27 aprile 2015

L'amore che ti meriti di Daria Bignardi [recensione libro]

L'amore che ti meriti
di Daria Bignardi

Mondadori Editore
247 pagine
18 euro
uscito nel 2014

Dopo 30 anni Alma decide di raccontare alla figlia Antonia il passato della sua famiglia: La donna da giovane perde il fratello Maio, diciassettenne, ha problemi di droga. Il padre, affetto da depressione, dopo la scomparsa improvvisa del ragazzo si toglie la vita. La prima, ormai adulta, sposata e realizzata nel lavoro, continua a credere di essere la responsabile della sua tossicodipendenza dopo avergli chiesto, per gioco, di provarla insieme. La seconda, scrittrice di gialli, fidanzata con Leo, incinta di sei mesi, decide allora di partire da Bologna (la città in cui vive) per Ferrara e indagare su tale vicenda. Una volta lì riesce a scoprire e ricostruire la notte in cui tutto cambia e a fare i conti con l'eredità emotiva di sua madre.

La struttura narrativa si alterna in capitoli brevi e la trama viene narrata da 2 punti di vista differenti: Una ancorata al passato (Alma ripercorre la sua giovinezza e quel che è stato), l'altra proiettata verso il presente (Antonia che aspetta un bambino guarda solo avanti, alla sua storia con Leo, ma al tempo stesso desidera liberare la genitrice dai sensi di colpa che si porta dentro ponendo fine al mistero che la avvolge da sempre). 

Il messaggio è velato, aleggia tra le pagine, si nasconde nelle parole. Se da un lato riesci ad avere un senso ben chiaro dei fatti, alla fine ti poni comunque questo gran interrogativo: qual è l'amore che ti meriti? 

L'amore che ti meriti a volte passa attraverso varie soglie del dolore, ma il dolore quando costringe a fare i conti (con se stessi o gli altri) e resiste a tutte le intemperie, è capace di renderci liberi.

Io non lo so come sto, non ci voglio pensare. Certe volte è meglio non saperlo, come stiamo. 

Francesca

25 aprile 2015

Memorie d'una ragazza perbene di Simone de Beauvoir [frasi libro]

Memorie d'una ragazza perbene
di Simone de Beauvoir

[traduzione di Bruno Fonzi]

Frasi:
Trovava detestabile la società così com'era, ma non detestava detestarla; a quella ch'egli chiamava la sua "estetica d'opposizione" conveniva assai bene l'esistenza degli imbecilli e dei mascalzoni, anzi la esigeva: Se non ci fosse stato niente da abbattere o da combattere, la ‪letteratura‬ non avrebbe avuto molto interesse.
Il mondo, intorno a me, era un'enorme presenza confusa. Camminavo a gran passi, sfiorata dal suo fiato greve. Mi dicevo che, tutto sommato, vivere era ben interessante.
Io non ho personalità, mi dicevo tristemente. Ero curiosa di tutto, credevo all'assolutezza del vero, alla necessità della legge morale; i miei pensieri si modellavano sul loro oggetto; se a volte uno di essi mi sorprendeva, voleva dire che rifletteva qualcosa di sorprendente. Preferivo il meglio al bene, il male al peggio, disprezzavo lo spregevole. Non scorgevo alcuna traccia della mia soggettività. Mi ero voluta senza limiti ed ero informe come l'infinito. La cosa paradossale è che mi accorsi di questa deficienza proprio nel momento in cui scoprivo la mia individualità.
A papà piaceva prendere in giro la gente, e alla mamma criticare; erano pochi quelli che trovavano grazia ai loro occhi, mentre loro non li avevo mai sentiti criticare da nessuno; il loro modo di vivere rappresentava perciò la norma assoluta. La loro superiorità si rifletteva su di me.
Le gioie e le pene degli uomini corrispondono ai loro meriti.
Mi sognavo come l'artefice esclusiva di me stessa e della mia propria apoteosi.
Sviluppare capacità fatalmente destinate a rimaner limitate e relative, era un'impresa così oziosa che mi contrariava: avevo soltanto da guardare, da leggere, da ragionare, per raggiungere l'assoluto! 
Di nuovo l'avvenire era oggi, e tutte le promesse dovevano essere mantenute senza indugio. Bisognava servire, ma a che cosa? a chi? avevo molto letto, molto riflettuto, molto imparato; ero pronta, ero ricca, mi dicevo, e nessuno mi chiedeva niente. La vita mi era parsa così piena che per rispondere ai suoi infiniti appelli, avevo cercato, fanaticamente, di utilizzare tutto di me, e invece ero vuota, nessuna voce mi sollecitava. Mi sentivo la forza di sollevare la terra, e non trovavo da spostare neanche un sassolino. La mia disillusione fu brutale: Sono talmente di più di quanto non possa fare!

