12 dicembre 2017

Gilgi, una di noi di Irmgard Keun [recensione]

GILGI, UNA DI NOI
di
Irmgard Keun

Casa editrice: L'orma editore
Collana: Kreuzville Aleph
Traduzione: Annalisa Pelizzola
Prezzo: € 16,00
Pagine: 240
ISBN: 978889973135

Il libro originale uscito in Germania nel 1931 era stato vietato dai nazisti e bruciato al rogo nel 1933. Il favore riscosso in Europa non scoraggiò l'Italia che decise di lavorare a un'edizione rivista, affidandosi alla pratica diffusa della censura. Nel 1934 Una di noi venne pubblicato nella versione di Lina Ricotti all'interno della collana I Romanzi della Palma di Mondadori. L'opera era stata depurata di tutti gli elementi considerati inappropriati e scandalosi, perdendo così i momenti importanti dell'esperienze della protagonista, che avevano permesso a un'intera generazione di donne di identificarsi. Il romanzo ritrova la ristampa nel nostro paese nel 2016, grazie a L'Orma editore, nella sua integralità.

"La tiene stretta nelle mani, Gilgi, la sua piccola vita". Gisela, che si fa chiamare Gilgi, è una ragazza di ventun anni. Abita con i genitori e la sua vita è scandita sin dalla mattina: si alza presto, esegue i suoi esercizi di ginnastica, non si trucca di giorno, fa colazione in quella casa, dalla mobilia antidiluviana, parla a malapena col padre e la madre, va a lavoro in tram, spesso a piedi, è una dattilografa per la ditta Reuter&Weber, calze e maglieria all'ingrosso. Studia tre lingue, si esercita con parsimonia, si cuce i vestiti da sola e mantiene una piccola mansarda, una stanza tutta per sé, dove riflettere e rifugiarsi all'occorrenza. Sogna di viaggiare e ha come obiettivo raggiungere prima possibile l'indipendenza economica. Gli impegni sono importanti, hanno uno scopo e non la spaventano, e nel poco tempo libero ama divertirsi. I suoi migliori amici sono Olga, che chiama adorabilmente donnina di Marzapane e rappresenta il colore nella sua vita, e il confidente Pit, a volte burbero nei modi, ma leale e fidato. Insomma, lei si sente spensierata e appagata, è fiera di procedere con le sue forze e di condurre un'esistenza ordinata e regolare.
A determinare uno stravolgimento in una routine rassicurante è la notizia di essere stata adottata; una rivelazione che in cuor suo sembra sempre aver saputo, perché nelle persone che l'hanno cresciuta non si identifica, sono troppo diverse da lei, e così le quattro mura della sua casa, estranea e mai familiare. Decide così di cercare la madre naturale, quella donna che l'ha abbandonata, con poche aspettative, mossa dal voler trovare un senso al suo essere così com'è.
La trasformazione più grande, che ha davvero un effetto devastante e porta la protagonista a smarrire se stessa per un periodo lunghissimo, è conseguente all'incontro con Martin Bruck, scrittore bohémien, scapestrato, senza un impiego, che vive di espedienti. Si innamorano, vanno a vivere insieme e diventano l'uno il mondo dell'altra. Uno scandalo per l'epoca la convivenza tra un uomo e una donna, ma che cosa importa? Lei e solo lei è padrona delle sue scelte:
"«Non hai mica passato la notte insieme a un uomo, vero, Gilgi?» Gilgi si vergogna enormemente - per sua madre. Che riesca a parlarne in quel modo! Rimprovero, partecipazione, interesse, curiosità - è tutto legittimo, certo, ma è così disgustoso! Tutto quello che accade tra me e Martin riguarda solo me".
L'amore folle per Martin innesca una lotta fra le due parti di sé: quella razionale e quella vulnerabile. Accoglie questo sentimento carica di eccitazione, sicura che possa arricchire le sue giornate e il suo futuro, ma avverte di non poterlo dominare.
"Non è certo una novità che un grande amore porti con sé dei cambiamenti. Il brutto è che si cambia solo a metà. E adesso lei è composta da due metà che non stanno affatto bene insieme, che litigano in continuazione, e nessuna delle due vuole cedere di un millimetro".
Prova a convincere l'uomo per il quale ha perso la testa a cambiare, per il loro bene, con lo scopo di rimettere sulla giusta strada gli eventi, ma non ci riesce. Gli sforzi non raggiungono risultati, Gilgi diviene completamente dipendente dalla persona amata, tanto da non riconoscersi più come entità separata:
"Gilgi è in piedi davanti allo specchio, si incipria il collo e le spalle, si vede magra, fragile ed estranea. Irreale. Viso bianco, occhi scuri, labbra rosso vivo - sono molto bella oggi, in questo momento... posso dirlo, ormai non mi appartengo più. Quello che vedo nello specchio l'ha creato qualcun altro partendo da ciò che ero, io non posso esserne orgogliosa... Non dovrei avere questo aspetto - così, senza nessun legame con la strada, la polvere, la quotidianità. Appaio diversa da come credo di essere".
Lei che ha difeso con le unghie e con i denti la propria libertà, ha lottato contro le imposizioni della società dell'epoca, che la vedono solo come moglie e come madre, lei che si percepisce diversa rispetto ai coetanei, perché felice di avere tante responsabilità che la rendono fiera, da un giorno all'altro perde le sue conquiste per via di un uomo. Quando comprende che la cosa più importante del mondo è lei, compie una scelta difficile e coraggiosa, che la consacra un personaggio complesso e attualissimo, nel quale potersi a pieno titolo identificare. Una donna descritta nei punti di forza e debolezza, imbarazzante per la sua modernità, anticonvenzionale, tanto da dover mettere al rogo la sua storia negli anni Trenta.
Il tema dell'emancipazione femminile è il punto di partenza del romanzo: in un percorso disseminato di ostacoli, in un contesto storico e sociale delicato, con un linguaggio sincopato all'inizio e sempre più incalzante nel prosieguo della narrazione, Gilgi si dimostra una di noi, nella sua voglia di riscatto, nella ricerca della libertà, nell'abbandonarsi all'amore, per poi di nuovo mettere se stessa al primo posto.
Veronica

5 dicembre 2017

Chopin non va alla guerra di Lorenzo Della Fonte [recensione]

CHOPIN NON VA ALLA GUERRA
di
Lorenzo Della Fonte 

Casa editrice: Elliot edizioni
Collana: Scatti
Pagine: 152
Prezzo: € 16,50
ISBN: 9788869934216

Alla guerra si affianca spesso il termine Patria. Si ama, si desidera morire nel luogo dove si è nati, perché a noi più caro, e si è disposti a morire per lei. La guerra è minacciosa, pericolosa, micidiale e gli uomini, giovani e troppo giovani, sono costretti ad abbandonare le proprie terre, a lasciare le persone care ed essere pronti a combattere. Di fronte allo scontro, da qualsiasi parte siano schierati, i "buoni" o i "cattivi, sono uguali, sono persone con una storia.
"Le mamme vivono in costante allarme. La paura si può leggere nei loro occhi spalancati, nel loro interrogarsi l'un l'altra con gli sguardi, con le mani, con le parole. A Colico o qui, le mamme sono tutte uguali. Se vedono un carabiniere avvicinarsi sentono l'odore della morte, e smettono di respirare finché quello è passato oltre, a dare l'annuncio a un'altra madre. Alle mamme della patria non interessa nulla, non può essere patria quella che ti toglie un ragazzo per farne un eroe".
Giovanni Bassan è il protagonista di Chopin non va alla guerra. Nella vita è un insegnante, ora un tenente, e nell'inverno del 1918 è trasferito presso il Forte Montecchio, un avamposto costruito per fronteggiare la possibile invasione dell'esercito austriaco proveniente dalla Svizzera, un posto silenzioso, quasi irreale, lontano dai luoghi dove la battaglia imperversa, per via di una malattia al cuore. Tra i soldati è Domenico, un trombettiere molto bravo, di origine meridionale, il ragazzo al quale si sente più affezionato; negli scontri ha perso parte della gamba sinistra, ma non l'amore per la musica, nella quale trova un modo per evadere dalla dura realtà. Con coinvolgimento e trasporto, suona di tutto, anche i pezzi del "nemico", perché di fronte alla musica non esistono nemici. È proprio lui a trasmettere a Giovanni la stessa passione, che gli permette di scoprire un nuovo modo di vedere il mondo che lo circonda.
Il tenente ottiene con facilità brevi licenze, vista la bassa pericolosità della zona in cui si trova, e spesso si reca a Dongo, paesino in riva al lago di Como, dove fa amicizia con Alberto, di professione panettiere. Proprio dalla sua casa, arriva la magia di un pianoforte, suonato da mani esperte, che lo incuriosisce: è Livia, la sorella di Mara, moglie dell'amico, l'artefice di quella melodia, una donna con un grande talento, che non esce mai di casa ed è nascosta dalla famiglia. Ogni attimo della giornata pensa a lei, al suo segreto e si chiede come mai un animo così elegante e dotato non si esibisca dinanzi a un pubblico che la ammiri. Quando il passato è rivelato e la verità appare così crudele e spietata, Bassan tenta, con l'amico Domenico, di regalarle un attimo di felicità.

