29 aprile 2016

Bella era bella, morta era morta [recensione]

BELLA ERA BELLA, MORTA ERA MORTA
di
Rosa Mogliasso

Editore: NNEditore
Collana: ViceVersa
Pagine: 142
ISBN: 9788899253042
Prezzo: 13,00

In un luogo di passaggio, di una grande città del nord Italia, il cadavere di una donna è abbandonato ai piedi del fiume. 
La prima persona a notarlo è Carlotta Bitonti:
"Bella era bella, e morta era morta. Elegante pure, di quell'eleganza misurata tutta giocata sulle sfumature del beige, tipica di certe giovani donne che, come lei, non volevano strafare. Solo le scarpe erano un tantino esagerate, rosse, troppo tacco e troppo aperte sulla punta, con le dita dei piedi che fuoriuscivano dalla tomaia e si allargavano come un ventaglio di carne dai vertici smaltati di rosso, la stessa sfumatura di rosso carminio delle scarpe".
L'osservatrice si focalizza su alcuni particolari esteriori e comincia a costruirsi un'immagine di quel corpo senza vita abbandonato in una zona trafficata. Questo è il punto. Tante sono le persone che possono vederlo e scegliere di comunicarlo alla polizia. Carlotta non se la sente, non ha tempo da perdere, la giornata è già cominciata con il piede sbagliato, non occorre che peggiori ancora.

Una coppia di adolescenti ha l'abitudine di passare diverse mattinate in quell'angolo di "paradiso", per fumarsi una canna e stare un po' in intimità. Scoprono di non essere da soli:
"Così, quando si sedettero sulla coperta e il ragazzo cominciò a rollare la canna, fu con grande disappunto che si resero conto di non essere più soli e che un piede femminile, elegantemente calzato e curiosamente abbandonato, spuntava da un cespuglio. Al piede faceva seguito una gamba, alla gamba un torso, al torso un viso, bello ed evidentemente privo di vita. La ragazza cacciò un urlo, il ragazzo si gettò su di lei tappandole la bocca con la mano".
La ragazza vorrebbe chiamare qualcuno, non girare le spalle e fingere di non aver visto niente; il fidanzato ha la borsa piena di marijuna e la convince ad abbandonare il campo, confidando nel buon senso di qualcun altro.

Il prossimo passante si avvicina alla sconosciuta, la scuote per essere certo della morte, ne scruta i tratti e non riesce a capire se è un volto familiare:
"Gli sembrava fosse la signora del piumone, stava lì distesa, dormiva forse, ma senza piumone, in mezzo all'erba, alle pietre. Si chinò e cercò di svegliarla scrollandola leggermente. Non voleva toccarla davvero, usava solo l'estremità delle dita, puntando gli indici e gli anulari sulla spalla dava piccoli colpetti, poi si ritraeva. Ma lei dormiva sodo o, forse, era morta. Andata".
Il senzatetto idealizza quell'anima abbandonata, la ricollega a una signora che una volta è stata buona con lui, e ne prende un pezzetto, un ricordo della bontà umana. Le sue urla improvvise, che si propagano nell'aria durante la fuga dal luogo del delitto, attirano Alfonso Petrucchetti, massaggiatore pranoterapeuta:
"Lo sguardo si abbassò rapido sull'ostacolo: si trattava di un corpo silente e immobile.
Donna. Bella. Elegante. E morta. Sicuramente morta". 
La paura ha il sopravvento, terrore di poter essere sospettato di qualcosa di brutto. Perché rischiare?

Cinque personaggi, molto diversi tra loro, scoprono un cadavere. Hanno esistenze complicate e non desiderano peggiorare ulteriormente le proprie situazioni, trasformandosi in testimoni chiave e nei primi a richiamare l'attenzione sulla donna. L'egoismo ha il sopravvento; le difficoltà quotidiane sono tante e, in qualche modo, si arriva a comprendere le scelte di tutti, senza per forza condannarli. A mente fredda è facile essere certi di quello che ognuno di noi farebbe. La cosa giusta, la più sensata. È davvero così?
Il libro racconta il punto di vista dei protagonisti, ne evidenzia le reazioni e che cosa succede dopo che decidono di non rivelare la loro scoperta. La prima sensazione è quella di leggere un giallo; la storia è in realtà una profonda analisi psicologica, che ribalta completamente le premesse iniziali e costringe a riflettere su noi stessi e sulle nostre azioni, portandoci in uno stato di forte empatia. Scorrevole, paradossalmente divertente, non scontato. 

Veronica

25 aprile 2016

L'uomo che piantava gli alberi di Jean Giono [recensione]

L'uomo che piantava gli alberi
di Jean Giono

64 pagine
Perché la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l'idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d'errore, di fronte a una personalità indimenticabile. 
Nelle lande nude e monotone della Provenza vi era un pastore solitario e tranquillo, di poche parole che, dopo aver perso moglie e figlio, provava piacere nel vivere lentamente con le proprie pecore e il proprio cane. In passato aveva posseduto una fattoria in pianura. Il suo nome era Elzeard Bouffier. Aveva 55 anni. Piantava alberi da circa 3 anni... 100 mila per la precisione, ne erano spuntati 20 mila, (secondo gli imprevedibili disegni della Provvidenza) contava di perderne la metà, ne rimanevano quindi 10 mila.