21 aprile 2015

Mercoledì delle ceneri di Ethan Hawke [recensione]

MERCOLEDÌ DELLE CENERI
di 
Ethan Hawke


Editore: Beat edizioni
Traduzione: Martina Testa
Pagine: 254
ISBN: 9788865592335
Prezzo: € 9,00


James Heartsock è un ragazzo incasinato, segnato dal rapporto complicato col padre affetto da turbe psichiche, spinto ad arruolarsi nell'esercito per dare un senso alla propria vita. Dopo aver rotto con Christy, medita circa le sue scelte, il passato e l'incapacità di crearsi un proprio spazio nel mondo senza rimuginare su qualsiasi cosa. 
Christy è una giovane infermiera, devastata dalla rottura con l'uomo che è artefice delle sue gioie, nonché delle sue disgrazie. Incinta e disorientata, sceglie di tornare dalla propria famiglia in Texas, facendosi cullare dalle parole di uno sconosciuto, seduto accanto a lei sul pullman. Tutto sembra assumere una piega nuova, ma l'arrivo inaspettato di Jimmy, riconduce entrambi in un vortice incontenibile. 
Si sposano, litigano, si amano, si detestano, non si comprendono e si amano ancora; le contraddizioni segnano le storie d'amore più travolgenti.

Un percorso sia esterno che interno accompagna i due protagonisti, in questa sorta di diario, nel quale si raccontano e confidano. Il punto di vista maschile e femminile, in un rapporto di coppia pieno di difficoltà, in cui pensi a quanto sia complicato supportare e sopportare l'altro, nel momento in cui si è troppo presi da se stessi e si fatica a conoscere realmente chi siamo. 

Jimmy e Christy sono convinti che stare insieme sia la cosa giusta: entrambi vedono nell'altro l'anima affine, la possibilità reale di felicità, anche quando tutto va male. Intraprendono un percorso frettoloso, impulsivo, le cui ripercussioni non tarderanno a farsi sentire, costringendoli a rimettere in discussione il proprio futuro. L'apoteosi dell'insicurezza e della distruzione si ha con il loro catapultarsi all'interno della bolgia del Martedì Grasso: in mezzo a quella folla asfissiante, raggiungono uno stato di rassegnazione e abbandono, fino a un nuovo inizio, il Mercoledì delle Ceneri, che noi lettori possiamo solo immaginare.

Ethan Hawke è conosciuto ai più come attore, dimostrandosi versatile nel corso degli anni e capace di dare vita a personaggi sensibilmente marcati in diverse pellicole.
Il protagonista maschile è probabilmente il suo alter ego, ideato e rappresentato a sua immagine e somiglianza, al fine di creare un ragazzo che compie un cammino difficile verso l'età adulta.
Con sorpresa, si assiste a una non banale analisi di coppia incasinata, in viaggio su una Chevrolet Nova del '69, che attraversa un pezzo d'America.
Sulle onde di un nuovo romanticismo, più riflessivo, veritiero, e meno stucchevole rispetto alle tradizionali rivisitazioni del tema, si è conquistati dalla brillante capacità narrativa dell'autore, in grado di affascinare con i pensieri più profondi e intimi di un uomo e una donna, che s'impegnano per far funzionare il proprio amore.


