5 ottobre 2016

L'amore paziente di Anne Tyler [recensione libro]

L'amore paziente
di Anne Tyler

tradotto da Laura Pignatti

Guanda Editore
272 pagine
Isbn 9788882468149
11,50 euro
Uscito nel 2003

Jeremy Pauling ha quasi 40 anni. Di professione è artista, ovvero assembla oggetti fra i più disparati, crea collage, costruisce sculture nella stanza all'ultimo piano. Non esce mai ed è vittima di una miriade di paure: della gente, del (rispondere al) telefono, del mondo esterno, di quello che c'è al di là del semaforo... Ha una mamma chioccia, talmente soffocante e protettiva che l'improvvisa morte da un lato lo lascia ancora di più in balia di se stesso, dall'altro lo libera. L'incapacità sul da farsi viene risolta dal testamento della donna: gli lascia in eredità la casa (adibita da tempo a pensione, con tutti i suoi inquilini strampalati dentro), sollevandolo così dall'obbligo di riflettere seriamente sul futuro. Fino a quando la quotidianità viene stravolta dall'arrivo di Mary (e della figlioletta) scappata da un marito che non vuole più e un amante indeciso al seguito. Jeremy se ne innamora all'istante ma solo dopo che ella viene scaricata e solo dopo elucubrazioni mentali infinite riesce a dichiararle il suo amore, sfociando poi all'atto pratico (e ufficioso) in un "matrimonio" e a mettere al mondo, uno dietro l'altro, cinque figli. A un certo punto però qualcosa fra i due si rompe: lui è sempre più schiavo della sua arte e del suo bisogno di silenzio in mezzo al caos famigliare; lei esasperata dalla mancanza di attenzioni scappa - con prole al seguito - e va a vivere in una baracca sgangherata e sporca, con la funzione di deposito barche.

Un romanzo scritto intorno alla metà degli anni 70, ambientato in America, a Baltimora, che risulta attuale per quel senso di incompletezza, smarrimento, indecisione che contraddistingue l'essere umano oggi come ieri. Le parole si reggono su un filo precario... Come nella vita, quando non accettiamo la mancanza di certezze che costruiamo a tavolino nella nostra mente dal primo momento che acquisiamo la capacità di ragionare. Jeremy, fratello di due sorelle più grandi, unico maschio, nasce e cresce debole perché troppo coccolato, troppo protetto dalle insidie del mondo, troppo tutto... tanto da apparire (gli occhi non riescono a figurarlo in maniera diversa) un vero e proprio disadattato, un autistico sentimentale. Niente e nessuno gli appartiene realmente, nemmeno Mary, nemmeno i bambini. Fai fatica a stare dietro a un soggetto del genere. Inoltre è difficile inquadrarlo nella figura di artista maledetto. Eppure con i suoi lavori ci campa. Sono la sua unica pre-occupazione. Le opere, frutto di una fantasia surreale, sono esposte alla galleria di un museo, alla mercé di chi le ama e ovviamente non ha presenziato neanche una volta agli incontri autocelebrativi per le paure sopracitate che non gli fanno dire, non gli fanno fare. La sua natura è in ogni muscolo del suo corpo, arriva fin dentro alla pelle e culmina in un finale dal sapore amaro che turba il lettore tanto da non accettarlo. L'immagine che ne esce fuori nella totalità è agghiacciante. Il dubbio che ti viene infatti è se il protagonista è davvero un perdente.

In una società dove ci affanniamo tanto per arrivare in chissà quale luogo, dove non dobbiamo sprecare l'unica possibilità di cui disponiamo, dove sei costretto a capire per forza le cose che ti girano intorno per dare loro un significato...  Forse l'obiettivo della scrittrice è proprio ribaltare l'ovvio o mostrarci tale miseria, tale solitudine, tale diversità. Ti rendi conto di ciò solo quando perdi quello che per te è tutto e per quel tutto non si può più tornare indietro, ormai è troppo tardi.

Buona lettura

Francesca 

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