24 luglio 2017

Gillian Flynn e l'incipit dei suoi romanzi

QUESTIONE DI INCIPIT: GILLIAN FLYNN E IL "BUON INIZIO" DEI SUOI LIBRI


"Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Alla forma che ha, per cominciare. La prima volta che l'ho vista, è stata la sua nuca che ho notato, e nelle sue curve c'era qualcosa d'incantevole. Come un chicco di mais, duro e lucente, o un fossile nel greto di un fiume. La sua è quella che i vittoriani definirebbero una testa delle proporzioni squisite, che lascia intuire la forma del cranio. La riconoscerei ovunque quella testa. E ciò che contiene. Penso anche a quello: la sua mente. Il suo cervello, con tutte quelle circonvoluzioni, e i suoi pensieri che fanno avanti e indietro rapidi e frenetici come scolopendre. Con la curiosità di un bambino, m'immagino di aprirle il cranio, srotolarle il cervello e frugarci dentro, per catturare i suoi pensieri. A cosa pensi Amy? La domanda che ho fatto più spesso durante il nostro matrimonio, magari non ad alta voce, magari non alla persona che avrebbe potuto rispondermi. Suppongo che domande simili incombano come nuvole nere su ogni matrimonio. A cosa pensi? Come ti senti? Che cosa ci siamo fatti? Cosa faremo?".

"Ho della cattiveria in me, reale come un organo. Mi dilania il ventre e può scivolare a terra, carnosa e scura, tanto da poterla calpestare. Il sangue dei Day. Ha qualcosa che non va. Non sono mai stata una brava bambina e sono peggiorata dopo gli omicidi. Libby l'orfanella è cresciuta apatica e smidollata, trascinandosi a fatica da un gruppo di lontani parenti all'altro - secondi cugini, prozie, amici di amici -, rinchiusa in una serie di roulotte o fattorie fatiscenti in giro per il  Kansas. Mandata a scuola con i vestiti smessi delle sorelle morte: camicie con le ascelle macchiate; pantaloni sformati, troppo grandi, tenuti su da logore cinture strette fino all'ultimo buco. Nelle foto di classe avevo sempre i capelli spettinati - con le mollette aggrappate alle ciocche, come oggetti volanti impigliati fra i cespugli -, le borse sotto gli occhi e lo sguardo da affittacamere ubriaca. Forse una piega riluttante delle labbra al posto del sorriso. Forse. Non ero una bambina adorabile e sono diventata un'adulta decisamente sgradevole. Tracciate un disegno della mia anima e ne uscirà uno sgorbio con le zanne".

"Non è perché non ero brava che ho smesso di fare le seghe. Ho smesso di farle perché ero la migliore. Per tre anni ho fatto le migliori seghe di tutta l'area metropolitana di New York. Il segreto è non stare a pensarci troppo. Se incominci a preoccuparti della tecnica, se ti metti ad analizzare ritmo a pressione, perdi la natura essenziale del gesto. Devi prepararti mentalmente prima e poi devi smetterla di pensare e affidarti al corpo. In fondo è come quando si gioca a golf. Masturbavo gli uomini sei giorni alla settimana, otto ore al giorno, con una pausa per il pranzo, e avevo sempre l'agenda piena. Mi prendevo due settimane di ferie all'anno e non lavoravo mai nei giorni festivi, perché le seghe nei giorni festivi sono una tristezza per tutti. In tre anni quindi calcolo di aver fatto circa 23546 seghe".

