17 gennaio 2018

Sorella mio unico amore di Joyce Carol Oates [frasi]

SORELLA MIO UNICO AMORE
di
Joyce Carol Oates


«La prossima volta pregheremo con più fervore.»
[...] Skyler lo sapeva, sin dall'inizio. Prima ancora che Bliss scendesse in pista, il pubblico erompesse in un applauso, e i riflettori puntassero avidamente su di lei, Skyler lo sapeva. Anche se Bliss sembrava aver cominciato la sua esibizione con la consueta agilità e velocità, dopo un minuto apparve chiaro che qualcosa non andava. Le lunghe evoluzioni, in avanti e all'indietro, solitamente perfette, apparivano esitanti e irregolari, come se la caviglia sinistra fosse dolorante. Una giravolta, una piroetta, una piroetta con salto; le lucide labbra rosa erano schiuse per lo sforzo, Bliss era senza fiato, ansimava. Le manine si agitavano scompostamente come ali di un uccello ferito. Gli occhi scintillarono di sorpresa, di paura. Il pubblico, che solo qualche minuto prima aveva accolto con gran calore BLISS RAMPIKE DA FAIR HILLS, NEW JERSEY, perse entusiasmo, ammutolì. Mentre il Bolero raggiungeva il suo culmine come un boa constrictor che agitava le spire, all'improvviso Bliss incespicò e cadde; una caduta rovinosa; eppure cercò di rimettersi in piedi, goffa, con un'espressione scioccata e mortificata. Le luci la illuminarono impietosamente, esponendola agli sguardi stupefatti di sconosciuti. Com'era silenzioso il pubblico, come davanti a un'esecuzione! Finalmente la terribile prova terminò, l'umiliata pattinatrice si allontanò claudicante dalla pista tra qualche applauso isolato, Betsey Rampike venne a riprendere la figlia e la portò via dalla ribalta, abbracciandola stretta come a proteggerla con il proprio corpo, dicendole con un sorriso allegro, coraggioso, impavido, a voce sufficientemente alta da essere colta dalle telecamere della ABC «La prossima volta pregheremo con più fervore».

Veronica

14 gennaio 2018

La vendetta come cura dell'anima: Three billboards outside Ebbing, Missouri [recensione film]

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI -
TRE MANIFESTI A EBBING MISSOURI


Regia e sceneggiatura: Martin McDonagh
Genere: Thriller/Commedia
Personaggi: Mildred Hayes (Frances McDormand), sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), agente Jason Dixon (Sam Rockwell), Charlie Hayes (John Hawkes), Robbie Hayes (Lucas Hedges), Anne Willoughby (Abbie Cornish), James (Peter Dinglage)

Tre cartelloni pubblicitari spiccano in una strada poco trafficata alle porte della città di Ebbing, nel Missouri. Mildred ha pagato un'ingente somma per mostrare a tutti la sua rabbia e la sua frustrazione:

STUPRATA MENTRE MORIVA

E ANCORA NESSUN ARRESTO?

COME MAI, SCERIFFO WILLOUGHBY?


Sette mesi sono passati dall'omicidio brutale della figlia Angela, adolescente problematica, che appare solo in un ricordo e di cui ben poco si sa. La polizia non ha un sospettato e benché meno una pista: l'inettitudine di tutti gli agenti spinge una madre disperata a un gesto che porta clamore, smuove la comunità e vede gli abitanti schierarsi a favore dello sceriffo, poiché afflitto da una malattia terminale, nonostante le valide motivazioni dietro a un'azione carica di significato.
Tante le richieste per togliere quegli imbarazzanti manifesti che mettono in discussione le forze preposte alla protezione della città e che qui invece vengono ridicolizzate. Emblematico il dialogo tra il pastore e la protagonista, che senza peli sulla lingua e ubriaca marcia, lo invita a sparire, perché per il solo fatto di appartenere alla "banda" dei preti pedofili è colpevole.
Mildred è una donna forte e caparbia, che porta fiori nel luogo del delitto, piange in silenzio la figlia uccisa da un uomo senza un'identità ed è disposta a tutto per trovare una risposta. A guidarla, un sentimento di vendetta, qualsiasi cosa possa smuovere le acque per arrivare alla verità, unica medicina in grado di curare la sua anima. L'attrice Frances McDormand incarna perfettamente questo personaggio complesso e verso il quale si prova un'empatia immediata. Una corazza di ghiaccio impossibile da scalfire, desiderosa di farsi giustizia, tanto da spingersi ad atti di estrema violenza. Una violenza non isolata, in quanto alimentata dalla stessa brutalità dell'agente Jason Nixon, zotico, omofobo e razzista, che raffigura qualsivoglia stereotipo: con i suoi modi di fare sempre sopra le righe, non dice mai la cosa giusta e non esita a mostrare il suo totale disappunto per l'operato di Mildred. Lo sceriffo Bill Willoughby, personalmente accusato da quei cartelli di incompetenza, cerca di far ragionare la donna, prima mostrandosi comprensivo, per poi tirar fuori gli artigli e minacciare conseguenze notevoli.

