11 ottobre 2017

The Outsiders di S. E. Hinton [recensione]

THE OUTSIDERS
di
S. E. Hinton

Casa editrice: Rizzoli
Traduzione: Beatrice Masini
Pagine: 224
Prezzo: € 17,00
ISBN: 9788817095426
"Andiamo e andiamo e andiamo, e non ci chiediamo mai dove. Lo sai cosa vuol dire avere più di quello che vuoi? E non puoi desiderare nient'altro e poi cominci a cercare qualcos'altro da desiderare? Siamo sempre in cerca di qualcosa che ci faccia contenti, e non lo troviamo mai. Forse se perdessimo il nostro distacco ci riusciremmo".
I Greaser sono i ragazzi poveri dell'East Side. Un gruppo, una famiglia, un legame potente fatto di lealtà, amicizia e rispetto. Può un nome definire ciò che siamo? È il quartiere in cui nasciamo a determinare il nostro futuro? In una notte in cui succede di tutto, Ponyboy comincia a darsi una risposta. Ha solo quattordici anni, ha perso i genitori quando era piccolo in un incidente d'auto, ama i libri, i film e vive con i suoi fratelli: Darry, il maggiore, sente la responsabilità dei più piccoli e cerca, con severità, di far andare le cose per il verso giusto, così da non attirare l'attenzione dei servizi sociali; Sodapop è il preferito, la spalla su cui piangere, il punto di riferimento per qualunque cosa.
Gli altri membri del gruppo con il quale è cresciuto sono: Steve Randle, migliore amico di Soda, con i modi di fare da spaccone; Two-Bit Mathews, il più vecchio, sempre con la battuta pronta, anche nei momenti più inopportuni; Dallas Winston, il duro e forte, arrestato all'età di dieci anni, invischiato in qualsiasi rissa; Johnny Cade è silenzioso, introverso, all'apparenza il più fragile, con un padre violento e un'infanzia priva di affetto, se non quello dei fedeli amici.
Dalla parte opposta, una banda rivale, i Soc, i benestanti, con i quali i rapporti sono tesi. Questi ultimi approfittano del proprio status sociale, che li fa sentire potenti, per aggredire i Greaser che hanno occasione di pescare da soli. E così succede all'amico Johnny, malmenato da quattro Soc e ridotto molto male, con ferite evidenti e altre non visibili, ma dolorose e incancellabili.
In una sera come tante, Johnny e Ponyboy conoscono due ragazze Soc, Cherry e Marcia, con le quali è facile parlare, aprirsi e scoprire di non essere poi tanto diversi:
"Mi sono immaginato la scena, o almeno ci ho provato. Forse Cherry si fermava a guardare il sole che va giù quando doveva portare fuori l'immondizia. Stava lì a guardarlo e si dimenticava di tutto finché suo fratello grande non le urlava di muoversi. Ho scosso la testa. Mi sembrava strano che il tramonto che vedeva dal suo patio e quello che vedevo io dai gradini di dietro fosse lo stesso. Forse i due mondi diversi in cui vivevamo non erano così diversi. Vedevamo lo stesso tramonto".
Quelle barriere che sembravano insormontabili cadono in una notte e quel confronto puro e sincero rende insignificante l'estrazione sociale delle due parti. Non tutti sono violenti, non tutti sono insensibili e come dice Cherry "la vita è dura dappertutto", ognuno ha i propri problemi da affrontare. 
Con questa nuova consapevolezza, Ponyboy è pronto a rientrare a casa, ma l'incontro con alcuni Soc finisce in tragedia e i due ragazzini sono costretti a fuggire. Mentre la polizia li cerca, nascosti in una vecchia chiesa abbandonata, utilizzano il tempo a disposizione per leggere insieme Via col vento. Sette giorni lontano da casa cambieranno per sempre le loro vite, in un modo profondo, da lasciare un segno indelebile nei loro cuori.

In occasione dei cinquant'anni dalla prima pubblicazione di The Outsiders, Rizzoli ha regalato una ristampa di un libro meraviglioso scritto da una giovanissima S.E. Hinton, che a soli quindici anni racconta una storia che per molti versi è legata a esperienze della sua adolescenza. 
Il narratore di The Outsiders è Ponyboy, un quattordicenne dotato, intelligente e con un futuro davanti; il quartiere di appartenenza e il coinvolgimento in una gang sembrano precludergli la possibilità di realizzare i suoi sogni. Nonostante sia solo un bambino, si ritrova molto presto a dover crescere e a fare i conti con la perdita dei genitori, l'incomunicabilità con il fratello maggiore che sente il peso della famiglia sulle spalle e una violenza gratuita fra i giovani.
Il protagonista, sconvolto dall'incidente occorso a lui e Johnny, si domanda se questo odio fra Soc e Greaser o affermare la supremazia di un gruppo su un altro abbiano davvero importanza.
Un percorso di formazione attraverso le diversità, in cui vediamo una società divisa per classe sociale, in cui gli individui non riescono a capirsi, non arrivano ad accettarsi. I personaggi sono descritti fisicamente e caratterialmente, sono accumunati dalla voglia di riscatto e dal bisogno di sentirsi parte di qualcosa di grande, di stare a proprio agio nel mondo, esattamente come si sentono nella banda.

Veronica

3 ottobre 2017

La più amata di Teresa Ciabatti [recensione libro]

La più amata
di Teresa Ciabatti

mondadori editore
228 pagine
uscito il 28 febbraio 2017


 “Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no.”

Teresa Ciabatti, seconda finalista del premio Strega, edizione 2017 con "La più amata", dietro a "Le otto montagne" di Paolo Cognetti. Letti entrambi... per il vincitore nutro una stima incondizionata sin dagli esordi, per Teresa Ciabatti curiosità. Forse per il titolo, forse per la copertina, forse per la trama, forse per l'articolo uscito dopo la seguente manifestazione.

C'è una famiglia, la famiglia Ciabatti, che in un certo periodo, intorno agli anni 70/80, ha avuto un peso rilevante in una zona ben delimitata del nostro paese, ovvero Orbetello, in Toscana. Il capofamiglia è Lorenzo Ciabatti, chirurgo. Sin da giovane è votato a una carriera di successo infatti va in America a fare medicina ma poi torna in Italia, laureato e pronto a conquistare il mondo. A un certo punto sposa Francesca Fabiani, anestesista e di una estrazione sociale diversa dal marito. Anche lei è una dottoressa, per la precisione anestesista. Ha studiato a Roma e grazie ai sacrifici della madre. Ce la fa perché è determinata. Francesca  la conosce perché si trasferisce e capita a lavorare nel suo stesso ospedale. Si innamorano e dopo il matrimonio la donna rimane incinta di due gemelli, eterozigoti, un maschio e una femmina: Gianni e Teresa. Teresa è la voce narrante che ripercorre le tappe della vita sua e dei genitori alla ricerca spasmodica e ossessiva di chi è veramente il padre: benefattore, dio della medicina, primario di reparto con una schiera di adepti pronti a esaudire ogni minimo desiderio o capriccio, ha contatti importanti e una scorta di lattine di coca nel frigo pronte ad essere bevute prima di entrare in sala operatoria. Ma lui non è solo questo, è molto di più. Tale aspetto viene fuori quando nella loro quotidianità si rompe qualcosa. A casa del professore si presenta un individuo armato che lo porta via, lo rapisce senza dare spiegazioni. Loro si nascondono nel bunker in attesa di un segnale, di un ritorno. Quindi, a un certo punto, persino la moglie desidera sapere cosa si nasconde dietro all'uomo, alla sua facciata di circostanza. Le domande si moltiplicano quando la figlia "la più amata" viene depredata da una ricchezza che brama con ogni forza e irruenza possibile. Non è più lo specchio riflesso del prestigio che ha goduto fino ad ora ma una qualunque, costretta a trasferirsi ai Parioli in un posto che non ha niente a che vedere con quello dove abitava prima.

La narrazione procede attraverso il meccanismo dei ricordi: Realtà e finzione si mescolano talmente tanto da non distinguersi. Non ci è dato sapere oltre alle parole impresse su carta. Un aspetto che si rafforza ancora di più grazie a uno stile talmente freddo e distaccato da non salvarsi nessuno, nemmeno lei che non capisce, non sa, colpevolizza lui, la situazione. E in effetti Teresa è un personaggio odioso perché è eccessiva, volubile, ha deliri di onnipotenza, si ribella alla povertà e la rifiuta. Vittima e carnefice degli eventi, non sa agire e comportarsi oltre se stessa. L'autrice inoltre definisce il suo ultimo lavoro "la storia della vita". E se si ha la pretesa di farlo le cose in ballo sono molte. La più interessante è il mettersi a nudo a discapito delle conseguenze e degli stati d'animo di chi legge. Ciò che il lettore prova una volta chiuso il libro è contrastante e non lo governa: - Di fastidio totale e disprezzo per la sua insensatezza perché a volte si è quello che si fa, si è quello che si dice, protagonisti delle proprie decisioni. A volte si è le decisioni che chi ti mette al mondo prende per te, giuste o sbagliate che siano. La tua natura si forma anche grazie agli sbagli altrui (dei genitori in primis); infine di compassione perché ogni storia merita di essere raccontata, compresa, giustificata a prescindere perché ognuno di noi si porta dentro dei dolori e delle esperienze che ti formano e ti sformano e che, a prescindere dalla propria incomprensione, non è possibile giudicare. Buona lettura.

