30 agosto 2017

Furore di John Steinbeck [Recensione Libro]

Furore 
di John Steinbeck


L'essere umano ha bisogno di classificare i libri per generi. Lo fa per il semplice gusto di appartenere a una certa categoria a cui ambisce e lo separa dal resto. Di recente in rete si discuteva sulla definizione di classico. Nella sostanza un classico è stato pubblicato prima del 1945 ed è una storia senza tempo: In qualsiasi epoca o a qualsiasi età lo si legga ha da insegnarti. Forse è per tal motivo che i professori - spesso - li assegnano come compiti per le vacanze... per aprirti la mente, dilatarla in un mondo e in un modo dove la consapevolezza di ciò che abbiamo intorno è alla base per la propria autodeterminazione. Tornando alla prima osservazione quindi si tende a specificare sempre che questa è LETTERATURA DI SERIE A. Personalmente credo che se a una certa età non mi fossero state imposte alcune letture non le avrei mai aperte per piacere personale, di mia iniziativa. Adesso il desiderio di avvicinarmici è tangibile. Se sei un lettore inoltre c'è un altro aspetto che si forma andando avanti: tale desiderio si dilata, si affina, si fa esigente e va alla ricerca di vuoti da colmare perché le storie devono riempirti e tormentarti per lasciarti il segno. Quello che si prova con "Furore" e il motivo per il quale viene definito uno dei più grandi capolavori americani lo si capisce sin dalle prime parole, sin dalle prime pagine.

La famiglia Joad, composta da contadini dell'Oklahoma da intere generazioni, a un certo punto perde tutto. Le continue tempeste di sabbia hanno reso i loro terreni aridi e sterili. Le banche, a cui hanno chiesto dei prestiti, adesso li rivogliono con gli interessi e gli interessi non pagati li fanno diventare di diritto proprietari assoluti. Inoltre hanno sostituito il lavoro manuale con quello dei trattori che hanno raso al suolo intere fattorie per ingrandire ancora di più i campi e guadagnare ancora di più sul raccolto. Ridotti quindi a una concorrenza spietata e a uno stato di povertà estrema decidono di lasciare la loro vita, la loro patria e andarsene dove c'è lavoro, ovvero in California. A testimoniarlo ci sono i volantini sparsi e distribuiti in giro. Nessuno ormai vive in zona. Nessuno può combattere una situazione del genere, senza ritorno. Nel frattempo torna anche Tom, il figlio maggiore che, dopo quattro anni di galera per aver ucciso un uomo durante una rissa, ottiene uno sconto di pena, ed è libero sulla parola. Si preparano alla partenza come meglio possono, come meglio credono. Si unisce nell'avventura, tra l'altro, anche l'ex predicatore Casy, che ha perso la vocazione ed è alla ricerca di un senso. Sono tanti e nutrono più speranze e progetti per il futuro che rimpianti: il nonno e la nonna paterni, il padre e la madre, lo zio John, e i cinque fratelli  di Tom, Noah, Al, Rose of Sharon, che aspetta un bambino dal marito Connie Rivers, Ruth e Winfield. Con uno stato d'animo di rassegnato ottimismo si incamminano lungo la Route 66 ma si rendono conto ben presto di non essere gli unici e man mano che procedono si scontrano con la dura realtà. Il futuro è un'incognita che però non li ferma, li spinge a continuare, andare avanti, a prescindere dalle testimonianze dei viaggiatori e grazie all'istinto di sopravvivenza, seppur debole, che contraddistingue da sempre l'essere umano. La California, nonostante le svariate difficoltà nell'arrivarci, a un certo punto, non è più un miraggio, diventa una metà concreta, ben visibile agli occhi, un paradiso terreno. Quel paradiso che presto si rivela per quel che è... un inferno di disperazione, di fame, di diffidenza totale. I nuovi arrivati vengono soprannominati "maledetti Okie" e non sono così ben accolti, il lavoro c'è ma non per tutti e tutti sono costretti a vivere alla giornata, con una prole da sfamare. Il problema è che sono troppi, le piantagioni di cotone poche e le paghe insufficienti. I grandi proprietari terrieri di fronte alla vastità di braccianti disponibili sfruttano la situazione pagando al ribasso. La pena per chi si arrende è la morte.