Veronica

14 aprile 2015

Mercoledì delle ceneri di Ethan Hawke [frasi]

Mercoledì delle ceneri
di
Ethan Hawke

"Tu non sei niente, mi ripetei come una ninna nanna, e mi sentii meglio. Feci un respiro profondo e mi passai le dita fra i capelli. Niente di quello che potrai mai fare avrà importanza. La tua vita, e quella della gente su questo pullman, non ha più importanza di quella degli alberi là fuori. I lombrichi sono importanti quanto te. Tutte le nostre vite sono destinate a passare. La vita di mio figlio inizierà e finirà, come quella di mia nonna. Un giorno questo pullman si ritroverà in cima a un cumulo di altri pullman, e nessuno saprà mai che sono stata seduta qui. Quando morirò, la mia storia si mischierà a una tale massa di altre storie che la mia voce verrà assorbita in quel coro senza che nessuno la senta mai. Tu non sei niente. Non c'è niente di importante. Me lo ripetei cento volte. Persi ogni coscienza della mia identità. Per un attimo fui morta. Quello che mi fa incazzare è che non era la prima volta che morivo".
"Porca troia, quanto la amavo quella ragazza. Non so come facesse, ma avevo la sensazione che fosse me. Probabilmente era per questo che l'avevo lasciata: stavo lottando per riavere me stesso, il vecchio me stesso che era esistito prima che ci conoscessimo - ma poi ecco, mi ero ritrovato di nuovo solo come un cane, e mi ero reso conto che non esisteva più nessun vecchio me stesso, io ero solo quello che ero".
"Non puoi pensare a Dio come se fosse un oggetto, una persona, un uomo o una donna. Allah non è un oggetto. Dio non sta quaggiù o lassù. [...] Dio è la mia radice. [...] Non è me, ma è la mia radice. Allah si rivela nelle sue creature, ma Allah non è le sue creature. Dice Tashbe: Allah è manifesto in tutto. Dice Tanze: Allah è al di là della conoscenza, completamente invisibile. La realtà è l'unione delle due cose. Conoscere Dio significa conoscere i modi in cui si rende visibile".
"Parlare di Dio mi sembra talmente insensato. È come scavare un pozzo proprio sulla riva di un fiume, capisci? L'acqua è già lì, non c'è bisogno di scavare per trovarla. Tutto quello che c'è di buono o di prezioso nella religione è sempre intorno a noi. Non c'è bisogno di andare in chiesa per trovarlo. A dire la verità, anche le chiese mi fanno venire la pelle d'oca. Ogni volta che entro in una chiesa, mi sembra che tutto quanto l'edificio sia fatto apposta per implorare il favore di una forza esterna, non so se rendo l'idea. Come se Dio, o qualche entità del genere, sia al di fuori di noi e si rifiuti di darci i suoi doni. Non me la bevo questa idea, che ci sia uno in cima a una montagna che distribuisce i suoi favori ma solo a chi glieli chiede con grande educazione". 
"La nostalgia del passato è come una tortura fisica tangibile. Oddio, quanto avrei voluto ricordare ogni attimo della mia vita. Non dimenticare mai nulla. Se avessi saputo ricordare, allora ogni secondo che passava avrebbe avuto un senso, oppure sarebbe andato ad accumularsi con gli altri fino a formare una definizione, uno scopo". 
"Io ho una teoria secondo la quale se una donna vuole tenersi stretto un uomo basta che gli dica due cose: che crede in lui e che ha il cazzo grosso. Non ci vuole altro. Non c'è neanche bisogno che sia vero". 
"La gente non vuole sentirsi dire cosa si prova veramente a essere innamorati, perché è una sensazione che fa schifo. È come un diamante: visto dall'esterno sembra bellissimo, ma dentro è duro, spigoloso, tagliente. Amare davvero una persona non va mai confuso con il divertimento. Amare una persona è altrettanto doloroso e deludente che arrivare a conoscere se stessi. Probabilmente è l'unica cosa che valga la pena di fare nella vita, ma questo non vuol dire che sia una passeggiata".  
Veronica 

6 aprile 2015

NOS4A2 - Ritorno a Christmasland di Joe Hill [recensione]

NOS4A2
di
Joe Hill

Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Pandora
Traduzione: Andrea Carlo Cappia
Illustrazioni: Gabriel Rodriguez
Pagine: 660
ISBN: 9788820054823
Prezzo: € 19,90