Questo piccolo racconto (scritto nel 1953, pubblicato per la prima volta nel 1973. Di pura fantasia), che si fa leggere in un'ora, è narrato da un forestiero (lo stesso Jean Giono) capitato per caso sui suoi passi... Inizialmente non si rese conto della sua mirabile azione. Nel corso del tempo, ogni volta che tornava, la natura intorno a sé cambiava aspetto, rinasceva, grazie al gesto disinteressato di un uomo silenzioso, capace di percorrere Km su Km pur di compiere tale rituale, fino alla sua morte.
Anche il vento disperdeva certi semi. Con l'acqua erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i prati, i giardini, i fiori e una certa ragione di vivere.
Un messaggio carico di speranza e bellezza che porta con sé un significato profondo, il vero senso dell'esistenza, dei motivi per il quale siamo qui... tanto da rendere realmente Bouffier "un atleta di Dio", come lo definisce lo scrittore stesso. Una parabola sul rapporto uomo-natura che ci deve quindi far riflettere, porci domande che non possiamo rimandare sull'importanza della nostra responsabilità individuale e collettiva, su quanto le nostre scelte ci condizionano e condizionano l'ambiente circostante in meglio o peggio e dei risultati che siamo capaci di raggiungere se nella nostra vita agiamo con amore, rispetto, perseveranza, pazienza...

Vi lascio infine con il cortometraggio della storia. Pura poesia. Da vedere. A cura di Frédérick Back. Vincitore del premio Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione nel 1988.

Francesca

20 aprile 2016

Il sostituto di David Nicholls [recensione]

IL SOSTITUTO
di
David Nicholls

Editore: Beat 
Traduzione: Stefano Bortolussi
Pagine: 350
ISBN: 9788865590218
Prezzo: 9,00