In Chopin non va alla guerra, la musica diventa simbolo di coesione, con Domenico e Giovanni che si adoperano per costituire una banda e diffondere l'amore per i brani, indipendentemente da quale sia la provenienza geografica dei diversi compositori, e una vera cura contro la prepotenza dei superiori accecati dalla voglia di vincere e distruggere gli avversari, le brutte esperienze che hanno coinvolto Livia e la poca identificata patologia al cuore del tenente. Gli incontri e le avventure di Bassan al forte lo trasformano in un uomo diverso: affaticato per il sentimento di avversione legato alla guerra, si convince che in un clima così devastato, triste e abbattuto, ci sia ancora speranza per compiere qualcosa di buono per gli altri.
"Come saresti bella, notte stellata, se l'uomo non ti avesse violentata. Se la guerra non ti avesse portato le sue assurde macchinazioni di morte fino a questo calmo specchio d'acqua, che a tratti riflette l'effimera scia di una stella cadente".
Davanti alla bellezza della montagna, al chiasso di una piazza ghermita di bambini, alla calma del lago, tutto sembra non avere importanza, non avere senso. Le motivazioni che hanno portato a questo punto, a un conflitto armato di così vaste proporzioni, si perdono e resta solo inquietudine. Il protagonista lo percepisce dentro di sé, ogni volta che osserva il mondo, che osserva gli altri. Il suo è un viaggio difficile, disseminato di ostacoli, che lo portano a vacillare, ma mai a perdere la fiducia negli amici e nei buoni propositi, perché vale la pena cadere per poi rialzarsi ancora più forti.
L'autore Lorenzo Della Fonte tratteggia con profondità e delicatezza i personaggi e, con il suo racconto, dà voce al dramma della guerra e al desiderio di non lasciarsi sopraffare da essa, grazie al coraggio di costruire qualcosa di ancora più potente, capace di sconfiggerla.


Veronica

29 novembre 2017

I venerdì da Enrico's di Don Carpenter [recensione]

I VENERDÌ DA ENRICO'S 
di
DON CARPENTER
A cura di Jonathan Lethem

Casa editrice: Frassinelli
Traduzione: Stefano Bortolussi
Pagine: 368
Prezzo: € 20,00
ISBN 978888832078
"Ora l'unico problema che aveva era convincere Jaime a sposarlo. Aveva concluso di esserne innamorato una frazione di secondo dopo averla vista. Non esattamente amore a prima vista, quindi. Ma lei faceva la capricciosa; un minuto era pronta a passare il resto della vita con lui, quello dopo diceva di voler andare a vivere da sola. Era perfetta per lui. Era molto più bella di quanto lui potesse pretendere, ed era più intelligente, più spiritosa e molto più brava a scrivere di lui".
Avere un talento o pensare di averlo può essere un problema, soprattutto se le persone che ti circondano lo hanno più di te e raggiungono l'agognato successo che tu rincorri da tutta la vita.
I venerdì da Enrico's racconta di un gruppo di scrittori che cercano di concretizzare la propria ispirazione, scrivere il grande romanzo e trasformare l'arte in una carriera. 
Jamie e Charlie si innamorano, si sposano e hanno una figlia. Si trasferiscono nell'Oregon che lei odia profondamente. Per un po' accetta di dedicarsi alla famiglia, ma capisce che non le basta, ha bisogno di sentirsi impegnata con la scrittura, di avere un obiettivo, di mettere su carta qualcosa, qualsiasi cosa. Charlie ha vissuto la guerra e di questo parla il suo libro, o meglio, i fogli accatastati nello scatolone del suo ufficio, dove si chiude per ore, senza mai arrivare a un punto di svolta.
"Chi sa fare fa. Chi non sa fare, insegna". Proprio all'insegnamento si dedica nella nuova città, dove cerca di trasmettere agli altri le chiavi per creare un'opera importante.
Quando Jamie conclude il suo primo romanzo, Charlie avverte qualcosa che si rompe dentro di sé, un'onda dirompente che gli piomba addosso, lasciandolo a terra, svuotato di ogni emozione. Così scappa con un'altra donna e abbandona tutto per qualche tempo, incapace di accettare la fortuna editoriale che di lì a poco riguarderà sua moglie.
Le loro vite si incrociano con quelle di altri scrittori. Dick Dubonet autore di racconti, uno dei quali pubblicati su Playboy, cerca di ricalcare quell'unico risultato raccontando storie simili, fuori dalle sue corde, frenando la possibilità di spingersi oltre, per non incontrare il fallimento.
Stan Winger è un ladro di professione, scrittore a tempo perso, fino a quando non sfrutta le sue esperienze criminali per cimentarsi con il genere pulp; sarà poi la galera ha renderlo finalmente pronto per trasformare materiale grezzo in racconti ricchi di potenziale da suscitare non solo l'attenzione di editori, bensì il favore di Hollywood.

Tanti aspiranti scrittori affollano i bar della zona di Portland nei primi anni Sessanta. Parlano spesso dei più famosi autori della Beat Generation, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, punto di riferimento culturale di quegli anni: sperano di poter essere come loro un giorno, conosciuti e apprezzati per il proprio talento. Le conversazioni si perdono in drink, marijuana e lunghe notti. La dura realtà li aspetta, ogni giorno, e la paura più grande è quella di rimanere anonimi, poveri e dimenticati troppo in fretta, mentre tutti gli altri oltrepassano il confine della notorietà. 
I personaggi inseguono un sogno, combattono le proprie paure per vederlo realizzato, si scontrano con sentimenti potenti, che fanno vacillare anche gli animi più determinati. Quanto si è disposti a sacrificare per raggiungere quel sogno? 

Nella postfazione Jonathan Lethem spiega il lavoro che ha permesso di completare l'opera postuma di Don Carpenter, morto suicida nel 1995, con il benestare della figlia Bonnie e il capo della North Point Press, Jack Shoemaker. Il manoscritto è stato interament ribattuto a macchina per poter entrare in simbiosi con l'autore e mettere così la parola fine.
Il risultato è una confessione corale di quello che hanno provato questi giovani autori tra gli anni '60 e '80, in un contesto culturale e sociale animato, in lotta con se stessi e il mondo circostante, con una vocazione e un biglietto di solo andata per il successo o per il fallimento.
Un romanzo intenso, coinvolgente, che parla di libri e di scrittura come metafora di vita, una vita in bilico tra professione e affetti, sia quando i desideri si concretizzano, sia quando l'ennesima sconfitta è dietro l'angolo. I sacrifici, le lunghe attese, le perdite sono i motivi che spingono i protagonisti a chiedersi se ne valga la pena o la dote che possiedono o credono di possedere sia solo un'incredibile maledizione che finirà per distruggerli.

Veronica

25 novembre 2017

Il direttore di notte di John Le Carré [recensione]

IL DIRETTORE DI NOTTE
di John Le Carré

Casa editrice: Mondadori
Collana: Oscar bestsellers
Pagine: 532
Prezzo: € 13,00
ISBN: 9788804413301

Il destino non si sceglie e neppure si cambia. Ci prova da anni Jonathan Pine, giovane ex militare in fuga dai propri fantasmi, che ha cercato sollievo nell'anonimo ruolo di direttore di notte in uno dei più lussuosi alberghi svizzeri. L'URSS si è appena sciolta e i rapporti internazionali, tra guerre, carestie e traffico d'armi, sono tesi e ambigui. Da tutto ciò, e da un matrimonio fallito per cui intende prendersi tutte le colpe, cerca di nascondersi questo direttore dai modi garbati e l'occhio attento, schivo e disponibile con i colleghi e con la sua altolocata clientela, che di lui si fida ciecamente. Come l'amata Madame Sophie, donna di Freddy Hamid, boss della malavita del Cairo, conosciuta durante il suo incarico proprio nell'albergo della famiglia Hamid. È attraverso di lei e le sue confidenze che viene a conoscenza dell' "uomo peggiore del mondo", Richard Onslow Roper, l'imprenditore inglese miliardario con il quale Freddy Hamid tratta armi e droga. Si amano pudicamente, si incontrano di nascosto, Jonathan le promette che la farà fuggire dal Cairo e dalla malavita per tornare nella sua amata Inghilterra. Ma quando Sophie viene improvvisamente trovata morta, Jonathan, schiacciato dai sensi di colpa per non averla protetta né dal compagno né dagli interessi d Roper, e col sospetto di rimanere invischiato suo malgrado in un'accusa di omicidio, non riesce a fare altro che fuggire tra le montagne.

È un colpo al cuore e ai ricordi, dunque, quando mesi dopo e a chilometri di distanza dal Cairo, è proprio "L'uomo peggiore del mondo" a mettere piede nel suo albergo con gran dispiego di guardie del corpo, funzionari di dubbia utilità e consiglieri. Non lesina sulle mance, spende, prenota, affitta, è un amicone quest'uomo dai modi arroganti, sicuro di sé e del proprio potere, intorno al quale ruota la sua donna, giovane, bellissima e superficiale Jemima, detta Jed, che guarda il mondo da dietro gli occhiali da sole, agghindata di gioielli come un manichino da boutique.
È un ritorno indietro nel tempo, ma a differenza della prima volta, Jonathan decide di fare di più: proverà a rubargli preziose informazioni sui suoi traffici illeciti di armi. Lo deve alla sua Sophie. E forse lo deve anche a Jemima, che tanto gliela ricorda, prigioniera in una gabbia dorata. Il suo gesto non passa del tutto inosservato. Perché anche i servizi segreti britannici sono alla ricerca di Roper e di una prova definitiva per incastrarlo, e Jonathan sembra proprio fare al caso loro: è scaltro e osservatore, non ha niente e nessuno da perdere, è l'agente segreto perfetto per ingannare Roper. Lui accetta: dopotutto la vita che si è costruito non è genuina, non finché non avrà fatto i conti con la propri coscienza. Non immagina che, ancora una volta, i sentimenti rischieranno di metterlo in pericolo...

Mi sono avvicinata a John Le Carré spinta dalla curiosità dopo aver visto la miniserie The Night Manager tratta dal suo romanzo. Non avevo mai letto una storia di spionaggio e l'ho trovata sorprendentemente piacevole. Tanti personaggi, perlopiù legati alla burocrazia britannica e americana, che talvolta ingarbugliano un po' la storia: nessuno è pulito, tutti fanno il doppio o il triplo gioco in una partita a scacchi dove bianchi e neri si confondono. Ma sono i due personaggi principali, Jonathan e Roper, che trainano la complicata trama: due uomini completamente diversi ma ugualmente seduttivi, l'uno dal contegno tipicamente britannico, l'altro dalla suadente arroganza, che si corteggiano ognuno per i propri interessi.
C'è senso di giustizia senza misura, empatia, complicità nel direttore di notte che scappa dai sensi di colpa di una vita difficile, mentre c'è cattiveria pura, indifferenza, cupidigia viva nel cuore di Roper, che per il denaro venderebbe la propria famiglia, se mai le desse valore.
Due protagonisti costruiti molto bene, tridimensionali e umani, attuali. John Le Carré attinge dalla quotidianità e dai suoi trascorsi nei servizi segreti britannici per dipingere un sistema corrotto e impotente, votato al mantenimento di se stesso più che alla protezione della patria e narra con uno stile elegante che incalza, dai dialoghi e umorismo sottile molto british.