Un ponte separa l'immaginario dalla realtà, "copre la distanza tra smarrito e ritovato". Victoria McQueen scopre di poterlo attraversare, a bordo della sua bicicletta, per recuperare tutto ciò che è perduto. Lo Shorter Way Bridge è crollato tanti anni prima, ma si materializza all'occorrenza per permettere a Vic di oltrepassarlo e giungere esattamente nel luogo dove ritrovare l'oggetto scomparso. Il rapporto difficile con i suoi genitori, la induce ad allontanarsi sempre di più dalla vita vera, chiudendosi nei propri pensieri, nell'insicurezza, nell'aggressività, fino a raggiungere momenti in cui dubita della propria stessa sanità mentale.
In uno dei suoi "viaggi", incontra Maggie, una giovane bibliotecaria a conoscenza delle sue abilità, in quanto anche lei ha una dote molto simile: le rivela l'esistenza di uno spettro spaventoso, incarnato in una Rolls Royce del 1938 targata NOS4A2, guidata da un pericoloso assassino, Charles Talent Manx, il quale si nutre dei dolori dei bambini. Con la promessa di un futuro di svago nel posto di Christmasland, avvicina le anime più tormentate, vittime di genitori inadeguati, per trasformarle in fantasmi privi di vitalità. Il percorso verso il parco dei divertimenti è una lenta agonia che pone fine all'innocenza del bambino, per mutarlo a immagine e somiglianza di Manx.
Vic stenta a credere a questa storia, ma la visita a uno dei nascondigli di Charles mette a dura prova la ragazza che, con difficoltà, fugge dal mostro, aiutata da Lou, l'uomo che diventerà il suo compagno e le rimarrà vicino nelle fasi più critiche, in cui l'interconnessione con l'altro mondo scombussola il presente. Ormai adulta, la protagonista tenta di chiudere con il passato, ma la voglia di vendetta dello spietato assassino si riversa su ciò che è più prezioso per Vic, l'amato figlio Wayne.

Joe Hill è il figlio di Stephen King: ha scritto qualche romanzo e racconto insieme al padre. Premetto che questo è il primo suo lavoro che leggo e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Penso sia quasi impossibile evitare accostamenti tra i due stili, soprattutto visto che il genere è molto simile: la presenza di bambini, creature innocenti corrotte da una entità maligna che si pone tra il mondo della realtà e quello dell'immaginazione; gli adulti, condizionati dai fallimenti e dalle delusioni dei propri genitori, incapaci di assumere questo ruolo senza aver paura di ricadere negli stessi errori; attenzione ai particolari, agli oggetti e alle descrizioni; ampio spazio all'introspezione di ogni figura centrale della narrazione.
Tralasciando i facili paragoni, l'opera è ricca di fascino, soprattutto per aver creato un cattivo, così potente da spaventare il lettore: imparando a conoscerlo, ne scopriamo le intenzioni che, dal suo punto di vista, sono senza peccato. L'obiettivo è quello di dare al bambino la possibilità di fuggire da una realtà infelice per raggiungere un posto in cui è sempre Natale e il divertimento è assicurato. La cattiveria si abbatte sugli adulti, su padri e madri, che hanno mancato verso i propri figli. La protagonista, Vic, si trova ad essere assalita dallo spettro sia da piccola che da grande: lei, unica a essere fuggita, ha denunciato i soprusi di Charles Talent Manx. Ha il potere di distruggere Christmasland, è un'eroina anticonvenzionale, un essere umano con tante debolezze e rimpianti, soprattutto verso le persone importanti della sua vita, Wayne e Lou, alle quali pensa di non aver dato abbastanza, come in tutte le relazioni fondamentali della sua esistenza.

Un libro che rappresenta una riflessione sulla paura di perdere un figlio, per mano di uomini spregevoli, che non riescono a essere assicurati alla giustizia. Un testo che fa i conti con il difficile ruolo dei genitori e con tutti gli errori che di generazione, in generazione vorremmo evitare, ma si ripetono.
L'orrore e l'angoscia sono ingredienti con i quali Joe Hill sa giocare perfettamente e il suo viaggiare tra la realtà e la fantasia, rendendo difficile il riconoscimento del bene e del male, fanno di NOS4A2 un'opera che difficilmente si dimentica.