Francesca

30 settembre 2017

Ruggine americana di Philip Meyer [recensione]

RUGGINE AMERICANA 
di
Philipp Meyer

Casa editrice: Einaudi
Collana: Super ET
Traduzione: Cristiana Mennella
Pagine: 390
Prezzo: € 13,50
ISBN: 9788806218829
"C'era qualcosa di tipicamente americano nell'incolpare se stessi della propria sfortuna, quel non credere che la propria vita risentisse dei fenomeni sociali, la tendenza ad attribuire i grandi problemi al comportamento individuale. L'altra faccia del sogno americano".
Fino a che punto il luogo in cui si nasce può influenzare il nostro futuro? Quanto il senso di responsabilità verso la propria famiglia determina le scelte e le nostre non scelte?
Isaac English è un ragazzo come tanti, forse più intelligente di molti suoi coetanei, magrolino, insicuro, alla ricerca di una svolta. Segnato dal suicidio della madre, sente di doversi occupare del padre invalido, anche se questo significa rinunciare a realizzare i propri sogni. Sua sorella Lee è stata ammessa a Yale e ha colto l'occasione di abbandonare un luogo che ormai racchiude solo tristezza, anche se significa lasciare tutto sulle spalle del fratello più piccolo. 
Isaac non sopporta più le costrizioni e l'assenza di possibilità che dominano il suo presente. Sceglie così di imboccare una strada diversa, ignota, ma sempre più allettante di quella finora percorsa. Destinazione California. Si fa accompagnare dall'amico Billy Poe, non tanto sveglio, irruento, sicuramente un buon amico, colui che lo ha salvato dal suo tentativo di togliersi la vita.
Un temporale improvviso li costringe a ripararsi in un capannone dismesso, dove l'incontro con alcuni barboni finisce in tragedia e uno di loro resta ucciso per mano di Isaac, intento a difendere il compagno in difficoltà.
Fuggono dalla scena del crimine, si lasciano dietro alcune tracce, che portano la polizia a sospettare di Poe. Quest'ultimo non sa che cosa fare: confessare e far ricadere la colpa sull'amico che lo ha solo difeso o mentire e pagare per uno sbaglio non commesso? Non ci sono prove per dimostrare la legittima difesa e la verità appare come un tradimento. Billy finisce in carcere, invischiato in una lotta fra gang e ancora una volta impegnato a sopravvivere.
Nel frattempo Isaac preferisce scappare, senza un soldo e una meta, in un posto sicuro dove dimenticare quel cadavere che pesa sulla coscienza, perché qualcun'altro dovrà pagare per i suoi errori.

In Ruggine Americana non si parla del sogno americano, dell'entusiasmo e della voglia di vedere concretizzate le speranze. L'America descritta da Meyer è alle prese con la crisi economica, la perdita del lavoro, della casa e l'avanzamento di una povertà impellente. Le acciaierie, dove la forza lavoro si accentrava, sono ormai chiuse da anni e quella ruggine che le ha ormai subissate ha raggiunto anche i suoi abitanti. Il romanzo è strutturato in capitoli concentrati sui diversi personaggi, uomini e donne disillusi, che non hanno mai abbandonato il posto dove sono nati e sentono come di non poterlo fare; la prima e la terza persona sono intervallati da periodi nei quali il flusso di coscienza prende il sopravvento e in una narrazione frammentata osserviamo il protagonista cominciare a parlare con se stesso. I monologhi interiori predominano sui dialoghi, tanto da alimentare questo senso di solitudine e incomunicabilità tra i protagonisti. Isaac vive con il padre, ma non parla con lui, così come difficilmente riesce a capirsi con la sorella, che detesta perché ha avuto il coraggio di lasciare Buell, e la incolpa di averlo mollato a occuparsi di quello che resta della loro famiglia. La madre di Poe, Grace, è abituata a lavorare e da sola ha cresciuto il figlio, che tante gliene ha fatte passare; il marito Virgil è un buon a nulla, ubriacone, dal quale proprio non può staccarsi. Sfrutta l'affetto che lo sceriffo locale, Bud Harris, prova per lei e questo le ha permesso di risolvere situazioni impossibili. Harris si sente insoddisfatto e odia se stesso per avere spesso infranto il suo codice d'onore, ma non smette di aiutare Grace a sbrigare qualsiasi problema.

Una provincia della Pennsylvania distrutta completamente dalla crisi, così come gli abitanti che ancora cercano di sopravvivere, nonostante la totale assenza di prospettive, che colpisce i vecchi, ma soprattutto i giovani. Restare è difficile, ma partire lo è ancora di più. Mancano i mezzi, manca la forza, manca la speranza di credere di meritare un futuro diverso, un futuro migliore. Una storia dura, triste e attuale, capace di stupire per l'originalità della prosa e distruggere per quanto facile sia immedesimarsi nella società descritta con dovizia di particolari. Il tema del viaggio come rinascita si trasforma in una fuga dalle responsabilità e la redenzione non combacia con la verità, poiché rivelarla significherebbe tradire chi ha teso la mano per aiutare.
Quanti dei nostri sogni, che con ostinazione abbiamo cercato di realizzare, sono rimasti chiusi in un cassetto e accumulato quello strato di ruggine di cui Meyer parla attraverso i suoi personaggi? A volte la dura realtà è faticosa da digerire, ma purtroppo siamo costretti ad accettarla.

Veronica

14 settembre 2017

Il gioco di Gerald di Stephen King [recensione]

IL GIOCO DI GERALD
di 
Stephen King

Casa editrice: Sperling & Kupfer
Traduzione: Tullio Dobner
Pagine: 307

Jessie è sdraiata sul letto della sua casa al lago, nuda, indifesa, ammanettata al letto. Si sente a disagio per quel gioco erotico nel quale il marito Gerald l'ha coinvolta. Lo guarda dubbiosa, gli chiede di essere liberata, quella situazione non fa per lei.
All'improvviso, il marito ha un malore, si afferra il petto, assume un'espressione sofferente, fino a scivolare giù dal letto, esanime.
Morto, stecchito. Jessie avverte la porta sbattere, il vento soffiare, una sega all'opera e un cane ululare. Nessuno è però in grado di aiutarla.
Comincia a sentire freddo, sete, lotta contro i crampi, cerca di far scivolare la mano al di là delle manette. Tutto inutile.

La protagonista si ritrova a confrontarsi con se stessa, quando era una bambina, felice e spensierata, così legata al padre che, in una bella giornata di sole, la sua prima eclisse, si è approfittato del suo amore e della sua fiducia, facendole dubitare di essere una brava figlia, spaventandola per la reazione della madre se avesse raccontato di quei momenti di intimità. Quasi nascosto nella sua mente, il ricordo di quel giorno, che ha cercato di confidare alla sua migliore amica, Ruth, così imbarazzata dal preferire di perderla, invece di dire la verità.
Un'altra voce fa capolino in quella stanza, le parole della brava mogliettina, che le suggeriscono di stare al gioco, di aver sbagliato a respingere il marito, e le fanno provare un senso di colpa verso quell'uomo con il quale ha passato gran parte della vita, nel bene e nel male.

Una trama che si riassume in poche righe, ma sulla quale Stephen King costruisce un romanzo di più di trecento pagine, spaventoso, ansiogeno, claustrofobico. La storia si concentra su Jessie, che ripensa al passato, imbastisce delle vere e proprie conversazioni con i diversi lati del suo carattere, quello più forte, quello più sottomesso e se stessa bambina, riflette sulla sua vita e sulle proprie scelte. Lunghe descrizioni dell'ambiente, dei tentativi di liberarsi, del cane penetrato in casa e che piano, piano divora il corpo di Gerald. Un incubo, in cui realtà e sogno si mescolano e si perdono, tanto da non riuscire a distinguere dove comincia l'uno e finisce l'altro, provando esattamente la stessa sensazione di smarrimento della protagonista.
Il parallelismo tra la prigionia in quel letto e l'esistenza vissuta da Jessie fino a quel momento danno atto di quanto l'autore sia abile nell'analizzare aspetti quotidiani e attuali, sfruttando l'elemento horror, senza mai lasciarlo prevalere. Ne Il gioco di Gerald si avverte il terrore, la sete, il dolore, la paura di rievocare quella "giornata" che ha significato una rottura, la perdita dell'innocenza: la componente psicologica è determinante e si regge completamente sulla perfetta caratterizzazione di un personaggio femminile, così sfaccettato, profondo ed emotivamente coinvolgente.
Una donna costretta a sfidare i suoi demoni, rivivere un rapporto difficile con la madre, malato con il padre e di nuovo di sottomissione con il marito; in uno stato di costrizione tira fuori tutti i segreti celati anche a se stessa e trova la forza per andare avanti e fuggire dagli incubi che l'hanno a lungo condizionata.

A breve, sarà possibile vedere il film, tratto dal romanzo, sulla piattaforma Netflix. Sono curiosa di scoprire come è stato reso sullo schermo un libro la cui trasposizione non appare così semplice.
Il trailer promette molto bene, speriamo non deluda le alte aspettative!


Veronica

9 settembre 2017

La fragilità delle certezze di Raffaella Silvestri [recensione libro]

La fragilità delle certezze
di Raffaella Silvestri

Garzanti Editore
250 pagine
uscito il 23 febbraio 2017
Si sarebbe accorta Anna, in futuro, che c'è un'età oltre la quale si è adulti tutti allo stesso modo, perché ci sono solo due fasi della vita: quella in cui si è giovani e quella in cui si è adulti. Che in qualche modo significa non essere più giovani: aver abbandonato quella giovinezza che ci fa credere insieme che tutto sia possibile e che al contrario ogni ostacolo, ogni paura sia insormontabile.
Anna ha trent'anni. Dopo una breve esperienza come studentessa di teatro decide di iscriversi alla facoltà di economia alla Bocconi con la convinzione che ciò che investi e perdi con lo studio, poi deve rientrare, portare a un guadagno, a una carriera fruttuosa nel lungo termine. In parole molto semplici al successo. Con l'arte invece non ci si campa. Gli umanisti infatti si stanno solo spianando la strada verso la disoccupazione. Una riflessione abbastanza radicata, concreta, di genitori nati e cresciuti col niente e che col niente hanno fatto sacrifici per ottenere tutto. Al contrario della nostra generazione che nonostante abbia avuto tutto da subito, a costo zero, rimane senza futuro, ferita dalle avversità, dalle circostanze di una crisi scoppiata all'improvviso lasciandoti a mani vuote. L'esperienza insegna a chi c'è già passato a professare tale filosofia di pensiero, cioè a non permettere a nessuno, ai propri figli in primis di sbagliare, fallire, non riuscire a desiderare il desiderabile.
Anna inoltre ha una storia con il suo ex professore Valerio Bonfanti, uomo e regista rinomato nel suo ambiente. La relazione però è impari perché lui è troppo impegnato con la sua carriera in declino e in particolare con la sua crisi di mezza età per poter considerare anche la felicità di chi gli sta accanto.
Anna abusa di Azerax, l'alternativa moderna all'eroina, il suo paradiso artificiale, la serenità di cui ha bisogno per non lasciarsi sopraffare dall'ansia perenne. Non ha amici e nemmeno desidera averli, ad eccezione di Marcello, conosciuto al liceo. Viaggiano sullo stesso binario dello stesso treno da sempre. Valerio a un certo punto decide di lasciare l'Italia e continuare gli studi in America, in ingegneria. Quando torna fondano insieme una start up votata al successo. Alla società si unisce un terzo elemento, cioè Teo. Teo è di un'estrazione sociale alta, di famiglia facoltosa. Sono proprietari di un grande marchio di moda. Teo ha lavorato nel mondo dell'alta finanza per un po'. Ha un atteggiamento perennemente schivo, rilassato, dove sembra che la vita, come le preoccupazioni in generale non lo riguardino mai totalmente e la cui occupazione principale è creare soldi dai soldi. Un atteggiamento che è solo un meccanismo di difesa a un dolore che viene fuori quando l'azienda inizia ad accusare il primo problema reale, il primo tracollo finanziario serio, da risolvere con urgenza. In ballo c'è la credibilità, il futuro. Teo e Anna devono quindi affrontare oltre ai problemi esistenziali anche il problema della fuga di Matteo, sparito nel nulla e fare i conti con se stessi, con il passato e risolvere, riappacificarsi con il mondo, con i loro fantasmi. Dal nulla si riscoprono forti nell'essere deboli, più affini e uniti che mai.