La serie televisiva che ha ricevuto diversi riconoscimenti è ugualmente rimarchevole: girata bene, recitata bene, con i due attori protagonisti al meglio e i comprimari calati nel ruolo. Mi aspettavo una specie di 007 e invece ogni trovata non è mai esagerata: niente telefonini che escono dalle scarpe o penne che sparano, ma parecchie intimidazioni, minacce di morte e di far saltare le poltrone. Molto fedele al romanzo e aggiornata quel che basta per renderla attuale: non siamo più in Sud America per trafficare armi e droga, ma ci spostiamo in Medio Oriente, mentre il capo dell'agenzia che tiene le redini dell'operazione da uomo che era nel libro diviene donna nella finzione televisiva. Del resto, il mondo va avanti.

Consiglio di recuperare entrambi!

Alessandra

15 novembre 2017

Incendi di Richard Ford [recensione]

INCENDI
di
Richard Ford

Casa editrice: Feltrinelli
Traduzione: Riccardo Duranti
Pagine: 168
"Nell'autunno del 1960, quando io avevo solo sedici anni e mio padre era momentaneamente disoccupato, mia madre conobbe un certo Warren Miller e si innamorò di lui".
L'incipit del romanzo racconta di conflitti familiari, problemi economici e cambiamento, che portano improvvisamente scompiglio. Come gli incendi dell'estate del 1960, che senza sosta assalgono le colline intorno a Great Falls, cittadina del Montana, dove la famiglia di Joe si è trasferita per cercare fortuna, complice l'epoca del boom petrolifero. 
Il padre, da tutta la vita amante del golf, lo insegna in piccoli country club o circoli sportivi; il suo licenziamento è un fulmine a ciel sereno e distrugge gli equilibri così saldi fino a quel momento, o almeno apparenti. Le difficoltà di trovare un nuovo impiego, lo spingono ad arruolarsi nelle squadre di volontari pronte a partire per domare le fiamme, anche se questo significa lasciare le persone care per un po'. Non è preparato per affrontare gli incendi, come confessa poi lui stesso, è una cosa che deve fare, "per mettere fine a un ronzio che sente nella testa", causato dalla mancanza di prospettive.
La moglie non prende bene questa scelta e le ripercussioni della partenza non tardano a presentarsi; il figlio non sa come giudicare questo gesto, eroico, disperato? Dopotutto, il pericolo è una variabile che non si può ignorare e la paura di restare solo, di vedere la propria esistenza distrutta dal dolore della perdita, diventa più intensa, momento dopo momento.
"La vita di mio padre e mia madre cambiò. Il mondo, per quanto ci pensassi poco cambiò. Quando si hanno sedici anni non si sa quello che sanno i propri genitori, né si sa molto di quello che capiscono, e ancor meno cosa si agita nei loro cuori. Questa ignoranza può essere una difesa contro il rischio di diventare adulti troppo presto, un modo per evitare che la propria vita diventi nient'altro che la loro rivissuta da capo - il che è un peccato. Ma farsene scudo - cosa che io non feci - mi pare un errore ancor più grave, perché è la verità della vita dei propri genitori e il giudizio che ancora deve darne e, inoltre, la capacità di valutare il mondo in cui si sta per entrare a far parte".
Il punto di rottura di una routine fino a quel momento normale è il licenziamento del padre: i genitori sono freddi, si parlano con frasi di circostanza, non dormono più nello stesso letto, ma non litigano mai. Joe li osserva e pensa al loro legame, se questo distacco sia dovuto alla situazione di precarietà che devono affrontare o già da prima si potevano avvertire avvisaglie di una crisi di coppia. Ed il suo è proprio un ruolo di spettatore, perché si trova a subire le decisioni del padre e della madre, senza averne controllo, senza impedire alle conseguenze di manifestarsi, in tutta la loro potenza.
Per tre lunghissimi giorni rimane con Jeannette, che si trasforma in una persona completamente diversa: farnetica di cambiare casa, si dimostra aggressiva con il figlio, quasi fosse complice o responsabile dell'improvvisa dipartita di Jerry, e porta a casa un uomo, Warren Miller, con il quale intreccia un relazione disturbante, per poi rivelare di essersene innamorata e di voler lasciare tutto per lui.

Richard Ford sfrutta un fenomeno atmosferico devastante per descrivere non solo gli incendi fisici, ma anche quegli emotivi: i protagonisti desiderano il benessere economico, la realizzazione dei propri sogni e il raggiungimento della felicità, anche se questo può  significare far soffrire chi si ama.
L'autore racconta il rapporto di un padre e di un figlio: quando Jerry abbandona la famiglia, perché sente di aver bisogno di una svolta, il figlio lo comprende, lo appoggia e arriva a nascondere la terribile verità d sua madre per non vederlo soffrire. Quando però quest'ultima confessa tutto, Joe  assiste impotente alla distruzione del genitore in tutte le sue debolezze.
Un romanzo breve, amaro, autentico e spietato, in cui vediamo un ragazzino fare i conti con le fragilità e le imperfezioni dei genitori, personaggi che mi hanno, a tratti, ricordato alcuni protagonisti dei libri di Richiard Yates, alla ricerca della realizzazione personale, incapaci di veder concretizzati i propri desideri, in lotta con un destino disseminato di ostacoli.
"Siamo sempre alla ricerca di assoluti senza mai trovarli. Abbiamo una gran voglia di autenticità, ma la maggior parte delle volte non lo siamo neanche noi, autentici".
Veronica

8 novembre 2017

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro [recensione]

NON LASCIARMI
di
Kazuo Ishiguro

Casa editrice: Einaudi
Collana: Super ET
Traduzione: Paola Novarese
Pagine: 291
Prezzo: € 12,00
ISBN: 9788806190453

Kathy, Tommy e Ruth sono cresciuti insieme a Hailsham, un collegio un po' particolare, sperduto nelle campagne inglesi. Frequentano lezioni di storia, geografia, arte, letteratura  e poesia, praticano molto sport e si sottopongono costantemente a visite mediche.
Tutto quello che sanno è solo ciò che i tutori dicono durante le attività didattiche.
Avvertono di essere diversi, lo percepiscono nello sguardo di Madame, una delle responsabili della scuola, che preferisce tenersi a debita distanza; viene loro rivelata la terribile verità da Miss Lucy, una delle ultime arrivate, un'insegnante che non sopporta di mentire a quei bambini così carichi di sogni e speranze che mai vedranno concretizzarsi.
Non sono come tutti gli altri, non si diplomeranno, non frequenteranno l'università, non troveranno un lavoro e non si sposeranno. Un destino già scritto, impossibile da cambiare, la loro creazione è voluta per uno scopo importante, la donazione degli organi.
L'istruzione è comunque considerata fondamentale e ogni alunno è stimolato a essere creativo, con la promessa che i lavori più belli saranno scelti e conservati nella misteriosa galleria di Madame.
Nonostante tutto, i protagonisti appaiono come estremamente positivi, guidati dall'amore e dall'amicizia, grande forza che li tiene uniti.
Al compimento dei sedici anni, si trasferiscono ai Cottages, insieme a studenti più anziani, dove inizia un periodo di sospensione, lontano dai tutori, con una maggiore libertà di parlare, uscire, esplorare il paese.

Sulla copertina, vediamo un cielo scuro, che minaccia tempesta, un vento forte che trascina sullo sfondo un albero, che riesce a non cedere, così come la ragazza in primo piano, che non si lascia piegare e sorride alla vita. Il contesto del romanzo è un mondo spaventoso, dove sopravvivere il più a lungo possibile, con ogni mezzo, è l'obiettivo della nuova società; le scoperte scientifiche arrivano a creare dei cloni, esseri umani usati come pezzi di ricambio, che andranno a compiere un ciclo di donazioni. Una realtà terribile, crudele, votata al progresso.
Kathy, ormai adulta, racconta la sua storia, ripercorrendo un passato lontano, fatto di episodi, piccoli pezzi che, piano, piano vanno a unirsi come in un puzzle. È affezionata agli oggetti che negli anni è riuscita ad acquistare ai baratti scolastici, lontano da occhi indiscreti adora ballare con il sottofondo della sua canzone preferita Never let me go, è una buona ascoltatrice e ha un animo gentile. Ruth è completamente diversa da lei: un po' il capobanda a Heilsham, coinvolge le compagne in battaglie immaginarie per proteggere l'insegnante preferita, il suo carattere è autoritario, vede le cose a modo suo, non accetta discussioni, ma avverte un senso di protezione verso i suoi migliori amici. Tommy è un tipo irascibile, spesso deriso e incompreso, alla ricerca di qualcosa in cui essere davvero bravo e ammirato, completamente capito solo da Kathy, che sa come prenderlo.
Nei ricordi si assiste a un percorso che li porterà a un destino inevitabile: non lottano per cambiare le cose, cercano di aggrapparsi alle voci che si sono susseguite negli anni per avere più tempo da passare insieme, ma mai pensano di infrangere le regole.
Provano sentimenti, sono tristi, arrabbiati, felici, assaporano i momenti belli, consapevoli che niente sarà per sempre.
Non lasciarmi è un libro che mi è piaciuto moltissimo, perché è allo stesso tempo malinconico e romantico, ti scuote nel profondo e ti fa capire quanto sia importante vivere intensamente la vita, anche se questa non è stata generosa con te. L'autore Kazuo Ishiguro mette in scena un'ambientazione distopica che poco si discosta da una realtà concepibile, sollevando interrogativi etici spaventosi, dove ci si chiede fin dove sia giusto spingersi a favore degli sviluppi scientifici e quanto sia possibile sacrificare per costruire un futuro perfetto, senza più malattie incurabili, senza più ostacoli impossibili da superare.