Una storia che parla anche al presente. Nonostante l'epoca in cui è stato scritto, la desolazione che si prova è più che mai attuale. A differenza dei protagonisti quello che manca alla nostra generazione è la speranza e l'umiltà. Il non volersi piegare né alle circostanze e nemmeno combatterle. E io sono figlia di tale modernità di pensiero e azione, vergognandomene. L'idea predominante è che tanto passa, anche la crisi... senza però lottare veramente per un cambiamento concreto perché quello che mi spetta di diritto mi va dato, come è stato dato ai miei genitori, senza sporcarmi o impegnandomi il giusto, punto. Per i ventenni altrettanto, o forse lo stato d'animo di smarrimento è superiore, la convinzione ancora più radicata. Siamo la società dove la maggior parte di noi è "dottore" ma senza conoscere realmente i complessi meccanismi che animano il mondo: non scendiamo in piazza perché è faticoso, inutile e nessuno crede in noi. Dobbiamo essere protetti invece che responsabilizzati... Pagine che smuovono e rendono consapevoli sia dei limiti che delle potenzialità ma soprattutto interrogano sulla forza di questa famiglia che non si ferma mai di fronte a niente, al male, al disprezzo, alla morte e procede imperterrita e determinata verso la voglia di una esistenza migliore, non tanto per chi ha già dato, quanto per chi deve ancora dare. Un insieme di atti di estrema generosità collettiva uniti al senso di compassione... Sentimenti così estranei, così sconosciuti oggi da non appartenerci e che grazie alla grande figura di "Ma"e il suo esempio la vorresti imitare nella sua grandezza, nella sua interezza perché la speranza e il desiderio smuovono sempre le migliori intenzioni verso il bene, verso la salvezza. Buona lettura!

Francesca

16 agosto 2017

La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides [recensione]

LA TRAMA DEL MATRIMONIO 
di 
Jeffrey Eugenides

Casa editrice: Mondadori
Collana: Oscar Mondadori
Traduzione: Katia Bagnoli
Pagine: 478
Prezzo: € 11,00
ISBN: 9788804622604

Providence, Rhode Island, estate 1982. Un triangolo amoroso, che vede intrecciarsi i sentimenti e le aspirazioni di tre giovani. Madeline Hanna è attratta dalla letteratura, da autori quali George Eliot, Herny James, Jane Austen, alla ricerca dell'amore appassionato e senza freni, che raggiunge il suo culmine nella storia con Leonard Bankhead, un tipo strano e carismatico, affetto da profonde crisi depressive, al quale continua a stare accanto, nonostante le difficoltà.
Mai fino a quel momento si era buttata a capofitto verso qualcuno, preferendo mantenere un certo distacco verso possibili relazioni. Come fare a gestire questo nuovo sentimento, che a volte la porta sulla cima più alta di una montagna e per la maggior parte del tempo la fa soffrire? La risposta è nel saggio Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes che decostruisce l'amore e ne analizza le fasi che lei stessa subisce, un piccolo talismano che si porta dietro, legge e rilegge.
Per Leonard avverte emozioni contrastanti, segnate dal bisogno di aiutarlo a credere di poter guarire e finalmente instaurare un rapporto semplice e spontaneo, e dall'invidia verso i suoi successi accademici e le offerte di dottorato, che Madeline non riesce ad avere.
Spronata dal suo professore di semiotica, scrive una tesi su La trama del matrimonio, meritevole di pubblicazione. Più volte la protagonista prova a concretizzare quella possibilità paventata dal suo insegnante, ma il compagno che sceglie di accudire diventa un fardello sempre più pesante da portare e un impedimento alla realizzazione dei suoi sogni.
Poi c'è Mitchell Grammaticus, l'eterno amico, il fidanzato perfetto, che piace ai genitori per la sua serietà, il ragazzo che segretamente la brama, convinto che un giorno riuscirà a sposarla. Esperto di storia delle religioni, cerca di dimenticare la sua ossessione, partendo per un viaggio intorno all'Europa, fino ad approdare in India, dove tutto però lo riporta come una ruota che gira a un pensiero fisso: Madeline.