A volte ci sono dei traumi che ti segnano, non li controlli, ti rendono diverso, senza ritorno. C'è chi li supera e c'è chi se li porta dietro all'infinito. Quello che succede o si prova dopo è un lento risalire o un lento sprofondare. Dipende da come guardi le cose. È una questione di prospettiva. Ci troviamo di fronte a una crisi generazionale e sociale, a una città cosmopolita votata e contrastata dal progresso come solo "Milano bella" sa essere fra tutte le altre, di tre esistenze che arrancano rassegnate e a fatica nel caos di una società che pretende di stare al passo coi tempi incurante dello stato d'animo e delle esperienze delle persone che la abitano. Fra passato e presente Raffaella Silvestri racconta cosa significa essere trentenni in un mondo poco accogliente come il nostro. Una trentenne come me che nonostante fatichi a trovare e a farsi spazio, uno spazio dove sentirsi a casa, dove fare casa, spera oltre, cerca di adattarsi al cambiamento, sogna, senza lasciarsi sopraffare dal vittimismo. Una storia che non mi rappresenta e che non sono riuscita a interiorizzare, a fare mia. I protagonisti sono, fino al limite della sopportazione, talmente tormentati dalla loro storia da non capire che esiste qualcosa che va al di fuori del loro corpo, dei loro pensieri. Rimangono immobili nelle convinzioni, frustrati nei desideri, smarriti nel grande e ingestibile caos come oggi, e in nessuna altra epoca, si può essere. L'autrice ambisce a dargli spessore fino a caricarli inutilmente e ad arrivare a un nulla di fatto. Nel mezzo c'è quel non detto che il lettore cerca d'interpretare senza riuscirci. Inconsistenza è la parola giusta per definirlo. Eppure continuo a credere che a prescindere dalla situazione, da come veniamo quotidianamente raccontati, percepiti siamo meno disorientati di come ci vogliono far apparire, meno sprovveduti, più votati al cambiamento di quel che crediamo e che per forza di cose siamo costretti ad affrontare, adesso.

Francesca 

4 settembre 2017

Un amore senza fine di Scott Spencer [recensione]

UN AMORE SENZA FINE 
di 
Scott Spencer

Casa editrice: Sellerio
Collana: La memoria
Traduzione: Francesco Franconeri
Pagine: 581
Prezzo: € 15,00
ISBN: 9788838933493
"Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo, e quando l'incorporea sostanza dell'amore si ritrasse nella paura e il mio stesso corpo finì segregato, fu difficile per gli altri credere che un'esistenza ancora così nuova potesse soffrire così irrevocabilmente. Ma gli anni sono trascorsi e la notte del 12 agosto 1967 divide ancora la mia vita".
David Axelroad ha solo diciassette anni ed è innamorato. Profondamente. Descrive l'amore come un sentimento incorporeo, sconvolgente, a tal punto da farlo agire senza pensare alle conseguenze.
Una sera di agosto, si trova dove non dovrebbe, perché il padre della ragazza che adora, Hugh, gli ha intimato di stare lontano dalla sua famiglia per trenta giorni. Contempla da lontano, furtivamente, i Butterfield, nella loro casa, intenti a trascorrere una serata come tante. Soffre per non essere seduto sul divano con quella che considera la sua vera famiglia.
Deve fare qualcosa per potersi riavvicinare a loro, per far sì che quel periodo di lontananza da Jade finisca al più presto.
Architetta un piano per riguadagnare la fiducia di tutti e sceglie così di dar fuoco alla loro abitazione e di trasformarsi nell'eroe in grado di salvarli.
Le cose non vanno esattamente come spera: alla sua ammissione di responsabilità per l'accaduto segue una condanna e una pena da scontare presso il Rockeville Hospital, un istituto di igiene mentale.
L'incendio rappresenta la disgregazione della famiglia Butterfield: Hugh e Ann divorziano, mentre i figli prendono la propria strada, lontano da quella casa simbolo della loro unione e che con ostinazione riesce a stare in piedi dopo l'incidente, a dispetto di quelli che l'hanno abitata.
"In realtà, fu mille volte penoso vedere la casa ancora lì ritta, perché ci stava non come un'alternativa alla solitudine, bensì come un atto di accusa. Allora capii che ero entrato a fare parte della grande comunità dei condannati, uomini e donne: l'amore s'era contorto in me, precipitandomi in un caos. Non ero migliore di quelli che fanno telefonate oscene, pubblici disturbatori, tagliatori d'orecchi, suicidi eccentrici e accusatore, fruitori di investigatori privati; non ero migliore di un qualche sovrano militare pronto a scatenare un esercito di diecimila anime pur di guadagnarsi i favori di una qualche damigella - e quando i campi sono poi bruciati e i cadaveri giacciono a mucchi sotto il sole, quel re si stringerà una mano al petto esclamando: l'ho fatto per amore. Il sollievo dunque si dissolse e guardai la casa piangendo - anche se quasi non me ne resi conto, perché, dal giorno della confessione, avevo quasi unicamente pianto ala pari di qualsiasi altra persona normale".
Dopo tre anni, David è di nuovo libero, ma non smette di pensare a come potersi mettere in contatto con Jade. Il ricongiungimento si trasforma presto in un'ossessione: comincia con il ricercare le sue vecchie lettere d'amore, per poi consultare meticolosamente gli elenchi telefonici per reperire i contatti. L'assidua corrispondenza con Ann, la madre della sua ragazza, che gli riserva parole di comprensione per le sue azioni e spera in una veloce riabilitazione, lo spingono a violare la libertà vigilata per andare a trovarla a New York. Un primo passo per reinserirsi nella vita delle persone a lui più care, un percorso tortuoso, irto di ostacoli, che lo riporti dal suo grande amore. Un amore che proprio in queste lettere non si rivela essere una normale relazione tra diciassettenni, bensì un rapporto malato.
I protagonisti di questo amore senza fine sono adolescenti e sono pazzi l'uno dell'altra; provano un'attrazione incontrollata, che vista dall'esterno si fa fatica a comprendere. Hugh e Ann sono permissivi e moderni, accolgono David come un figlio, gli permettono di dormire con Jade, arrivano addirittura ad acquistare un letto matrimoniale. Sono genitori perfetti, aperti, con i quali è possibile conversare ed esprimere liberamente un'opinione, diversi da Arthur e Rose, rigidi, freddi poco affettuosi con David e, ancora di più, dopo quello che ha fatto. Manifestano disagio verso di lui, vergogna per le sue azioni e non trovano la forza di affrontare il dolore per le sorti del figlio, colpevole di un crimine, e incapace di andare avanti con la sua vita quando riacquista la libertà. Il loro rapporto entra definitivamente in crisi e finiscono per divorziare.

Scott Spencer racconta con dovizia di particolari la storia d'amore dal punto di vista di David, protagonista indiscusso che, di fronte alle fiamme che divampano, inizia a raccontare i suoi tormenti, a evocare momenti lontani, che parzialmente coinvolgono fisicamente l'oggetto del suo desiderio sfrenato. Jade appare quasi subito nel ricordo di un approccio sessuale; soltanto a più di metà della narrazione entra in scena per ricongiungersi a lui e ne scopriamo i primi tratti. Ne traspare una figura superficiale, immatura, confusa, con un legame complicato con i genitori: gelosa di Ann, per l'affiatamento che ha con il fidanzato, sicura che tra i due ci sia qualcosa; distante nei confronti del padre, con quell'uomo per il quale avverte sentimenti controversi.
Jade va a trovare David nella stanza d'albergo dove alloggia, dopo aver appreso della morte del padre: il loro incontro ha tutto il sapore dell'attesa. Sospiri, carezze, rimandi, sguardi, non detti, pagine e pagine in cui si avverte l'inquietudine di due corpi, di due anime, a lungo lontane, confidenti, che tanto si sono cercate. L'autore tratteggia ogni istante di questa unione carnale, spirituale, della notte dove fanno di nuovo l'amore, con un linguaggio sensuale e mai volgare.
Niente torna come prima: entrambi vivono nell'illusione di poter essere di nuovo felici insieme. Si trasferiscono in una comune, passano le giornate a fare l'amore, si mantengono con dei lavoretti, tengono lontane le persone che potrebbero ostacolare la loro storia. Nonostante un'esistenza costruita sulla protezione, la verità sarà la causa della loro separazione.

Quel gesto folle all'inizio del romanzo viene spiegato, analizzato, sviscerato, e si comprende come i tumulti interiori di David siano spesso all'origine degli eventi centrali, come l'amore per Jade, la fuga dalla propria città, la morte di Hugh. Il protagonista vive costantemente con il senso di colpa per le sue azioni, per non aver riparato ai propri sbagli, per il credere di poter basare il suo futuro sulla menzogna. Si sente in trappola, è ancorato al passato, si convince di vivere esattamente come ha sempre sperato.
Spencer ci regala un affresco dell'America anni '70, con al centro sesso, droghe, lotte politiche e trasgressioni. Un amore senza fine è tutt'altro che un resoconto romantico, un legame idilliaco, innocente e spensierato. Il sentimento è urlato, intenso, ossessivo, impossibile da accogliere senza provare dolore, confusione, oscurità. Le parole assumono un'importanza vitale nel romanzo, perché raccontano di una generazione, colpiscono il lettore per la carica emotiva e lo catapultano nei luoghi della narrazione.
Prendete questo libro, lasciatevi ammaliare dai ricordi di David, provate le sue emozioni, quelle che fanno battere il cuore, non fanno respirare, e perdetevi nella prosa perfetta di un autore capace di trasmettere tutto questo e molto altro.