Veronica

6 novembre 2017

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro [frasi libro]



NON LASCIARMI

"La prima volta che cogli l'immagine di te attraverso gli occhi di una persona simile, è una sensazione tremenda. È come passare davanti a uno specchio davanti al quale sei passata ogni giorno della tua vita, e che all'improvviso riflette qualcos'altro, qualcosa di strano e inquietante". 
"Forse ognuno di noi a Hailsham nascondeva dei piccoli segreti come quello - minuscoli rifugi fatti di niente dove rimanere soli con le nostre paure e i nostri desideri. Il solo fatto di provare simili bisogni, tuttavia, a quel tempo ci sembrava sbagliato - come se in un certo senso deludessimo le aspettative che gli altri avevano riposto in noi". 
"Perché forse, in un certo senso, non ci eravamo lasciati alle spalle quello che ritenevamo si aver abbandonato. Perché, sotto sotto, una parte di noi rimase sempre così: timorosa del mondo intorno e - non importa quanto ci disprezzassimo per questo - incapaci di staccarci l'uno dall'altra".
"Tuttavia, ognuno di noi, più o meno intensamente, riteneva che quando si incontrava la persona da cui si era stati copiati, era possibile percepire qualcosa di ciò che si era veramente e, forse, intravedere qualcosa di ciò che la vita teneva in serbo per noi". 
"Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, allora dovete sapere come stanno le cose, e saperle fino in fondo. Nessuno di voi andrà mai in America, o diventerà una stella del cinema. E nessuno di voi lavorerà mai in un supermercato, come ho sentito dire da qualcuno nei giorni scorsi. Le vostre vite sono già state programmate. Diventerete adulti, poi, prima di invecchiare, ancor prima di diventare persone di mezza età, comincerete a donare i vostri organi vitali. Ecco per cosa siete stati creati, ciascuno di voi. Non siete come gli attori che vedete nei film, non siete neanche come me. Siete stati portati in questo mondo con uno scopo preciso, e il vostro futuro, il futuro di ognuno di voi, è già stato deciso".
"Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos'altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse".
A breve, su questo spazio la recensione!

Veronica 

1 novembre 2017

Atti casuali di violenza insensata di Jack Womack [recensione]

ATTI CASUALI DI VIOLENZA INSENSATA
di
Jack Womack

Casa editrice: Meridiano Zero
Collana: i Taglienti
Traduzione: Grazia Gatti
Pagine: 294
Prezzo: € 16,00
ISBN: 9788882372644

Nel giorno del suo dodicesimo compleanno, Lola riceve in regalo un diario. Ad Anne, la sua confidente, racconta la sua vita, una vita che a quell'età dovrebbe essere spensierata e innocente.
"Sì, tesoro, è per questo che te lo abbiamo regalato. Così potrai ricordarti di come è bella la vita anche quando non ti sembrerà che lo sia".
Il padre di Lola scrive sceneggiature e s'imbatte continuamente in rifiuti da parte delle maggiori case di produzione; la madre ha perso il posto di insegnante e corregge saltuariamente bozze inviate da alcuni editori. La disoccupazione ha raggiunto tassi da record, i disordini sono all'ordine del giorno, gli episodi di violenza non si contano più, le forze dell'ordine presidiano le strade. I presidenti vengono assassinati e i successivi persistono a minimizzare i fatti classificandoli come episodi facilmente gestibili. La televisione ignora i crimini e spesso tace le notizie che mostrano palesemente il degenero economico e sociale. Mantenere il tenore di vita finora sostenuto diventa impossibile e la famiglia Hart è costretta a trasferirsi da Park Avenue ai quartieri poveri e disagiati di Harlem.
Le migliori amiche di Lola si allontano, in parte perché prese dai propri problemi e in parte perché l'amica, traslocando in una zona pericolosa, ha reso pubblica la sua condizione.
Presto Lola smette di cercare di riconquistare le compagne e sforzarsi di giustificare una situazione che non dipende da lei. Osserva la madre imbottirsi di pillole e lottare per arrivare in fondo alla giornata e il padre accettare un lavoro da schiavo in una libreria del centro, con un padrone, Mister Mossbacher, crudele, isterico, senza un briciolo di compassione.
La sorellina Boob risente più di tutti del cambiamento ed è spaventata per la piega che il mondo sta prendendo, così si chiude in se stessa e cambia completamente atteggiamento con i membri della famiglia.

Il crollo al quale assiste la protagonista la portano a reagire, per non venire sopraffatta dalla disperazione, che giorno, dopo giorno, vede negli occhi della madre, del padre e della sorella.
Ad Harlem conosce Jude, Iz e Weezie, ragazzine come lei, costrette a crescere in fretta, senza punti di riferimento: insieme rubano, Jude si prostituisce, Weezie viaggia con appresso un coltello che non ha paura di usare. Lola non ha nessuno, solo loro e soprattutto con Iz stringe un legame molto intenso, che la spinge a interrogarsi sulla propria sessualità e sull'importanza di non vergognarsi mai di essere se stessa.

Il diario è testimonianza di un percorso verso gli emarginati, quelli che non possiedono molto e quindi ancora meno hanno da perdere. Dai racconti con un linguaggio impeccabile, si passa ad aneddoti in cui più forte è il gergo di strada, con modi di dire che diventano abituali. I dialoghi non sempre risultano fluidi nella lettura, alcune scelte di traduzione sono pesanti, ma nel complesso è una storia che funziona, in quanto profetica e attuale.

Atti casuali di violenza insensata è romanzo distopico, raccontato con gli occhi di una bambina, obbligata a crescere in fretta, ad assistere passivamente al declino psicologico della madre, molte volte incapace di alzarsi dal letto, e alla resa del padre, che, in alcuni estratti, appare come un fantasma che si aggira per casa e non trova la forza di interagire con nessuno. Lei non vuole farsi sopraffare dal dolore e dalla disperazione, così si trasforma e si adatta, combatte e tenta con ogni mezzo di sopravvivere, consapevole di avere davanti una strada impervia da attraversare.

Veronica

28 ottobre 2017

Il Cerchio di Dave Eggers [recensione]

IL CERCHIO
di
Dave Eggers

Casa editrice: Mondadori
Collana: Oscar absolute
Pagine: 390
Prezzo: € 14,50
ISBN: 9788804679974
"Ecco il problema, Mae, e mi addolora dirtelo. Ma non sei più molto interessante. [...] Non fai più niente d'interessante. Non vedi niente. Il curioso paradosso è che credi di essere al centro delle cose e che questo renda più valide le tue opinioni, mentre tu, personalmente, stai diventando meno vivace e meno vitale. Scommetto che da mesi non fai altro che guardare uno schermo, non è così? [...] Sai cosa penso? Penso che stare dietro a quella scrivania in qualche modo ti faccia credere, tra un frown e uno smile, che quella che fai è proprio una vita affascinante. Tu scrivi commenti sulle cose, invece di farle. Guardi delle foto del Nepal, clicchi sul pulsante degli smile, e credi che sia come andarci. Cioè, che succederebbe se ci andassi sul serio? Ti rendi conto che sei diventata incredibilmente noiosa?".
Cosa viene in mente quando si pensa alla forma del cerchio? È la rappresentazione della purezza, della correttezza, del perpetuo. Perfetta: difensiva, ampia, che non permette gerarchia, senza angoli, tutto è in vista. 
Queste sono le caratteristiche e gli obiettivi della più innovativa società di tecnologie che sia mai comparsa sulla Terra: il Cerchio. È una società all'avanguardia, che investe sui giovani, sulle intelligenze, che non lascia indietro nessuno perché crede che tutti siano importanti e che le nostre opinioni vadano sempre ascoltate.
Per questo Mae ne è rapita fin dal primo giorno di lavoro, dopo cinque anni rinchiusa in un ruolo monotono, dentro a un'azienducola marginale e senza prospettive. 
Che luce, che pulizia, un gigantesco campus in espansione, e quanta efficienza!
Mae viene fin da subito spronata a fare la sua parte dato che, seppur piccola, è importante tanto quanto il lavoro degli altri, perché il Cerchio è una splendida squadra dove ci si aiuta.
Al suo interno è tutto un turbinio, le libertà sono enormi e tutti si stimano e si vogliono bene: lo dimostrano i numerosi like che vengono generosamente donati a tutti sulla piattaforma social che connette i dipendenti in ogni momento, perché tutti meritano un po' di attenzione, giusto?
Il lavoro di Mae viene continuamente premiato, le sue opinioni non solo vengono ascoltate ma, per la prima volta, richieste, su qualunque argomento, a qualunque ora del giorno e più volte al giorno; persino i suoi genitori, che la vedono sempre meno, ormai non la inquadrano più, loro che non conoscono affatto la solidità del Cerchio e che fanno sempre più parte di un mondo sbilenco, corrotto, con ogni evidenza brutto e infelice, ed è esattamente questo che l'azienda, con la bontà delle sue invenzioni, cerca di perfezionare.
La separazione tra pubblico e privato si sgretola inesorabilmente in nome della trasparenza. Non è tanto meglio vivere sicuri e sereni, con la certezza di non correre rischi? Per farlo devi solo cedere tutti (ma proprio tutti) i tuoi dati al Cerchio, che li userà a fin di bene per combinarli a milioni di altre informazioni libere e accessibili, per fornirti i tuoi prodotti preferiti quando ne hai bisogno perché nulla rimanga nascosto. D'altra parte, non abbiamo il diritto alla conoscenza?
È una discesa verso la condivisione di qualsiasi cosa e Mae ne rimane affascinata, coinvolta in breve tempo, finché un uomo misterioso, non bello ma tremendamente acuto, lentamente fa breccia nei suoi pensieri con fugaci ed enigmatiche apparizioni: chi è? Un nemico dell'azienda, una spia? Un collega sconosciuto e molto eccentrico? Un visitatore di passaggio? Chiunque sia, non è convinto che il Cerchio sia così limpido come pretende di far credere... Che cosa potrebbe accadere se Mae desse ascolto a quel che dice?

