesti e negli sguardi della moglie. Per un po', accetta di abbandonare quella vita rassicurante e di riprovare a realizzare i sogni giovanili; dopo una prima fase di eccitazione, il dubbio si insinua e comincia a pensare che sarebbe più semplice restare invece di cambiare, segnando così il momento di declino.

L'autore offre uno spaccato della società borghese del secondo dopoguerra, ponendo l'attenzione su particolari caratterizzanti il periodo: la presenza della televisione come strumento atto a raccogliere l'intera famiglia; le prime costruzioni tutte uguali, accompagnate da giardini con prati sempre ben curati, con la distinzione di veri e propri quartieri suddivisi a seconda delle possibilità economiche; il consumismo rappresentato da cibo e oggetti. Il malessere si nasconde dietro l'ora dell'aperitivo: l'alcool, vero e proprio palliativo dal dolore, è una presenza fissa per i protagonisti, durante le litigate o prima delle cene familiari. 
Tutti sono costantemente preoccupati dal cosa possono pensare gli altri e quindi meglio approfittare delle disgrazie del vicino per spettegolarne, così da sviare le attenzioni. Quando i Wheeler cominciano a confidare agli amici più vicini di volersi trasferire a Parigi, le reazioni sono di incredulità: i Campbell, la signora Givings, i colleghi di lavoro etichettano la possibilità come una scelta impulsiva e poco realistica. 
Il sogno americano si arena a Revolutionary Road: i coniugi, per un po', credono di potercela fare a ribaltare la loro vita troppo piatta e priva di avventura; un momento che è solo la calma prima della tempesta. La coppia, infatti, si comporta in maniera più artefatta del solito, mantenendo un rapporto sereno e meno litigioso. 
Poi l'intoppo, la sorpresa indesiderata del terzo figlio, costringe nuovamente a scegliere con razionalità la via più sicura; emerge con prepotenza la scarsa determinazione dei protagonisti, che non sono uniti di fronte alle avversità, bensì impreparati nell'affrontare tutto insieme. Complice un'inaspettata promozione lavorativa per Frank, i progetti di cambiamento sono accantonati.

Richard Yates ha la capacità di raccontare in maniera intima e introspettiva: attraverso le analisi psicologiche dei due personaggi principali entriamo letteralmente nelle loro teste e ne ascoltiamo i dialoghi esteriori e interiori. La speranza di costruirsi un nuovo futuro è il modo per convincersi di riuscire a riconquistare una felicità ormai perduta, soprattutto se si mantiene il punto di vista di April. Procede per inerzia e appare morta dentro: da principio si può evincere il cammino verso un epilogo drammatico, che scuote il lettore nel profondo. Una donna dalle molteplici sfaccettature: è combattiva, forte, arrogante, insistente, ma anche infelice, debole ed egoista. Si interroga e riflette su situazioni e soluzioni, ma non arriva mai a ribaltare un destino tragico.
Frank è gentile, affettuoso, prova in ogni modo a trasmettere tranquillità alla troppo irruenta moglie. Non riesce a capirla e trova più semplice giudicare il suo desiderio di migliorare le proprie vite come insanità mentale. Lui è perennemente insicuro e chiuso nello stereotipo del marito impegnato nel lavoro per provvedere al sostentamento della famiglia e della casa.

Un libro dalla grande forza emotiva, incontenibile in tutta la sua profondità e, allo stesso tempo, malinconico. Scritto in maniera impeccabile (e così anche la traduzione) che ricalca l'epoca, soprattutto per quanto riguarda la struttura dei dialoghi perfettamente in linea con i personaggi che rappresenta.
Un autore che ha fatto breccia nel mio cuore e che si racconta, come si desume dalla biografia, attraverso i protagonisti delle proprie storie.
Assolutamente consigliato!

Veronica

12 gennaio 2015

Revolutionary Road di Richard Yates [frasi]