Alla maniera degli strutturalisti, Jeffrey Eugenides compie un'opera di scomposizione profonda delle passioni, dei sensi e delle azioni per esaminare una condizione difficile da interpretare, difficile da narrare.
Quel sentimento descritto nei romanzi vittoriani, così cari alla protagonista, fatica a definirsi nella realtà, il lieto fine tanto ambito, coronato da un matrimonio perfetto, è lontano anni luce dal suo con Leonard, la cui storia si sgretola definitivamente, proprio dopo le nozze.
La società moderna è mutata e l'illusione che muove le eroine letterarie del romanzo classico non ha più ragione d'essere; tutti i libri letti fino a quel momento non le sono di alcun aiuto per affrontare le crisi del compagno, i mutamenti repentini d'umore, l'apatia, i problemi di coppia e le delusioni che una dopo l'altra si presentano dopo essersi laureata, un momento che avrebbe dovuto segnare l'ingresso nel mare delle possibilità. Niente sembra averla preparata al mondo reale.
Leonard fatica ad accettare la sua malattia, che ci viene spiegata sin dai primissimi sintomi: convinto di non essere capito dal proprio psichiatra, comincia ad automedicarsi, diminuendo le quantità dei farmaci, al fine di riprendere in mano la sua esistenza e sentirsi di nuovo parte di essa. Mitchell opta per la fuga dalla donna che non può avere, con lo zaino in spalla, alla ricerca di se stesso, nelle terre toccate dal suo viaggio, lontane geograficamente da casa, ma mai abbastanza dai pensieri che lo assillano, i quali si sforza di sopprimere, ma si ripropongono ancora più forti.

Un romanzo che rappresenta perfettamente l'ansia, la paura e l'incertezza di tre giovani alle prese con le difficoltà della maturità. Crescere è difficile, frase che appare scontata, ma mai abbastanza. Facile immedesimarsi con i personaggi di Eugenides, così legati al mondo accademico, volenterosi di lasciare un segno, di non essere dimenticati, all'inseguimento di una persona che definisca completamente che cos'è l'amore. Provare a combattere i propri demoni, fare del proprio percorso di studi la strada per il successo, superare le difficoltà, anche quelle che non ti aspetti, diventare grandi e abbandonare l'illusione che la vita non è sempre quella narrata nei libri, ma non per questo dobbiamo smettere di sorprenderci per la sua imprevedibilità.

Veronica

12 agosto 2017

L'Atelier dei miracoli di Valérie Tong Cuong [recensione libro]


L'atelier dei Miracoli
di Valérie Tong Cuong

Salani Editore
174 pagine
Isbn-10: 8867157523
uscito nel 2014

Al centro della storia ci sono tre vite al limite. I protagonisti narrano in prima persona, alternandosi fra i vari capitoli, quanto nel tempo il bene che non hanno mai ricevuto li abbia portati a sentirsi degli sconfitti e come ciò abbia influito le loro scelte, la loro esistenza.