Il romanzo di David Eggers ha in sé le caratteristiche di una distopia: la vita all'interno di una comunità con rigide regole, un punto di vista endogeno, un elemento esterno che mira a disturbare l'equilibrio di quella società rigidamente costruita, una lettura dei nostri tempi con qualche anno di anticipo.
Ho apprezzato molto quella specie di sospensione del giudizio che ha accompagnato la narrazione, un efficace modo di osservare le cose e i personaggi, per vederli esattamente come sono, il tutto abbinato a uno stile molto scorrevole e pieno, anche se inaspettatamente più colloquiale.

Vi ho rivisto, con non pochi brividi, una moltitudine di cattivi comportamenti, spacciati per buoni pensieri, maleducazione, insistenze fin troppo tipiche tra chi frequenta piattaforme di ogni genere e i sociale network che, in linea di massima sono privi di amministratori, e dove quasi ogni tipo di commento è possibile; ma anche le telecamere negli asili, le iniziative Controllo di vicinato, in cui gruppi di cittadini solerti tengono d'occhio il quartiere come vigili, ma che a me paiono sempre più simili a ronde; o anche l'uso massiccio dei nostri dati e dei nostri interessi personali per indurci all'acquisto di prodotti vicini a quelli già comprati (il famoso "Potrebbe interessarti anche..."), senza scordare la richiesta di riscontri di gradimento attraverso la posta elettronica, fino al meccanismo del giveaway: tu pubblicizzi un prodotto al posto dell'azienda e, in cambio, l'azienda ti mette in gioco per una vincita di gioielli, buoni spesa, viaggi, ecc. Solo uno vincerà: gli altri, nel frattempo, hanno fatto pubblicità gratuita. Ma cosa accadrebbe se per vivere in sicurezza e senza pensieri si dovesse barattare la nostra intimità? Ogni singolo attimo di allegria e ogni momento di sconforto? Come dice il Cerchio tutto è più sopportabile se a sostenerlo non siamo soli...
Fortemente radicato nella nostra epoca, il romanzo di Eggers descrive la deriva narcisistica dei nostri comportamenti (serve a qualcosa fare del bene o anche mangiare e bere se nessuno lo sa?). Mai come oggi è valida la domanda: "Chi ti credi di essere?". Se tutti siamo importanti, nessuno lo è più di un altro.

Da quando ho letto questo libro faccio un uso più cauto (o almeno così mi illudo) delle piattaforme social, e mi preoccupano sempre di più le persone che vedo parlare al telefono mentre guidano, che guardano il telefono attraversando la strada, che entrano nei negozi con il pollice già puntato su tablet o cellulare per sapere se si può avere questo o quello. È tutto lì: lista della spesa, compleanno dei nipoti, il nome del cibo per il cane, il libro che hanno chiesto a scuola (di solito una foto sgranata di un pezzo di carta) e persino chi ha vinto la battaglia di Lepanto e cosa vuol dire ossimoro. Non abbiamo più memoria. Anche io faccio così e mi mette i brividi. 
Un vero romanzo distopico, che ci mette in guardia: dal 1984 di Orwell non ci siamo spostati di un centimetro.

Alessandra

11 ottobre 2017

The Outsiders di S. E. Hinton [recensione]

THE OUTSIDERS
di
S. E. Hinton

Casa editrice: Rizzoli
Traduzione: Beatrice Masini
Pagine: 224
Prezzo: € 17,00
ISBN: 9788817095426
"Andiamo e andiamo e andiamo, e non ci chiediamo mai dove. Lo sai cosa vuol dire avere più di quello che vuoi? E non puoi desiderare nient'altro e poi cominci a cercare qualcos'altro da desiderare? Siamo sempre in cerca di qualcosa che ci faccia contenti, e non lo troviamo mai. Forse se perdessimo il nostro distacco ci riusciremmo".
I Greaser sono i ragazzi poveri dell'East Side. Un gruppo, una famiglia, un legame potente fatto di lealtà, amicizia e rispetto. Può un nome definire ciò che siamo? È il quartiere in cui nasciamo a determinare il nostro futuro? In una notte in cui succede di tutto, Ponyboy comincia a darsi una risposta. Ha solo quattordici anni, ha perso i genitori quando era piccolo in un incidente d'auto, ama i libri, i film e vive con i suoi fratelli: Darry, il maggiore, sente la responsabilità dei più piccoli e cerca, con severità, di far andare le cose per il verso giusto, così da non attirare l'attenzione dei servizi sociali; Sodapop è il preferito, la spalla su cui piangere, il punto di riferimento per qualunque cosa.
Gli altri membri del gruppo con il quale è cresciuto sono: Steve Randle, migliore amico di Soda, con i modi di fare da spaccone; Two-Bit Mathews, il più vecchio, sempre con la battuta pronta, anche nei momenti più inopportuni; Dallas Winston, il duro e forte, arrestato all'età di dieci anni, invischiato in qualsiasi rissa; Johnny Cade è silenzioso, introverso, all'apparenza il più fragile, con un padre violento e un'infanzia priva di affetto, se non quello dei fedeli amici.
Dalla parte opposta, una banda rivale, i Soc, i benestanti, con i quali i rapporti sono tesi. Questi ultimi approfittano del proprio status sociale, che li fa sentire potenti, per aggredire i Greaser che hanno occasione di pescare da soli. E così succede all'amico Johnny, malmenato da quattro Soc e ridotto molto male, con ferite evidenti e altre non visibili, ma dolorose e incancellabili.
In una sera come tante, Johnny e Ponyboy conoscono due ragazze Soc, Cherry e Marcia, con le quali è facile parlare, aprirsi e scoprire di non essere poi tanto diversi:
"Mi sono immaginato la scena, o almeno ci ho provato. Forse Cherry si fermava a guardare il sole che va giù quando doveva portare fuori l'immondizia. Stava lì a guardarlo e si dimenticava di tutto finché suo fratello grande non le urlava di muoversi. Ho scosso la testa. Mi sembrava strano che il tramonto che vedeva dal suo patio e quello che vedevo io dai gradini di dietro fosse lo stesso. Forse i due mondi diversi in cui vivevamo non erano così diversi. Vedevamo lo stesso tramonto".
Quelle barriere che sembravano insormontabili cadono in una notte e quel confronto puro e sincero rende insignificante l'estrazione sociale delle due parti. Non tutti sono violenti, non tutti sono insensibili e come dice Cherry "la vita è dura dappertutto", ognuno ha i propri problemi da affrontare. 
Con questa nuova consapevolezza, Ponyboy è pronto a rientrare a casa, ma l'incontro con alcuni Soc finisce in tragedia e i due ragazzini sono costretti a fuggire. Mentre la polizia li cerca, nascosti in una vecchia chiesa abbandonata, utilizzano il tempo a disposizione per leggere insieme Via col vento. Sette giorni lontano da casa cambieranno per sempre le loro vite, in un modo profondo, da lasciare un segno indelebile nei loro cuori.

In occasione dei cinquant'anni dalla prima pubblicazione di The Outsiders, Rizzoli ha regalato una ristampa di un libro meraviglioso scritto da una giovanissima S.E. Hinton, che a soli quindici anni racconta una storia che per molti versi è legata a esperienze della sua adolescenza. 
Il narratore di The Outsiders è Ponyboy, un quattordicenne dotato, intelligente e con un futuro davanti; il quartiere di appartenenza e il coinvolgimento in una gang sembrano precludergli la possibilità di realizzare i suoi sogni. Nonostante sia solo un bambino, si ritrova molto presto a dover crescere e a fare i conti con la perdita dei genitori, l'incomunicabilità con il fratello maggiore che sente il peso della famiglia sulle spalle e una violenza gratuita fra i giovani.
Il protagonista, sconvolto dall'incidente occorso a lui e Johnny, si domanda se questo odio fra Soc e Greaser o affermare la supremazia di un gruppo su un altro abbiano davvero importanza.
Un percorso di formazione attraverso le diversità, in cui vediamo una società divisa per classe sociale, in cui gli individui non riescono a capirsi, non arrivano ad accettarsi. I personaggi sono descritti fisicamente e caratterialmente, sono accumunati dalla voglia di riscatto e dal bisogno di sentirsi parte di qualcosa di grande, di stare a proprio agio nel mondo, esattamente come si sentono nella banda.

Veronica

3 ottobre 2017

La più amata di Teresa Ciabatti [recensione libro]

La più amata
di Teresa Ciabatti

mondadori editore
228 pagine
uscito il 28 febbraio 2017


 “Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no.”

Teresa Ciabatti, seconda finalista del premio Strega, edizione 2017 con "La più amata", dietro a "Le otto montagne" di Paolo Cognetti. Letti entrambi... per il vincitore nutro una stima incondizionata sin dagli esordi, per Teresa Ciabatti curiosità. Forse per il titolo, forse per la copertina, forse per la trama, forse per l'articolo uscito dopo la seguente manifestazione.

C'è una famiglia, la famiglia Ciabatti, che in un certo periodo, intorno agli anni 70/80, ha avuto un peso rilevante in una zona ben delimitata del nostro paese, ovvero Orbetello, in Toscana. Il capofamiglia è Lorenzo Ciabatti, chirurgo. Sin da giovane è votato a una carriera di successo infatti va in America a fare medicina ma poi torna in Italia, laureato e pronto a conquistare il mondo. A un certo punto sposa Francesca Fabiani, anestesista e di una estrazione sociale diversa dal marito. Anche lei è una dottoressa, per la precisione anestesista. Ha studiato a Roma e grazie ai sacrifici della madre. Ce la fa perché è determinata. Francesca  la conosce perché si trasferisce e capita a lavorare nel suo stesso ospedale. Si innamorano e dopo il matrimonio la donna rimane incinta di due gemelli, eterozigoti, un maschio e una femmina: Gianni e Teresa. Teresa è la voce narrante che ripercorre le tappe della vita sua e dei genitori alla ricerca spasmodica e ossessiva di chi è veramente il padre: benefattore, dio della medicina, primario di reparto con una schiera di adepti pronti a esaudire ogni minimo desiderio o capriccio, ha contatti importanti e una scorta di lattine di coca nel frigo pronte ad essere bevute prima di entrare in sala operatoria. Ma lui non è solo questo, è molto di più. Tale aspetto viene fuori quando nella loro quotidianità si rompe qualcosa. A casa del professore si presenta un individuo armato che lo porta via, lo rapisce senza dare spiegazioni. Loro si nascondono nel bunker in attesa di un segnale, di un ritorno. Quindi, a un certo punto, persino la moglie desidera sapere cosa si nasconde dietro all'uomo, alla sua facciata di circostanza. Le domande si moltiplicano quando la figlia "la più amata" viene depredata da una ricchezza che brama con ogni forza e irruenza possibile. Non è più lo specchio riflesso del prestigio che ha goduto fino ad ora ma una qualunque, costretta a trasferirsi ai Parioli in un posto che non ha niente a che vedere con quello dove abitava prima.