Come si può non innamorarsi dei personaggi di David Nicholls, imbranati, ignorati, alla ricerca del loro posto nel mondo?
Ricordano gli adolescenti dei film americani anni '80, dove sulla scena si muove lo studente sfigato, il perdente da tutti deriso, in attesa della grande occasione che ne ribalti le sorti avverse. In Il sostituto, è un giovane uomo, con alle spalle un matrimonio fallito, una figlia di sette anni in adorazione e un lavoro, come quello dell'attore, dove non riesce a eccellere, soprattutto per i ruoli che ricopre:
"Il segreto della vera grande recitazione cinematografica è fare il meno possibile, e non è mai tanto importante come quando si recita la parte di un soggetto inanimato. In undici anni di carriera, Stephen C. McQueen aveva interpretato già sei cadaveri, ciascuno pensato con cura e finemente delineato, ciascuno capace di esprimere il pathos del non essere più in vita. Non volendo dar vita a uno stereotipo, nel suo curriculum Stephen aveva sfumato i dettagli, affibbiando ai vari corpi nomi affascinanti e carismatici quali MAX o OLIVER, al posto dei più accurati CORPO o VITTIMA. Ma evidentemente la voce si era diffusa nell'ambiente: nessuno era bravo a non far niente come Stephen C. McQueen. Se volevi qualcuno che venisse ripescato all'alba dal Grand Union Canal, che giacesse afflosciato, distrutto e senza lamentarsi sul cofano di un'auto o si accasciasse bocconi sul fondo di una fangosa trincea della prima guerra mondiale, lui era il tipo giusto".
Stephen C. McQueen, un nome che è una beffa, quasi un presagio per quel mancato talento che invece contraddistingue l'icona cinematografica originale. L'ambizioso omonimo è a caccia dell'opportunità giusta, per dimostrare al mondo quello che vale e che la sua è più di una semplice e frivola passione, ma rappresenta tutta la vita. Il suo agente propone lavori poco allettanti, comparse che non lo mettono in risalto, come il cadavere, Sammy lo scoiattolo o lo spettro che apre le porte a Lord Byron, interpretato dal famoso Josh Harper. Lui sì che ha raggiunto la notorietà, è desiderato dalle grandi compagnie e scelto come protagonista di grandi produzioni. Stephen è il suo sostituto, lo osserva nell'ombra e attende speranzoso una qualche assenza per potersi finalmente esibire.
Una sera, nel corso di una delle tante repliche, è invitato a una festa a casa del nemico; inizialmente sorpreso, è felice di stringere nuove amicizie e aprirsi le porte a future collaborazioni. Conosce sua moglie Nora, una donna bellissima, con la quale ha in comune la sicurezza di vedere realizzati i propri sogni. Come da copione, l'imbranato McQueen s'innamora della compagna del suo più grande rivale, ne diventa amico e confidente. Quando scopre che il rapporto fra i due non è perfetto per i ripetuti tradimenti del marito, non ha il coraggio di riferire i peccati a Nora; stringe un patto con Josh Harper, che gli promette di mancare qualche sera e cedere così la parte di Lord Byron:
"Nella farsa classica ci sono due tipiche reazioni comiche quando, all'ingresso in una stanza, si vede qualcosa che non si sarebbe dovuto vedere: la reazione ritardata e l'occhiata lunga e impassibile. Stephen scelse la seconda. Dopotutto, gli servivano parecchi istanti per capire quello che stava vedendo, quali membra appartenevano a chi. Maxine sedeva a cavalcioni su una sedia rivolta verso la finestra, nella direzione opposta a dove si trovava Stephen, con una gamba posata sulla scrivania. [...] Due giorni, il diciotto e il diciannove dicembre, due repliche serali e una pomeridiana. Giusto in tempo per Natale. A proposito, l'altra parte dell'accordo è che devi essere sensazionale. [...] Ah, giusto per mettermi il cuore in pace, e senza alcun collegamento, siamo d'accordo sul fatto che non dirai niente di tu-sai-chi a tu-sai-chi?".
David Nicholls si è lasciato apprezzare dalla maggior parte dei lettori per Un giorno e Noi, così da riportare l'attenzione sulle prime pubblicazioni, a parer mio, le migliori. Dopo essermi innamorato de Le domande di Brian sono stata conquistata da Il sostituto, soprattutto da un altro personaggio maschile, che ricalca la versione adulta di Brian. Stephen C. McQueen è il classico imbranato, pieno di sogni e carico di aspettative; persevera nel mestiere di attore, convinto che sia la sua vocazione. Purtroppo non gli è mai stato affidato un ruolo di rilievo, ma è sicuro che presto qualcosa cambierà e lo urla a gran voce alla ex moglie, che non crede in questo suo capriccio puerile.
Si innamora alla follia di Nora e accetta di essere suo amico, nonostante le continue conversazioni inopportune sul rapporto fantastico con il compagno. Quest'ultimo si rivela immaturo, infedele e senza nessuna remora morale; quando il protagonista scopre le sue avventure con altre donne si trova di fronte a un bivio: dire la verità o accettare di mantenere il segreto, per dare sfoggio delle sue doti recitative e smetterla di sentirsi sempre così inadeguato. La preoccupazione che più lo affligge è il fallimento, perché consapevole che se delude le persone importanti per lui, avrà sprecato la propria esistenza a rincorrere una pia illusione. Sceglie di dare priorità alle aspirazioni; la decisione lo mette di fronte a tutta una serie di equivoci e situazioni, che strappano più di un sorriso. Una delle componenti forti del libro è la comicità mai gratuita e lineare all'andamento narrativo. La lettura è fluida e vorace, la storia assomiglia alle commedie romantiche, non mielose, ma introspettive, con una figura carismatica con la quale è difficile non immedesimarsi. Un romanzo che affronta una fase di transizione come la presa di coscienza circa le proprie responsabilità e la delusione legata alla certezza che la speranza di coronare i nostri desideri si infrange con la dura realtà.

Veronica

17 aprile 2016

Passeggeri Notturni di Gianrico Carofiglio

Passeggeri Notturni
di Gianrico Carofiglio

Einaudi Editore
104 pagine
€ 12,50 
ISBN 9788806229344

uscito nel 2016

IPOCOGNIZIONE è vocabolo difficile, poco usato ma piuttosto importante. Indica la situazione di chi non possiede le parole - e dunque i concetti, i modelli di interpretazione della realtà - di cui ha bisogno per gestire la propria vita interiore e i rapporti con gli altri.

Il concetto di ipocognizione deriva da uno studio condotto a Tahiti negli anni cinquanta da Robert Levy, antropologo e psicoterapeuta. Nel tentativo di individuare la ragione dell'altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprì che i tahitiani non avevano le parole per indicare il dolore, al di fuori di quello fisico. Non avevano le parole per indicare la sofferenza spirituale. Naturalmente la conoscevano e la provavano, ma non avevano per essa un concetto e un nome. Dunque non erano in grado di identificarla. Non erano in grado di nominare, e quindi di elaborare, la fragilità, la tristezza, l'angoscia. La conseguenza di questa incapacità, nei casi di sofferenze intense, e per loro incomprensibili, era spesso il drammatico cortocircuito che portava al suicidio.

Racconto spesso questo aneddoto scientifico perché mi sembra faccia comprendere, molto più di un lungo discorso, quale sia l'importanza pratica - direi quasi materiale - delle PAROLE.

[...]

Le parole che utilizziamo possono avere un impatto straordinario non solo sulle nostre vite individuali, ma anche su quelle collettive. Le parole creano la realtà, fanno - e disfano - le cose; sono spesso atti di cui bisogna prevedere e fronteggiare le conseguenze, in molti ambiti privati e pubblici.