Una storia che ci porta nel cuore dell'America, in una piccola comunità dove tutti si conoscono e si sentono quindi in diritto di giudicare il vicino: diverso il modo di rapportarsi con Mildred, che incute timore, a differenza dello sceriffo, rispettato e difeso a spada tratta. 
Il tema della colpa attraversa ogni personaggio: Mildred per essere stata una madre poco attenta, il poliziotto Jason Nixon per non aver assolutamente capito che cosa significa rivestire un incarico di responsabilità come il tutore di legge, Bill Willoughby per non essersi impegnato abbastanza per risolvere il caso. Proprio quest'ultimo ricopre un ruolo emblematico, in quanto alla sua morte si farà coscienza degli altri; attraverso le sue parole, ogni personaggio compie un percorso di crescita non semplice, che li porta a fare i conti con i propri errori. Non a caso la frase che echeggia con effetto purificatore è chiave di volta dell'intero film: "la violenza genera solo altra violenza".
Tre manifesti a Ebbing, Missouri mi è piaciuto molto, grazie alla capacità del regista di trattare argomenti seri con lo stile che lo contraddistingue della dark comedy: ci troviamo così di fronte a una storia che fa emozionare, sorridere e commuovere. Tanti i colpi di scena, che trasformano una sequenza in un pugno allo stomaco. Interpreti perfetti nei loro ruoli, soprattutto Frances McDormand e Sam Rockwell, freschi dei Golden Globe, sicuramente meritati.


Veronica

12 gennaio 2018

Il narratore di verità di Tiziana D'Oppido [recensione]

IL NARRATORE DI VERITÀ
di
Tiziana D'Oppido

Casa editrice: LiberAria Editrice
Collana: Penne
Pagine: 335
Prezzo: € 13,50
ISBN: 9788897089988
"Cos'è la verità? La verità ha molte facce. È tutto e il contrario di tutto. E a volte può persino coincidere con una bugia".
Arsenio Pantone e Gildo Blumenthal sono imprenditori di due paesi vicini della Val di Brodima. Il primo gestisce una fabbrica di fuochi pirotecnici, il secondo una quaglieria. Tra loro non scorre buon sangue, sono ossessionati dal lavoro e nient'altro sembra essere importante. Ciò che ancor più li accomuna è l'incapacità di comunicare con i figli, che finiranno per allontanarsi dai padri con i quali non si è mai instaurato un rapporto.
Dagli anni Sessanta a oggi è raccontata la storia di Sara Pantone e Lucio Blumenthal, due bambini sconosciuti, legati da un destino comune. Sara ha perso la madre quando era molto piccola, in circostanze misteriose; abbandonata a se stessa, trova rifugio nell'amore delle donnemamme, figure fondamentali nella sua vita, perché la aiutano a crescere, le insegnano tante cose e a credere di poter realizzare i suoi sogni. Le regalano un puzzle enorme, dal risultato incerto, che accompagnerà i momenti rilevanti ed è metafora di un percorso difficile, quasi sempre in salita, ma ricco di obiettivi raggiunti, in grado di apportare felicità.
Lucio è un idealista, un creativo e mai ha sentito l'impiego nella quaglieria come qualcosa che gli appartiene; sceglie di abbandonare la sua città natale per viaggiare e vedere il mondo. Si inventa un lavoro, che rispecchia le sue doti caratteriali, il narratore di verità, ed è l'unico a farlo e per questo il successo è assicurato. I due si incontrano in età adulta, per una bizzarra circostanza: Lucio è richiamato in Val di Brodima per un incarico proprio da Gildo, che gli ha scritto perché ha bisogno di riallacciare i contatti con una donna misteriosa, Sara. Il ritorno a casa porta a galla vecchie ferite e verità sconvolgenti, legate alle due grandi aziende di famiglia, e il suo impegno si trasforma in un'indagine a tutti gli effetti, che svela segreti tenuti a lungo nascosti e minaccia l'intera valle e i suoi abitanti.