Veronica

30 agosto 2017

Furore di John Steinbeck [Recensione Libro]

Furore 
di John Steinbeck


L'essere umano ha bisogno di classificare i libri per generi. Lo fa per il semplice gusto di appartenere a una certa categoria a cui ambisce e lo separa dal resto. Di recente in rete si discuteva sulla definizione di classico. Nella sostanza un classico è stato pubblicato prima del 1945 ed è una storia senza tempo: In qualsiasi epoca o a qualsiasi età lo si legga ha da insegnarti. Forse è per tal motivo che i professori - spesso - li assegnano come compiti per le vacanze... per aprirti la mente, dilatarla in un mondo e in un modo dove la consapevolezza di ciò che abbiamo intorno è alla base per la propria autodeterminazione. Tornando alla prima osservazione quindi si tende a specificare sempre che questa è LETTERATURA DI SERIE A. Personalmente credo che se a una certa età non mi fossero state imposte alcune letture non le avrei mai aperte per piacere personale, di mia iniziativa. Adesso il desiderio di avvicinarmici è tangibile. Se sei un lettore inoltre c'è un altro aspetto che si forma andando avanti: tale desiderio si dilata, si affina, si fa esigente e va alla ricerca di vuoti da colmare perché le storie devono riempirti e tormentarti per lasciarti il segno. Quello che si prova con "Furore" e il motivo per il quale viene definito uno dei più grandi capolavori americani lo si capisce sin dalle prime parole, sin dalle prime pagine.

La famiglia Joad, composta da contadini dell'Oklahoma da intere generazioni, a un certo punto perde tutto. Le continue tempeste di sabbia hanno reso i loro terreni aridi e sterili. Le banche, a cui hanno chiesto dei prestiti, adesso li rivogliono con gli interessi e gli interessi non pagati li fanno diventare di diritto proprietari assoluti. Inoltre hanno sostituito il lavoro manuale con quello dei trattori che hanno raso al suolo intere fattorie per ingrandire ancora di più i campi e guadagnare ancora di più sul raccolto. Ridotti quindi a una concorrenza spietata e a uno stato di povertà estrema decidono di lasciare la loro vita, la loro patria e andarsene dove c'è lavoro, ovvero in California. A testimoniarlo ci sono i volantini sparsi e distribuiti in giro. Nessuno ormai vive in zona. Nessuno può combattere una situazione del genere, senza ritorno. Nel frattempo torna anche Tom, il figlio maggiore che, dopo quattro anni di galera per aver ucciso un uomo durante una rissa, ottiene uno sconto di pena, ed è libero sulla parola. Si preparano alla partenza come meglio possono, come meglio credono. Si unisce nell'avventura, tra l'altro, anche l'ex predicatore Casy, che ha perso la vocazione ed è alla ricerca di un senso. Sono tanti e nutrono più speranze e progetti per il futuro che rimpianti: il nonno e la nonna paterni, il padre e la madre, lo zio John, e i cinque fratelli  di Tom, Noah, Al, Rose of Sharon, che aspetta un bambino dal marito Connie Rivers, Ruth e Winfield. Con uno stato d'animo di rassegnato ottimismo si incamminano lungo la Route 66 ma si rendono conto ben presto di non essere gli unici e man mano che procedono si scontrano con la dura realtà. Il futuro è un'incognita che però non li ferma, li spinge a continuare, andare avanti, a prescindere dalle testimonianze dei viaggiatori e grazie all'istinto di sopravvivenza, seppur debole, che contraddistingue da sempre l'essere umano. La California, nonostante le svariate difficoltà nell'arrivarci, a un certo punto, non è più un miraggio, diventa una metà concreta, ben visibile agli occhi, un paradiso terreno. Quel paradiso che presto si rivela per quel che è... un inferno di disperazione, di fame, di diffidenza totale. I nuovi arrivati vengono soprannominati "maledetti Okie" e non sono così ben accolti, il lavoro c'è ma non per tutti e tutti sono costretti a vivere alla giornata, con una prole da sfamare. Il problema è che sono troppi, le piantagioni di cotone poche e le paghe insufficienti. I grandi proprietari terrieri di fronte alla vastità di braccianti disponibili sfruttano la situazione pagando al ribasso. La pena per chi si arrende è la morte.

Una storia che parla anche al presente. Nonostante l'epoca in cui è stato scritto, la desolazione che si prova è più che mai attuale. A differenza dei protagonisti quello che manca alla nostra generazione è la speranza e l'umiltà. Il non volersi piegare né alle circostanze e nemmeno combatterle. E io sono figlia di tale modernità di pensiero e azione, vergognandomene. L'idea predominante è che tanto passa, anche la crisi... senza però lottare veramente per un cambiamento concreto perché quello che mi spetta di diritto mi va dato, come è stato dato ai miei genitori, senza sporcarmi o impegnandomi il giusto, punto. Per i ventenni altrettanto, o forse lo stato d'animo di smarrimento è superiore, la convinzione ancora più radicata. Siamo la società dove la maggior parte di noi è "dottore" ma senza conoscere realmente i complessi meccanismi che animano il mondo: non scendiamo in piazza perché è faticoso, inutile e nessuno crede in noi. Dobbiamo essere protetti invece che responsabilizzati... Pagine che smuovono e rendono consapevoli sia dei limiti che delle potenzialità ma soprattutto interrogano sulla forza di questa famiglia che non si ferma mai di fronte a niente, al male, al disprezzo, alla morte e procede imperterrita e determinata verso la voglia di una esistenza migliore, non tanto per chi ha già dato, quanto per chi deve ancora dare. Un insieme di atti di estrema generosità collettiva uniti al senso di compassione... Sentimenti così estranei, così sconosciuti oggi da non appartenerci e che grazie alla grande figura di "Ma"e il suo esempio la vorresti imitare nella sua grandezza, nella sua interezza perché la speranza e il desiderio smuovono sempre le migliori intenzioni verso il bene, verso la salvezza. Buona lettura!

Francesca

16 agosto 2017

La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides [recensione]

LA TRAMA DEL MATRIMONIO 
di 
Jeffrey Eugenides

Casa editrice: Mondadori
Collana: Oscar Mondadori
Traduzione: Katia Bagnoli
Pagine: 478
Prezzo: € 11,00
ISBN: 9788804622604

Providence, Rhode Island, estate 1982. Un triangolo amoroso, che vede intrecciarsi i sentimenti e le aspirazioni di tre giovani. Madeline Hanna è attratta dalla letteratura, da autori quali George Eliot, Herny James, Jane Austen, alla ricerca dell'amore appassionato e senza freni, che raggiunge il suo culmine nella storia con Leonard Bankhead, un tipo strano e carismatico, affetto da profonde crisi depressive, al quale continua a stare accanto, nonostante le difficoltà.
Mai fino a quel momento si era buttata a capofitto verso qualcuno, preferendo mantenere un certo distacco verso possibili relazioni. Come fare a gestire questo nuovo sentimento, che a volte la porta sulla cima più alta di una montagna e per la maggior parte del tempo la fa soffrire? La risposta è nel saggio Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes che decostruisce l'amore e ne analizza le fasi che lei stessa subisce, un piccolo talismano che si porta dietro, legge e rilegge.
Per Leonard avverte emozioni contrastanti, segnate dal bisogno di aiutarlo a credere di poter guarire e finalmente instaurare un rapporto semplice e spontaneo, e dall'invidia verso i suoi successi accademici e le offerte di dottorato, che Madeline non riesce ad avere.
Spronata dal suo professore di semiotica, scrive una tesi su La trama del matrimonio, meritevole di pubblicazione. Più volte la protagonista prova a concretizzare quella possibilità paventata dal suo insegnante, ma il compagno che sceglie di accudire diventa un fardello sempre più pesante da portare e un impedimento alla realizzazione dei suoi sogni.
Poi c'è Mitchell Grammaticus, l'eterno amico, il fidanzato perfetto, che piace ai genitori per la sua serietà, il ragazzo che segretamente la brama, convinto che un giorno riuscirà a sposarla. Esperto di storia delle religioni, cerca di dimenticare la sua ossessione, partendo per un viaggio intorno all'Europa, fino ad approdare in India, dove tutto però lo riporta come una ruota che gira a un pensiero fisso: Madeline.

Alla maniera degli strutturalisti, Jeffrey Eugenides compie un'opera di scomposizione profonda delle passioni, dei sensi e delle azioni per esaminare una condizione difficile da interpretare, difficile da narrare.
Quel sentimento descritto nei romanzi vittoriani, così cari alla protagonista, fatica a definirsi nella realtà, il lieto fine tanto ambito, coronato da un matrimonio perfetto, è lontano anni luce dal suo con Leonard, la cui storia si sgretola definitivamente, proprio dopo le nozze.
La società moderna è mutata e l'illusione che muove le eroine letterarie del romanzo classico non ha più ragione d'essere; tutti i libri letti fino a quel momento non le sono di alcun aiuto per affrontare le crisi del compagno, i mutamenti repentini d'umore, l'apatia, i problemi di coppia e le delusioni che una dopo l'altra si presentano dopo essersi laureata, un momento che avrebbe dovuto segnare l'ingresso nel mare delle possibilità. Niente sembra averla preparata al mondo reale.
Leonard fatica ad accettare la sua malattia, che ci viene spiegata sin dai primissimi sintomi: convinto di non essere capito dal proprio psichiatra, comincia ad automedicarsi, diminuendo le quantità dei farmaci, al fine di riprendere in mano la sua esistenza e sentirsi di nuovo parte di essa. Mitchell opta per la fuga dalla donna che non può avere, con lo zaino in spalla, alla ricerca di se stesso, nelle terre toccate dal suo viaggio, lontane geograficamente da casa, ma mai abbastanza dai pensieri che lo assillano, i quali si sforza di sopprimere, ma si ripropongono ancora più forti.