La buona politica è anche  - forse soprattutto - dare il nome giusto alle cose.


15 aprile 2016

Undici Solitudini di Richard Yates [recensione]

UNDICI SOLITUDINI
di 
Richard Yates

Editore: minimum fax
Collana: minimum Classics
Traduzione: Maria Lucioni
Pagine: 257
ISBN: 9788875210885
Prezzo: € 11,00



La solitudine è un sentimento dalle molteplici sfumature, che assale anche quando non si è davvero soli. Ti colpisce e ti spaventa proprio perché sei circondato da persone e situazioni che non dovrebbero far sentire così. Il panico si manifesta quando affronti una giornata tipo a lavoro, non ti senti all'altezza in un ruolo che ricopri, hai paura di deludere le persone che ami e vedere nei loro occhi uno sguardo diverso, di disapprovazione.
Undici solitudini racconta undici storie scevre dal lieto fine, particolare preponderante in tutti i libri di Richard Yates. I protagonisti sono persone comuni, impegnate nei propri drammi personali, infelici e alla ricerca di qualcosa di inaspettato; convinti di combattere per diventare straordinari nel mondo, si scontrano con un destino che mostra a ciascuno i propri limiti. Sembrano imprigionati in un luogo e in un tempo, costretti a restare fermi ai margini della società, a venir considerati perdenti e senza possibilità di riscatto. L'autore ne dà un'immagine fastidiosa, mettendone in luce i tratti detestabili, tanto da portarci a non fare il tifo per loro. Si osservano i comportamenti, si scorrono i dialoghi, si origliano i pensieri, consapevoli che ad aspettare ciascun personaggio principale non c'è niente di meglio: i soggetti con i quali si interfacciano non rappresentano il veicolo al raggiungimento dei propri scopi, bensì il contrario. 

I racconti sono brevi e il tutto è concentrato nell'arco di non molte pagine. Ne Il dottor Geco, Miss Price tenta in ogni modo di fornire il suo appoggio al nuovo studente Vincent Sabella, fuori luogo negli abiti e nei comportamenti, incapace di ambientarsi, carico di una rabbia mal indirizzata. L'insegnante gli riserva un trattamento speciale, non lo corregge di fronte alla classe e lascia passare ogni reazione, anche la più scontrosa, finendo per rimetterci lei stessa. Sempre ambientato a scuola, ma con un cambio di prospettiva, quello dello studente, Il regalo della maestra: la signora Snell è severa, pretende molto e per i ragazzi è difficile apprezzarla. Il confronto con la Cleary, la professoressa buona, attenta ai dettagli, felice di dispensare regali per tutte le ricorrenze, è quasi scontato. A volte, notano un piccolo segnale di miglioramento, per poi ricredersi scorgendo solo  il carattere troppo duro della donna. In Jody ha il coltello dalla parte del manico, un gruppo di soldati deve fare i conti con l'estrema severità del sergente Reece, incaricato di preparare il plotone alla carriera militare. Jody è il simbolo di tutto ciò che gli uomini hanno lasciato, perso e non ritroveranno al loro ritorno. Alla fine dell'addestramento rimpiangono la dipartita di Reece, consci di aver imparato molto dal proprio mentore.
In Tutto il bene possibile una coppia in procinto di sposarsi affronta l'avvicendarsi dell'evento carica di ripensamenti. Grace a volte è convinta che il suo futuro sarà radioso, ma altre volte, la maggior parte, non è più sicura di niente, tanto da fremere per le attenzioni del proprio capo e decidere così di testare il proprio sex appeal prima delle nozze offrendosi al futuro sposo. Quest'ultimo è preoccupato della poca considerazione dimostrata da amici e colleghi, speranzoso che il matrimonio sia l'occasione per sentirsi finalmente al centro dell'interesse: al settimo cielo per la festa a sorpresa, sceglie di ignorare i segnali lascivi di Grace, preferendo di gran lunga i festeggiamenti. Diversa la relazione tra i coniugi di Nessun dolore, divisi dalla malattia del marito. Harry è in ospedale per la tubercolosi e aspetta ogni domenica la visita della moglie. Myra frequenta un'altra persona e per il resto della settimana vuol far finta di essere una donna libera e senza impicci; ma i giorni che si reca in ospedale è di nuovo una moglie e non desidera che le si ricordi il contrario.
Ancora ambientato nel sanatorio, Abbasso il vecchio!, dove McIntyre è costretto a una permanenza forzata nel Padiglione Sette; in libera uscita per Natale, apprende che le cose in famiglia sono molto cambiate in sua assenza e nessuno lo ascolta più.
Ken Platt e Carson Wyler scovano Un buon pianista jazz, forse il migliore sulla piazza: convinti di essere di fronte a un talento, palesano tutta la loro ammirazione. La delusione più grande sarà scoprire che avevano ragione e il loro beniamino andrà incontro alla fama con perseveranza e autonomia.
Walter Henderson è in attesa di essere licenziato in Una gran voglia di punizione: quando ne riceve notizia non è stupito, ma pensa al dopo, a cosa farà e quanto riuscirà a mantenere nascosta la notizia alla famiglia. Immagina di poter essere considerato un eroe agli occhi della moglie, per aver mantenuto la fiducia e non averle fatto pesare il momento di transizione prima di trovare un buon impiego. La realtà lo costringe a mettere i piedi per terra; niente va come pianificato e si ritrova a confessare i suoi fallimenti seduto nella poltrona all'angolo della stanza.
Nei due racconti Contro i pescicani e Costruttori si parla del mestiere di scrittore: nel primo, assistiamo alle dinamiche interne di un piccolo giornale politico, con il protagonista Leon Sobel, così sicuro delle sue doti, da cercare di surclassare le direttive dei capi; nel secondo, Bob Prentice, grande fan di Hemingway (come Yates), si lascia allettare da un'offerta di lavoro come scrittore "professionista" e dalle parole del datore di lavoro, che ne sfrutta le capacità senza ricompensare in maniera adeguata il lavoro.
Ne Il mitragliere, a stancare è l'esistenza stessa: dovunque guardi John Fallon, vede solo la moglie dall'utero rovesciato e frustrazione verso chiunque abbia vissuto la sua stessa esperienza di soldato, senza provare gli stessi sentimenti.