REVOLUTIONARY ROAD di Richard Yates
  • "«Io ti amo quando sei gentile», gli aveva detto una volta, prima che si sposassero, e questo l'aveva mandato in bestia. «Non dire una cosa del genere. Cristo, tu non puoi "amare" la gente solo quando è "gentile". Non capisci che è come chiedere: "Che me ne viene in tasca?"»".
  • "«Al diavolo la realtà! Dateci un bel po' di belle stradine serpeggianti e di casette dipinte di bianco, rosa e celeste; fateci essere tutti buoni consumatori, fateci avere un bel senso di Appartenenza e allevare i figli in un bagno di sentimentalismo - papà è un grand'uomo perché guadagna quanto basta per campare, mamma è una grande donna perché è rimasta accanto a papà per tutti questi anni - e se mai la buona vecchia realtà dovesse venire a galla e farci bu!, ci daremo un gran da fare per fingere che non sia accaduto affatto»".
  • "«È stato così che noi due abbiamo accettato quest'enorme illusione, perché di questo si tratta: un'enorme, oscena illusione: l'idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e "sistemarsi". È la grande menzogna sentimentalista piccolo borghese, la menzogna che ti ho obbligato ad accettare per tutto questo tempo. Ti ho obbligato a vivere secondo questa menzogna! Dio mio, sono giunta al punto di creare questa immagine di me stessa completamente melensa, da dramma borghese - e penso che sia stato proprio questo ad aprirmi gli occhi - quest'immagine di me stessa come la ragazza che avrebbe potuto diventare l'Attrice con la a maiuscola, se non si fosse sposata troppo giovane. E tu sai perfettamente che non sono mai stata un'attrice e non ho mai davvero aspirato a diventarlo; sai benissimo che se mi sono iscritta alla scuola di recitazione è stato solo per andarmene da casa mia, e io lo so quanto te. L'ho sempre saputo. Ed ecco che per tre mesi di fila mi sono portata stampata in faccia questa nobile espressione dolceamara. Fino a che punto ci si può illudere, mi chiedo? Ti rendi conto che è roba da nevrosi? Volevo avere tutte e due le cose, io: non mi bastava averti rovinato l'esistenza, volevo anche che il cerchio di questa mostruosità si chiudesse, e che fossi tu a far la figura di aver rovinato la mia, in modo da poter sembrare io la vittima, alla fine. Non è spaventoso? Eppure è vero, è vero»".
  • "E di tutte le sconfitte che aveva subito in vita sua, questa fu quella che gli sembrò più simile a una vittoria. Mai prima d'allora l'esultanza gli si era gonfiata dentro con maggior impeto; mai prima d'allora la bellezza era sgorgata più pura dalla verità; mai prima d'allora, prendendo sua moglie, aveva più completamente trionfato sul tempo e sullo spazio. A suo piacimento poteva dissolvere il passato, e così il futuro, così le pareti di questa casa e l'intero squallore imprigionante al di là di essa, città e alberi. Aveva assunto il dominio dell'universo, perché era un uomo, e perché la meravigliosa creatura che si apriva e muoveva per lui, tenera e forte, era una donna".
  • "Il complesso residenziale non era stato progettato in funzione di una tragedia".

A breve, su questo spazio la recensione!

Veronica

9 gennaio 2015

Ciò che Dio unisce di Sacha Naspini [recensione]

CIÒ CHE DIO UNISCE
di
Sacha Naspini


Editore: Piano B edizioni
Collana: Avantiveloce
Pagine: 160
ISBN: 9788896665916
Prezzo: € 14,00

Marta e Michele, di estrazione sociale così distante, si incontrano, si conoscono e si innamorano.
Dopo due anni, la proposta di matrimonio. A pochi minuti dal grande passo, i protagonisti ripensano al proprio passato e si accingono ad abbracciare il futuro, che si presenta dei più rosei.
Trascorrono la notte precedente alla partenza per il viaggio di nozze nella nuova casa, attentamente concepita e progettata. Ad attenderli, un gioco elaborato da alcuni amici, suddiviso in tappe, che ripercorrono i momenti della loro relazione e fanno emergere aspetti dell'altro sconosciuti, in grado di suscitare sentimenti contrastanti e domande allarmanti.  Lo scherzo innocente, pensato per far divertire la coppia, assume connotati inquietanti, che trasformano in pochi minuti tutto ciò che è stato costruito.

Lo stile narrativo si alterna dal punto di vista di lui e di lei, che si raccontano in prima persona. Si analizzano, si studiano e ricordano alcuni eventi chiave del prima del matrimonio: altri amori, carriera professionale, realizzazione personale. La prima parte ci permette di entrare nel vissuto e nella testa di Michele e Marta, approfonditi caratterialmente ed emotivamente: lui appartiene a una ricca famiglia, è serio, impulsivo e geloso; lei fa parte del ceto medio, sente il sacrificio del raggiungimento degli obiettivi e ama la sua band, i Paturnia. Entrambi sono irascibili su alcuni punti, che proprio "la caccia al tesoro" porterà alle estreme conseguenze.

Non una storia monotòno, ma scandita da più cambi di registro: dalla descrizione, all'esplorazione psicologica individuale, sino a picchi di tensione e suspense. Tutto in linea con un'ottima capacità di scrivere dell'autore che offre una storia credibile e non banale, inserendola in un contesto nel quale facilmente i "fidanzati" possono immedesimarsi. Il finale sopraggiunge inaspettato e, secondo me, poteva essere scelto come conclusione azzeccata; Sacha Naspini sceglie un ultimo capitolo, affidato alla voce  di un terzo narratore, che spiega i retroscena dello scherzo architettato da/per gli amici, dando altresì una visione esterna, di colui che osserva da lontano e capta particolari nuovi.
Il titolo emblematico collima alla perfezione con la scelta di copertina, nella quale sono raffigurati l'uomo e la donna, con occhi e parti intime coperti da un tratto nero forte. Solo due mani che si stringono, in segno di unione, un'unione che non si può spezzare. 