Un romanzo che rappresenta perfettamente l'ansia, la paura e l'incertezza di tre giovani alle prese con le difficoltà della maturità. Crescere è difficile, frase che appare scontata, ma mai abbastanza. Facile immedesimarsi con i personaggi di Eugenides, così legati al mondo accademico, volenterosi di lasciare un segno, di non essere dimenticati, all'inseguimento di una persona che definisca completamente che cos'è l'amore. Provare a combattere i propri demoni, fare del proprio percorso di studi la strada per il successo, superare le difficoltà, anche quelle che non ti aspetti, diventare grandi e abbandonare l'illusione che la vita non è sempre quella narrata nei libri, ma non per questo dobbiamo smettere di sorprenderci per la sua imprevedibilità.

Veronica

12 agosto 2017

L'Atelier dei miracoli di Valérie Tong Cuong [recensione libro]


L'atelier dei Miracoli
di Valérie Tong Cuong

Salani Editore
174 pagine
Isbn-10: 8867157523
uscito nel 2014

Al centro della storia ci sono tre vite al limite. I protagonisti narrano in prima persona, alternandosi fra i vari capitoli, quanto nel tempo il bene che non hanno mai ricevuto li abbia portati a sentirsi degli sconfitti e come ciò abbia influito le loro scelte, la loro esistenza.

Millie, 23 anni, dopo una serata goliardica passata con dei colleghi di lavoro, in preda ai postumi dell'alcol, riesce a malapena a rendersi conto dell'incendio nel suo palazzo e a salvarsi buttandosi dalla finestra. Per evitare domande scomode, un passato ingombrante e solitario, decide di far credere agli altri (medici, infermieri) di aver perso la memoria. Un'amnesia che la porta in qualche modo a prendere in mano le redini della situazione e a cancellare il tratto distintivo della sua personalità: l'invisibilità. Mariette invece è un'insegnante, oltre che essere vittima prediletta di un bullismo feroce da parte della sua classe, lo è anche di un marito padrone, violento, intento più che a comprenderla a mortificarla e infine dell'indifferenza dei due figli. All'improvviso a causa di uno stress accumulato da svariati mesi, scoppia, tirando uno schiaffo a uno studente che cade dalle scale e viene portato d'urgenza in ospedale. Infine c'è il signor Mike, barbone, alcolizzato, ex militare, segnato da una relazione d'amore finita male, che viene pestato a sangue ritrovandosi con la milza spappolata.

Sono tutti quanti uniti da un denominatore comune ovvero l'incontro con Jean Hart, fondatore e titolare dell'Atelier dei miracoli. Un grande laboratorio dedito all'accoglienza di personalità distrutte, disperate, bisognose di una iniezione di fiducia, della ricerca dei talenti sepolti in fondo alla loro anima. Jean infatti ha come missione vitale il r-accogliere gli ultimi per donargli il riscatto tanto atteso e non permettergli di arrendersi più di fronte agli ostacoli della vita. Ma da salvatore iniziale poi si rivela un manipolatore totale. Le azioni che compie non sono in nessun modo il frutto di un desiderio sincero quanto di una organizzazione metodica, mascherata. La sua zona d'ombra viene allo scoperto in modo prepotente e subdolo all'improvviso. Nella sostanza lui sta cercando di non annegare se stesso nei sensi di colpa, dai rimorsi del passato. Dopo tale scoperta Millie, Mariette e Mike lo abbandonano e trovano, grazie a una nuova consapevolezza, la forza di ricominciare altrove. 

Alcuni libri li apri e chiudi in una sola giornata; la copertina è talmente accattivante che in qualunque posto lo sistemi si nota subito; dove la trama pone, in poche righe, così tanti interrogativi che desideri sapere subito le risposte. "L'Atelier dei miracoli" ne ha le caratteristiche. Il messaggio che la storia porta con sé, una volta finito, è meraviglioso: Il bene vince su tutto, sempre. Sia quello che si dona perché ognuno di noi può esserne un portatore sano, basta esserne consapevoli. Sia il bene che si riceve perché ha la capacità sulle persone di risollevarle dalle tenebre, dall'incapacità di esistere, dalla sfiducia nei confronti del mondo. La premessa, come detto all'inizio, è buona... la storia però a un certo punto si perde, diventa priva di spessore e a tratti lascia anche interdetti. Un'ottima partenza che poi si declina in un buonismo esasperato, senza colpi di scena eclatanti e con un happy end scontato. Manca ciò che lo rende a pieno titolo un libro da leggere, rileggere e consigliare. Lascia addosso un tale senso di incompiuto per le problematiche che affronta da renderlo banale e come qualcosa di già detto, già sentito altrove. Probabilmente l'intento della scrittrice era un altro. Probabilmente voleva creare senza troppe pretese una storia semplice, leggera, lasciando al lettore il compito d'interpretarlo soggettivamente o probabilmente sono io che non sono fatta per questo genere di tematiche poco approfondite e mi aspetto sempre qualcosa di più, o qualcosa di diverso.

Francesca

6 agosto 2017

Un buon presagio di Gillian Flynn [recensione]

UN BUON PRESAGIO
di
Gillian Flynn

Casa editrice: Rizzoli
Collana: la Scala
Traduzione: Alberto Cristofori
Pagine: 84
Prezzo: € 12,00
ISBN: 9788817087735

Una protagonista di cui non conosciamo il nome, ma poco importa. Una giovane donna molto scaltra, addestrata dalla madre a vivere di espedienti, a cercare di cogliere il più possibile da ogni occasione e da ogni persona che le capita di incontrare. Nel retro di un negozio, accoglie gli uomini, li ascolta e risolleva il loro morale; come confessa lei stessa, è molto brava a fare le seghe, una pratica che ben presto non può più offrire ai clienti, per via della sindrome del tunnel carpale.
Si trova di nuovo di fronte a un bivio e deve velocemente scegliere in che cos'altro potrebbe lanciarsi per ottenere soldi facili.
Accetta di fingersi una sensitiva e si reinventa con un dono speciale, che mente di possedere. Cosa sarà mai alla fine? In fondo si tratta solo di capire le persone che si hanno davanti e di far credere loro quello che hanno bisogno di sentirsi dire. Ed è quello che pensa la protagonista, quando si presenta al locale Susan Burke, bella, affascinante e misteriosa. Non subito spiega il motivo della sua visita: quando percepisce di potersi, in qualche modo, confidare, racconta di terribili episodi inquietanti che riguardano la sua nuova casa. Spaventata di essere giudicata pazza dal marito, quasi sempre assente per lavoro, non sa come gestire una situazione che sta prendendo una piega spaventosa, arrivando a coinvolgere il figliastro, il quale si comporta in modo strano.
La truffatrice coglie nella disperazione di Susan l'ennesima possibilità da sfruttare a suo vantaggio, un modo per spillare denaro, fingendo di avere tutte le armi per risolvere il problema. Ma nulla è davvero come appare e la dimora di stampo vittoriano nasconde un segreto inaspettato, che porta a un ribaltamento di ruoli.

Un ambiente familiare difficile, una madre imbrogliona di professione, un'infanzia dedicata a scoprire tutti i modi per raggirare il prossimo senza curarsi delle conseguenze. 
Nerdy, così chiamata dalla sua datrice di lavoro, giustifica le proprie azioni, perché la truffa è la sola maniera che le è stata tramandata per vivere. Il risultato delle sue scelte si manifesta nel momento in cui è ripagata con la stessa moneta e finisce invischiata nel ménage di Susan Burke; per la prima volta avverte di aver perso il suo vantaggio, non essendo più l'elemento principale a condurre il gioco. L'occasione diventa ideale per fare un bilancio della propria esistenza, domandandosi se sia valsa la pena aver scelto una strada invece di un'altra.

Gillian Flynn presenta una figura femminile controversa, sin dalle prime pagine, una donna che di mestiere fa le seghe. Un "lavoro" nel quale è brava, perché riesce a mettere a suo agio gli uomini e a farli sentire ascoltati e appagati. Quando la sua sicurezza comincia a venire meno, la trappola invischia proprio lei, la regina dei piani architettati per abbindolare chiunque.
Un racconto che gioca con il lettore, lasciandolo nel dubbio, traendolo in inganno, accogliendolo in una casa misteriosa, che cela innumerevoli segreti e la vera personalità di ciascuno. Che cosa nasconde la famiglia Burke? Il figliastro Miles è posseduto da uno spirito che ne muta la personalità, fino a renderlo pericoloso a chi gli sta accanto?

Niente è come sembra. Ogni cosa assume un aspetto diverso da come abilmente ci fa credere l'autrice all'inizio. La storia subisce più ribaltamenti e, attraverso il punto di vista della protagonista, si percepisce l'ansia e la paura trasmessi dalla casa e dalle scene che la vedono insieme all'adolescente Miles. Il confronto con il ragazzo dà alla donna la sensazione di guardarsi allo specchio e la sua sicurezza vacilla inesorabilmente di fronte a qualcuno in grado di carpire ogni sua mossa prima ancora di compierla.
La chiusura perfetta è quella di un finale aperto, che da una parte lascia insoddisfatti per i molti punti non svelati, ma dall'altra asseconda l'alone di mistero caratteristico dell'intreccio narrativo.

Veronica

24 luglio 2017

Gillian Flynn e l'incipit dei suoi romanzi

QUESTIONE DI INCIPIT: GILLIAN FLYNN E IL "BUON INIZIO" DEI SUOI LIBRI


"Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Alla forma che ha, per cominciare. La prima volta che l'ho vista, è stata la sua nuca che ho notato, e nelle sue curve c'era qualcosa d'incantevole. Come un chicco di mais, duro e lucente, o un fossile nel greto di un fiume. La sua è quella che i vittoriani definirebbero una testa delle proporzioni squisite, che lascia intuire la forma del cranio. La riconoscerei ovunque quella testa. E ciò che contiene. Penso anche a quello: la sua mente. Il suo cervello, con tutte quelle circonvoluzioni, e i suoi pensieri che fanno avanti e indietro rapidi e frenetici come scolopendre. Con la curiosità di un bambino, m'immagino di aprirle il cranio, srotolarle il cervello e frugarci dentro, per catturare i suoi pensieri. A cosa pensi Amy? La domanda che ho fatto più spesso durante il nostro matrimonio, magari non ad alta voce, magari non alla persona che avrebbe potuto rispondermi. Suppongo che domande simili incombano come nuvole nere su ogni matrimonio. A cosa pensi? Come ti senti? Che cosa ci siamo fatti? Cosa faremo?".