La narrazione procede attraverso il meccanismo dei ricordi: Realtà e finzione si mescolano talmente tanto da non distinguersi. Non ci è dato sapere oltre alle parole impresse su carta. Un aspetto che si rafforza ancora di più grazie a uno stile talmente freddo e distaccato da non salvarsi nessuno, nemmeno lei che non capisce, non sa, colpevolizza lui, la situazione. E in effetti Teresa è un personaggio odioso perché è eccessiva, volubile, ha deliri di onnipotenza, si ribella alla povertà e la rifiuta. Vittima e carnefice degli eventi, non sa agire e comportarsi oltre se stessa. L'autrice inoltre definisce il suo ultimo lavoro "la storia della vita". E se si ha la pretesa di farlo le cose in ballo sono molte. La più interessante è il mettersi a nudo a discapito delle conseguenze e degli stati d'animo di chi legge. Ciò che il lettore prova una volta chiuso il libro è contrastante e non lo governa: - Di fastidio totale e disprezzo per la sua insensatezza perché a volte si è quello che si fa, si è quello che si dice, protagonisti delle proprie decisioni. A volte si è le decisioni che chi ti mette al mondo prende per te, giuste o sbagliate che siano. La tua natura si forma anche grazie agli sbagli altrui (dei genitori in primis); infine di compassione perché ogni storia merita di essere raccontata, compresa, giustificata a prescindere perché ognuno di noi si porta dentro dei dolori e delle esperienze che ti formano e ti sformano e che, a prescindere dalla propria incomprensione, non è possibile giudicare. Buona lettura.

Francesca

30 settembre 2017

Ruggine americana di Philip Meyer [recensione]

RUGGINE AMERICANA 
di
Philipp Meyer

Casa editrice: Einaudi
Collana: Super ET
Traduzione: Cristiana Mennella
Pagine: 390
Prezzo: € 13,50
ISBN: 9788806218829
"C'era qualcosa di tipicamente americano nell'incolpare se stessi della propria sfortuna, quel non credere che la propria vita risentisse dei fenomeni sociali, la tendenza ad attribuire i grandi problemi al comportamento individuale. L'altra faccia del sogno americano".
Fino a che punto il luogo in cui si nasce può influenzare il nostro futuro? Quanto il senso di responsabilità verso la propria famiglia determina le scelte e le nostre non scelte?
Isaac English è un ragazzo come tanti, forse più intelligente di molti suoi coetanei, magrolino, insicuro, alla ricerca di una svolta. Segnato dal suicidio della madre, sente di doversi occupare del padre invalido, anche se questo significa rinunciare a realizzare i propri sogni. Sua sorella Lee è stata ammessa a Yale e ha colto l'occasione di abbandonare un luogo che ormai racchiude solo tristezza, anche se significa lasciare tutto sulle spalle del fratello più piccolo. 
Isaac non sopporta più le costrizioni e l'assenza di possibilità che dominano il suo presente. Sceglie così di imboccare una strada diversa, ignota, ma sempre più allettante di quella finora percorsa. Destinazione California. Si fa accompagnare dall'amico Billy Poe, non tanto sveglio, irruento, sicuramente un buon amico, colui che lo ha salvato dal suo tentativo di togliersi la vita.
Un temporale improvviso li costringe a ripararsi in un capannone dismesso, dove l'incontro con alcuni barboni finisce in tragedia e uno di loro resta ucciso per mano di Isaac, intento a difendere il compagno in difficoltà.
Fuggono dalla scena del crimine, si lasciano dietro alcune tracce, che portano la polizia a sospettare di Poe. Quest'ultimo non sa che cosa fare: confessare e far ricadere la colpa sull'amico che lo ha solo difeso o mentire e pagare per uno sbaglio non commesso? Non ci sono prove per dimostrare la legittima difesa e la verità appare come un tradimento. Billy finisce in carcere, invischiato in una lotta fra gang e ancora una volta impegnato a sopravvivere.
Nel frattempo Isaac preferisce scappare, senza un soldo e una meta, in un posto sicuro dove dimenticare quel cadavere che pesa sulla coscienza, perché qualcun'altro dovrà pagare per i suoi errori.

In Ruggine Americana non si parla del sogno americano, dell'entusiasmo e della voglia di vedere concretizzate le speranze. L'America descritta da Meyer è alle prese con la crisi economica, la perdita del lavoro, della casa e l'avanzamento di una povertà impellente. Le acciaierie, dove la forza lavoro si accentrava, sono ormai chiuse da anni e quella ruggine che le ha ormai subissate ha raggiunto anche i suoi abitanti. Il romanzo è strutturato in capitoli concentrati sui diversi personaggi, uomini e donne disillusi, che non hanno mai abbandonato il posto dove sono nati e sentono come di non poterlo fare; la prima e la terza persona sono intervallati da periodi nei quali il flusso di coscienza prende il sopravvento e in una narrazione frammentata osserviamo il protagonista cominciare a parlare con se stesso. I monologhi interiori predominano sui dialoghi, tanto da alimentare questo senso di solitudine e incomunicabilità tra i protagonisti. Isaac vive con il padre, ma non parla con lui, così come difficilmente riesce a capirsi con la sorella, che detesta perché ha avuto il coraggio di lasciare Buell, e la incolpa di averlo mollato a occuparsi di quello che resta della loro famiglia. La madre di Poe, Grace, è abituata a lavorare e da sola ha cresciuto il figlio, che tante gliene ha fatte passare; il marito Virgil è un buon a nulla, ubriacone, dal quale proprio non può staccarsi. Sfrutta l'affetto che lo sceriffo locale, Bud Harris, prova per lei e questo le ha permesso di risolvere situazioni impossibili. Harris si sente insoddisfatto e odia se stesso per avere spesso infranto il suo codice d'onore, ma non smette di aiutare Grace a sbrigare qualsiasi problema.

Una provincia della Pennsylvania distrutta completamente dalla crisi, così come gli abitanti che ancora cercano di sopravvivere, nonostante la totale assenza di prospettive, che colpisce i vecchi, ma soprattutto i giovani. Restare è difficile, ma partire lo è ancora di più. Mancano i mezzi, manca la forza, manca la speranza di credere di meritare un futuro diverso, un futuro migliore. Una storia dura, triste e attuale, capace di stupire per l'originalità della prosa e distruggere per quanto facile sia immedesimarsi nella società descritta con dovizia di particolari. Il tema del viaggio come rinascita si trasforma in una fuga dalle responsabilità e la redenzione non combacia con la verità, poiché rivelarla significherebbe tradire chi ha teso la mano per aiutare.
Quanti dei nostri sogni, che con ostinazione abbiamo cercato di realizzare, sono rimasti chiusi in un cassetto e accumulato quello strato di ruggine di cui Meyer parla attraverso i suoi personaggi? A volte la dura realtà è faticosa da digerire, ma purtroppo siamo costretti ad accettarla.

Veronica

14 settembre 2017

Il gioco di Gerald di Stephen King [recensione]

IL GIOCO DI GERALD
di 
Stephen King

Casa editrice: Sperling & Kupfer
Traduzione: Tullio Dobner
Pagine: 307

Jessie è sdraiata sul letto della sua casa al lago, nuda, indifesa, ammanettata al letto. Si sente a disagio per quel gioco erotico nel quale il marito Gerald l'ha coinvolta. Lo guarda dubbiosa, gli chiede di essere liberata, quella situazione non fa per lei.
All'improvviso, il marito ha un malore, si afferra il petto, assume un'espressione sofferente, fino a scivolare giù dal letto, esanime.
Morto, stecchito. Jessie avverte la porta sbattere, il vento soffiare, una sega all'opera e un cane ululare. Nessuno è però in grado di aiutarla.
Comincia a sentire freddo, sete, lotta contro i crampi, cerca di far scivolare la mano al di là delle manette. Tutto inutile.

La protagonista si ritrova a confrontarsi con se stessa, quando era una bambina, felice e spensierata, così legata al padre che, in una bella giornata di sole, la sua prima eclisse, si è approfittato del suo amore e della sua fiducia, facendole dubitare di essere una brava figlia, spaventandola per la reazione della madre se avesse raccontato di quei momenti di intimità. Quasi nascosto nella sua mente, il ricordo di quel giorno, che ha cercato di confidare alla sua migliore amica, Ruth, così imbarazzata dal preferire di perderla, invece di dire la verità.
Un'altra voce fa capolino in quella stanza, le parole della brava mogliettina, che le suggeriscono di stare al gioco, di aver sbagliato a respingere il marito, e le fanno provare un senso di colpa verso quell'uomo con il quale ha passato gran parte della vita, nel bene e nel male.