Millie, 23 anni, dopo una serata goliardica passata con dei colleghi di lavoro, in preda ai postumi dell'alcol, riesce a malapena a rendersi conto dell'incendio nel suo palazzo e a salvarsi buttandosi dalla finestra. Per evitare domande scomode, un passato ingombrante e solitario, decide di far credere agli altri (medici, infermieri) di aver perso la memoria. Un'amnesia che la porta in qualche modo a prendere in mano le redini della situazione e a cancellare il tratto distintivo della sua personalità: l'invisibilità. Mariette invece è un'insegnante, oltre che essere vittima prediletta di un bullismo feroce da parte della sua classe, lo è anche di un marito padrone, violento, intento più che a comprenderla a mortificarla e infine dell'indifferenza dei due figli. All'improvviso a causa di uno stress accumulato da svariati mesi, scoppia, tirando uno schiaffo a uno studente che cade dalle scale e viene portato d'urgenza in ospedale. Infine c'è il signor Mike, barbone, alcolizzato, ex militare, segnato da una relazione d'amore finita male, che viene pestato a sangue ritrovandosi con la milza spappolata.

Sono tutti quanti uniti da un denominatore comune ovvero l'incontro con Jean Hart, fondatore e titolare dell'Atelier dei miracoli. Un grande laboratorio dedito all'accoglienza di personalità distrutte, disperate, bisognose di una iniezione di fiducia, della ricerca dei talenti sepolti in fondo alla loro anima. Jean infatti ha come missione vitale il r-accogliere gli ultimi per donargli il riscatto tanto atteso e non permettergli di arrendersi più di fronte agli ostacoli della vita. Ma da salvatore iniziale poi si rivela un manipolatore totale. Le azioni che compie non sono in nessun modo il frutto di un desiderio sincero quanto di una organizzazione metodica, mascherata. La sua zona d'ombra viene allo scoperto in modo prepotente e subdolo all'improvviso. Nella sostanza lui sta cercando di non annegare se stesso nei sensi di colpa, dai rimorsi del passato. Dopo tale scoperta Millie, Mariette e Mike lo abbandonano e trovano, grazie a una nuova consapevolezza, la forza di ricominciare altrove. 

Alcuni libri li apri e chiudi in una sola giornata; la copertina è talmente accattivante che in qualunque posto lo sistemi si nota subito; dove la trama pone, in poche righe, così tanti interrogativi che desideri sapere subito le risposte. "L'Atelier dei miracoli" ne ha le caratteristiche. Il messaggio che la storia porta con sé, una volta finito, è meraviglioso: Il bene vince su tutto, sempre. Sia quello che si dona perché ognuno di noi può esserne un portatore sano, basta esserne consapevoli. Sia il bene che si riceve perché ha la capacità sulle persone di risollevarle dalle tenebre, dall'incapacità di esistere, dalla sfiducia nei confronti del mondo. La premessa, come detto all'inizio, è buona... la storia però a un certo punto si perde, diventa priva di spessore e a tratti lascia anche interdetti. Un'ottima partenza che poi si declina in un buonismo esasperato, senza colpi di scena eclatanti e con un happy end scontato. Manca ciò che lo rende a pieno titolo un libro da leggere, rileggere e consigliare. Lascia addosso un tale senso di incompiuto per le problematiche che affronta da renderlo banale e come qualcosa di già detto, già sentito altrove. Probabilmente l'intento della scrittrice era un altro. Probabilmente voleva creare senza troppe pretese una storia semplice, leggera, lasciando al lettore il compito d'interpretarlo soggettivamente o probabilmente sono io che non sono fatta per questo genere di tematiche poco approfondite e mi aspetto sempre qualcosa di più, o qualcosa di diverso.