Gillian Flynn è un'autrice che amo molto. Scrive thriller che vale la pena di leggere, non scontati, e che tengono incollati alle pagine per la forza della trama e l'ottima caratterizzazione dei personaggi. Ho riportato l'inizio dei suoi tre libri che ho avuto il piacere di scoprire e che ancora ricordo e adoro consigliare.
Un buon incipit è ciò che attira e alimenta una lettura vorace. A volte, capita di iniziare una storia e, poco convinti dalle prime righe, si abbandona con estrema facilità, per passare alla successiva. Questo non succede con i libri di Gillian Flynn. Ogni inizio è brillante, denso di particolari e in poche frasi sono svelati molti indizi circa quello che ci aspetta.
Personaggi femminili controversi, a volte addirittura violenti: Amy è una donna tanto bella e raffinata, quanto manipolatrice e spietata, pronta a tutto per salvare il suo matrimonio; Libby è un'adulta distrutta da un'infanzia finita troppo presto, segnata dal massacro della madre e delle due sorelle, devastata dai ricordi, nei quali cerca di trovare la verità; la protagonista di Un buon presagio non ha un nome, si porta dietro la relazione complicata con la madre, che le ha insegnato a sopravvivere con ogni mezzo, senza curarsi del prossimo.
Rapporti misteriosi con persone vicine, situazioni familiari conflittuali, personaggi femminili dalle molteplici sfaccettature, che rendono ogni storia intrigante e carica di colpi di scena.

In L'amore bugiardo, il marito osserva la moglie e confida al lettore di non conoscerla affatto, di osservarla alla ricerca di risposte, di riflettere continuamente su che cosa lei stia pensando e tutto quello che gli nasconde. Un rapporto oscuro, fatto di dubbi, diffidenza, incertezze; un diario di un matrimonio che non è come gli altri, tenuto in piedi da segreti, pronti a essere rivelati.

Nei luoghi oscuri sfrutta due piani temporali e fa emergere nel presente piccoli tasselli di un evento del passato, per suggerire a Libby la verità sul massacro della sua famiglia. Un colpevole che non è più sicura sia il fratello Ben, un ragazzino, senza alcuna figura di riferimento, condizionato da amicizie sbagliate e condannato con troppa facilità.

Un buon presagio racconta la storia di una giovane scaltra, abituata a prendere il più possibile dagli altri, a vivere di piccole truffe, una delle quali arriva a costarle quasi la pelle quando è lei a diventare vittima. Quando ti ritrovi di fronte qualcuno che è stato ancora più furbo di te, sei costretto a fare un bilancio della tua esistenza e a chiederti se ne è valsa la pena aver scelto una strada invece di un'altra.

Siete alla ricerca di un buon thriller per le vostre vacanze? I libri di Gillian Flynn saranno ottimi compagni di viaggio.

Buone letture a tutti voi!
Veronica

17 luglio 2017

Cielo rosso al mattino di Paul Lynch [recensione]

CIELO ROSSO AL MATTINO
di
Paul Lynch

Casa editrice: 66th and 2nd
Collana: bookclub_19
Traduzione: Riccardo Michelucci
Pagine: 235
Prezzo: € 17,00
ISBN: 9788898970889

Coll Coyle vive con la famiglia nella sua fattoria. Un brav'uomo e un gran lavoratore disposto a tutto per proteggere le persone che ama. Senza un motivo ragionevole è cacciato dalla sua proprietà. Decide così di affrontare Desmond Hamilton, il figlio del proprietario terriero, una discussione che si fa presto accesa. Hamilton resta ucciso e Coll è costretto ad abbandonare i suoi cari per fuggire da una terribile vendetta, pronta ad abbattersi su di lui.
Gli scagnozzi del padrone si mettono sulle sue tracce, guidati da John Fallon, uomo diabolico, cattivo fino al midollo, cinico, senza pietà per i più deboli, la sua presenza è costante in ogni pagina, anche se non fisicamente presente. Coyle assiste all'omicidio del fratello Jim, impotente di fronte a tanta malvagità, una malvagità che avverte alle proprio spalle, in ogni nascondiglio mai sicuro.

"Ti troverà. È come se sapesse che odore ha il tuo sangue".