Una trama che si riassume in poche righe, ma sulla quale Stephen King costruisce un romanzo di più di trecento pagine, spaventoso, ansiogeno, claustrofobico. La storia si concentra su Jessie, che ripensa al passato, imbastisce delle vere e proprie conversazioni con i diversi lati del suo carattere, quello più forte, quello più sottomesso e se stessa bambina, riflette sulla sua vita e sulle proprie scelte. Lunghe descrizioni dell'ambiente, dei tentativi di liberarsi, del cane penetrato in casa e che piano, piano divora il corpo di Gerald. Un incubo, in cui realtà e sogno si mescolano e si perdono, tanto da non riuscire a distinguere dove comincia l'uno e finisce l'altro, provando esattamente la stessa sensazione di smarrimento della protagonista.
Il parallelismo tra la prigionia in quel letto e l'esistenza vissuta da Jessie fino a quel momento danno atto di quanto l'autore sia abile nell'analizzare aspetti quotidiani e attuali, sfruttando l'elemento horror, senza mai lasciarlo prevalere. Ne Il gioco di Gerald si avverte il terrore, la sete, il dolore, la paura di rievocare quella "giornata" che ha significato una rottura, la perdita dell'innocenza: la componente psicologica è determinante e si regge completamente sulla perfetta caratterizzazione di un personaggio femminile, così sfaccettato, profondo ed emotivamente coinvolgente.
Una donna costretta a sfidare i suoi demoni, rivivere un rapporto difficile con la madre, malato con il padre e di nuovo di sottomissione con il marito; in uno stato di costrizione tira fuori tutti i segreti celati anche a se stessa e trova la forza per andare avanti e fuggire dagli incubi che l'hanno a lungo condizionata.

A breve, sarà possibile vedere il film, tratto dal romanzo, sulla piattaforma Netflix. Sono curiosa di scoprire come è stato reso sullo schermo un libro la cui trasposizione non appare così semplice.
Il trailer promette molto bene, speriamo non deluda le alte aspettative!


Veronica

9 settembre 2017

La fragilità delle certezze di Raffaella Silvestri [recensione libro]

La fragilità delle certezze
di Raffaella Silvestri

Garzanti Editore
250 pagine
uscito il 23 febbraio 2017
Si sarebbe accorta Anna, in futuro, che c'è un'età oltre la quale si è adulti tutti allo stesso modo, perché ci sono solo due fasi della vita: quella in cui si è giovani e quella in cui si è adulti. Che in qualche modo significa non essere più giovani: aver abbandonato quella giovinezza che ci fa credere insieme che tutto sia possibile e che al contrario ogni ostacolo, ogni paura sia insormontabile.
Anna ha trent'anni. Dopo una breve esperienza come studentessa di teatro decide di iscriversi alla facoltà di economia alla Bocconi con la convinzione che ciò che investi e perdi con lo studio, poi deve rientrare, portare a un guadagno, a una carriera fruttuosa nel lungo termine. In parole molto semplici al successo. Con l'arte invece non ci si campa. Gli umanisti infatti si stanno solo spianando la strada verso la disoccupazione. Una riflessione abbastanza radicata, concreta, di genitori nati e cresciuti col niente e che col niente hanno fatto sacrifici per ottenere tutto. Al contrario della nostra generazione che nonostante abbia avuto tutto da subito, a costo zero, rimane senza futuro, ferita dalle avversità, dalle circostanze di una crisi scoppiata all'improvviso lasciandoti a mani vuote. L'esperienza insegna a chi c'è già passato a professare tale filosofia di pensiero, cioè a non permettere a nessuno, ai propri figli in primis di sbagliare, fallire, non riuscire a desiderare il desiderabile.
Anna inoltre ha una storia con il suo ex professore Valerio Bonfanti, uomo e regista rinomato nel suo ambiente. La relazione però è impari perché lui è troppo impegnato con la sua carriera in declino e in particolare con la sua crisi di mezza età per poter considerare anche la felicità di chi gli sta accanto.
Anna abusa di Azerax, l'alternativa moderna all'eroina, il suo paradiso artificiale, la serenità di cui ha bisogno per non lasciarsi sopraffare dall'ansia perenne. Non ha amici e nemmeno desidera averli, ad eccezione di Marcello, conosciuto al liceo. Viaggiano sullo stesso binario dello stesso treno da sempre. Valerio a un certo punto decide di lasciare l'Italia e continuare gli studi in America, in ingegneria. Quando torna fondano insieme una start up votata al successo. Alla società si unisce un terzo elemento, cioè Teo. Teo è di un'estrazione sociale alta, di famiglia facoltosa. Sono proprietari di un grande marchio di moda. Teo ha lavorato nel mondo dell'alta finanza per un po'. Ha un atteggiamento perennemente schivo, rilassato, dove sembra che la vita, come le preoccupazioni in generale non lo riguardino mai totalmente e la cui occupazione principale è creare soldi dai soldi. Un atteggiamento che è solo un meccanismo di difesa a un dolore che viene fuori quando l'azienda inizia ad accusare il primo problema reale, il primo tracollo finanziario serio, da risolvere con urgenza. In ballo c'è la credibilità, il futuro. Teo e Anna devono quindi affrontare oltre ai problemi esistenziali anche il problema della fuga di Matteo, sparito nel nulla e fare i conti con se stessi, con il passato e risolvere, riappacificarsi con il mondo, con i loro fantasmi. Dal nulla si riscoprono forti nell'essere deboli, più affini e uniti che mai.

A volte ci sono dei traumi che ti segnano, non li controlli, ti rendono diverso, senza ritorno. C'è chi li supera e c'è chi se li porta dietro all'infinito. Quello che succede o si prova dopo è un lento risalire o un lento sprofondare. Dipende da come guardi le cose. È una questione di prospettiva. Ci troviamo di fronte a una crisi generazionale e sociale, a una città cosmopolita votata e contrastata dal progresso come solo "Milano bella" sa essere fra tutte le altre, di tre esistenze che arrancano rassegnate e a fatica nel caos di una società che pretende di stare al passo coi tempi incurante dello stato d'animo e delle esperienze delle persone che la abitano. Fra passato e presente Raffaella Silvestri racconta cosa significa essere trentenni in un mondo poco accogliente come il nostro. Una trentenne come me che nonostante fatichi a trovare e a farsi spazio, uno spazio dove sentirsi a casa, dove fare casa, spera oltre, cerca di adattarsi al cambiamento, sogna, senza lasciarsi sopraffare dal vittimismo. Una storia che non mi rappresenta e che non sono riuscita a interiorizzare, a fare mia. I protagonisti sono, fino al limite della sopportazione, talmente tormentati dalla loro storia da non capire che esiste qualcosa che va al di fuori del loro corpo, dei loro pensieri. Rimangono immobili nelle convinzioni, frustrati nei desideri, smarriti nel grande e ingestibile caos come oggi, e in nessuna altra epoca, si può essere. L'autrice ambisce a dargli spessore fino a caricarli inutilmente e ad arrivare a un nulla di fatto. Nel mezzo c'è quel non detto che il lettore cerca d'interpretare senza riuscirci. Inconsistenza è la parola giusta per definirlo. Eppure continuo a credere che a prescindere dalla situazione, da come veniamo quotidianamente raccontati, percepiti siamo meno disorientati di come ci vogliono far apparire, meno sprovveduti, più votati al cambiamento di quel che crediamo e che per forza di cose siamo costretti ad affrontare, adesso.

Francesca 

4 settembre 2017

Un amore senza fine di Scott Spencer [recensione]

UN AMORE SENZA FINE 
di 
Scott Spencer

Casa editrice: Sellerio
Collana: La memoria
Traduzione: Francesco Franconeri
Pagine: 581
Prezzo: € 15,00
ISBN: 9788838933493
"Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo, e quando l'incorporea sostanza dell'amore si ritrasse nella paura e il mio stesso corpo finì segregato, fu difficile per gli altri credere che un'esistenza ancora così nuova potesse soffrire così irrevocabilmente. Ma gli anni sono trascorsi e la notte del 12 agosto 1967 divide ancora la mia vita".
David Axelroad ha solo diciassette anni ed è innamorato. Profondamente. Descrive l'amore come un sentimento incorporeo, sconvolgente, a tal punto da farlo agire senza pensare alle conseguenze.
Una sera di agosto, si trova dove non dovrebbe, perché il padre della ragazza che adora, Hugh, gli ha intimato di stare lontano dalla sua famiglia per trenta giorni. Contempla da lontano, furtivamente, i Butterfield, nella loro casa, intenti a trascorrere una serata come tante. Soffre per non essere seduto sul divano con quella che considera la sua vera famiglia.
Deve fare qualcosa per potersi riavvicinare a loro, per far sì che quel periodo di lontananza da Jade finisca al più presto.
Architetta un piano per riguadagnare la fiducia di tutti e sceglie così di dar fuoco alla loro abitazione e di trasformarsi nell'eroe in grado di salvarli.
Le cose non vanno esattamente come spera: alla sua ammissione di responsabilità per l'accaduto segue una condanna e una pena da scontare presso il Rockeville Hospital, un istituto di igiene mentale.
L'incendio rappresenta la disgregazione della famiglia Butterfield: Hugh e Ann divorziano, mentre i figli prendono la propria strada, lontano da quella casa simbolo della loro unione e che con ostinazione riesce a stare in piedi dopo l'incidente, a dispetto di quelli che l'hanno abitata.
"In realtà, fu mille volte penoso vedere la casa ancora lì ritta, perché ci stava non come un'alternativa alla solitudine, bensì come un atto di accusa. Allora capii che ero entrato a fare parte della grande comunità dei condannati, uomini e donne: l'amore s'era contorto in me, precipitandomi in un caos. Non ero migliore di quelli che fanno telefonate oscene, pubblici disturbatori, tagliatori d'orecchi, suicidi eccentrici e accusatore, fruitori di investigatori privati; non ero migliore di un qualche sovrano militare pronto a scatenare un esercito di diecimila anime pur di guadagnarsi i favori di una qualche damigella - e quando i campi sono poi bruciati e i cadaveri giacciono a mucchi sotto il sole, quel re si stringerà una mano al petto esclamando: l'ho fatto per amore. Il sollievo dunque si dissolse e guardai la casa piangendo - anche se quasi non me ne resi conto, perché, dal giorno della confessione, avevo quasi unicamente pianto ala pari di qualsiasi altra persona normale".
Dopo tre anni, David è di nuovo libero, ma non smette di pensare a come potersi mettere in contatto con Jade. Il ricongiungimento si trasforma presto in un'ossessione: comincia con il ricercare le sue vecchie lettere d'amore, per poi consultare meticolosamente gli elenchi telefonici per reperire i contatti. L'assidua corrispondenza con Ann, la madre della sua ragazza, che gli riserva parole di comprensione per le sue azioni e spera in una veloce riabilitazione, lo spingono a violare la libertà vigilata per andare a trovarla a New York. Un primo passo per reinserirsi nella vita delle persone a lui più care, un percorso tortuoso, irto di ostacoli, che lo riporti dal suo grande amore. Un amore che proprio in queste lettere non si rivela essere una normale relazione tra diciassettenni, bensì un rapporto malato.
I protagonisti di questo amore senza fine sono adolescenti e sono pazzi l'uno dell'altra; provano un'attrazione incontrollata, che vista dall'esterno si fa fatica a comprendere. Hugh e Ann sono permissivi e moderni, accolgono David come un figlio, gli permettono di dormire con Jade, arrivano addirittura ad acquistare un letto matrimoniale. Sono genitori perfetti, aperti, con i quali è possibile conversare ed esprimere liberamente un'opinione, diversi da Arthur e Rose, rigidi, freddi poco affettuosi con David e, ancora di più, dopo quello che ha fatto. Manifestano disagio verso di lui, vergogna per le sue azioni e non trovano la forza di affrontare il dolore per le sorti del figlio, colpevole di un crimine, e incapace di andare avanti con la sua vita quando riacquista la libertà. Il loro rapporto entra definitivamente in crisi e finiscono per divorziare.