"Ho della cattiveria in me, reale come un organo. Mi dilania il ventre e può scivolare a terra, carnosa e scura, tanto da poterla calpestare. Il sangue dei Day. Ha qualcosa che non va. Non sono mai stata una brava bambina e sono peggiorata dopo gli omicidi. Libby l'orfanella è cresciuta apatica e smidollata, trascinandosi a fatica da un gruppo di lontani parenti all'altro - secondi cugini, prozie, amici di amici -, rinchiusa in una serie di roulotte o fattorie fatiscenti in giro per il  Kansas. Mandata a scuola con i vestiti smessi delle sorelle morte: camicie con le ascelle macchiate; pantaloni sformati, troppo grandi, tenuti su da logore cinture strette fino all'ultimo buco. Nelle foto di classe avevo sempre i capelli spettinati - con le mollette aggrappate alle ciocche, come oggetti volanti impigliati fra i cespugli -, le borse sotto gli occhi e lo sguardo da affittacamere ubriaca. Forse una piega riluttante delle labbra al posto del sorriso. Forse. Non ero una bambina adorabile e sono diventata un'adulta decisamente sgradevole. Tracciate un disegno della mia anima e ne uscirà uno sgorbio con le zanne".

"Non è perché non ero brava che ho smesso di fare le seghe. Ho smesso di farle perché ero la migliore. Per tre anni ho fatto le migliori seghe di tutta l'area metropolitana di New York. Il segreto è non stare a pensarci troppo. Se incominci a preoccuparti della tecnica, se ti metti ad analizzare ritmo a pressione, perdi la natura essenziale del gesto. Devi prepararti mentalmente prima e poi devi smetterla di pensare e affidarti al corpo. In fondo è come quando si gioca a golf. Masturbavo gli uomini sei giorni alla settimana, otto ore al giorno, con una pausa per il pranzo, e avevo sempre l'agenda piena. Mi prendevo due settimane di ferie all'anno e non lavoravo mai nei giorni festivi, perché le seghe nei giorni festivi sono una tristezza per tutti. In tre anni quindi calcolo di aver fatto circa 23546 seghe".

Gillian Flynn è un'autrice che amo molto. Scrive thriller che vale la pena di leggere, non scontati, e che tengono incollati alle pagine per la forza della trama e l'ottima caratterizzazione dei personaggi. Ho riportato l'inizio dei suoi tre libri che ho avuto il piacere di scoprire e che ancora ricordo e adoro consigliare.
Un buon incipit è ciò che attira e alimenta una lettura vorace. A volte, capita di iniziare una storia e, poco convinti dalle prime righe, si abbandona con estrema facilità, per passare alla successiva. Questo non succede con i libri di Gillian Flynn. Ogni inizio è brillante, denso di particolari e in poche frasi sono svelati molti indizi circa quello che ci aspetta.
Personaggi femminili controversi, a volte addirittura violenti: Amy è una donna tanto bella e raffinata, quanto manipolatrice e spietata, pronta a tutto per salvare il suo matrimonio; Libby è un'adulta distrutta da un'infanzia finita troppo presto, segnata dal massacro della madre e delle due sorelle, devastata dai ricordi, nei quali cerca di trovare la verità; la protagonista di Un buon presagio non ha un nome, si porta dietro la relazione complicata con la madre, che le ha insegnato a sopravvivere con ogni mezzo, senza curarsi del prossimo.
Rapporti misteriosi con persone vicine, situazioni familiari conflittuali, personaggi femminili dalle molteplici sfaccettature, che rendono ogni storia intrigante e carica di colpi di scena.

In L'amore bugiardo, il marito osserva la moglie e confida al lettore di non conoscerla affatto, di osservarla alla ricerca di risposte, di riflettere continuamente su che cosa lei stia pensando e tutto quello che gli nasconde. Un rapporto oscuro, fatto di dubbi, diffidenza, incertezze; un diario di un matrimonio che non è come gli altri, tenuto in piedi da segreti, pronti a essere rivelati.

Nei luoghi oscuri sfrutta due piani temporali e fa emergere nel presente piccoli tasselli di un evento del passato, per suggerire a Libby la verità sul massacro della sua famiglia. Un colpevole che non è più sicura sia il fratello Ben, un ragazzino, senza alcuna figura di riferimento, condizionato da amicizie sbagliate e condannato con troppa facilità.

Un buon presagio racconta la storia di una giovane scaltra, abituata a prendere il più possibile dagli altri, a vivere di piccole truffe, una delle quali arriva a costarle quasi la pelle quando è lei a diventare vittima. Quando ti ritrovi di fronte qualcuno che è stato ancora più furbo di te, sei costretto a fare un bilancio della tua esistenza e a chiederti se ne è valsa la pena aver scelto una strada invece di un'altra.

Siete alla ricerca di un buon thriller per le vostre vacanze? I libri di Gillian Flynn saranno ottimi compagni di viaggio.

Buone letture a tutti voi!
Veronica

17 luglio 2017

Cielo rosso al mattino di Paul Lynch [recensione]

CIELO ROSSO AL MATTINO
di
Paul Lynch

Casa editrice: 66th and 2nd
Collana: bookclub_19
Traduzione: Riccardo Michelucci
Pagine: 235
Prezzo: € 17,00
ISBN: 9788898970889

Coll Coyle vive con la famiglia nella sua fattoria. Un brav'uomo e un gran lavoratore disposto a tutto per proteggere le persone che ama. Senza un motivo ragionevole è cacciato dalla sua proprietà. Decide così di affrontare Desmond Hamilton, il figlio del proprietario terriero, una discussione che si fa presto accesa. Hamilton resta ucciso e Coll è costretto ad abbandonare i suoi cari per fuggire da una terribile vendetta, pronta ad abbattersi su di lui.
Gli scagnozzi del padrone si mettono sulle sue tracce, guidati da John Fallon, uomo diabolico, cattivo fino al midollo, cinico, senza pietà per i più deboli, la sua presenza è costante in ogni pagina, anche se non fisicamente presente. Coyle assiste all'omicidio del fratello Jim, impotente di fronte a tanta malvagità, una malvagità che avverte alle proprio spalle, in ogni nascondiglio mai sicuro.

"Ti troverà. È come se sapesse che odore ha il tuo sangue".

Fugge dall'orrore della perdita di una persona cara, suo fratello Jim, che non riesce a salvare da una morte atroce, corre nelle tenebre e si allontana sempre di più dalla moglie Sarah e dai figli, ai quali promette che tornerà presto. Attraversa le paludi del Donegal, terre aride e desolate che a malapena conosce, combatte contro la fame, la stanchezza, la solitudine, la paura, per raggiungere una zona protetta. Il suo nemico non lo perde di vista, lo fiuta dappertutto e si crea alleati disposti a collaborare con lui per catturare la sua preda.
Da assassino, a ladro, Coyle è alla ricerca di un biglietto che gli permetta di imbarcarsi sulla prima nave in partenza, perché l'incognita di una terra sconosciuta sembra essere la soluzione migliore. Cutter, l'uomo che lo aiuta ad allontanarsi dall'Irlanda, diventa un amico inaspettato.

Famiglie intere, uomini, donne e bambini, condividono la speranza di una vita migliore in una nave che li condurrà in America. Un viaggio lungo, difficile, segnato dalla fame, da condizioni igieniche pessime e da diffidenza verso gli altri passeggeri: il protagonista si imbarca con una febbre che quasi lo uccide, ma riesce a sopravvivere e a superare una traversata interminabile.
Una possibilità è offerta da un uomo di nome Duffy, che offre un lavoro agli uomini che hanno appena messo piede nel nuovo mondo, lasciandosi dietro la vastità dell'oceano, così ricca di opportunità, ma allo stesso tempo spaventosa per l'ignoto che racchiude.
La costruzione di tratte ferroviarie richiede il sudore e la forza di tante braccia disperate, disposte a turni massacranti per una paga misera, whiskey illimitato e qualche puttana come unica distrazione.
Le giornate si susseguono per inerzia, un'epidemia attacca e si propaga senza fine all'accampamento di Duffy, all'improvviso Fallon giunge in America per concludere la missione a ogni costo.

Cielo rosso al mattino si costruisce in tre parti: la prima racconta della morte di Hamilton e della fuga di Coll Coyle, introducendo l'antagonista Fallon, alla guida del gruppo di sgherri del padrone incaricato di uccidere l'assassino del figlio; la seconda parte è interamente dedicata al viaggio in nave per raggiungere la terra promessa, un tragitto infinito che non dà tregua al protagonista; nell'ultima parte, Coyle comincia a lavorare nella costruzione della ferrovia ed è costretto ancora una volta a scappare dal suo nemico, ancora più agguerrito, fino alla resa dei conti.
Paul Lynch è alle prese con il suo primo romanzo, avvincente, scritto impeccabilmente e che funziona grazie alla descrizione attenta dei personaggi e del contesto. La fuga è una costante presa di potere psicologica ed emotiva ai danni di Coll, obbligato a lasciare i propri affetti per salvaguardare se stesso e la propria famiglia. La natura è lo sfondo della sua corsa alla ricerca di un posto sicuro, che prende vita e diventa protagonista a tutti gli effetti, grazie alle descrizioni, che alimentano una sorta di movimento narrativo, in grado di coinvolgere tutto ciò che è sulla scena:
"Intorno a Coyle il paesaggio era nascosto da innumerevoli strati di tenebre, come se la terra fosse stata rivoltata. I suoi occhi perlustravano quel vuoto silenzioso e privo di punti di riferimento, le colline invisibili sotto il loro manto, le stelle cadute dal cielo in questa diabolica eclissi del giorno. Avanzò con speranza e determinazione e quando cominciò a piovere strinse l'animale ancora più forte e pregò che stessero andando nella giusta direzione".
L'oscurità e la pioggia incessante accompagnano Coyle, spaventato dagli uomini di Hamilton, che, magicamente riescono sempre a individuarlo. Fallon è l'incarnazione di questa oscurità, privo di sentimento e compassione per chiunque. Fiuta la sua preda, incapace di nascondersi da lui, uccide coloro che gli sbarrano il cammino, si fida solo di se stesso. Quando Macken, uno dei suoi compari, gli domanda perché ha ucciso due ragazze che non avevano colpa, lui risponde senza scomporsi:
"Tutti hanno fatto qualcosa [...] Dipende solo da chi è a giudicare. [...] Le persone non sono esseri umani. Sono bestie, bruti, ciechi e idioti dominati da desideri senza limiti di cui non conoscono neanche l'origine".
Di fronte a una famiglia in preghiera prima della cena, vuole dimostrare la propria superiorità di idee e incalza la conversazione sull'esistenza di Dio, proprio quando ha il coltello dalla parte del manico:
"Qualche volta vi parla?, chiese. Chi?, rispose nervosamente Aitken. Dio. [...] Sì, a modo suo mi parla, disse. E in che modo? Attraverso la bellezza che ci circonda. Faller sorrise. Ma dubito che si rivolga direttamente a voi in quel caso, non credete? Se voi moriste, il mondo andrebbe avanti esattamente come prima, quindi non c'è proprio nessuno che sta parlando con voi. Vi aspettate che ci sia una vita dopo la morte? [...]
Questo luogo che chiamano paradiso, questo regno della perfezione e della vita eterna, quando arriva il momento nessuno vuole andarci".
Mi è piaciuta moltissimo l'opera prima di Paul Lynch, perché ha trasformato una storia semplice in un viaggio nell'animo umano, nei sentimenti più spietati, non tralasciando nessun particolare, facendo convergere ogni aspetto in una narrazione di pregio, accurata nella scelta delle parole e nella formazione delle frasi, che tiene incollato il lettore alle pagine. Una piacevole sorpresa, un libro per appassionati di noir, che ricorda Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, per l'uomo in fuga e per il cacciatore senza anima in grado di sapere sempre dov'è la sua padre.