Fugge dall'orrore della perdita di una persona cara, suo fratello Jim, che non riesce a salvare da una morte atroce, corre nelle tenebre e si allontana sempre di più dalla moglie Sarah e dai figli, ai quali promette che tornerà presto. Attraversa le paludi del Donegal, terre aride e desolate che a malapena conosce, combatte contro la fame, la stanchezza, la solitudine, la paura, per raggiungere una zona protetta. Il suo nemico non lo perde di vista, lo fiuta dappertutto e si crea alleati disposti a collaborare con lui per catturare la sua preda.
Da assassino, a ladro, Coyle è alla ricerca di un biglietto che gli permetta di imbarcarsi sulla prima nave in partenza, perché l'incognita di una terra sconosciuta sembra essere la soluzione migliore. Cutter, l'uomo che lo aiuta ad allontanarsi dall'Irlanda, diventa un amico inaspettato.

Famiglie intere, uomini, donne e bambini, condividono la speranza di una vita migliore in una nave che li condurrà in America. Un viaggio lungo, difficile, segnato dalla fame, da condizioni igieniche pessime e da diffidenza verso gli altri passeggeri: il protagonista si imbarca con una febbre che quasi lo uccide, ma riesce a sopravvivere e a superare una traversata interminabile.
Una possibilità è offerta da un uomo di nome Duffy, che offre un lavoro agli uomini che hanno appena messo piede nel nuovo mondo, lasciandosi dietro la vastità dell'oceano, così ricca di opportunità, ma allo stesso tempo spaventosa per l'ignoto che racchiude.
La costruzione di tratte ferroviarie richiede il sudore e la forza di tante braccia disperate, disposte a turni massacranti per una paga misera, whiskey illimitato e qualche puttana come unica distrazione.
Le giornate si susseguono per inerzia, un'epidemia attacca e si propaga senza fine all'accampamento di Duffy, all'improvviso Fallon giunge in America per concludere la missione a ogni costo.

Cielo rosso al mattino si costruisce in tre parti: la prima racconta della morte di Hamilton e della fuga di Coll Coyle, introducendo l'antagonista Fallon, alla guida del gruppo di sgherri del padrone incaricato di uccidere l'assassino del figlio; la seconda parte è interamente dedicata al viaggio in nave per raggiungere la terra promessa, un tragitto infinito che non dà tregua al protagonista; nell'ultima parte, Coyle comincia a lavorare nella costruzione della ferrovia ed è costretto ancora una volta a scappare dal suo nemico, ancora più agguerrito, fino alla resa dei conti.
Paul Lynch è alle prese con il suo primo romanzo, avvincente, scritto impeccabilmente e che funziona grazie alla descrizione attenta dei personaggi e del contesto. La fuga è una costante presa di potere psicologica ed emotiva ai danni di Coll, obbligato a lasciare i propri affetti per salvaguardare se stesso e la propria famiglia. La natura è lo sfondo della sua corsa alla ricerca di un posto sicuro, che prende vita e diventa protagonista a tutti gli effetti, grazie alle descrizioni, che alimentano una sorta di movimento narrativo, in grado di coinvolgere tutto ciò che è sulla scena:
"Intorno a Coyle il paesaggio era nascosto da innumerevoli strati di tenebre, come se la terra fosse stata rivoltata. I suoi occhi perlustravano quel vuoto silenzioso e privo di punti di riferimento, le colline invisibili sotto il loro manto, le stelle cadute dal cielo in questa diabolica eclissi del giorno. Avanzò con speranza e determinazione e quando cominciò a piovere strinse l'animale ancora più forte e pregò che stessero andando nella giusta direzione".
L'oscurità e la pioggia incessante accompagnano Coyle, spaventato dagli uomini di Hamilton, che, magicamente riescono sempre a individuarlo. Fallon è l'incarnazione di questa oscurità, privo di sentimento e compassione per chiunque. Fiuta la sua preda, incapace di nascondersi da lui, uccide coloro che gli sbarrano il cammino, si fida solo di se stesso. Quando Macken, uno dei suoi compari, gli domanda perché ha ucciso due ragazze che non avevano colpa, lui risponde senza scomporsi:
"Tutti hanno fatto qualcosa [...] Dipende solo da chi è a giudicare. [...] Le persone non sono esseri umani. Sono bestie, bruti, ciechi e idioti dominati da desideri senza limiti di cui non conoscono neanche l'origine".
Di fronte a una famiglia in preghiera prima della cena, vuole dimostrare la propria superiorità di idee e incalza la conversazione sull'esistenza di Dio, proprio quando ha il coltello dalla parte del manico:
"Qualche volta vi parla?, chiese. Chi?, rispose nervosamente Aitken. Dio. [...] Sì, a modo suo mi parla, disse. E in che modo? Attraverso la bellezza che ci circonda. Faller sorrise. Ma dubito che si rivolga direttamente a voi in quel caso, non credete? Se voi moriste, il mondo andrebbe avanti esattamente come prima, quindi non c'è proprio nessuno che sta parlando con voi. Vi aspettate che ci sia una vita dopo la morte? [...]
Questo luogo che chiamano paradiso, questo regno della perfezione e della vita eterna, quando arriva il momento nessuno vuole andarci".
Mi è piaciuta moltissimo l'opera prima di Paul Lynch, perché ha trasformato una storia semplice in un viaggio nell'animo umano, nei sentimenti più spietati, non tralasciando nessun particolare, facendo convergere ogni aspetto in una narrazione di pregio, accurata nella scelta delle parole e nella formazione delle frasi, che tiene incollato il lettore alle pagine. Una piacevole sorpresa, un libro per appassionati di noir, che ricorda Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, per l'uomo in fuga e per il cacciatore senza anima in grado di sapere sempre dov'è la sua padre.