Le ambientazioni ricorrenti sono la scuola, l'ospedale, la casa, il lavoro, il fronte; i protagonisti lottano contro la normalità delle proprie vite, afflitti da ansia e paura di sbagliare. Le preoccupazioni sono quelle quotidiane e Richard Yates ne analizza le componenti profonde, dando un quadro psicologico preciso di ognuno: non solo sappiamo che cosa pensano, ma ne vediamo anche i tic e i vizi più emblematici. Le storie scorrono libere, per la semplicità dei dialoghi e dei contesti in cui si muovono i personaggi, ai quali non è riservato un futuro brillante. Undici Solitudini raccoglie i brevi racconti scritti tra i venti e i trent'anni, pubblicato originariamente nel 1962, dopo il successo di Revolutionary Road. Per tutti coloro che amano il modo di rappresentare il sogno americano e il realismo di un'epoca affascinante e piena di speranza. Per chi già lo conosce e lo apprezza nei romanzi e per quelli che invece ancora non si sono lasciati convincere.

Veronica

10 aprile 2016

Solo il mimo canta al limitare del bosco di Walter Tevis [recensione]

SOLO IL MIMO CANTA AL LIMITARE DEL BOSCO
di
Walter Tevis


Editore: minimum fax
Collana: Minimum Classics
Traduzione: Roberta Rambelli
Pagine: 343
ISBN: 9788875216757
Prezzo: € 13,50

Nel 2467 l'evoluzione della tecnologia e le aspettative che l'uomo vi ha riposto hanno dato vita a un mondo che si è incantato come un disco. Per ovviare al crescente sovrappopolamento, in un'era "antica" i governi hanno approvato una sterilizzazione a tappeto, associata a oppiacei per alleviare i malesseri di una società sempre più aggressiva. 
È sempre per risolvere i disagi dei cittadini "antichi" (cioè noi), violenti, incapaci di controllarsi e ingiusti con se stessi e gli altri, che gli scenziati hanno costruito robot sempre più perfetti, cloni meccanizzati dell'essere umano.
Come Spofforth, incapace di deteriorarsi a causa della sua perfezione, che anela a togliersi la vita senza poterlo fare, perché appena prima di compiere il gesto i suoi circuiti si fermano. È decano di una università dormitorio dove gli studenti (mai giovani, perché non ne nascono più) passano le ore sotto effetti di droghe calmanti e dissocianti, seguendo lezioni simili a lavaggi del cervello che hanno il solo fine di sopire gli istinti.
Tutto è un crimine nel 2467. Le relazioni affettive sono osteggiate a favore di sesso rapido, il cibo è insapore e incolore, è vietato parlare con gli altri e toccarli all'infuori delle alcove occasionali, pena la galera. Le emozioni gettano le basi per i crimini. Guardare negli occhi l'interlocutore (quando c'è) è considerata aggressione all'individualità, che insieme a parole come Privacy, Cortesia obbligatoria, Emarginazione sono solo alcune delle molte che indicano una solitudine incoraggiata. 
Da molto tempo ormai nessuno sa più leggere: sono i robot, programmati per ripararsi all'infinito, che mandano avanti le fabbriche, gli uffici, i mezzi di trasporto con tutti i limiti del caso. 
Hanno tutto in memoria, chiusa e ripetitiva.
A rompere gli schemi, Paul Bentley, un professore di individualità che annuncia a Spofforth di saper leggere. I libri inducono a pensare, scatenano la curiosità e per impedire che l'essere umano metta a repentaglio la propria serenità sono stati fatti pietosamente scomparire. Leggere, manco a dirlo, è illegale.
Spofforth, consapevole del crimine che il professore sta commettendo, cerca egualmente di sfruttare quest'abilità: all'insaputa di tutti, lo invita a tradurre vocalmente i vecchi film muti per il piacere degli schermi imperanti ovunque.
E questa è la scintilla: i film, come i libri, spalancano a Bentley usanze, tradizioni, un mondo intero di perfetti sconosciuti che lui capisce essere gli antichi, i cittadini che abitavano la Terra prima dell'avvento delle macchine, che nonostante le continue infrazioni di Privacy e Cortesia obbligatoria (si guardano negli occhi, mangiano insieme, ballano, si toccano, si sposano) sembrano incredibilmente felici.
Come lui, anche Mary Lou, una giovane donna senza dimora che fin da bambina ha rifiutato di assuefarsi alle droghe e ora passa le sue giornate a osservare gli animali meccanici dello zoo, ai quali ormai nessuno fa più caso, vive di racconti di un tempo andato e quasi leggendario, dell'uomo che l'ha cresciuta. Lei sa che il mondo è stato migliore, sa che potrebbe esserlo ancora e vede quanto tutto sia immobile, ai limiti dell'impossibile.
Il loro incontro, due menti pulite dalle droghe e bianche come le pagine di un libro che deve essere ancora scritto, darà vita a dei mutamenti che nessuno può prevedere, dove e come andranno a finire. 