Scott Spencer racconta con dovizia di particolari la storia d'amore dal punto di vista di David, protagonista indiscusso che, di fronte alle fiamme che divampano, inizia a raccontare i suoi tormenti, a evocare momenti lontani, che parzialmente coinvolgono fisicamente l'oggetto del suo desiderio sfrenato. Jade appare quasi subito nel ricordo di un approccio sessuale; soltanto a più di metà della narrazione entra in scena per ricongiungersi a lui e ne scopriamo i primi tratti. Ne traspare una figura superficiale, immatura, confusa, con un legame complicato con i genitori: gelosa di Ann, per l'affiatamento che ha con il fidanzato, sicura che tra i due ci sia qualcosa; distante nei confronti del padre, con quell'uomo per il quale avverte sentimenti controversi.
Jade va a trovare David nella stanza d'albergo dove alloggia, dopo aver appreso della morte del padre: il loro incontro ha tutto il sapore dell'attesa. Sospiri, carezze, rimandi, sguardi, non detti, pagine e pagine in cui si avverte l'inquietudine di due corpi, di due anime, a lungo lontane, confidenti, che tanto si sono cercate. L'autore tratteggia ogni istante di questa unione carnale, spirituale, della notte dove fanno di nuovo l'amore, con un linguaggio sensuale e mai volgare.
Niente torna come prima: entrambi vivono nell'illusione di poter essere di nuovo felici insieme. Si trasferiscono in una comune, passano le giornate a fare l'amore, si mantengono con dei lavoretti, tengono lontane le persone che potrebbero ostacolare la loro storia. Nonostante un'esistenza costruita sulla protezione, la verità sarà la causa della loro separazione.

Quel gesto folle all'inizio del romanzo viene spiegato, analizzato, sviscerato, e si comprende come i tumulti interiori di David siano spesso all'origine degli eventi centrali, come l'amore per Jade, la fuga dalla propria città, la morte di Hugh. Il protagonista vive costantemente con il senso di colpa per le sue azioni, per non aver riparato ai propri sbagli, per il credere di poter basare il suo futuro sulla menzogna. Si sente in trappola, è ancorato al passato, si convince di vivere esattamente come ha sempre sperato.
Spencer ci regala un affresco dell'America anni '70, con al centro sesso, droghe, lotte politiche e trasgressioni. Un amore senza fine è tutt'altro che un resoconto romantico, un legame idilliaco, innocente e spensierato. Il sentimento è urlato, intenso, ossessivo, impossibile da accogliere senza provare dolore, confusione, oscurità. Le parole assumono un'importanza vitale nel romanzo, perché raccontano di una generazione, colpiscono il lettore per la carica emotiva e lo catapultano nei luoghi della narrazione.
Prendete questo libro, lasciatevi ammaliare dai ricordi di David, provate le sue emozioni, quelle che fanno battere il cuore, non fanno respirare, e perdetevi nella prosa perfetta di un autore capace di trasmettere tutto questo e molto altro.

Veronica

30 agosto 2017

Furore di John Steinbeck [Recensione Libro]

Furore 
di John Steinbeck


L'essere umano ha bisogno di classificare i libri per generi. Lo fa per il semplice gusto di appartenere a una certa categoria a cui ambisce e lo separa dal resto. Di recente in rete si discuteva sulla definizione di classico. Nella sostanza un classico è stato pubblicato prima del 1945 ed è una storia senza tempo: In qualsiasi epoca o a qualsiasi età lo si legga ha da insegnarti. Forse è per tal motivo che i professori - spesso - li assegnano come compiti per le vacanze... per aprirti la mente, dilatarla in un mondo e in un modo dove la consapevolezza di ciò che abbiamo intorno è alla base per la propria autodeterminazione. Tornando alla prima osservazione quindi si tende a specificare sempre che questa è LETTERATURA DI SERIE A. Personalmente credo che se a una certa età non mi fossero state imposte alcune letture non le avrei mai aperte per piacere personale, di mia iniziativa. Adesso il desiderio di avvicinarmici è tangibile. Se sei un lettore inoltre c'è un altro aspetto che si forma andando avanti: tale desiderio si dilata, si affina, si fa esigente e va alla ricerca di vuoti da colmare perché le storie devono riempirti e tormentarti per lasciarti il segno. Quello che si prova con "Furore" e il motivo per il quale viene definito uno dei più grandi capolavori americani lo si capisce sin dalle prime parole, sin dalle prime pagine.

La famiglia Joad, composta da contadini dell'Oklahoma da intere generazioni, a un certo punto perde tutto. Le continue tempeste di sabbia hanno reso i loro terreni aridi e sterili. Le banche, a cui hanno chiesto dei prestiti, adesso li rivogliono con gli interessi e gli interessi non pagati li fanno diventare di diritto proprietari assoluti. Inoltre hanno sostituito il lavoro manuale con quello dei trattori che hanno raso al suolo intere fattorie per ingrandire ancora di più i campi e guadagnare ancora di più sul raccolto. Ridotti quindi a una concorrenza spietata e a uno stato di povertà estrema decidono di lasciare la loro vita, la loro patria e andarsene dove c'è lavoro, ovvero in California. A testimoniarlo ci sono i volantini sparsi e distribuiti in giro. Nessuno ormai vive in zona. Nessuno può combattere una situazione del genere, senza ritorno. Nel frattempo torna anche Tom, il figlio maggiore che, dopo quattro anni di galera per aver ucciso un uomo durante una rissa, ottiene uno sconto di pena, ed è libero sulla parola. Si preparano alla partenza come meglio possono, come meglio credono. Si unisce nell'avventura, tra l'altro, anche l'ex predicatore Casy, che ha perso la vocazione ed è alla ricerca di un senso. Sono tanti e nutrono più speranze e progetti per il futuro che rimpianti: il nonno e la nonna paterni, il padre e la madre, lo zio John, e i cinque fratelli  di Tom, Noah, Al, Rose of Sharon, che aspetta un bambino dal marito Connie Rivers, Ruth e Winfield. Con uno stato d'animo di rassegnato ottimismo si incamminano lungo la Route 66 ma si rendono conto ben presto di non essere gli unici e man mano che procedono si scontrano con la dura realtà. Il futuro è un'incognita che però non li ferma, li spinge a continuare, andare avanti, a prescindere dalle testimonianze dei viaggiatori e grazie all'istinto di sopravvivenza, seppur debole, che contraddistingue da sempre l'essere umano. La California, nonostante le svariate difficoltà nell'arrivarci, a un certo punto, non è più un miraggio, diventa una metà concreta, ben visibile agli occhi, un paradiso terreno. Quel paradiso che presto si rivela per quel che è... un inferno di disperazione, di fame, di diffidenza totale. I nuovi arrivati vengono soprannominati "maledetti Okie" e non sono così ben accolti, il lavoro c'è ma non per tutti e tutti sono costretti a vivere alla giornata, con una prole da sfamare. Il problema è che sono troppi, le piantagioni di cotone poche e le paghe insufficienti. I grandi proprietari terrieri di fronte alla vastità di braccianti disponibili sfruttano la situazione pagando al ribasso. La pena per chi si arrende è la morte.

Una storia che parla anche al presente. Nonostante l'epoca in cui è stato scritto, la desolazione che si prova è più che mai attuale. A differenza dei protagonisti quello che manca alla nostra generazione è la speranza e l'umiltà. Il non volersi piegare né alle circostanze e nemmeno combatterle. E io sono figlia di tale modernità di pensiero e azione, vergognandomene. L'idea predominante è che tanto passa, anche la crisi... senza però lottare veramente per un cambiamento concreto perché quello che mi spetta di diritto mi va dato, come è stato dato ai miei genitori, senza sporcarmi o impegnandomi il giusto, punto. Per i ventenni altrettanto, o forse lo stato d'animo di smarrimento è superiore, la convinzione ancora più radicata. Siamo la società dove la maggior parte di noi è "dottore" ma senza conoscere realmente i complessi meccanismi che animano il mondo: non scendiamo in piazza perché è faticoso, inutile e nessuno crede in noi. Dobbiamo essere protetti invece che responsabilizzati... Pagine che smuovono e rendono consapevoli sia dei limiti che delle potenzialità ma soprattutto interrogano sulla forza di questa famiglia che non si ferma mai di fronte a niente, al male, al disprezzo, alla morte e procede imperterrita e determinata verso la voglia di una esistenza migliore, non tanto per chi ha già dato, quanto per chi deve ancora dare. Un insieme di atti di estrema generosità collettiva uniti al senso di compassione... Sentimenti così estranei, così sconosciuti oggi da non appartenerci e che grazie alla grande figura di "Ma"e il suo esempio la vorresti imitare nella sua grandezza, nella sua interezza perché la speranza e il desiderio smuovono sempre le migliori intenzioni verso il bene, verso la salvezza. Buona lettura!

Francesca