Veronica

11 luglio 2017

Mia cugina Rachele di Daphne Du Maurier [recensione]

MIA CUGINA RACHELE
di
Daphne du Maurier

Casa editrice: Il Saggiatore
Collana: Tascabili
Traduzione: M. Morpurgo
Pagine: 304
Prezzo: € 10,00
ISBN: 9788856500363

Dato che questo inverno è prevista l'uscita del film Mia cugina Rachele, tratto dall'omonimo libro dell'autrice britannica Daphne Du Maurier, e dato che (per una volta) ho scoperto dell'uscita del film in tempo per leggere prima il romanzo, mi ci sono fiondata subito. 
Mi piace particolarmente Du Maurier, scrittrice dagli anni Trenta agli Ottanta, dalle cui opere ha attinto abbondantemente anche un grande come Alfred Hitchcock. Dopo aver amato Rebecca, non potevo lasciare sullo scaffale Mia cugina Rachele, che si preannunciava un'altra perla tra sospetti e oscurità, nella Cornovaglia di fine Ottocento.

Il giovane Philip Ashley vive da sempre con il cugino Ambrose Ashley, proprietario terriero, scapolo convinto e burlone. I due, molto simili sia di temperamento che di aspetto, si rispettano e si vogliono bene come padre e figlio, come fratelli e come amici: sono l'uno tutto il mondo dell'altro. A causa di avanzati reumatismi di cui soffre, il cugino Ambrose decide di svernare in un luogo più caldo che possa dargli sollievo, lasciando brevemente la familiare ma umida Cornovaglia. Non senza qualche rimostranza da parte di Philip, che vorrebbe seguirlo, Ambrose sceglie Firenze come meta di riposo e parte.
Da laggiù, Philip riceve le lettere di Ambrose, colme di contentezza e serenità. I reumatismi sembrano farlo soffrire meno, inoltre ha trovato molti inglesi residenti in Italia, con i quali sta passando dei bei momenti: una tra tutti, la cugina Rachele, figlia di lontanissimi parenti degli Asheley, nata e cresciuta a Firenze. Rachele è appassionata di piante e giardini, proprio come Ambrose, e diviene protagonista delle lettere che lui scrive, fino a diventarne improvvisamente la moglie. Un colpo per Philip, che ricorda il cugino come scapolo impenitente ai limiti della misoginia.
Presto le lettere cominciano a diradarsi. Diventano sbrigative, confuse, piene di accenni ad affari che la cugina Rachele tiene in città, denaro sottratto e acciacchi sempre più gravi: Ambrose lamenta mal di testa lancinanti, nausee profonde e svenimenti, febbri altissime. Di colpo, non scrive più.
Tocca a Philip raggiungerlo per scoprire che non c'è più niente da fare: Ambrose è morto e Rachele sparita con tutti i suoi averi. Ne scaturisce un odio profondo e vendicativo nei confronti della moglie, donna misteriosa, che lui si figura mostruosa, avida e assassina, e che non vede l'ora di incontrare per fargliela pagare più cara che può.
Ma senza preavviso, Rachele giunge alla tenuta degli Ashley e reca con sé tutti gli averi del marito: desidera che ritornino alla sua famiglia, non ha mai avuto intenzione di farli sparire. La donna che si presenta alla porta è profondamente diversa da quella che lui aveva in mente: buffa e gentile, bella, generosa, affabile e non pretende niente per sé. Non può fare altrimenti che ospitarla, del resto è la moglie di Ambrose. Possibile che sia davvero lei l'artefice della sua morte? Una persona così amabile, come Philip scoprirà...