È una storia al futuro che parla di noi, del nostro adesso ed è inquietante constatare, alzando gli occhi da questo romanzo, quanto non abbiamo imparato da quelli che eravamo trent'anni fa. Tecnologia usata indistintamente, dietro la quale nasconderci al caldo dei nostri pensieri, l'estremo politically correct, il rispetto altrui portato all'eccesso e che è divenuto un rifuggire ogni contatto con l'altro per paura di ferirlo (o ferire noi stessi).

Come molta fantascienza, anche questo è un grido d'aiuto, uno "Sveglia gente!" che Tevis tenta di farci udire. Vediamo di ascoltarlo: leggete, leggete, leggete!

Alessandra

7 aprile 2016

Undici Solitudini di Richard Yates [frasi]

UNDICI SOLITUDINI
di
Richard Yates


IL DOTTOR GECO
"In genere, il fatto che uno venisse da New York aveva un certo prestigio, poiché a gran parte dei ragazzi la città appariva come un luogo bello e terribile, da adulti, che ingoiava ogni giorno i loro padri e dove loro potevano andare di rado, vestiti degli abiti migliori, come a una gran festa. Ma subito, alla prima occhiata, tutti si accorsero che Vincennes Sabella non aveva nulla a che fare con i grattacieli. Anche a voler trascurare i suoi arruffati capelli neri e il suo colorito grigiastro, gli abiti che aveva indosso lo tradivano: un paio di calzoni di velluto assurdamente nuovi, un paio di scarpe da ginnastica assurdamente vecchie e una maglietta gialla troppo piccola, coi resti di un disegno di Topolino stampati sul petto".

TUTTO IL BENE POSSIBILE
"Lo chiamava «amore» da poco, da quando era ormai diventato chiaro che, insomma, lo avrebbe sposato, ma la parola le suonava ancora strana. Mentre (non avendo altro da fare) metteva in ordine la scrivania, avvertì dentro di sé la solita sensazione di panico. Non poteva sposarlo, lo conosceva appena. A volte le succedeva di pensare il contrario: non poteva sposarlo, lo conosceva troppo bene. Ma in un modo o nell'altro finiva sempre per innervosirsi, lasciandosi suggestionare da tutte le cose che Martha, la ragazza con cui divideva l'alloggio, le aveva ripetuto fin da principio".

JODI HA IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO
"Jody era l'amico infedele, il placido civile a cui il capriccio della sorte aveva consegnato tutto ciò che ti era più caro. E le strofe successive, una serie di rime sarcastiche, mettevano in chiaro che l'ultimo a ridere sarebbe stato sempre Jody. Tu potevi marciare, sparare e imparare alla perfezione le tue norme di disciplina, ma Jody era una forza al di sopra di ogni controllo".

NESSUN DOLORE
"Nella piccola sala d'attesa c'era odore di vapore e di soprascarpe bagnate. Myra la attraversò in fretta, superò la porta con la scritta UFFICIO INFERMIERE - ZONA NON INFETTA, verso la grande, chiassosa corsia centrale, dove c'erano trentasei letti divisi su due file, suddivise a loro volta da tramezzi di media altezza in cubicoli di sei letti ciascuno. Tutte le lenzuola e i pigiami forniti dall'ospedale erano di color giallo, perché alla lavanderia potessero distinguerli da quelli dei malati non infetti. Quello giallo unito al verde pallido delle pareti produceva un effetto tonale che dava l'idea di qualcosa di malato. Myra non era mai riuscita ad abituarvisi. Il baccano era terribile: ogni malato aveva la sua radio, e ciascuno sembrava ascoltare contemporaneamente una stazione diversa. Intorno ad alcuni letti c'erano gruppi di visitatori: uno degli ultimi arrivati giaceva con le braccia strette intorno alla moglie in un lungo bacio, ma vicino a certi altri non c'era nessuno, e il malato leggeva o ascoltava la radio".

