15 febbraio 2017

Al giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera [recensione libro]

Al giardino ancora non l'ho detto
di Pia Pera

Ponte alle grazie
224 pagine
15 euro
In libreria dal 4 febbraio 2016
Strano quanto si parli di morte e malattia di questi tempi. Si direbbe l'argomento dominante, o è la mia situazione a portarmi a queste esperienze, a queste conversazioni? Ho tuttavia l'impressione che libri, film, tutto stia convergendo su questo tema. Molto più di un tempo [...]
Pia Pera studiosa, traduttrice, professoressa universitaria, saggista e scrittrice. Riceve in eredità un vecchio podere abbandonato nella Lucchesia. Lo ristruttura e va ad abitarci in pianta stabile, lontano dal tran tran quotidiano, dalla frenesia della città realizzando così il suo desiderio da sempre: un giardino di cui occuparsi. Fino a quando nel 2012 le viene diagnosticata la malattia del motoneurone (più comunemente conosciuta come SLA) e il giardino di cui prendersi cura prima, diventa qualcosa da contemplare e amare dopo. Muore il 26 luglio 2016.

Il titolo di questa autobiografia si ispira al verso di una poesia di Emily Dickinson (raccolta in "Poesie religiose"). Lo scopo è raccontare, dare forma al suo stato d'animo, al legame che c'è tra il (suo essere) giardiniere e la morte. Non un semplice resoconto, né un diario, ma un flusso di coscienza che analizza in profondità come ci si sente quando si perde sempre di più, lentamente, il controllo del proprio corpo ma non della propria mente, con la consapevolezza che indietro non si torna e non rimane altro che trovare il modo di affrontare non tanto il futuro, quanto il presente. Quello che rimane di te e del tempo. Il tempo relativo. Il tempo rimasto. Non sapere a cosa si va incontro ma organizzarsi di conseguenza e intanto il mutare della natura intorno va avanti a prescindere dalla situazione, da come stiamo. La natura come metafora esistenziale, rivelatrice di una verità autentica, con dentro il significato del nostro esserci, soggetti alle intemperie e a volte fragili. E quando siamo preda della fragilità, quando si scrive, si parte sempre con un pensiero, per poi indirizzarsi altrove:
L'intento originario del libro va abbandonato, l'ho già abbandonato, non ho davvero nessuna dichiarazione da rilasciare sul giardiniere e la morte, non c'è uno scenario predeterminato. Solo questo stato semplicemente umano di ritrovarsi privi di difesa, lo sgomento nel ritrarsi dall'azione, comprendendo di dover lasciare il mondo, vedere la propria impronta prosciugarsi come l'alone di vapore lasciato sul tavolo, da una tazza di tè.  Nel momento in cui nulla conta più tanto perché nulla possiamo più decidere, in questo ritrarsi c'è anche dolcezza.
Le nostre menomazioni ci rendono imperfetti per il mondo, perfetti per il cielo. Osserviamo impotenti, non sappiamo spiegare quello che proviamo, quando lo proviamo e non possiamo più procrastinare, dobbiamo farci i conti. Smettiamo anche di accanirci nel pretendere una guarigione che non avverrà mai. Prendiamo coscienza, ci ribelliamo ai ciarlatani, a improbabili terapie e cure alternative, ai sensi di colpa, alle proprie gambe che non fanno quel che devono per iniziare ad ascoltarsi davvero. Risistemiamo casa per venire incontro alle difficoltà, regaliamo libri, svuotiamo la libreria, mettiamo il letto al piano inferiore e rimpiangiamo i viaggi a cui abbiamo detto no e a cui forse potevamo dire sì. Cerchiamo insomma di fare pace con noi e con l'universo.
Se ora mi capita di rimproverarmi di non avere colto tante occasioni è perché adesso mi sento punita del mio scarso appetito di fronte a quanto mi veniva offerto. Forse è solo questa strana idea, immaginarsi malata per una qualche colpa. Un'infinità di possibili colpe. Un vaso di Pandora. Che sfinimento, pensare a tutto quello in cui si è sbagliato.
Desideravo un mondo meno lacerato dai conflitti, ove si imparasse a sentirsi felici di quanto si ha, assaporarlo, apprezzarlo. Questo continua a sembrarmi un'aspirazione degna.  
Cosa si prova leggendo queste pagine non riesco a spiegarlo nel concreto. Dobbiamo andare oltre alle parole. Come uno spettatore inerme, osservi e vivi la malattia. Non sai come comportarti ma vorresti al tempo stesso alleviare, curare, guarire e soprattutto avere il potere di spazzare vie le brutture, smussare gli angoli del dolore, in simbiosi. Aggrapparsi insieme alla stessa speranza, trovare una soluzione a quello che ti emargina, esclude, isola nel momento in cui hai più bisogno di non essere lasciato solo: - Dove andremo? Saremo pronti? Come? Riusciremo a far pace con i rimpianti? Avremo paura? Chi si prenderà cura del giardino quando non ci saremo più?
Che sia questa la luce che si vede morendo, la luce dell'amore?
Francesca

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