Un thriller psicologico, mi viene da definirlo "comportamentale", calato nella campagna inglese vittoriana, in cui un rampollo fin troppo dipendente da una figura familiare e mitizzata perde del tutto la ragione per un amore avventato e disarmante, in un crescendo di dubbi e doppiezze, istintività ed errori fatali.
Se si amano i romanzi ottocenteschi, consiglio di rispolverare questo libro caduto un po' nel dimenticatoio. Non è originario dell'Ottocento, ma ne esprime tutte le atmosfere, pranzi domenicali sotto il sole, gite a cavallo, crinoline e regole sociali, macchiandole di sospetto e delle tenebre rischiarate solo dai candelabri, tra scale semibuie, conversazioni mozzate e presenze ingombranti, tutte caratteristiche tipiche dei romanzi della Du Maurier, dallo stile ricco e posato, mai pomposo.
Dopo questo, recuperate Rebecca, il suo capolavoro.

Alessandra

6 luglio 2017

Cielo rosso al mattino di Paul Lynch [frasi libro]


CIELO ROSSO AL MATTINO
di
Paul Lynch
"Un bambino vive al caldo nel ventre della madre senza avere alcun peso. Poi viene al mondo e non è altro che una piccola creatura piagnucolosa, come un animale. Non ti ha mai stupito questa cosa, Macken? Ti sei chiesto qual è il motivo? Perché si percepisce per la prima volta, perché scopre di avere un peso nel mondo e una simile scoperta è un trauma per lui. Non riuscirà mai a farsene una ragione. Insieme al peso arrivano le sensazioni, il dolore, la fame, il bisogno di dormire e un'infinità di desideri e necessità. [...] il bambino non riuscirà a riprendersi dalla sofferenza del suo peso. Man mano che cresce, i suoi bisogni non cessano di moltiplicarsi. Sempre di più, mai di meno. Sviluppa un appetito insaziabile per le cose. Prova a dare una minestra a un affamato e lui vorrà la carne. E quando l'avrà ottenuta, si siederà alla tua tavola e ti chiederà l'argenteria. Pensaci bene. Ogni desiderio soddisfatto ne porta uno nuovo. Diventa una tortura, un desiderio illimitato e insaziabile. [...] Le persone non sono esseri umani. Sono bestie, bruti, ciechi e idioti dominati da desideri senza limiti di cui non conoscono neanche l'origine. E gli orpelli con i quali ricopriamo tutto ciò per avere la coscienza a posto non sono altro che illusioni. Il tributo che si versa alla vita è il fardello del nostro stesso peso e alcune persone stanno meglio se ne sono sollevate".
A breve, su questo spazio la recensione! 