Tiziana D'Oppido immagina un protagonista nuovo, necessario, che vorremmo poter contattare al bisogno, quando non siamo capaci di dire la verità, un incaricato al posto nostro che ci tira fuori dalle situazioni difficili e dolorose.
"«In altre parole, signora, io agisco da intermediario, da messaggero, cioè rivelo a un destinatario indicatomi dal committente le verità belle e brutte al posto suo. Laddove per committente s'intende colui che per pigrizia, vigliaccheria o mancanza di tempo non ha modo di farlo da sé»".
Un Narratore di verità che fa tesoro di un'infanzia burrascosa, con tanti ostacoli e pochi appoggi, per far emergere la sua personalità e trovare il coraggio di esplorare l'ignoto.
Bellissima l'immagine di copertina che mette insieme tutti gli elementi della storia, così come il puzzle, dato in dono a Sara, che assembla pezzo, dopo pezzo, negli anni, a simboleggiare la sua ricerca di se stessa e il suo posto nel mondo.
Ogni personaggio è perfettamente descritto e caratterizzato: dai due avidi imprenditori, al tuttofare Uwe, alle premurose donnemamme, al diabolico ginesindaco. Il piccolo paese si anima con i suoi abitanti e i luoghi comuni che ne tratteggiano le particolarità, come le pettegole a ogni angolo o le ostilità che si protraggono da generazioni.
Con un linguaggio ricercato e un'attenzione alla scelta delle parole, l'autrice costruisce una storia familiare con tutti i suoi drammi, capace di far sorridere e contemporaneamente riflettere, per i temi attuali trattati, come sfruttamento dell'ambiente e degli allevamenti, inquinamento, corruzione, incomunicabilità genitori-figli. Un romanzo superlativo e frizzante, scorrevole e sincero, con un messaggio da tenere a mente: nessuno può intromettersi nel nostro futuro, impedendoci di realizzare i nostri sogni; tentare di trovare noi stessi per capire chi siamo e che cosa vogliamo diventare è un nostro diritto.


Veronica

5 gennaio 2018

Christine - la macchina infernale di Stephen King [recensione]