UNA GRAN VOGLIA DI PUNIZIONE
"Con uno scatto di energia riprese a camminare, raddrizzando si il cappello e irrigidendo la mascella, battendo forte i tacchi sul marciapiede nel tentativo di darsi il tono dell'uomo pieno di fretta e di impazienza, chiamato dagli affari. Uno può diventare pazzo a volersi psicanalizzare a mezzogiorno, nel bel mezzo di Lexington Avenue. La cosa da fare era muoversi subito alla ricerca di un lavoro".

CONTRO I PESCICANI
La mattina in cui doveva consegnare il materiale venne in ufficio con un pezzettino di carta igienica sulla guancia: s'era fatto un taglio radendosi. Era l'unico segno di nervosismo, ma per il resto appariva fiducioso come sempre. Non c'erano telefonate da fare quella mattina, perché come al solito nei giorni di tipografia tutti restavano in ufficio a lavorare sull'impaginato e sulle bozze. La prima cosa che Sobel fece fu dare un'ultima occhiata a quel che aveva scritto. Era talmente assorto nella lettura che non si accorse di Finney che stava in piedi proprio accanto a lui [...].

IL REGALO DELLA MAESTRA
"Quando la signorina Snell sceglieva qualcuno per una specie di reprimenda, la classe assisteva a una vera e propria prova del fuoco verbale. La Snell si fermava a un passo dalla vittima, fissandola con gli occhi immobili, senza battere ciglio, mentre le labbra vizze e grigie si contorcevano denunciando la sua colpa con tono duro e sarcastico fino a creare un'atmosfera di tragedia. Preferenza non ne aveva. Una volta attaccò persino Alice Johnson, che era sempre ben fornita di tutto l'occorrente e non commetteva quasi mai sbagli. Mentre leggeva a voce alta, ad Alice capitò di farfugliare e, nonostante i ripetuti richiami della maestra, lo fece più volte. Alla fine la signorina Snell le si avvicinò e le tolse il libro di lettura redarguendola aspramente per diversi minuti. Sulle prime Alice rimase sbalordita, poi i suoi occhi si riempirono di lacrime; contorcendo la bocca in orribili smorfie si abbandonò all'estrema vergogna di piangere in classe".

IL MITRAGLIERE
"Nessuno aveva mai badato molto a John Fallon prima che il suo nome apparisse nel rapporto di polizia e sui giornali. Impiegato presso una grossa compagnia di assicurazioni, si muoveva con lentezza tra gli schedari, tutto compreso nel suo lavoro, i bianchi polsini della camicia rivoltati a mostrare su un polso un orologio d'oro e sull'altro un braccialetto d'identificazione da militare in congedo, piuttosto largo, ricordo di tempi più audaci e spensierati".

UN BUON PIANISTA DI JAZZ
"Quel sabato Carson non andò a Cannes perché non era riuscito a concludere come voleva la storia con la svedese. Si era aspettato scene di pianto, o perlomeno un coraggioso scambio di tenere promesse e sorrisi, e invece lei accolse con strana, sorprendente indifferenza l'annuncio che lui se ne andava, mostrandosi persino distratta [...]. Questa situazione lo indusse a numerosi, imbarazzanti indugi che non diedero alcun risultato tranne quello di suscitare in lei insofferenza e in lui un senso di ingiusta privazione".

ABBASSO IL VECCHIO!
"Nei cinque anni dopo la guerra il Padiglione Sette, quello dei tubercolotici, era diventato un edificio distinto dal resto dell'ospedale Mulloy per i veterani. Pur trovandosi a meno di cinquanta metri dal Padiglione Sei, quello dei paralitici [...], non c'erano più rapporti di buon vicinato tra loro dall'estate del 1948, quando i paralitici avevano presentato una petizione per chiedere che i malati di tubercolosi stessero isolati sul loro prato".

COSTRUTTORI
"Gli scrittori che scrivono di scrittori possono produrre facilmente il peggior genere di aborti letterari. [...] il racconto che state per leggere sarà una normalissima storia diretta e senza fronzoli che parla di un tassista, di un divo del cinema e di un famoso psicologo per bambini. [...] Nella storia ci sarà di mezzo anche uno scrittore. [...] dovremo però sopportarlo dal principio alla fine, e sarà meglio immaginarselo maldestro e importuno come sono quasi tutti gli scrittori, sia nei romanzi che nella vita".

A breve, su questo spazio la recensione!