Veronica

4 luglio 2017

Il cartello di Don Winslow [recensione]

IL CARTELLO
di
Don Winslow

Casa editrice: Einaudi
Collana: Stile libero big
Traduzione: Alfredo Colitto
Pagine: 879
Prezzo: € 22,00
ISBN: 978806217549

A distanza di dieci anni, il seguito de Il potere del cane, romanzo da molti considerato il capolavoro di Don Winslow. Sicuramente tra i migliori noir che ho avuto il piacere di leggere e Il cartello è stato un adrenalinico ritorno alle vicende della guerra della droga, combattuta tra Messico e Stati Uniti.
Art Keller ha scelto di isolarsi dal mondo, cercando una qualche forma di redenzione, nascosto in un monastero del New Mexico, dove nessuno conosce la sua identità e si dedica all'apicoltura.
Adán Barrera, "El Señor de los Cielos, il patrón della droga più potente del mondo" è rinchiuso in un carcere di Puente Grande, il più duro e sicuro del Messico. Qui si muove indisturbato, con la complicità delle guardie e la sorveglianza del cugino Diego Tapia, continua a controllare i traffici esterni e ha il tempo di sedurre una prigioniera, Magda Beltrán, reginetta di bellezza, alla quale offre protezione. La sua evasione è il richiamo per Keller, il richiamo a tornare in prima linea per sconfiggere un nemico che pensava ormai sconfitto. La resa dei conti sembra essere vicina.

Don Winslow costruisce un romanzo complesso, dedicato "ai giornalisti assassinati o scomparsi in Messico" nel lasso di tempo in cui è ambientato, ricordando molti nomi, ricordando che a tanti altri è toccata questa sorte. Il libro dedica spazio al lavoro dei giornalisti, al loro instancabile impegno per dar voce ai soprusi, alla corruzione dei poteri forti, ai signori della droga, ai tanti omicidi senza colpevole. Un esercito pronto a colpire con le parole, mettendo a rischio la propria incolumità e quella delle persone care. Sono loro che raccontano la guerra tra i cartelli e la situazione drammatica nella quale sprofonda il Messico, abbandonato da tutti, tranne da alcuni piccoli eroi, che cercano di farsi sentire, di dimostrare coraggio restando e non scappando. 
La brutalità di ogni esecuzione, ogni punizione inflitta a colpevoli e innocenti, è descritta con dovizia di particolari, amplificando lo stile dell'autore, che non ha paura di parlare della violenza; sa che esiste, sa che è compiuta senza pietà, e la offre al lettore in tutta la sua crudezza, soprattutto se si pensa che gran parte della narrazione si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti.

Al centro della narrazione, la sfida finale tra Art Keller e Adán Barrera. Il primo che insegue il secondo. Il buono e il cattivo. Un appellativo non poi così netto, quando ci si addentra nella storia. Entrambi sono disposti a tutto per raggiungere gli obiettivi, nessuno è senza peccato. Il cartello non è solo l'atto conclusivo de Il potere del cane, tanti nuovi personaggi ci vengono presentati e sono tutt'altro che marginali. Don Winslow descrive il passato di ognuno, pochi tratti fisici, le caratteristiche emotive più rilevanti e ciò che li lega ai protagonisti.
Come nei migliori colpi di scena, non sai mai chi sopravvive e chi muore: a tanti ti affezioni, di molti ti affascina la caratterizzazione approfondita e ne rimpiangi l'improvvisa dipartita.
Un romanzo forte, efficace nel linguaggio, senza tanti fronzoli, efferato in diverse scene, con la guerra tra i cartelli, impegnati nella conquista di territori sempre più ampi del Messico, tra finte alleanze e piani per estirpare agli altri una fetta importante del mercato della droga. Le stesse istituzioni sono colluse con i trafficanti, la corruzione è presente a molti livelli, gli uomini più insospettabili sono schierati dalla parte che fingono di combattere.
"Il cosiddetto problema messicano della droga, è in realtà il problema americano della droga.
Non esiste un venditore senza un compratore. La soluzione non è e non sarà mai in Messico".
Un seguito riuscito, che non credevo sarebbe riuscito ad appassionarmi tanto come il primo: leggete Don Winslow, una delle voci attuali migliori del noir, capace di mischiare in una trama complessa, tanti stili, tanti generi, senza perdersi, senza abbandonare il filo della narrazione.

Veronica