CHRISTINE - LA MACCHINA INFERNALE
di
Stephen King

Casa editrice: Sperling & Kupfer
Collana: Pickwick
Traduttore: Tullio Dobner
Pagine: 634
Prezzo: € 11,90
ISBN: 9788868361518
"Questa è la storia di un triangolo d'amore. Protagonisti: Arnie Cunningham, Leight Cabot e, naturalmente, Christine. Vorrei tuttavia che teneste presente il fatto che Christine entrò in scena per prima. È stata il primo amore di Arnie e anche se non lo giurerei, penso tuttavia che sia stata il suo unico e vero amore. Per questo sostengo che ciò che avvenne fu una tragedia".
Arnie Cunningham è il classico perdente. Un adolescente nascosto dietro a occhiali dalla grossa montatura, con un'acne incontrollata a deturpare un viso anonimo, preso in giro dai bulli del liceo. Campione di scacchi, genio dei motori, secchione e con pochi amici, anzi, solo un amico, ma un buon amico: Dennis Guilder. In una giornata di fine estate, di ritorno da lavoro, passano davanti a una vecchia auto, conciata male, parcheggiata in un prato di fronte a una casa altrettanto malmessa, con un cartello sul lato destro del parabrezza e una scritta ormai stinta, ma sempre visibile, "Vendesi". Il proprietario, il losco Roland Le Bay, tesse le lodi del suo fedele mezzo di trasporto e, vista la sua età e i visibili problemi alla schiena, è disposto a darla via a un "buon prezzo".
Arnie si innamora di quella macchina, una Plymouth Fury del 1958, e decide su due piedi di comprarla. Sembra ignorare le pessime condizioni di un mezzo che difficilmente sarà in grado di rimettere piede sulla strada e a nulla valgono i consigli di Dennis, che tenta in ogni modo di fargli aprire gli occhi e cambiare idea su un pessimo affare.
Dal momento in cui prende possesso della sua nuova automobile comincia a cambiare, sia dentro che fuori: la pelle del viso migliora visibilmente; con una frequenza allarmante manifesta terribili dolori alla schiena, che lo costringono a indossare una fascia elastica; tutto il tempo a disposizione lo passa nella rimessa di Darnell, un delinquente nato, che approfitta della necessità del ragazzo di trovare un posto dove poter lavorare a Christine, per spingerlo a compiere attività illegali per suo conto; smette di obbedire ai genitori e manifesta una rabbia verso il prossimo che non è proprio da lui; studia meno e perde interesse per il college, che non vuol più frequentare.
Incredibilmente, riesce ad aggiustare la Plymouth Fury e inizia a uscire con la nuova arrivata della scuola, la bellissima Leight, a sua volta presa da Arnie. Sviluppa un'ossessione per la sua macchina, si irrigidisce se qualcuno gli fa notare qualcosa di strano su di lei e sente di doverla proteggere dal mondo, perché è lei che gli dà la forza per andare avanti  e sopportare i momenti difficili.
Dennis è preoccupato per questa radicale trasformazione e lo è maggiormente, quando apprende della morte di Le Bay. Accompagna l'amico al funerale e, in questa occasione, conosce George Le Bay, che racconta del passato del fratello, perfido, aggressivo e insensibile e di come siano morte la figlia, sul sedile posteriore dell'auto, soffocata dal boccone di un hamburger, e della moglie Veronica, inconsolabile e sopraffatta dal dolore, suicidatasi con il monossido di carbonio, seduta sul sedile anteriore di Christine.
«Se vuole un consiglio, si dimentichi di quella macchina», disse ad Arnie. «La venda. Se nessuno la vuole comperare intera, la venda a pezzi. Se nessuno vuole comperare i suoi pezzi, ne faccia ferraglia. Faccia in fretta, se ne sbarazzi. Come si fa quando si decide di togliersi di dosso una brutta abitudine. Credo che sarà più felice».
Dennis e Leight provano un forte senso di disagio e paura ogni volta che si avvicinano a Christine. Sembra posseduta, viva, attenta e il suo odore, un nauseabondo odore di carne in putrefazione, è avvertito da chiunque si trovi sfortunatamente a sedere al suo interno. Smettono di dormire, le loro notti sono invase da terribili incubi e non riescono più a comunicare con Arnie, che appare uno sconosciuto. E, a peggiorare la situazione, le persone che hanno avuto uno screzio con lui cominciano a morire una dopo l'altra, in circostanze misteriose. Unica sospettata: la sua adorata automobile. Ma lui non può credere che lei sia capace di questi omicidi efferati, impossibile; non vuole ascoltare chi lo ammonisce, lo consiglia di stare in guardia e di liberarsi di quell'ammasso di ferraglia diabolico. Anche se non ricorda ogni momento in cui vi ha lavorato con dedizione, non accetta di separarsene, rimetterla in sesto ha dato un significato alla sua vita, un vero e proprio riscatto.

Il fascino del male è impresso in ogni singolo centimetro della carrozzeria della Plymouth, dai fari che danno l'impressione di occhi, che si aprono e si infiammano nelle strade di Libertyville alla ricerca della prossima vittima da punire senza pietà, ai rumori sinistri e improvvisi, quasi fossero urla davanti alle quali è impossibile rimanere impassibili. Stephen King descrive perfettamente i personaggi, fisicamente e psicologicamente, ogni singolo stato d'animo, ogni scena del presente e del passato, tanto da trascinare il lettore nella paura e nell'ansia, coinvolgendolo capitolo dopo capitolo. Il ritmo resta costantemente alto e la storia è resa ancor più originale dal modo in cui è raccontata: in parte in prima persona per poi passare a un narratore onnisciente.
Temi cari all'autore: l'adolescenza, il bullismo, le prime cotte, il rapporto con i genitori, amicizie vere, elemento paranormale, eventi passati che influenzano il presente e ricorrono con ciclicità. Note positive: la dote di raccontare a tutto tondo, per un numero di pagine non indifferente, appassionando ed emozionando, senza mai annoiare; il finale è davvero riuscito, mi è piaciuto tanto e ha creato la giusta suspense, mantenendo contemporaneamente il mistero e l'effetto sorpresa.

Veronica