Veronica

11 luglio 2017

Mia cugina Rachele di Daphne Du Maurier [recensione]

MIA CUGINA RACHELE
di
Daphne du Maurier

Casa editrice: Il Saggiatore
Collana: Tascabili
Traduzione: M. Morpurgo
Pagine: 304
Prezzo: € 10,00
ISBN: 9788856500363

Dato che questo inverno è prevista l'uscita del film Mia cugina Rachele, tratto dall'omonimo libro dell'autrice britannica Daphne Du Maurier, e dato che (per una volta) ho scoperto dell'uscita del film in tempo per leggere prima il romanzo, mi ci sono fiondata subito. 
Mi piace particolarmente Du Maurier, scrittrice dagli anni Trenta agli Ottanta, dalle cui opere ha attinto abbondantemente anche un grande come Alfred Hitchcock. Dopo aver amato Rebecca, non potevo lasciare sullo scaffale Mia cugina Rachele, che si preannunciava un'altra perla tra sospetti e oscurità, nella Cornovaglia di fine Ottocento.

Il giovane Philip Ashley vive da sempre con il cugino Ambrose Ashley, proprietario terriero, scapolo convinto e burlone. I due, molto simili sia di temperamento che di aspetto, si rispettano e si vogliono bene come padre e figlio, come fratelli e come amici: sono l'uno tutto il mondo dell'altro. A causa di avanzati reumatismi di cui soffre, il cugino Ambrose decide di svernare in un luogo più caldo che possa dargli sollievo, lasciando brevemente la familiare ma umida Cornovaglia. Non senza qualche rimostranza da parte di Philip, che vorrebbe seguirlo, Ambrose sceglie Firenze come meta di riposo e parte.
Da laggiù, Philip riceve le lettere di Ambrose, colme di contentezza e serenità. I reumatismi sembrano farlo soffrire meno, inoltre ha trovato molti inglesi residenti in Italia, con i quali sta passando dei bei momenti: una tra tutti, la cugina Rachele, figlia di lontanissimi parenti degli Asheley, nata e cresciuta a Firenze. Rachele è appassionata di piante e giardini, proprio come Ambrose, e diviene protagonista delle lettere che lui scrive, fino a diventarne improvvisamente la moglie. Un colpo per Philip, che ricorda il cugino come scapolo impenitente ai limiti della misoginia.
Presto le lettere cominciano a diradarsi. Diventano sbrigative, confuse, piene di accenni ad affari che la cugina Rachele tiene in città, denaro sottratto e acciacchi sempre più gravi: Ambrose lamenta mal di testa lancinanti, nausee profonde e svenimenti, febbri altissime. Di colpo, non scrive più.
Tocca a Philip raggiungerlo per scoprire che non c'è più niente da fare: Ambrose è morto e Rachele sparita con tutti i suoi averi. Ne scaturisce un odio profondo e vendicativo nei confronti della moglie, donna misteriosa, che lui si figura mostruosa, avida e assassina, e che non vede l'ora di incontrare per fargliela pagare più cara che può.
Ma senza preavviso, Rachele giunge alla tenuta degli Ashley e reca con sé tutti gli averi del marito: desidera che ritornino alla sua famiglia, non ha mai avuto intenzione di farli sparire. La donna che si presenta alla porta è profondamente diversa da quella che lui aveva in mente: buffa e gentile, bella, generosa, affabile e non pretende niente per sé. Non può fare altrimenti che ospitarla, del resto è la moglie di Ambrose. Possibile che sia davvero lei l'artefice della sua morte? Una persona così amabile, come Philip scoprirà...

Un thriller psicologico, mi viene da definirlo "comportamentale", calato nella campagna inglese vittoriana, in cui un rampollo fin troppo dipendente da una figura familiare e mitizzata perde del tutto la ragione per un amore avventato e disarmante, in un crescendo di dubbi e doppiezze, istintività ed errori fatali.
Se si amano i romanzi ottocenteschi, consiglio di rispolverare questo libro caduto un po' nel dimenticatoio. Non è originario dell'Ottocento, ma ne esprime tutte le atmosfere, pranzi domenicali sotto il sole, gite a cavallo, crinoline e regole sociali, macchiandole di sospetto e delle tenebre rischiarate solo dai candelabri, tra scale semibuie, conversazioni mozzate e presenze ingombranti, tutte caratteristiche tipiche dei romanzi della Du Maurier, dallo stile ricco e posato, mai pomposo.
Dopo questo, recuperate Rebecca, il suo capolavoro.

Alessandra

6 luglio 2017

Cielo rosso al mattino di Paul Lynch [frasi libro]


CIELO ROSSO AL MATTINO
di
Paul Lynch
"Un bambino vive al caldo nel ventre della madre senza avere alcun peso. Poi viene al mondo e non è altro che una piccola creatura piagnucolosa, come un animale. Non ti ha mai stupito questa cosa, Macken? Ti sei chiesto qual è il motivo? Perché si percepisce per la prima volta, perché scopre di avere un peso nel mondo e una simile scoperta è un trauma per lui. Non riuscirà mai a farsene una ragione. Insieme al peso arrivano le sensazioni, il dolore, la fame, il bisogno di dormire e un'infinità di desideri e necessità. [...] il bambino non riuscirà a riprendersi dalla sofferenza del suo peso. Man mano che cresce, i suoi bisogni non cessano di moltiplicarsi. Sempre di più, mai di meno. Sviluppa un appetito insaziabile per le cose. Prova a dare una minestra a un affamato e lui vorrà la carne. E quando l'avrà ottenuta, si siederà alla tua tavola e ti chiederà l'argenteria. Pensaci bene. Ogni desiderio soddisfatto ne porta uno nuovo. Diventa una tortura, un desiderio illimitato e insaziabile. [...] Le persone non sono esseri umani. Sono bestie, bruti, ciechi e idioti dominati da desideri senza limiti di cui non conoscono neanche l'origine. E gli orpelli con i quali ricopriamo tutto ciò per avere la coscienza a posto non sono altro che illusioni. Il tributo che si versa alla vita è il fardello del nostro stesso peso e alcune persone stanno meglio se ne sono sollevate".
A breve, su questo spazio la recensione! 

Veronica

4 luglio 2017

Il cartello di Don Winslow [recensione]

IL CARTELLO
di
Don Winslow

Casa editrice: Einaudi
Collana: Stile libero big
Traduzione: Alfredo Colitto
Pagine: 879
Prezzo: € 22,00
ISBN: 978806217549

A distanza di dieci anni, il seguito de Il potere del cane, romanzo da molti considerato il capolavoro di Don Winslow. Sicuramente tra i migliori noir che ho avuto il piacere di leggere e Il cartello è stato un adrenalinico ritorno alle vicende della guerra della droga, combattuta tra Messico e Stati Uniti.
Art Keller ha scelto di isolarsi dal mondo, cercando una qualche forma di redenzione, nascosto in un monastero del New Mexico, dove nessuno conosce la sua identità e si dedica all'apicoltura.
Adán Barrera, "El Señor de los Cielos, il patrón della droga più potente del mondo" è rinchiuso in un carcere di Puente Grande, il più duro e sicuro del Messico. Qui si muove indisturbato, con la complicità delle guardie e la sorveglianza del cugino Diego Tapia, continua a controllare i traffici esterni e ha il tempo di sedurre una prigioniera, Magda Beltrán, reginetta di bellezza, alla quale offre protezione. La sua evasione è il richiamo per Keller, il richiamo a tornare in prima linea per sconfiggere un nemico che pensava ormai sconfitto. La resa dei conti sembra essere vicina.

Don Winslow costruisce un romanzo complesso, dedicato "ai giornalisti assassinati o scomparsi in Messico" nel lasso di tempo in cui è ambientato, ricordando molti nomi, ricordando che a tanti altri è toccata questa sorte. Il libro dedica spazio al lavoro dei giornalisti, al loro instancabile impegno per dar voce ai soprusi, alla corruzione dei poteri forti, ai signori della droga, ai tanti omicidi senza colpevole. Un esercito pronto a colpire con le parole, mettendo a rischio la propria incolumità e quella delle persone care. Sono loro che raccontano la guerra tra i cartelli e la situazione drammatica nella quale sprofonda il Messico, abbandonato da tutti, tranne da alcuni piccoli eroi, che cercano di farsi sentire, di dimostrare coraggio restando e non scappando. 
La brutalità di ogni esecuzione, ogni punizione inflitta a colpevoli e innocenti, è descritta con dovizia di particolari, amplificando lo stile dell'autore, che non ha paura di parlare della violenza; sa che esiste, sa che è compiuta senza pietà, e la offre al lettore in tutta la sua crudezza, soprattutto se si pensa che gran parte della narrazione si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti.