Un romanzo rivelatosi una piacevole sorpresa, di un autore a me sconosciuto, riuscito a offrirmi un testo coinvolgente, in grado di far sorridere, riflettere e stupire, grazie alla carica emotiva e psicologica. Scritto davvero bene, senza fronzoli o scelte lessicali e sintattiche atte a forzare o rendere incisivi determinati passaggi. Il libro non ne ha bisogno: l'ottima penna di Sacha Naspini mi ha regalato una prima lettura del 2015 che meglio non potevo sperare.

Veronica

5 gennaio 2015

I cacciatori di libri di Raphaël Jerusalmy [recensione]


I CACCIATORI DI LIBRI
di
Raphaël Jerusalmy

Editore: edizioni e/o
Collana: Dal mondo
Traduzione: Federica Alba
Pagine: 266
ISBN: 9788866325321
Prezzo: € 16,50
"Prima di arrivare al sepolcro, François non contava di perseguire uno scopo preciso. Degli intrallazzi di Chartier, i complotti di Gamliel o gli interessi del sovrano  in realtà non gli importava affatto. La missione era solo un pretesto per continuare il suo vagabondaggio. Ora invece ci vede la mano ferma del destino. Forse la fine della propria erranza. La Terrasanta lo stava aspettando, da sempre. I suoi paesaggi insoliti lo avvingono piano piano nella loro trama , proprio come le lettere stregate che cingono lo scudo dei Medici. Villon è sicuro di essere giunto qui per compiere un sacro dovere".
François Villon, autore di alcune famose ballate, è anche un noto brigante, imprigionato e condannato all'impiccagione all'età di trentun anni. Un giorno, riceve la visita inaspettata del vescovo di Parigi, Guillame Chartier, mandato da Luigi XI, intenzionato a indebolire il potere del Vaticano al fine di rafforzare il proprio. Il giovane poeta, scarcerato nel 1462, raggiunge il suo amico Colin, anche lui coinvolto nella missione: i due giungono in Terrasanta, dove svolgono il ruolo di intermediari nella cospirazione tra il re e i membri della Confraternita, un gruppo segreto di "tipografi, incisori, rilegatori e mercanti" legato ai Medici e al Vaticano, con l'obiettivo di cambiare i libri e contribuire a una diffusione di testi appositamente scelti.
Gerusalemme trattiene relazioni ambigue e di difficile classificazione con Firenze, Francia e Papa: tutto ruota intorno a sottili rapporti di potere, dove i libri sono protagonisti indiscussi e diventano mezzi per arrivare, ottenere, distruggere. I segreti contenuti in manoscritti rari, affannosamente cercati da molti e nascosti avidamente da altri, sono capaci di cambiare le sorti del mondo.
Il testo incriminato è quello contenente le ultime parole di Gesù, raccolte dal sacerdote Anna, le quali saranno rivelate al giovane e incredulo François Villon, che ben presto si accorgerà di non essere stato scelto per compiere un facile compito, bensì qualcosa di pericoloso. 

L'autore Raphaël Jerusalmy ambienta, sul finire del quindicesimo secolo, un romanzo che sfrutta il personaggio realmente esistito di François Villon e ne immagina una storia avventurosa, che incontra e si scontra con gli interessi di altri protagonisti, di spicco politico, religioso e culturale.
I libri diventano il veicolo della cultura e della conoscenza: attraverso l'invenzione della stampa, l'accesso al sapere si fa più facile e repentino, così che anche le informazioni più preziose vengono svelate con facilità.
Il testo è scritto con attenzione sia dal punto di vista storico, che da quello testuale, con abbondanza di descrizioni scrupolose, che attingono da un lessico ricercato e mai trascurato.
Molto importante mantenersi concentrati durante la lettura, perché gli intrecci e i cambi di prospettiva da un personaggio all'altro, da una situazione all'altra, possono far perdere le fila della vicenda, che si fatica, a tratti, a seguire. La curiosità è tanta, soprattutto per un lettore forte che si trova immerso in questa folle corsa a piccoli oggetti di così grande valore come i libri, ma a sua volta la confusione non sempre si supera col procedere della narrazione, che ahimè risulta troppo disturbata.
Lo stesso finale non è preannunciato, ma svelato con sorpresa al lettore, che appunto legge sì coinvolto e attento, ma senza aver chiaro dove l'autore voglia andare a parare.
Consigliato? Nì.

Veronica