Francesca

6 agosto 2017

Un buon presagio di Gillian Flynn [recensione]

UN BUON PRESAGIO
di
Gillian Flynn

Casa editrice: Rizzoli
Collana: la Scala
Traduzione: Alberto Cristofori
Pagine: 84
Prezzo: € 12,00
ISBN: 9788817087735

Una protagonista di cui non conosciamo il nome, ma poco importa. Una giovane donna molto scaltra, addestrata dalla madre a vivere di espedienti, a cercare di cogliere il più possibile da ogni occasione e da ogni persona che le capita di incontrare. Nel retro di un negozio, accoglie gli uomini, li ascolta e risolleva il loro morale; come confessa lei stessa, è molto brava a fare le seghe, una pratica che ben presto non può più offrire ai clienti, per via della sindrome del tunnel carpale.
Si trova di nuovo di fronte a un bivio e deve velocemente scegliere in che cos'altro potrebbe lanciarsi per ottenere soldi facili.
Accetta di fingersi una sensitiva e si reinventa con un dono speciale, che mente di possedere. Cosa sarà mai alla fine? In fondo si tratta solo di capire le persone che si hanno davanti e di far credere loro quello che hanno bisogno di sentirsi dire. Ed è quello che pensa la protagonista, quando si presenta al locale Susan Burke, bella, affascinante e misteriosa. Non subito spiega il motivo della sua visita: quando percepisce di potersi, in qualche modo, confidare, racconta di terribili episodi inquietanti che riguardano la sua nuova casa. Spaventata di essere giudicata pazza dal marito, quasi sempre assente per lavoro, non sa come gestire una situazione che sta prendendo una piega spaventosa, arrivando a coinvolgere il figliastro, il quale si comporta in modo strano.
La truffatrice coglie nella disperazione di Susan l'ennesima possibilità da sfruttare a suo vantaggio, un modo per spillare denaro, fingendo di avere tutte le armi per risolvere il problema. Ma nulla è davvero come appare e la dimora di stampo vittoriano nasconde un segreto inaspettato, che porta a un ribaltamento di ruoli.

Un ambiente familiare difficile, una madre imbrogliona di professione, un'infanzia dedicata a scoprire tutti i modi per raggirare il prossimo senza curarsi delle conseguenze. 
Nerdy, così chiamata dalla sua datrice di lavoro, giustifica le proprie azioni, perché la truffa è la sola maniera che le è stata tramandata per vivere. Il risultato delle sue scelte si manifesta nel momento in cui è ripagata con la stessa moneta e finisce invischiata nel ménage di Susan Burke; per la prima volta avverte di aver perso il suo vantaggio, non essendo più l'elemento principale a condurre il gioco. L'occasione diventa ideale per fare un bilancio della propria esistenza, domandandosi se sia valsa la pena aver scelto una strada invece di un'altra.

Gillian Flynn presenta una figura femminile controversa, sin dalle prime pagine, una donna che di mestiere fa le seghe. Un "lavoro" nel quale è brava, perché riesce a mettere a suo agio gli uomini e a farli sentire ascoltati e appagati. Quando la sua sicurezza comincia a venire meno, la trappola invischia proprio lei, la regina dei piani architettati per abbindolare chiunque.
Un racconto che gioca con il lettore, lasciandolo nel dubbio, traendolo in inganno, accogliendolo in una casa misteriosa, che cela innumerevoli segreti e la vera personalità di ciascuno. Che cosa nasconde la famiglia Burke? Il figliastro Miles è posseduto da uno spirito che ne muta la personalità, fino a renderlo pericoloso a chi gli sta accanto?

Niente è come sembra. Ogni cosa assume un aspetto diverso da come abilmente ci fa credere l'autrice all'inizio. La storia subisce più ribaltamenti e, attraverso il punto di vista della protagonista, si percepisce l'ansia e la paura trasmessi dalla casa e dalle scene che la vedono insieme all'adolescente Miles. Il confronto con il ragazzo dà alla donna la sensazione di guardarsi allo specchio e la sua sicurezza vacilla inesorabilmente di fronte a qualcuno in grado di carpire ogni sua mossa prima ancora di compierla.
La chiusura perfetta è quella di un finale aperto, che da una parte lascia insoddisfatti per i molti punti non svelati, ma dall'altra asseconda l'alone di mistero caratteristico dell'intreccio narrativo.

Veronica