9 settembre 2017

La fragilità delle certezze di Raffaella Silvestri [recensione libro]

La fragilità delle certezze
di Raffaella Silvestri

Garzanti Editore
250 pagine
uscito il 23 febbraio 2017
Si sarebbe accorta Anna, in futuro, che c'è un'età oltre la quale si è adulti tutti allo stesso modo, perché ci sono solo due fasi della vita: quella in cui si è giovani e quella in cui si è adulti. Che in qualche modo significa non essere più giovani: aver abbandonato quella giovinezza che ci fa credere insieme che tutto sia possibile e che al contrario ogni ostacolo, ogni paura sia insormontabile.
Anna ha trent'anni. Dopo una breve esperienza come studentessa di teatro decide di iscriversi alla facoltà di economia alla Bocconi con la convinzione che ciò che investi e perdi con lo studio, poi deve rientrare, portare a un guadagno, a una carriera fruttuosa nel lungo termine. In parole molto semplici al successo. Con l'arte invece non ci si campa. Gli umanisti infatti si stanno solo spianando la strada verso la disoccupazione. Una riflessione abbastanza radicata, concreta, di genitori nati e cresciuti col niente e che col niente hanno fatto sacrifici per ottenere tutto. Al contrario della nostra generazione che nonostante abbia avuto tutto da subito, a costo zero, rimane senza futuro, ferita dalle avversità, dalle circostanze di una crisi scoppiata all'improvviso lasciandoti a mani vuote. L'esperienza insegna a chi c'è già passato a professare tale filosofia di pensiero, cioè a non permettere a nessuno, ai propri figli in primis di sbagliare, fallire, non riuscire a desiderare il desiderabile.
Anna inoltre ha una storia con il suo ex professore Valerio Bonfanti, uomo e regista rinomato nel suo ambiente. La relazione però è impari perché lui è troppo impegnato con la sua carriera in declino e in particolare con la sua crisi di mezza età per poter considerare anche la felicità di chi gli sta accanto.
Anna abusa di Azerax, l'alternativa moderna all'eroina, il suo paradiso artificiale, la serenità di cui ha bisogno per non lasciarsi sopraffare dall'ansia perenne. Non ha amici e nemmeno desidera averli, ad eccezione di Marcello, conosciuto al liceo. Viaggiano sullo stesso binario dello stesso treno da sempre. Valerio a un certo punto decide di lasciare l'Italia e continuare gli studi in America, in ingegneria. Quando torna fondano insieme una start up votata al successo. Alla società si unisce un terzo elemento, cioè Teo. Teo è di un'estrazione sociale alta, di famiglia facoltosa. Sono proprietari di un grande marchio di moda. Teo ha lavorato nel mondo dell'alta finanza per un po'. Ha un atteggiamento perennemente schivo, rilassato, dove sembra che la vita, come le preoccupazioni in generale non lo riguardino mai totalmente e la cui occupazione principale è creare soldi dai soldi. Un atteggiamento che è solo un meccanismo di difesa a un dolore che viene fuori quando l'azienda inizia ad accusare il primo problema reale, il primo tracollo finanziario serio, da risolvere con urgenza. In ballo c'è la credibilità, il futuro. Teo e Anna devono quindi affrontare oltre ai problemi esistenziali anche il problema della fuga di Matteo, sparito nel nulla e fare i conti con se stessi, con il passato e risolvere, riappacificarsi con il mondo, con i loro fantasmi. Dal nulla si riscoprono forti nell'essere deboli, più affini e uniti che mai.

A volte ci sono dei traumi che ti segnano, non li controlli, ti rendono diverso, senza ritorno. C'è chi li supera e c'è chi se li porta dietro all'infinito. Quello che succede o si prova dopo è un lento risalire o un lento sprofondare. Dipende da come guardi le cose. È una questione di prospettiva. Ci troviamo di fronte a una crisi generazionale e sociale, a una città cosmopolita votata e contrastata dal progresso come solo "Milano bella" sa essere fra tutte le altre, di tre esistenze che arrancano rassegnate e a fatica nel caos di una società che pretende di stare al passo coi tempi incurante dello stato d'animo e delle esperienze delle persone che la abitano. Fra passato e presente Raffaella Silvestri racconta cosa significa essere trentenni in un mondo poco accogliente come il nostro. Una trentenne come me che nonostante fatichi a trovare e a farsi spazio, uno spazio dove sentirsi a casa, dove fare casa, spera oltre, cerca di adattarsi al cambiamento, sogna, senza lasciarsi sopraffare dal vittimismo. Una storia che non mi rappresenta e che non sono riuscita a interiorizzare, a fare mia. I protagonisti sono, fino al limite della sopportazione, talmente tormentati dalla loro storia da non capire che esiste qualcosa che va al di fuori del loro corpo, dei loro pensieri. Rimangono immobili nelle convinzioni, frustrati nei desideri, smarriti nel grande e ingestibile caos come oggi, e in nessuna altra epoca, si può essere. L'autrice ambisce a dargli spessore fino a caricarli inutilmente e ad arrivare a un nulla di fatto. Nel mezzo c'è quel non detto che il lettore cerca d'interpretare senza riuscirci. Inconsistenza è la parola giusta per definirlo. Eppure continuo a credere che a prescindere dalla situazione, da come veniamo quotidianamente raccontati, percepiti siamo meno disorientati di come ci vogliono far apparire, meno sprovveduti, più votati al cambiamento di quel che crediamo e che per forza di cose siamo costretti ad affrontare, adesso.

Francesca 

Nessun commento:

Posta un commento