3 ottobre 2017

La più amata di Teresa Ciabatti [recensione libro]

La più amata
di Teresa Ciabatti

mondadori editore
228 pagine
uscito il 28 febbraio 2017


 “Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no.”

Teresa Ciabatti, seconda finalista del premio Strega, edizione 2017 con "La più amata", dietro a "Le otto montagne" di Paolo Cognetti. Letti entrambi... per il vincitore nutro una stima incondizionata sin dagli esordi, per Teresa Ciabatti curiosità. Forse per il titolo, forse per la copertina, forse per la trama, forse per l'articolo uscito dopo la seguente manifestazione.

C'è una famiglia, la famiglia Ciabatti, che in un certo periodo, intorno agli anni 70/80, ha avuto un peso rilevante in una zona ben delimitata del nostro paese, ovvero Orbetello, in Toscana. Il capofamiglia è Lorenzo Ciabatti, chirurgo. Sin da giovane è votato a una carriera di successo infatti va in America a fare medicina ma poi torna in Italia, laureato e pronto a conquistare il mondo. A un certo punto sposa Francesca Fabiani, anestesista e di una estrazione sociale diversa dal marito. Anche lei è una dottoressa, per la precisione anestesista. Ha studiato a Roma e grazie ai sacrifici della madre. Ce la fa perché è determinata. Francesca  la conosce perché si trasferisce e capita a lavorare nel suo stesso ospedale. Si innamorano e dopo il matrimonio la donna rimane incinta di due gemelli, eterozigoti, un maschio e una femmina: Gianni e Teresa. Teresa è la voce narrante che ripercorre le tappe della vita sua e dei genitori alla ricerca spasmodica e ossessiva di chi è veramente il padre: benefattore, dio della medicina, primario di reparto con una schiera di adepti pronti a esaudire ogni minimo desiderio o capriccio, ha contatti importanti e una scorta di lattine di coca nel frigo pronte ad essere bevute prima di entrare in sala operatoria. Ma lui non è solo questo, è molto di più. Tale aspetto viene fuori quando nella loro quotidianità si rompe qualcosa. A casa del professore si presenta un individuo armato che lo porta via, lo rapisce senza dare spiegazioni. Loro si nascondono nel bunker in attesa di un segnale, di un ritorno. Quindi, a un certo punto, persino la moglie desidera sapere cosa si nasconde dietro all'uomo, alla sua facciata di circostanza. Le domande si moltiplicano quando la figlia "la più amata" viene depredata da una ricchezza che brama con ogni forza e irruenza possibile. Non è più lo specchio riflesso del prestigio che ha goduto fino ad ora ma una qualunque, costretta a trasferirsi ai Parioli in un posto che non ha niente a che vedere con quello dove abitava prima.

La narrazione procede attraverso il meccanismo dei ricordi: Realtà e finzione si mescolano talmente tanto da non distinguersi. Non ci è dato sapere oltre alle parole impresse su carta. Un aspetto che si rafforza ancora di più grazie a uno stile talmente freddo e distaccato da non salvarsi nessuno, nemmeno lei che non capisce, non sa, colpevolizza lui, la situazione. E in effetti Teresa è un personaggio odioso perché è eccessiva, volubile, ha deliri di onnipotenza, si ribella alla povertà e la rifiuta. Vittima e carnefice degli eventi, non sa agire e comportarsi oltre se stessa. L'autrice inoltre definisce il suo ultimo lavoro "la storia della vita". E se si ha la pretesa di farlo le cose in ballo sono molte. La più interessante è il mettersi a nudo a discapito delle conseguenze e degli stati d'animo di chi legge. Ciò che il lettore prova una volta chiuso il libro è contrastante e non lo governa: - Di fastidio totale e disprezzo per la sua insensatezza perché a volte si è quello che si fa, si è quello che si dice, protagonisti delle proprie decisioni. A volte si è le decisioni che chi ti mette al mondo prende per te, giuste o sbagliate che siano. La tua natura si forma anche grazie agli sbagli altrui (dei genitori in primis); infine di compassione perché ogni storia merita di essere raccontata, compresa, giustificata a prescindere perché ognuno di noi si porta dentro dei dolori e delle esperienze che ti formano e ti sformano e che, a prescindere dalla propria incomprensione, non è possibile giudicare. Buona lettura.

Francesca

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