Veronica

3 aprile 2016

Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue [recensione]


STANZA, LETTO, ARMADIO, SPECCHIO
di
Emma Donoghue

Editore: Mondadori
Collana: Grandibestsellers
Traduzione: Chiara Spallino Rocca
Pagine: 348
ISBN: 9788804661894
Prezzo: € 14,00

Una stanza piccolissima al tempo stesso mondo e prigione. Diversi gli occhi di chi la guarda. Una ragazza di ventisei anni, rapita e ingannata per la sua generosità, costretta a subire gli abusi del suo sequestratore, nascosta in un buco buio, completamente sola. Poi arriva Jack, il figlio concepito dalla violenza, l'unica ragione per vivere e fingere che quella condizione sia normale. Proprio il bambino è il narratore e attraverso di lui scopriamo che cosa succede nella quotidianità di una madre e un figlio. Lui ignora il significato della libertà e l'immensità del cosmo. Lei nasconde la realtà delle cose per proteggere l'unica persona che ama e non portarlo alla stessa disperazione che l'affligge. Di notte lo chiude nell'armadio, perché Old Nick si può presentare da un momento all'altro e tra i due non deve esserci alcun tipo di contatto. Esasperata da tutto questo, incapace di recitare ancora, architetta un piano: fa credere al suo aguzzino che il bambino sia morto, lo avvolge in un tappeto e tra le lacrime gli chiede di seppellirlo in un bel posto.
Jack è coraggioso e, da vero eroe, riesce a scappare dalle grinfie dell'uomo e ad attirare l'attenzione di un passante; la polizia comprende la situazione e localizza l'abitazione adiacente al capanno dove sono stati segregati.
Finalmente sono liberi, ma il ritorno alla vita non è semplice per nessuno dei due: lui rimpiange la sicurezza del luogo che è stato casa da sempre e ogni piccola novità lo terrorizza; lei è schiva, aggressiva e consumata da quei sette anni che l'hanno privata della possibilità di credere nella salvezza. Poco tempo dopo essere tornata a casa, acconsente a farsi intervistare dai giornalisti,  le cui domande mettono in discussione la stessa decisione di tenere con sé il piccolo, invece di darlo via per offrirgli qualcosa di meglio:

"[...] non ha mai pensato di chiedere al suo carceriere di portare via Jack? [...] Di lasciarlo davanti a un ospedale, per esempio, in modo che potesse essere adottato. [...] così avrebbe potuto essere libero".

Emma Donoghue racconta una storia drammatica come quella del rapimento e della reclusione da un punto di vista diverso e originale, quello di un bimbo di cinque anni, convinto di essere parte dell'universo, racchiuso in quattro mura, uno spazio claustrofobico e angusto, non adatto a soddisfare i bisogni di qualsiasi essere umano. Per Jack no, tutto è normale: fare ginnastica con Ma', guardare la tv, fare il bagno, mangiare insieme, aspettare il regalo della domenica. Ogni oggetto che lo circonda fa parte della sua famiglia: letto, stanza, pianta, lucernario, cucchiaio, tappeto. A tutti rivolge un saluto. Quando è nervoso e a disagio conta le cose: i denti in bocca che devono essere venti e se il conto non torna, riparte da capo; i cigolii del letto che sente dall'armadio quando Old Nick si presenta ogni notte. La mamma comincia a manifestare di frequente segni di insofferenza e, a mano, mano, racconta che c'è di più fuori, un'esistenza piena di novità a loro preclusa. Adesso che ha cinque anni è un ragazzino grande, può reggere la verità e ha bisogno che la condivida con lei, ma non è facile affrontare qualcosa che mai si è vissuto e che probabilmente mai sarà possibile vedere.

La scrittrice s'immagina un bambino particolare, allevato in cattività, dotato di un'intelligenza sbalorditiva, in grado di attivare associazioni di pensiero e ragionamenti, in certe situazioni, un po' troppo complicati per quell'età, facendo spesso dimenticare di essere in lettura di un libro che è scritto dalla parte del più piccolo. Sembra scordarlo la stessa autrice, in quanto, in alcuni passaggi, si lascia andare a esposizioni o giudizi articolati, che con fatica si ricollegano alla tenera età di Jack. Al fine di approfondire i risvolti emotivi e psicologici più complessi, senza perdere di credibilità, avrei preferito una struttura doppia, di modo da non tralasciare le implicazioni dal lato della donna che, per mantenersi fedele alle scelte narrative, sono meno approfondite. 
Stanza, letto, armadio specchio è una storia toccante, emozionante e perfetta soprattutto nel definire il rapporto di dipendenza da ambo le parti. Un testo che si divora in pochi giorni, molto forte per i temi trattati, non sempre facili da digerire, commovente e con il pregio di far apprezzare ciò che quotidianamente si dà per scontato.

Nel 2015 è stato tratto il fim Room, per il quale l'attrice Brie Larson ha vinto il premio oscar come miglior attrice protagonista. La trama si presta alla trasposizione filmica e il pregio più grande è sicuramente il legame di attaccamento speciale tra madre e figlio, che ritroviamo nella pellicola. Menzione d'onore a Jacob Tremblay, il perfetto Jack che immaginiamo durante la lettura. Da vedere!


Veronica