Al centro della narrazione, la sfida finale tra Art Keller e Adán Barrera. Il primo che insegue il secondo. Il buono e il cattivo. Un appellativo non poi così netto, quando ci si addentra nella storia. Entrambi sono disposti a tutto per raggiungere gli obiettivi, nessuno è senza peccato. Il cartello non è solo l'atto conclusivo de Il potere del cane, tanti nuovi personaggi ci vengono presentati e sono tutt'altro che marginali. Don Winslow descrive il passato di ognuno, pochi tratti fisici, le caratteristiche emotive più rilevanti e ciò che li lega ai protagonisti.
Come nei migliori colpi di scena, non sai mai chi sopravvive e chi muore: a tanti ti affezioni, di molti ti affascina la caratterizzazione approfondita e ne rimpiangi l'improvvisa dipartita.
Un romanzo forte, efficace nel linguaggio, senza tanti fronzoli, efferato in diverse scene, con la guerra tra i cartelli, impegnati nella conquista di territori sempre più ampi del Messico, tra finte alleanze e piani per estirpare agli altri una fetta importante del mercato della droga. Le stesse istituzioni sono colluse con i trafficanti, la corruzione è presente a molti livelli, gli uomini più insospettabili sono schierati dalla parte che fingono di combattere.
"Il cosiddetto problema messicano della droga, è in realtà il problema americano della droga.
Non esiste un venditore senza un compratore. La soluzione non è e non sarà mai in Messico".
Un seguito riuscito, che non credevo sarebbe riuscito ad appassionarmi tanto come il primo: leggete Don Winslow, una delle voci attuali migliori del noir, capace di mischiare in una trama complessa, tanti stili, tanti generi, senza perdersi, senza abbandonare il filo della narrazione.

Veronica

18 giugno 2017

Mia nonna saluta e chiede scusa di Fredrik Backman. Come nascono le Fiabe...

Nel mondo reale ci sono migliaia di fiabe che nessun intelligentone sa da dove vengano.
Dipende dal fatto che vengono tutte dal Paese-Da-Quasi-Svegli, dove non ci si prende il merito e non ci si vanta, si fa solo il proprio lavoro. 
Tutte le fiabe migliori del Paese-Da-Quasi-Svegli vengono da Miamas.
Di tanto in tanto tutti e sei i regni hanno prodotto singole fiabe, ovvio, ma nessuno degli altri è nemmeno lontanamente bravo quanto Miamas. A Miamas si producono fiabe giorno e notte, si costruiscono ancora a una a una, a mano con cura, non in serie in qualche fabbrica del cavolo.
E solo le più belle in assoluto vengono esportate. Molte vengono raccontate una volta sola e poi cadono dritte a terra, mentre le migliori, le più belle, si staccano dolcemente dalle labbra di chi ne pronuncia l'ultima parola, fluttuano lente sopra tutti coloro che le ascoltano come piccole lanterne di carta brillanti e quando cala la notte vengono portate via dagli enfanti.
Gli enfanti sono creature molto piccole con dei cappelli carinissimi che cavalcano le nuvolanimali. Cioè, gli enfanti. I cappelli invece cavalcano gli enfanti, se vogliamo essere puntigliosi.
Comunque le lanterne vengono raccolte dagli enfanti in grandi retini dorati, poi le nuvolanimali si voltano e si alzano in cielo così in fretta che perfino il vento si fa da parte per lasciarle passare. E se il vento non si sposta abbastanza in fretta, le nuvolanimali gli gridano: "Togliti! Stordito di un vento!", e si trasformano in una specie di animale con le dita per potergli mostrare il medio. 
In cima alla montagna più alta del Paese-Da-Quasi-Svegli, la Montagna dei Racconti, gli enfanti mollano i retini e lasciano che le storie volino libere. 
Ed è così che arrivano nel mondo reale tutte le fiabe che nessun intelligentone sa da dove vengano.

17 giugno 2017

Tutto inizia e finisce al Kentucky Club di Benjamin Alire Sáenz [recensione]


TUTTO INIZIA E FINISCE AL KENTUCKY CLUB
di
Benjamin Alire Sáenz

Casa editrice: Sellerio
Collana: Il contesto
Traduzione: Luca Briasco
Prezzo: € 16,00
ISBN: 9788838931703

La frontiera determina l'identità americana ed indica uno spazio ideale continuamente ridefinito e considerato inviolabile. Frederick J. Turner ne ha avanzato una tesi nel 1893, che individua una sorta di linea immaginaria, che invita a entrare, muoversi e non a fermarsi. La prima frontiera nella storia degli Stati Uniti sono gli Appalachi, una catena montuosa situata nella parte orientale del nord America; la colonizzazione e lo scontro con i nativi segnano la fine teorica della frontiera a fine Ottocento. Nel momento in cui sembra terminata, l'identità degli Stati Uniti si costruisce a danno di due entità: la nativa, con tutte le sue tribù e quella messicana.
I racconti che compongono la raccolta Tutto inizia e finisca al Kentucky Club sono storie di confine, un confine individuato in un bar di altri tempi, non lontano da un ponte che unisce e separa due città: El Paso negli Stati Uniti, Ciudad Juárez in Messico, quest'ultima considerata una zona tra le più violente del mondo. Un locale intorno al quale ruota ogni cosa, un universo immobile, dove entrare per abbandonare i problemi reali, dove rifugiarsi dal caos ininterrotto che regna all'esterno.
Una linea precaria rappresenta in tutta la sua complessità la difficoltà per i protagonisti di gestire i rapporti umani, in un contesto di insicurezza affettiva e geografica. Oltrepassare la porzione di spazio sicuro per allontanarsi di qualcosa o raggiungere qualcuno, all'opposto vedere l'altro che invade un luogo considerato inviolabile, per sentire le proprie certezze sgretolarsi.
Sette storie, i cui personaggi sono alle prese con l'amore incondizionato verso una persona che ha sconvolto il proprio mondo, coinvolgimenti delicati, situazioni familiari difficili. Un'anima a pezzi che ha bisogno di vedere una speranza, la speranza di rimettere insieme i pezzi e trovare finalmente la felicità. La felicità però non sembra essere il destino di nessuno.

È andato a raggiungere le donne
Uno scrittore solitario, Juan Carlos, s'innamora di Javier, autista di personalità importanti, fra i quali diversi politici. Un amore che sboccia sobrio e silenzioso fra le mura del bar Kentucky Club, per poi perdersi nel deserto, dove il corpo di Javier è stato abbandonato, per unirsi alle numerose donne rapite e mai più trovate.
"Fissavo l'orologio di Javier. Non so per quanto tempo rimasi lì seduto, cercando di non pensare. Cercando di non provare nulla. Poi, mi rimase solo la voglia di tornare a casa. Ma casa non sapevo dove fosse".
L'arte della traduzione
Nick è in ospedale. Un pestaggio, una punizione, un'incisione sulla pelle, per ricordargli che la sua diversità non è accettata. Un'esperienza terribile, che lo segna per sempre; un ritorno nel mondo carico di complicazioni, in cui è necessario riappropriarsi di se stesso e di un nuovo approccio per gestire il quotidiano.
"Nulla mi sembrava estraneo. Ma nulla mi sembrava famigliare. [...] E poi capii che avrei dovuto imparare daccapo il significato di tutte le parole che credevo di conoscere. Avrei dovuto imparare come tradurre tutte quelle parole. Migliaia. Milioni".
L'uomo delle regole
Maximiliano non ha mai conosciuto suo padre, fino all'età di otto anni, quando la madre, completamente a pezzi, lo porta da lui. Una convivenza che si regge su regole, quelle che Max ignorava fino a poco prima. Nonostante un inizio turbolento, proprio quelle regole lo porteranno a fare qualcosa di importante nella sua vita e a diventare un uomo migliore, migliore del padre.
"L'unica cosa che ricordo di quel drink al Kentucky Club è mio padre che mi confessava di aver amato mia madre. «La amavo». Fu allora che capii. Era lei la causa di tutto. Era mia madre non aveva mai amato lui".
Fratello in un'altra lingua
Charlie parla della relazione complicata con i genitori, soprattutto il padre, a David, lo psicologo pagato dalla famiglia per aiutarlo. Non si sente amato, pensa sempre al fratello scomparso, il cui passato e le cui ragioni dell'allontanamento da casa lo sconvolgono nel profondo.
"Non so per quanto sono rimasto lì in ginocchio, singhiozzando, gemendo, gridando. Ma poi ho sentito la mano di David che mi sollevava".
A volte la pioggia
Ernesto ricorda il padre e la brutta opinione che ha sempre dimostrato nei suoi confronti. Per questo, forse, appare forte e imperturbabile; in realtà è molto sensibile e quando scopre che il compagno di scuola Brian è stato picchiato dal padre dopo aver scoperto della sua omosessualità, decide di aiutarlo a scappare. Un'esperienza che gli fa aprire gli occhi su se stesso.
"Sapevo qualcosa di me stesso che avevo sempre ignorato, fino ad allora. E proprio quando avevo cominciato a piacermi, ecco che i odiavo di nuovo".
A caccia del drago
Conrad adora sua sorella Carmen e cerca di starle vicino, consapevole che la spirale autodistruttiva che l'ha risucchiata sembra impossibile da abbattere. I soldi, la famiglia sono come trappole, che la fanno sentire vigilata e mai libera, tanto da rifugiare le proprie pene nella droga.
"Avrei voluto chiederle se riusciva a resistere anche solo un giorno senza ingerire una qualunque sostanza stupefacente. Era vero, avevo paura di lei. Ma ciò che mi terrorizzava era perderla.
Il gioco del dolore
Il dolore della perdita, il dolore di amare, il dolore che può racchiudere la vita stessa. Fuggire dalla verità, affogare i dispiaceri nell'alcool.
"[...] amare è un gioco doloroso. Sì, l'amore fa male [...]".
Famiglie disfunzionali, padri violenti, vite in bilico tra il bisogno di accettazione e la consapevolezza di non riuscire a essere se stessi, perché imperfetti agli occhi degli altri.
Per un giorno, per una notte, per qualche ora, oltrepassano un ponte per lasciarsi alle spalle il dolore e ritrovare la pace rappresentata da un bar di confine, capace di unire e separare il destino dei protagonisti.

Veronica