Quasi, quasi, essere cattivi può avere i suoi vantaggi questa volta: chi non vorrebbe vivere in un mondo dove ogni giorno è Natale?

Veronica

5 aprile 2015

Cenerentola di Kenneth Branagh [recensione film: pro e contro di una favola senza tempo]

Negli ultimi anni la Disney si è proposta nell'intento di rinnovarsi dando un volto moderno e attuale alle favole più amate dai bambini di ogni angolo del mondo. Cenerentola (trasposta in pellicola per la prima volta nel 1950, s'ispirava alla versione di Perrault), al cinema dal 12 marzo, sotto la regia di Kenneth Branagh vede protagonista un cast di tutto rispetto: A vestire i panni della protagonista c'è Lily James, il principe è interpretato da Richard Madden, la matrigna da Cate Blanchett e le due sorellastre Anastasia e Genoveffa da Holiday Granger e da Sophie McShera.

Le favole hanno il potere di essere senza tempo. Quando sei bambina te le raccontano per farti addormentare; quando impari a leggere le scopri da sola sui libri che ti regalano; quando diventi adulta le tramandi ai tuoi figli, ai nipoti, o ai bambini che guardi come baby sitter con la speranza di trasmettergli la stessa sensazione d'incanto che hai provato alla loro età.

Tutti conosciamo questa storia. Ella rimane orfana prima di madre, poi di padre. Da splendida fanciulla senza pensieri si ritrova a far da serva alla sua matrigna e alle sue sorellastre. Durante una cavalcata nel bosco incontra un bel giovane che non gli svela di essere l'aspirante erede al trono, ma un manovale del castello. Successivamente viene a sapere che il re ha organizzato un ballo per trovare moglie al figlio, invitando popolane e non del regno a presenziare. La ragazza vorrebbe andarci, soprattutto per incontrare di nuovo lo straniero che l'ha tanto colpita, ma qualcuno glielo impedisce. E' la fata madrina ad aiutarla con un incantesimo, a patto che rincasi entro mezzanotte... L'aspetto interessante è la "totale" fedeltà all'originale (anche se vi invito a leggere l'articolo di Repubblica.it che ha giocato al "trova le differenze"), rendendola una magia continua, nonostante la scelta di non abusare degli effetti speciali, tranne nella scena dove la zucca si trasforma in carrozza, i topini in cavalli, le lucertole in valletti, le scarpette di cristallo... Ho apprezzato molto la predominanza dei dialoghi, a scapito del cantato mettendo definitivamente nel dimenticatoio il divertente "Bibbidy Bobbidy Boo".

Ho capito abbastanza presto che la storiella del principe azzurro era solo una farsa da cui proteggersi per cocenti delusioni future, ma ci arrivi col tempo e soprattutto se gli altri non la alimentano. Infatti, rispetto alla versione originale, il messaggio trasmesso appare meno conservatore e la necessità di un marito come ipotetica promessa di felicità eterna viene ribaltata da una sorta di pensiero che... possiamo definire rivoluzionario? Abbiamo di fronte una donna autonoma, consapevole, sicura di sé, fedele ai suoi valori, un modello da seguire, che non si lascia sopraffare dalla tristezza, dallo sconforto, dalle ingiustizie. La fine non è altro che il coronamento del bene sul male. Io invece l'avrei desiderato diverso (o forse più realistico). Questo eccesso di buonismo a un certo punto mi ha urtato. Quando le si presenta l'occasione di ribaltare la situazione a suo favore, avrebbe potuto dare a ognuno dei malcapitati le lezioni che si meritavano, perché va bene il riscatto dopo un'esistenza difficile ma...
"Dove c’è gentilezza, c’è bontà. E dove c’è bontà, c’è MAGIA”

Forse a 30 anni lo comprendi poco e ti rimane anche alquanto indigesto. Comunque è stato bello tornar bambina per circa 1 ora e mezzo.
Francesca